Giovanni | La vocazione: non un discorso teorico

“Vedere gente normale che puntava a fare tutte le piccole cose con il massimo amore possibile mi ha cambiato la vita”. Giovanni ha conosciuto l’Opus Dei in una residenza universitaria di Milano negli anni in cui studiava ingegneria. Sposato da quasi trent’anni con Xenia, hanno tre figli. In questa testimonianza racconta la sua esperienza.

Nel 1987 ricevetti dalla segreteria del Politecnico di Milano, dove mi ero iscritto, un elenco di pensionati universitari, tra cui Torrescalla. Dopo i colloqui di ammissione, mi trasferii lì da Torino. Fu in quella residenza che sentii parlare per la prima volta dell’Opus Dei.

Giovanni nel centralino della Residenza Universitaria Torrescalla.

La scoperta della chiamata universale alla santità, e che si può incontrare il Signore nelle piccole cose di ogni giorno, per me fu decisiva. Trovai finalmente ciò che cercavo fin dagli anni dell’oratorio. Dio non è riservato ai monasteri o collegato a gesti eroici, ma si trova nella vita ordinaria: nel lavoro, nella famiglia, nelle relazioni, nelle piccole cose.

Un momento di festa in Residenza.

Una vita di famiglia

I pasti condivisi, le chiacchierate, le partite di calcio, i festeggiamenti dei compleanni, delle lauree, gli incarichi in residenza, il volontariato, le gite fuori Milano, le attività estive, gli incontri con ospiti nei dopo cena in cui condividevano le loro esperienze professionali e di vita, le ore – ovviamente – trascorse in sala studio, le conversazioni con i sacerdoti… e la naturalezza con cui ci si aiutava: questo era la vita in residenza.

Non era solo un posto dove dormire, mangiare e studiare: era un ambiente che ti tirava fuori il meglio. Ho imparato che si può essere seri nello studio senza perdere il sorriso; che la vera amicizia passa dalle piccole cose; che il quotidiano è fatto di puntualità, ordine, attenzione agli altri, tantissime risate e buon umore, in un clima di serenità, amicizia vera e desiderio di crescere.

La vocazione: non un discorso teorico

I momenti più semplici della vita di famiglia rendevano concreto il messaggio di san Josemaría. La vocazione non è arrivata da un discorso teorico, ma dall’esempio quotidiano di persone che cercavano Dio senza apparire diverse, ma semplicemente autentiche. In quegli anni ho imparato ad apprezzare anche il lavoro nascosto delle persone dell’Amministrazione, che si occupavano della gestione dei servizi di base della residenza. Donne che mi hanno fatto da “mamma”, senza voler apparire o chiedere qualcosa in cambio, proprio come le buone madri. Vivere, inoltre, accanto a persone della mia età che affrontavano lo studio, il lavoro, gli impegni, l’amicizia e la preghiera in modo serio ma naturale mi ha aiutato a capire la mia strada. Vedere gente normale che puntava a fare ogni cosa: studiare, pulire un bagno, organizzare una gita, apparecchiare una tavola… con il massimo amore possibile, mi ha cambiato la vita.

Le soft skills prima delle soft skills

Oggi si parla molto di “soft skills”, ovvero di quelle competenze personali e relazionali che facilitano il lavoro e la vita quotidiana. La residenza, da questo punto di vista, è stata un training eccezionale. Condividere la giornata con una settantina di studenti e professionisti ti insegna concretamente a vivere situazioni diverse, a collaborare, a comunicare e a costruire relazioni solide.

Giovanni e i suoi amici durante una vacanza studio a Chicago.

A Torrescalla ho imparato che la professionalità non esclude la gentilezza, che la decisione non esclude l’ascolto, che la competenza cresce con l’umiltà. E ho sperimentato che il lavoro può diventare realmente un’opportunità di costruire qualcosa di bello per gli altri e per Dio.

Ho imparato a mettermi in gioco, ad assumermi responsabilità, ad affrontare progetti anche piuttosto impegnativi come l’organizzazione di una memorabile vacanza di lavoro negli Stati Uniti per una ventina di studenti: tre settimane a Chicago con vitto, alloggio, lezioni di inglese e due minivan a disposizione nei weekend, in cambio di alcune ore di lavoro al giorno (sistemammo il giardino di una residenza, ritinteggiammo il suo interno, ne riparammo gli infissi ed una scala di sicurezza esterna).

Nonostante l’assenza di internet e di messaggistica istantanea, in sei mesi riuscii a organizzare tutto, rispettando l’obiettivo di ridurre realmente al minimo la spesa per ognuno dei partecipanti. Ricordo ancora le risate, le sfide anche lavorative e soprattutto le amicizie che, dopo quarant’anni, sono ancora vive.

Riconoscersi figlio di Dio

Nell’Opera ho trovato un clima di fiducia, libertà, sostegno reciproco e amicizia vera: ciò che dovrebbe esserci in ogni famiglia. Non è un gruppo perfetto, come non lo è nessuna famiglia, ma è un ambiente in cui puoi essere te stesso e, allo stesso tempo, imparare a diventare migliore; un contesto dove si vuole bene con i fatti, non solo con le parole.

Quanto ho imparato e continuo a imparare mi porta a ringraziare spesso san Josemaría, il beato Álvaro e l’Opera, per avermi aiutato ad affrontare una vita ricca di momenti bellissimi, ma naturalmente anche di alcune difficoltà ed ostacoli da superare. Negli anni torrescalliani ho capito l’importanza della filiazione divina, la bellezza di affidarsi, riconoscendomi figlio di Dio, amato personalmente e continuamente da Lui. Questa consapevolezza dona gioia, libertà interiore e fiducia, e trasforma il modo di lavorare, di affrontare le difficoltà e di guardare le persone che il Signore mette sul mio cammino ogni giorno.