Partite di bocce: «Padre, questo è un imbroglio»

A partire dal 1965, monsignor Escrivá -trascorrendo il ferragosto fuori Roma, ma sempre in Italia- cominciò a praticare un altro sport a buon mercato, che non richiedeva particolari attrezzature: le bocce.

Relazioni biografiche

A partire dal 1965, san Josemaría cominciò a praticare un altro sport a buon mercato, che non richiedeva particolari attrezzature: le bocce

Escrivà non aveva avuto tempo nella sua vita per imparare altro sport che non fosse il camminare. In questo certamente avrebbe potuto eccellere. Per necessità, non per passione, aveva lasciato molte paia di suole sull'asfalto delle città, percorrendole da un capo all'altro, mentre svolgeva un apostolato ininterrotto, senza soldi per autobus e tram. Anche da uomo maturo, poteva camminare, se necessario, tre ore al mattino e altrettante al pomeriggio: ne aveva preso l’abitudine da giovanissimo. A Saragozza e a Madrid il suo lavoro sacerdotale lo faceva al ritmo dei propri passi. Quando era da poco ordinato, a Perdiguera, nell'ora della siesta usciva in aperta campagna, per fare la sua passeggiata o per insegnare il catechismo al figlio del sacrestano. Poi, nei suoi viaggi in Europa, dissodando il terreno dei Paesi dove doveva arrivare l'Opus Dei, cercava di percorrere le città a piedi. Era un modo per «auscultarle», non sulla carta geografica, ma dal vivo. Così poteva conoscerle e pregare per i loro abitanti.

Aveva, pertanto, le gambe muscolose e forti. Le braccia, invece, così magre e deboli che era difficile fargli una iniezione endovenosa senza toccare l'osso con l'ago.

A partire dal 1965, monsignor Escrivá -trascorrendo il ferragosto fuori Roma, ma sempre in Italia- cominciò a praticare un altro sport a buon mercato, che non richiedeva particolari attrezzature: le bocce. Per via della polvere, si cambiava da cima a fondo: si toglieva la tonaca e indossava un paio di pantaloni vecchi, una camicia usata e delle scarpe nere di tela.

Con le bocce non aveva molta fortuna. Ma erano partite a quattro, in coppia, e il gioco stimolava una blanda rivalità. Escrivà di solito faceva coppia con l'architetto Javier Cotelo -membro dell’Opera che durante i viaggi guidava la macchina- contro Àlvaro del Portillo e Javier Echevarría. Questo secondo tandem vinceva e stravinceva. Escrivà si divertiva a mettere qualche handicap a quei due vincitori nati. A volte, quando toccava a uno di loro lanciare la boccia, gli dava una spintarella per squilibrare il tiro.

«Non vale, Padre! Questo è un imbroglio!».

«Dai, Alvaro, anche questo fa parte del gioco...! Ma non dite di essere molto bravi? E allora qualche difficoltà la dovete pure avere...».

Altre volte, se qualche boccia della sua squadra non andava a punto, Escrivà la prendeva e, fingendo una magia, diceva furbescamente «Credevate che questa boccia stesse qui? Niente affatto. Sta… qui!». E, sfacciatamente, la collocava molto più vicino al pallino.

Erano scherzi per rendere più simpatico il momento di sport. Poi continuavano a giocare i due Javier. Escrivà e del Portillo seguivano la partita seduti al bordo del campo. Il Padre, come un autentico tifoso, incoraggiava e faceva il tifo per Cotelo, proprio perché era meno abile e perdeva quasi sempre. Le rare volte che gli capitava di vincere, Escrivà stuzzicava Echevarrìa:

«Come giochi male, Javi! Sei proprio una "schiappa"!».

«Prima di tirare ho invocato con forza l'angelo custode, perché il lancio mi venisse bene... Ma adesso mi rendo conto che è una scempiaggine coinvolgere l'angelo custode in un gioco che non ha nessuna importanza».

Un giorno, le due coppie stavano giocando da un po'. Rimaneva una sola boccia: quella di Escrivà. Con un po’di fortuna, avrebbe potuto raggiungere il punteggio massimo se solo fosse riuscito a collocarla accanto al pallino.

Escrivà la lanciò. Tra la sorpresa di tutti, a cominciare da lui , la boccia andò a baciare il pallino. Allora, con l'espressione di un ragazzino colto in flagrante, dichiarò immediatamente:

«Non lo faccio più... Questa volta è peggio dei soliti imbrogli. Debbo confessarvi quello che ho fatto?».

Gli altri tre lo guardavano con aria interrogativa. Escrivà a bassa voce, con un po' di vergogna, disse:

«Prima di tirare ho invocato con forza l'angelo custode, perché il lancio mi venisse bene... Ma adesso mi rendo conto che è una scempiaggine coinvolgere l'angelo custode in un gioco che non ha nessuna importanza».