Commento al Vangelo: La Trasfigurazione

Vangelo e commento della 2ª Domenica del tempo di Quaresima (Ciclo B). «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Ognuno di noi desidera restare sempre in contemplazione gioiosa del volto glorioso di Dio. Siamo stati chiamati a questo: alla felicità eterna. Ma la strada per arrivarci passa dalla Croce.

Opus Dei - Commento al Vangelo: La Trasfigurazione

Vangelo (Mc 9, 2-10)

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


Commento

Il vangelo di Marco pone questa scena in un momento delicato per gli apostoli. Poco prima, Gesù aveva detto loro con estrema crudezza: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8, 34-35). Lo sconcerto e la paura dei discepoli, davanti a un avvertimento così grave, è pienamente comprensibile. Per questo, adesso, vuole alimentare la loro speranza, manifestandosi nella gloria a Pietro, Giacomo e Giovanni. Sale su un alto monte, accompagnato sino a un certo punto dai tre discepoli, come Mosè che salì sul monte Sinai accompagnato da Aronne, Nadab e Abihù, che erano seguiti dagli anziani del popolo (Es 24, 9). Questi stessi tre apostoli saranno quelli che chiamerà nel Getsemani per stargli più vicino, mentre gli altri restavano più distanti dal luogo in cui Gesù pregava in agonia (Mc 14, 33). Le due scene, quella dello splendore glorioso e quella dell’angosciosa sofferenza nella quale Pietro, Giacomo e Giovanni gli stanno vicino, sono in contrasto tra di loro, però, rimangono inseparabilmente unite. Non c’è gloria senza la croce.

Elia e Mosè, che avevano contemplato la gloria di Dio e ricevuto la rivelazione rispettivamente sul monte Nebo e sul Sinai (cfr. 1 Re 19, 8 e Es 24, 15-16), stavano assieme a Gesù su questo alto monte, quando «fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche» (vv. 2-3). Ora, contemplano la gloria e parlano con colui che è la rivelazione di Dio in persona.

Pietro non riesce a contenere la sua gioia ed esclama: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (v. 5). La sua richiesta esprime il desiderio del cuore umano di restare sempre in contemplazione gioiosa della gloria di Dio, perchè siamo stati chiamati proprio a questo, a essere felici. Con questa stessa emozione, san Josemaría esclamava facendo orazione, mentre predicava: “Gesù: vederti, parlarti! Rimanere così, a contemplarti, inabissato nella immensità della tua bellezza, senza interrompere mai, mai, questa contemplazione! Oh, Gesù, magari ti vedessi! Magari ti vedessi per rimanere ferito d’amore per Te!”.[1]

Dalla nuvola luminosa che li avvolge si sentono alcune significative parole: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!» (v. 7). L’ espressione “mio Figlio, l’Amato”, è una eco di quella con la quale Dio si rivolge ad Abramo per chiedergli di sacrificare suo figlio Isacco: prendi “tuo figlio, che ami” (Gn 22,2). Così, si stabilisce un parallelo tra la scena drammatica della Genesi, nella quale Abramo è disposto a sacrificare Isacco, che lo accompagna senza alcuna resistenza, e il dramma che si consumò sul Calvario, dove Dio Padre ha offerto suo Figlio nel sacrificio, assunto volontariamente, per la redenzione del genere umano.

Inoltre, quell’aggiunta “ascoltatelo”, è una chiara risonanza delle parole che il Signore rivolge a Mosè nel Deuteronomio: ”Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto “ (Dt 18,15). Gesù, il Figlio che suo padre Dio ha consegnato alla morte, è proprio quel profeta, pari a Mosè, a cui si deve dare ascolto.

“Da questo episodio della Trasfigurazione vorrei cogliere due elementi significativi, –diceva Papa Francesco–, che sintetizzo in due parole: salita e discesa. Noi abbiamo bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Questo facciamo nella preghiera. Ma non possiamo rimanere lì! L’incontro con Dio nella preghiera ci spinge nuovamente a “scendere dalla montagna” e ritornare in basso, nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale. A questi nostri fratelli che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell’esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo la grazia ricevuta ”[2].

Francisco Varo


[1] San Josemaría, Crescere al di dentro, p. 105 (AGP, Biblioteca, P 12); meditazione intitolata “E pluribus unum”, del 4-VI-1937, § 1. Citata in Santo Rosario. Edición critico-histórica, commento al 4º mistero della luce.

[2] Papa Francesco, Angelus 16 marzo 2014.