I primi anni dell’Opus Dei, eBook sulla fondazione e la residenza DYA

È disponibile in formato digitale un volume sui primi anni dell’Opus Dei. Abbiamo intervistato le persone che hanno lavorato a questo testo, spinti dalla passione per la storia e per l’Opus Dei. A seguito dell’intervista un estratto del volume.

I primi anni dell’Opus Dei. La fondazione e la residenza DYA (1928-1939) è disponibile in formato digitale al prezzo di 2,99 €. Clicca per acquistarlo: Amazon  Google Books

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Intervista a José Luis González Gullón, autore; Vittorio Varvaro, traduttore; Cosimo di Fazio, curatore.

Per chi è stato pensato e scritto questo volume? Quanto tempo è durato il lavoro di documentazione per questo volume?

JOSÉ LUIS GONZÁLEZ GULLÓN. Direi che, in primo luogo, questo libro era una necessità personale. Sono un fedele dell’Opus Dei e uno storico professionista, e da anni avevo delle domande sulla fondazione dell’Opus Dei e il suo sviluppo iniziale. Mi sembra di aver trovato una risposta alle mie inquietudini.

Il libro può aiutare i fedeli, i cooperatori e gli amici dell’Opus Dei a capire meglio come san Josemaría ha diffuso il messaggio di santità dall’inizio della sua predicazione. In questo senso, penso alle nuove generazioni di giovani dell’Opus Dei in Italia, che possono imparare “da dove vengono”.

Il lavoro di documentazione e scrittura si è prolungato per ben cinque anni. Devo dire che mi sento fortunato per avere trascorso tante ore di ricerca nell'archivio della Prelatura dell’Opus Dei.

La Residenza Accademia DYA può considerarsi un archetipo per le residenze/accademie che sono nate dopo in tutto il mondo, o ha delle particolarità che non sono state riproposte? Quali sono i tratti imprescindibili delle residenze/accademie come DYA?

COSIMO DI FAZIO. Nella revisione del testo mi sono ritrovato in una realtà che, pur lontana nel tempo, mi ricordava l'esperienza della RUI, la residenza universitaria in cui negli anni sessanta ho abitato e dove ho conosciuto l’Opus Dei.

Gli aspetti fondamentali della vita di questi collegi si erano forgiati a DYA. Ne cito alcuni: lo spirito di libertà e l'acquisizione di una relativa responsabilità; la facilità di socializzazione, oggi imprescindibile in un mondo in cui prevale l’egoismo; la priorità dello studio e della formazione professionale, elemento fondamentale per una testimonianza cristiana nella società; la capacità di lavorare in gruppo senza sterili drammatizzazioni, e quindi capacità di collaborazione; apertura di orizzonti culturali (già nelle residenze degli anni sessanta comparivano studenti di diversi paesi).

Tutto questo era già in elaborazione nella Residenza Accademia DYA ed era dovuto al lavorio di san Josemaría per concretizzare quanto aveva visto nella fondazione dell'Opus Dei.

Da quello che avete potuto ricostruire, quali erano gli elementi che conquistavano la fiducia e gli interessi degli intellettuali e universitari che frequentavano o che vivevano alla DYA?

JOSÉ LUIS GONZÁLEZ GULLÓN. Ne sottolineerei uno: Josemaría Escrivá. Una personalità e una figura sacerdotale affascinante per i ragazzi e giovani professionisti che lo hanno conosciuto negli anni trenta del novecento. San Josemaría invitava a fare in modo che Dio fosse al centro della tua vita, ad avere un rapporto personale con Gesù Cristo.

Allo stesso tempo, faceva capire che il lavoro – lo studio per molti di quei giovani – era il cammino ordinario nel quale si fa la volontà di Dio e si serve agli altri. Infine, la proposta di apertura a tutte le persone, - in particolare a quelle che soffrono, sono deboli o pensano in modo diverso - apriva orizzonti nuovi agli occhi degli studenti.

Quale episodio documentato da questo volume potrebbe essere quello più simbolico per spiegare che cos'era DYA?

VITTORIO VARVARO. Quello che più mi ha colpito, in verità, non è un singolo episodio documentato in questo volume, ma il modo in cui san Josemaría ha concepito e attuato l’Accademia, poi Residenza DYA. Sapeva che stava lavorando a qualcosa voluta da Dio ed era logico che chiedesse lumi a Dio in lunghe ore di preghiera. Doveva essere, quello, un prototipo valido per tante altre istituzioni del genere che sarebbero sorte in seguito, e quindi doveva avere le caratteristiche di perfezione che man mano si andavano delineando: doveva essere un ambito in cui un gruppo di studenti universitari potesse crescere sul piano spirituale e su quello professionale in un clima di famiglia.

A me sembra che dalle pagine di questo libro emerga chiaramente che per fare cose valide bisogna soprattutto lavorare alle fondamenta, e che per fare questo occorre essere in grado di ascoltare e mettere in atto la volontà di Dio.

Posso dare la mia testimonianza. Era mezzogiorno del 30 novembre 1974. Quattro siciliani quarantenni siamo stati ricevuti da san Josemaría nel soggiorno della sede centrale dell’Opera a Roma. Ricordo che ci disse che lui si era sempre sforzato di essere un semplice esecutore della volontà di Dio: «Josemaría, questo è meglio metterlo qui, quest’altro spostalo da qui a lì.... Come si fa con le costruzioni dei bambini!». Che meraviglia! Ma a questa capacità di ascolto e dialogo non si arriva che con tanta preghiera.

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Estratto da“I primi anni dell’Opus Dei. La fondazione e la residenza DYA (1928-1939)”

“Il Padre accoglieva gli studenti affettuosamente. Francisco Botella ricordava che, quando Pedro Casciaro lo presentò a don Josemaría, venne accolto «come se mi conoscesse da sempre; conservo ancora nella mia memoria il suo sguardo profondo che mi penetrò nell’anima e la sua gioia che mi lasciò scosso riempiendomi di gioia e di pace. Ebbi l’impressione che mi conoscesse fin dentro, tutto con una naturalezza e una semplicità che mi sembrava di stare nella mia famiglia».

Di solito don Josemaría lasciava aperta la porta dell’ufficio del direttore, affinché gli studenti potessero parlargli senza difficoltà. Se la stanza della direzione era occupata da Ricardo, conversavano nella sala da pranzo. Con alcuni si incontrava ogni settimana; con altri, ogni tanto. A mo’ di aneddoto: per alcuni giorni il Padre offrì a residenti e amici delle caramelle che gli aveva regalato sua madre. Agli studenti che gli chiedevano la direzione spirituale Escrivá proponeva un piano di vita semplice. A Paco Botella, prima ancora che chiedesse l’ammissione all’Opera, suggerì «la comunione frequente, la lettura quotidiana del Vangelo e l’esercizio della presenza di Dio»; a Javier Lahuerta, invece tracciò su un foglio di carta il seguente programma quotidiano: «+ Orazione ¼ d’ora, la mattina. Rosario, tutti i giorni. Esame, sempre prima di andare a letto. Ogni giorno offrire una (solo una!) piccola mortificazione». Oltre al Vangelo e ai testi classici della letteratura cristiana, raccomandò la lettura di sue due pubblicazioni, Consideraciones espirituales e Santo Rosario”.

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