Una guerra fratricida: 1936-1939

30 agosto 1936. Da poco più di un mese la Spagna si è spaccata in due fazioni, che si affrontano in una guerra fratricida. Don Josemaría, come tanti altri sacerdoti, rischia la vita. Il racconto di Michele Dolz, intorno ai successi più significativi di questi difficili e decisivi anni nella vita di san Josemaria Escriva di Balaguer

Relazioni biografiche

30 agosto 1936. Da poco più di un mese la Spagna si è spaccata in due fazioni, che si affrontano in una guerra fratricida. Don Josemaría, come tanti altri sacerdoti, rischia la vita.

Racconto di Michele Dolz, intorno agli avvenimenti più significativi di questi difficili e decisivi anni nella vita di san Josemaria Escriva di Balaguer

Un ritratto di san Josemaría fatto durante la fuga attraverso i Pirenei

Guerra Civile Spagnola

30 agosto 1936. Da poco più di un mese la Spagna si è spaccata in due fazioni, che si affrontano in una guerra fratricida. Don Josemaría, come tanti altri sacerdoti, rischia la vita, e vaga da un nascondiglio a un altro. Davanti a casa di sua madre i miliziani hanno impiccato un uomo che gli assomiglia, pensando che fosse lui. Ora è in casa di amici, insieme a Juan Jiménez Vargas e a un ragazzo incontrato due giorni prima. Verso le due del pomeriggio, suona il campanello. È un gruppo di miliziani per uno dei loro rastrellamenti casa per casa, alla ricerca di nemici da uccidere, specialmente se cattolici e sicuramente se sacerdoti o religiosi. La anziana domestica, aprendo, dice ad alta voce, in modo che si senta in tutta la casa:

«Ah! Siete venuti per la perquisizione… Il signore non c’è, ma accomodatevi!».

Padre, e se ci uccidono, cosa succederà?

I tre escono velocemente dalla scala di servizio e vanno a rinchiudersi in una mansarda. L’ambiente è angusto, molto basso, sporco di carbone, senza ventilazione. Si accovacciano dietro ai vecchi mobili. Le ore scorrono interminabili e silenziose. Il caldo si fa sempre più insopportabile. Adesso si sentono i miliziani che si avvicinano. Proseguendo la ricerca sono arrivati fino alle mansarde. Sono entrati in quella accanto. Il Padre dice a voce bassa ai due giovani:

«Siamo in un momento difficile. Se volete, fate un atto di dolore e vi do l’assoluzione».

Li assolve. E Juan gli domanda:

«Padre, e se ci uccidono, cosa succederà?».

«Che ce ne andiamo diritti in Cielo, figlio mio».

Juan rimane così tranquillo che si addormenta. Ma si sente rovistare meticolosamente nel locale accanto. Ora escono. Ecco, è giunta l’ora…

Invece, no! Scendono giù per le scale e se ne vanno. I tre tirano un sospiro di sollievo, ma rimangono fermi fino alle nove di sera, quando si chiude il portone del palazzo. Sono sudati, disidratati, sporchi, scossi. Uno dei giovani scende in uno degli appartamenti:

Quanto vale un bicchiere d’acqua!

«Per favore, mi darebbe un bicchiere d’acqua».

La signora che ha aperto, sbalordita, lo fa entrare.

«Lassù ci sono altre due persone».

«Dica loro subito di venire, allora!».

Possono lavarsi e cambiarsi gli abiti. Il Padre sorride, per tirar su il morale:

«Fino ad oggi non ho saputo quanto vale un bicchiere d’acqua!».

La signora offre loro ospitalità, che certo non rifiutano. Il giorno dopo proseguono le perquisizioni. Spesso i miliziani bussano alla loro porta per qualche aiuto. E ogni volta si trema di paura. La signora propone di recitare il rosario e il Padre si fa avanti, senza nascondere la sua identità:

«Lo guiderò io, che sono sacerdote».

Ma passato un giorno annuncia alla famiglia che lo ha ospitato, ringraziando, che parte subito perché non vuole diventare un pericolo per loro, né compromettere ancora la loro situazione.

Alla ricerca di un rifugio

Di nuovo alla ricerca di un rifugio, che non si rivela mai sicuro.

Con lo scoppio della guerra i pochi membri dell’Opus Dei si erano dovuti sparpagliare. Il Padre – come il fondatore veniva chiamato affettuosamente dai suoi figli spirituali – vagò da un riparo a un altro, in situazioni sempre di pericolo. Rifiutò con eroica fortezza qualche nascondiglio sicuro, perché non si addiceva alla sua condizione di sacerdote. A volte il luogo più sicuro era la strada, e camminava dalla mattina alla sera confondendosi tra la folla.

In mezzo a tali rischi continuò a celebrare la messa, quando era possibile, e a portare assistenza sacerdotale a tante persone, oltre ai membri dell’Opera che poteva contattare. Predicò perfino ritiri spirituali dando appuntamento alle persone in luoghi impensati. E gli giungevano notizie di sacerdoti amici suoi martirizzati.

Per qualche settimana trovò precaria protezione in una clinica psichiatrica, fingendosi pazzo con la complicità del direttore, il dottor Suils. Finalmente si poté ottenere ospitalità, per lui e per alcuni dei suoi, nel consolato dell’Honduras. In quanto sede diplomatica, il luogo garantiva una qualche sicurezza. Posti come quello erano affollati di rifugiati, il cibo scarsissimo, l’atmosfera tesa e depressa. Il Padre organizzò un orario per i suoi giovani: li faceva studiare, teneva loro delle meditazioni e conservavano persino il Santissimo Sacramento in un mobiletto. Ma la gioia più grande era poter celebrare la messa quasi ogni giorno. L’ingegner Isidoro Zorzano, che poteva circolare grazie alla sua cittadinanza argentina, teneva i contatti tra loro e gli altri.

Una decisione

Ma quanto poteva durare, quella guerra? Sarebbe finita la persecuzione? Quanto si poteva ancora rimanere in quella situazione, senza potersi dar da fare per espandere l’Opera? Ci pensò, si consultò con quelli che lo seguivano. Sì, bisognava passare dall’altra parte della Spagna, dove era possibile la normale vita cristiana. E l’unica via, per quanto rischiosa e dall’esito incerto, portava attraverso i Pirenei e la Francia. Si era nel settembre del 1937.

Era fin troppo facile domandarsi perché tutte quelle difficoltà in un’impresa chiaramente divina. Perché Dio permetteva di venire ostacolato in quel modo? Ma il giovane sacerdote, che fin da bambino aveva sorbito l’amarezza di profondi dispiaceri, era ormai esperto nella scienza della croce. Che non era sopportazione, ma comprensione in profondità delle sofferte vie, spesso incomprensibili, attraverso le quali Cristo trionfa e salva. Ne fu convinto per tutta la vita. Così scriveva parlando di sé: «Nel celebrare la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, supplicasti il Signore, con tutte le fibre dell’anima, di concederti la sua grazia per "esaltare" la Croce Santa nelle tue facoltà e nei tuoi sensi... Una vita nuova! Un sigillo: per dare solidità all’autenticità del tuo messaggio.... tutto il tuo essere sulla Croce!».

Tuttavia non fu decisione facile per il fondatore. L’idea di abbandonare parte della sua gente e la madre con i fratelli, in una Madrid infuocata, lo tormentava. D’altra parte però sentiva l’urgenza di continuare a fare, e intensamente, quell’apostolato che sapeva essere volontà di Dio. E bene o male dall’altro lato si poteva fare.

Attraversare le montagne

Con documenti di fortuna arrivarono a Barcellona il 10 ottobre. Da lì partivano carovane di fuggiaschi guidati da montanari e contrabbandieri. Ma tutto in gran segreto, come il reale pericolo richiedeva. Dovettero attendere parecchi giorni, senza soldi da spendere e con gran fame, prima che uno di quei contatti si facesse vivo. Solo dopo la metà di novembre si poté organizzare il convoglio.

Attraversare le montagne a piedi, in una stagione ormai fredda, camminando di notte e nascondendosi di giorno, senza attrezzatura di alcun genere, con la stanchezza accumulata in tanti mesi de privazioni, e con il pericolo costante di venire scoperti e fucilati… non era impresa facile per nessuno, meno che mai per persone già provate da una guerra troppo lunga e disumana. Le tappe furono tante e tanto dure. A volte occorreva attendere per giorni in qualche posto: così ordinavano le guide. Il Padre si presentò subito come sacerdote e celebrava la messa tutte le volte che gli era possibile. L’ultima, al riparo di una grotta, in ginocchio e con un sasso come altare, commosse l’intera comitiva: “non ho mai ascoltato una messa come quella di oggi. Non so se dipende dalle circostanze o perché quel sacerdote è un santo” scrisse allora uno dei presenti.

Una Salve alla Madonna in Francia

Il 2 dicembre passarono in maniera fortunosa il confine di Andorra, con qualche sparo alle loro spalle. Erano esausti ma salvi. Una copiosa tempesta di neve li bloccò nel principato per diversi giorni. Alla fine poterono riprendere la strada attraverso la Francia, con una sosta a Lourdes per ringraziare la Madonna. Quando attraversarono il confine con la Spagna a Hendaya, il Padre recitò la Salve Regina.

Finalmente i profughi giunsero alla frontiera ed ebbero un fremito di commozione nel vedere la bandiera spagnola. Ma occorreva che qualcuno garantisse per loro, privi com’erano di ogni documento valido. Il Padre telefonò al Vescovo di Vitoria, che lo stimava moltissimo, e in più era vicino.

«Sua Eccellenza si trova a Roma».

E dalla frontiera non si passa. Alcune signore presenti nel centralino telefonico riconobbero Josemaría dal nome, erano amiche della famiglia materna.

«Ma certo, il figlio di Lola!».

«Padre, garantisco io per lei, ci mancherebbe!».

«Anch’io, me lo ricordo benissimo».

Il sacerdote reduce non accettò, ringraziò amabilmente e si accinse a telefonare al Vescovo di Pamplona. «Calorosa accoglienza. Quanto è caro questo santo Vescovo! Si mette subito in comunicazione telefonica con il Comando Militare di Fuenterrabía e ci dà la sua garanzia. Mi dà appuntamento a Zumaya per domani e mi dice, con vero affetto, che devo andare a stare con lui nel suo palazzo».

Trascorsa la notte in un alberghetto, il Padre celebrò la messa per i suoi accompagnatori prima che si disperdessero, ciascuno verso la propria famiglia e quelli in età militare alla caserma Loyola di San Sebastián. Don Josemaría andò all’appuntamento col vescovo, mons. Olaechea, a Zumaya, una località turistica vicino a San Sebastián. Gli dissero che si trovava a Zarauz, un paesino vicino, e lì si recò ancora con gli indumenti della traversata e gli scarponi. Trascorse il pomeriggio in compagnia del vescovo. Visitarono lo studio del pittore Zuloaga e, di ritorno a San Sebastián, il prelato strappò a don Josemaría la promessa che sarebbe andato a riposare alcuni giorni nel palazzo episcopale di Pamplona.

Pamplona: esercizi spirituali

Il 17 dicembre giunse al palazzo episcopale di Pamplona e chiese subito a don Marcelino Olaechea di permettergli di fare da solo gli esercizi spirituali. Il vescovo gli preparò un piano di letture e punti di meditazione.

Prima di tutto cercò notizie dei suoi figli. Poi scrisse al vicario generale della sua diocesi, che si trovava temporaneamente a Navalcarnero, paese della provincia di Madrid in zona nazionale:

«Mi ha accolto il calore del mio grande amico il Vescovo di Pamplona e sto nel suo palazzo, dove incomincerò domani – tutto solo – i santi esercizi.

Se il Sig. Vicario non mi dice altrimenti, intenderò che gli sembra bene che mi dedichi immediatamente, compiendo la santa Volontà di Dio, a portare avanti secondo la mia personale vocazione la direzione delle anime che S.E. conosce e che sono sparse su tutto il territorio nazionale. Sono tutti eroici, senza eccezione!

Prego il mio Sig. Vicario di far presente al nostro amatissimo Prelato che, in mezzo a tante tribolazioni, abbiamo pregato ogni giorno per S.E. Rev.ma».

Le note di quel ritiro spirituale sono lo sfogo di un’anima stanca, ma colma di fede e di amor di Dio. «Sarò molto breve in queste note durante gli esercizi. Mi conduce a questo ritiro soltanto il desiderio intensissimo di essere migliore strumento nelle mani del mio Signore per far divenire realtà la sua Opera ed estenderla in tutto il mondo, come Egli vuole. Il fine diretto e concreto è duplice: 1) intimo, di purificazione: rinnovare la mia vita interiore; 2) esterno: vedere le possibilità attuali per l’apostolato dell’Opera, i mezzi e gli ostacoli».

Signore, pace!

Si esaminava e «fra tante e così pesanti miserie» riconosceva «debolezza e piccineria: mai però la fredda volontà di offendere Dio». Fece orazione, «orazione da bambino, con slanci da bambino» e pianse «di dolore: di dolore di Amore» davanti a quel che gli sembrava mancanza di corrispondenza alla grazia. Ma in mezzo alle sue mancanze vedeva splendere infinitamente più grande la Misericordia divina, e piangeva con quelle lacrime che sono un dono divino ben noto ai mistici. «Sono solo, sciolto in lacrime: così vicino a Cristo, per tanti anni, e... così peccatore! L’intimità di Gesù con me, suo Sacerdote, mi strappa dei singhiozzi». Gli sfuggiva, fra le lacrime, il filo delle considerazioni. «L’orazione di Cristo: sono uscito dal tema. Piangere, invocare; invocare e piangere: questa è stata la mia meditazione. Signore, pace!».

Burgos: una cittadina castigliana

Al fondatore stava già stretto il palazzo del vescovo e gli sembrava ormai eccessivo quel comodo riposo che comunque aveva condito con severe penitenze. Ma mons. Olaechea non voleva saperne della sua partenza. Tra le vane insistenze, don Josemaría scrisse: «Si arrabbia: mi dice che, se me ne vado, devo ritornare presto; e che non vuole che me ne vada di qui senza che mi facciano gli abiti – tonaca e mantellina – che lui mi regala». Arrivarono gli indumenti in tempi record, ma mancava il cappello. Allora il vescovo tolse il fiocco a uno dei suoi e glielo diede.

Il governo nazionale aveva scelto Burgos come sede finché non fosse conquistata Madrid. La cittadina castigliana era un pullulare di ogni sorta di persone, una corte dei miracoli che aveva raddoppiato letteralmente la popolazione portandola a 60.000 persone. Vi si era pure stabilita la Giunta Centrale per il Culto e il Clero della diocesi di Madrid, anche se il Vicariato Generale stava a Navalcarnero e il vescovo, Leopoldo Eijo y Garay, risiedeva a Vigo. Burgos era anche in una posizione strategica e ben collegata. Da lì sarebbe stato più facile fare il salto a Madrid quando fosse giunto il momento. E questo era il vero interrogativo. All’inizio del 1938 molti dicevano che la fine della guerra era imminente. Il Padre intanto trovò alloggio nella pensione Santa Chiara, nei sobborghi. Da quando era rientrato in patria non aveva più nulla. A don Morán scriveva in quei giorni: «Ho fatto il serio proposito – una pazzia? D’accordo, una pazzia – di non accettare mai stipendi per Messe, l’unica entrata economica che ora potrei avere». Era un gesto di fiducia in Dio e di amore alla povertà. Tra l’aiuto dei suoi figli e di qualche altra persona si riusciva a far fronte alle spese.

Alla maniera dei primi cristiani

Quel 9 gennaio don Josemaría compì 36 anni. E quel giorno, grato per essere scampato ai pericoli e con l’anima ritemprata dal ritiro e il riposo a Pamplona, scrisse a tutti i suoi figli una lunga lettera circolare che segnava la ripresa dell’apostolato.

«Con questa Lettera Circolare vi offro luce e incoraggiamento e mezzi, non solo per perseverare nel nostro spirito, ma anche per santificarvi con l’esercizio del discreto, efficace e virile apostolato che svolgiamo, alla maniera dei primi cristiani […].

Come frutto maturo e saporito della vostra vita interiore, con naturalezza, per la gloria del nostro Dio – Deo omnis gloria! –, rinnovate la vostra silenziosa e operativa missione.

Non esiste nulla di impossibile: omnia possum...

Dimenticate i nostri dieci anni di consolante esperienza?... Forza allora! Dio e audacia!».

Ricordava loro i fondamenti pratici della vita interiore e dell’apostolato, e aggiungeva consigli utili a vincere gli ostacoli che potevano sorgere in tempo di guerra: scrivergli, studiare una lingua, fare un lavoro professionale qualsiasi, passare per Burgos quando avessero avuto una licenza... «Se hai bisogno di me, chiamami. Hai il diritto e il dovere di chiamarmi. E io, il dovere di accorrere, col mezzo di locomozione più veloce».

Scrisse anche al Vescovo di Madrid informandolo del costante contatto col vicario Morán. Nulla voleva fare se non in unione piena col vescovo, benché non fosse stato lui ad affidargli l’Opera, ma Dio stesso. Così pure, prima di riprendere l’apostolato, si premurò di chiedere le licenze ministeriali all’ordinario del luogo e fu quello un incontro tragicomico che don Josemaría, raccontandolo in un appunto, intitolò Colloquio di un chierico peccatore con l’Arcivescovo di Burgos.

Una piccola famiglia intorno al Padre

Dopo alcune peripezie Juan Jiménez Vargas, nel quale il fondatore riponeva la maggiore fiducia, era nel fronte di Teruel. Pedro Casciaro e Paco Botella furono destinati a Burgos e insieme ad Albareda costituivano la piccola famiglia intorno al Padre. Miguel Fisac, come altri giovani vicini all’Opera, si recava a Burgos nelle licenze. Dalla pensione Santa Chiara si erano trasferiti all’Hotel Sabadell, sempre modesto ma che offriva almeno un po’ d’intimità. Occupavano una stanza con quattro letti e una veranda.

La stanza dell’Hotel Sabadell era di appena ventotto metri quadri e vi alloggiavano il Padre, José María Albareda, Pedro e Paco. Seguiamo la descrizione che Pedro Casciaro, da buon architetto, fa nelle sue memorie: la stanza vera e propria era ammobiliata con tre letti che occupavano quasi tutto lo spazio, in fondo c’era una veranda con due piccole sedie e un tavolino di vimini, e di lato un vano con il letto che occupava il Padre, separato da una tenda. Fu il Padre a suggerire di confezionare degli stemmi di tipo sportivo o universitario con panno di vari colori, affinché il locale acquistasse un tono più familiare.

Nella ridottissima veranda il Padre ricevette innumerevoli persone. Venivano a fargli visita, soprattutto, studenti che avevano frequentato la Residenza DYA e che ora gli presentavano nuovi amici. Vennero anche molti sacerdoti, come don Antonio Rodilla, don Angel Sagarminaga, don Daniel Llorente – che fu poi vescovo di Segovia –, don Casimiro Morcillo, futuro arcivescovo di Madrid. «Tutti consideravano il Padre un sacerdote eccezionalmente santo: così confidavano separatamente a Paco e a me; e devo riconoscere che la mia reazione interiore non era troppo umile, perché, dato che potevo verificarlo notte e giorno di persona, ascoltando le loro considerazioni pensavo nell’intimo: e lo viene a dire a me!».

Penitenza: “Padre, perché non cena?

I giovani inquilini furono infatti testimoni involontari della virtù eroica del Padre e dell’abbondante grazia che Dio riversava su di lui. Li colpiva in particolare la penitenza, per esempio quando si rendevano conto che il Padre non aveva mangiato. Alla domanda diretta, ricorda Casciaro, «rispondeva in modo evasivo e mi diceva che aveva preso “qualcosa”. Con questo avevamo capito tutto, perché avevamo scoperto che “qualcosa” significava pochi centesimi di noccioline. Prendeva questo “qualcosa” e così, quando glielo chiedevamo, poteva dire di aver mangiato.

“Padre”, insistevamo giorno dopo giorno, “perché questa sera non cena? Guardi, potremmo andare a...”.

“Grazie, grazie”, rispondeva. “Non ho appetito”.

Dopo aver insistito all’eccesso, qualche sera riuscivamo a fargli prendere un piccolo tortino di patate che vendevano, a una peseta, in un bar della stazione ferroviaria. Tuttavia, anche se il Padre cercava di fare in modo che non ce ne accorgessimo, intuivamo che molti giorni il suo digiuno era totale.

La sua mortificazione non si esauriva nel digiuno. C’erano periodi in cui non beveva acqua […]. Paco continuava a darmi il “la” ogni sera:

“Mi sembra che neanche oggi abbia bevuto acqua”.

Lo si notava senza fatica, perché parlando aveva la bocca e la gola secche. Passarono così i giorni finché, una sera, non mi controllai e decisi di “agire” e tagliar corto una volta per tutte. Riempii un bicchiere d’acqua e glielo porsi, dicendogli:

“Lo beva!”.

Il Padre rifiutò, e mi disse che stavo passando i limiti. Allora, controllando a malapena il mio brutto carattere, gli risposi:

“O lo beve o lo butto!”.

Vedendo che non cedeva, mollai il bicchiere, che si frantumò per terra in mille pezzetti. Allora il Padre, divertito, imitando il mio modo di parlare, mi disse con pazienza:

“Rabbioso!”.

Finì che gli chiesi perdono e, insieme con Paco, raccogliemmo da terra l’acqua e i vetri. Poco dopo – mentre stavo per coricarmi e recitavo in ginocchio le tre avemarie –, mi disse con affetto:

“Sta’ attento a non camminare scalzo; non vorrei che fosse rimasto qualche vetro per terra”».

Ma il Padre finì per imporsi, chiedendo loro di non intromettersi nella sua vita interiore.

Un fatto stupefacente

Alla fine del luglio 1938 accadde un fatto stupefacente e estremamente doloroso. Il signor Jorge Bemúdez, conoscente della famiglia Casciaro ad Albacete e all’epoca diventato alto funzionario del governo nazionale espose denuncia contro Pedro in termini così pesanti che, in quel clima bellico, potevano meritargli la pena capitale. Bermúdez, che già prima della guerra era un noto esponente di destra, aveva subito un tracollo economico e si era trasferito a Burgos, dove aveva fatto carriera nell’apparato ufficiale. Il padre di Pedro Casciaro, persona ben nota in città per il ruolo di insegnante e ammirato per la sua rettitudine, era repubblicano e tale era rimasto. Tra Bermúdez e Casciaro non c’erano mai state questioni personali. Le accuse erano del tutto infondate e sapevano di vendetta, cosa non infrequente in quel clima avvelenato dalla guerra. Ma per la stessa ragione potevano portare a una conclusione fatale senza tanta possibilità di difesa. Era stato il Padre il primo a sapere della denuncia, informato da mons. Lauzurica. Perdere Pedro in quel momento, quando si iniziava appena a ripartire, sarebbe stato, oltre che ingiusto, un gravissimo colpo sull’Opera. Il Padre spiegò con delicatezza a Pedro la situazione e lo pregò di andare insieme a Miguel Fisac, in licenza a Burgos in quei giorni, a incontrare la signora Bermúdez mentre lui stesso con Albareda avrebbe visitato l’accusatore, tutto nel tentativo di indurli a ritirare la denuncia.

Fu tutto inutile. Ostinatamente quello ripeteva:

«La devono pagare sia il padre che il figlio».

Il Padre uscì dall’ufficio di in un silenzio rattristato. Scese le scale dell’edificio molto assorto, quasi a occhi chiusi, e disse, pensando ad alta voce:

«Domani o dopodomani, il funerale».

Era stata una premonizione, un fatto soprannaturale. Duro, molto duro. Andò proprio così.

«La triste notizia mi scosse in modo tremendo», racconta Pietro. «Mi sentii male e dovetti stendermi sul letto […]. Intanto il Padre cercava di calmarmi e mi disse, sottovoce, che stessi tranquillo per quella persona perché era moralmente certo che Dio nostro Signore avesse avuto pietà della sua anima e gli avesse concesso il pentimento finale; e aggiunse che dal momento che era uscito dal suo ufficio non aveva smesso di pregare, sia per lui che per i suoi figli. Mi disse anche che ringraziassi Dio per come aveva protetto me e mio padre, benché il fatto in sé fosse veramente triste e doloroso».

Don Josemaría era così avvezzo agli interventi del Signore che si mantenne sereno, senza voler giudicare, ritenendosi un miserabile e limitandosi a considerare quanto era successo soltanto come «una lezione di carità».

Un... viaggiatore del mio Signore Gesù!

I mesi a Burgos furono anche l’epoca dei frequenti, penosi viaggi in un paese distrutto. Voleva visitare i suoi figli e le altre persone che si erano affidate a lui, e voleva incontrare i vescovi per parlare loro dell’Opera e del suo servizio alla Chiesa in ogni diocesi. I vescovi che fino allora avevano conosciuto il fondatore erano entusiasti dell’Opus Dei, felici di poter contare sul suo apostolato nella loro diocesi. Così il vescovo di Madrid, quello di Pamplona, di Vitoria, di Avila e altri ancora. Ora il Padre, in previsione dell’espansione apostolica voleva mettere al corrente gli altri presuli perché mai avrebbe agito senza l’approvazione e la benevolenza dei pastori. «In questi giorni – annunciava al Vescovo di Pamplona e all’Amministratore Apostolico di Vitoria – partirò per Palencia, Salamanca e Ávila. Poi andrò a Bilbao... Sono diventato un... viaggiatore del mio Signore Gesù!».

Il 15 gennaio aveva ricevuto una affettuosa lettera di don Morán, il Vicario Generale di Madrid: «Non si può immaginare la graditissima sorpresa che mi ha fatto… Grazie a Dio lei si trova tra di noi!… a lavorare nella sua prediletta Opera che, se fu sempre necessaria, tanto più lo sarà nel dopoguerra». Questa risposta, tanto attesa, lo spinse sui treni e sugli autobus del tempo di guerra, ammesso che quei mezzi di trasporto fossero ancora degni di questo nome. «Dopodomani – viaggiatore del mio Signore Gesù – inizio il viaggio: Burgos-Palencia; Palencia-Salamanca; Salamanca-Ávila; Ávila-Salamanca; Salamanca-Palencia; Palencia-León; León-Astorga; Astorga-León; León-Bilbao; e... che ne so; magari devo allungarmi fino a Siviglia. Essere povero in canna è l’ideale per percorrere il mondo».

Come un poveretto

Malgrado gli evidenti favori di Dio, erano giorni di dura purificazione interiore. Scriveva negli appunti: «Mi vedo come un poveretto al quale il padrone ha tolto la livrea. Si vedono solo i peccati! Capisco la nudità provata dai progenitori. Ho pianto e sofferto molto. Tuttavia sono molto felice. Non farei a cambio con nessuno. Sono anni che non perdo il gaudium cum pace. Grazie, mio Dio! (...). Non riesco a fare preghiera vocale. Mi fa star male, quasi fisicamente, sentir pregare ad alta voce. La mia orazione mentale e tutta la mia vita interiore sono solo disordine. Ne ho parlato con il Vescovo di Vitoria, che mi ha tranquillizzato. Oggi gli scriverò». E a queste sofferenze interiori si unì un singolare morbo che assomigliava alla tubercolosi e gli dava preoccupazione per l’eventuale contagio ai suoi. Non era tubercolosi e non si seppe mai cos’era, come venne se ne andò, ma avendo lasciato il marchio del dolore.

Tesi di dottorato

In mezzo alle preoccupazioni della guerra, il Padre si mise a lavorare alla tesi di dottorato. Chiedeva ai suoi figli di studiare e di eccellere, se ne avevano le capacità, ed egli predicava con l’esempio. Solo che il materiale della tesi alla quale stava lavorando – una ricerca sull’ordinazione sacerdotale di meticci e figli di meticci nell’America coloniale spagnola – era rimasto a Madrid, ovvero era perduto. Dovendo ricominciare da zero, scelse un soggetto tutto burgalese: il curioso caso canonico della badessa de Las Huelgas Reales, priora di dodici monasteri cistercensi, con signoria su una cinquantina di paesi e località, e con giurisdizione autonoma, civile e penale; conferiva benefici, approvava confessori, dava facoltà di predicare, era competente in cause matrimoniali e civili, esigeva tributi, imponeva scomuniche; e presiedeva anche in presenza dei reali. A Burgos Josemaría aveva incontrato un noto professore dell’Università Pontificia, che lo orientò. E si recava al monastero de Las Huelgas tra un viaggio e l’altro, tra incontri con personaggi e passeggiate con i ragazzi, vera catechesi itinerante. Il risultato fu un fine lavoro di ricerca canonica pubblicato anni dopo con il titolo de La Abadesa de Las Huelgas.

Tre fuggitivi

Tuttavia il Padre viveva nella costante preoccupazione per quelli rimasti nell’altra zona della Spagna. Le lettere di Isidoro, un po’ a causa della censura un po’ per non rattristare inutilmente il Padre, erano avare d’informazione. A Madrid Álvaro del Portillo, Vicente Rodríguez Casado ed Eduardo Alastrué, rifugiati nel Consolato dell’Honduras, speravano di uscire dalla zona repubblicana per via diplomatica, ma si accorgevano che più passavano i mesi, meno speranze avevano. Chiesero ad Isidoro, che fungeva da direttore, il permesso di scappare attraverso il fronte, come altri avevano tentato. Ma Isidoro, dopo aver considerato la cosa nella sua orazione davanti al Crocifisso, disse di no per due volte. Alla terza richiesta, facendo ancora orazione davanti al Crocifisso nella sua stanza di lavoro, Isidoro seppe che i tre fuggitivi sarebbero riusciti a passare nella zona nazionale il 12 ottobre e scrisse una lettera al Padre dicendogli che i tre sarebbero stati in sua compagnia il giorno della Madonna del Pilar.

Che si trattasse di un’impresa più che rischiosa era ben chiaro anche a loro, ma c’è in quest’avventura un’impressionante sequenza di interventi soprannaturali. Álvaro, Eduardo e José María si procurarono carte d’identità false e si presentarono separatamente all’ufficio di reclutamento dell’esercito repubblicano che dopo le ultime disfatte aveva mobilitato classi superiori e inferiori a quelle già sotto le armi. Perciò, oltre a dichiarare malattie varie per giustificare il ritardo, dovettero mentire spudoratamente riguardo all’età. Eduardo si presentò come una recluta del 1928, dichiarando sei anni in più di quelli che aveva. Álvaro aveva come documentazione soltanto una tessera della C.N.T. di suo fratello José. Il 2 luglio si presentò all’ufficio reclutamento e, pur avendo 24 anni, dichiarò di averne 18. Il comandante dell’arruolamento diede ordine di schedarlo e di inviarlo a un battaglione disciplinare.

Misterioso intervento soprannaturale

I tre dovettero superare visite mediche, disertavano e si iscrivevano in altri uffici di reclutamento per ottenere di essere inviati in zone del fronte da cui fosse più facile evadere e per essere destinati alla stessa compagnia. Il 24 agosto, festa di san Bartolomeo, Vicente e Álvaro salirono su autocarri militari con destinazione ignota, con la fiducia totalmente riposta nella Provvidenza: «dovunque ci portino, sarà certamente il punto migliore per attraversare il fronte», annotò Álvaro. Trascorsero gran parte del mese di settembre facendo addestramento a Fontanar, un paesino vicino a Guadalajara, dove un giorno fu assegnato anche Eduardo. Nonostante il fronte si snodasse per centinaia di chilometri, tutti e tre erano finiti nello stesso luogo.

Il 2 ottobre 1938 Álvaro ottenne il permesso di passare alcune ore a Madrid, dove incontrò Isidoro. Gli raccontò che entro pochi giorni sarebbero partiti per il fronte, al che Isidoro rispose con assoluta naturalezza:

«Sì. Ho già scritto al Padre che intorno alla festa della Madonna del Pilar arriverete a Burgos».

Il giorno 9, di buon mattino, partirono per il fronte. Tra le due linee di fuoco, quella nazionale e quella repubblicana, c’era un’ampia zona montagnosa, terra di nessuno percorribile più o meno in otto ore di marcia. Studiarono la posizione geografica delle linee e decisero di attraversarle il giorno dopo, 11 ottobre.

Nel frattempo don Josemaría aveva annunciato alla madre di Álvaro che suo figlio sarebbe giunto a metà ottobre, ma ai suoi figli rivelò la data precisa.

«Pregate che arrivino il giorno 12, festa della Madonna del Pilar».

Arrivò il 12 ottobre. A Pedro e Paco, che andavano all’ufficio militare, il Padre disse con gioia:

«Vi avviserò quando arriveranno».

Non arrivarono, quel giorno. Eppure il Padre era in uno stato d’animo allegro e scherzoso.

«State all’erta», diceva scherzando a Pedro e a Paco, «Vi avviserò in caserma quando saranno arrivati».

La sera del 14 ottobre i tre fuggiaschi si presentarono all’Hotel Sabadell.

«Sono arrivati, venite!», telefonò subito il Padre.

Con quale emozione ascoltarono il racconto della fuga. Erano scappati il giorno 11 di buon mattino sotto una pioggia torrenziale. Avevano camminato senza sosta su e giù per i monti, dormito in una grotta, ripresa la marcia al mattino dopo fino a che non videro un paese nella pianura e udirono il suono delle campane. Dei pastori li avevano informati che il paese era Cantalojas ed era nelle mani dei nazionali. I soldati li scambiarono per un’avanguardia repubblicana, ma presto l’equivoco fu chiarito. Parteciparono alla messa, resero le necessarie dichiarazioni e contattarono per telefono il padre di Vicente che era colonnello dell’esercito. Grazie alla sua garanzia riuscirono a non finire in un campo di concentramento.

Era stato il giorno della Madonna del Pilar, come il Padre e Isidoro, per qualche misterioso intervento soprannaturale, sapevano.

Verso Madrid

La vita a Burgos ormai pesava troppo, al Padre e a tutti. Ma in quel frangente gli avvenimenti precipitarono e si trattò la resa di Madrid.: «È vicino il giorno del ritorno nella nostra casa ed è necessario che pensiamo a riprendere le nostre attività di apostolato», scrisse in una lettera circolare ai suoi figli

Lunedì 27 marzo partì verso Madrid con un autocarro di approvvigionamento militare, seduto accanto al guidatore. La mattina del 28 marzo le truppe cominciarono a entrare in Madrid; tra i soldati c’era don Josemaría, in veste talare. La gente lo salutava con le lacrime agli occhi, era il primo sacerdote che vedevano dall’inizio della guerra e forse prima. Correvano a baciargli la mano ed egli tendeva loro un Crocifisso. Passò da via Ferraz, davanti alla Residenza di studenti che non era riuscito a inaugurare e che la guerra aveva distrutto, poi in via Caracas per abbracciare la madre e i fratelli, e vide subito Isidoro Zorzano e José María González Barredo, e poi Ricardo Fernández Vallespín e Álvaro del Portillo…

Il 29 marzo mattina andarono in via Ferraz. L’appartamento saccheggiato, le pareti crivellate, il pavimento sfondato e tra le macerie la pergamena con un testo evangelico che il Padre aveva fatto appendere: Mandatum novum do vobis: ut diligatis invicem, sicut dilexi vos, ut et vos diligatis invicem. In hoc cognoscent omnes quia discipuli mei estis, si dilectionem habueritis ad invicem (Gv 13, 34–35). «Per voi non ci saranno ostacoli insuperabili», aveva scritto nella Lettera Circolare, «soprattutto se vi sentite sempre uniti con una particolare Comunione dei Santi, a tutti coloro che compongono la vostra famiglia soprannaturale».

Andò subito anche a Santa Isabel, della quale era rettore. Seppe che il 20 luglio 1936, non appena scoppiata la guerra, i rivoluzionari l’avevano data alle fiamme: bruciarono il pavimento, i banchi e le pale d’altare, alcune di gran valore.

Ma l’incubo era finito e si poteva ricominciare a lavorare per la Chiesa. Ci sarebbero stati tanti cuori da consolare, tante ferite da rimarginare, dell’una e l’altra parte, perché quella era stata un’assurda guerra fratricida nella quale tutti avevano perso. Così disse il Padre per tutta la vita. Allargando le braccia ricordava di essere sacerdote di Cristo e che come Cristo voleva accogliere tutti, perché Cristo è l’unica soluzione vera.

Tratto da "Mia madre la Chiesa" di Michele Dolz, Edizioni San Paolo.