Nel deserto

In questi giorni così particolari, così pieni di preoccupazioni e pensieri, vi proponiamo alcuni consigli di don Andrea Mardegan con qualche spunto su come non tralasciare la nostra vita spirituale anche in casi di emergenza.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Nel deserto

Scrivo da Milano dove abito. Non esco di casa da vari giorni come ormai tantissimi in tutta Italia. Nella scuola dove lavoro non ci sono lezioni dal 24 febbraio scorso. Stiamo vivendo un esperienza del tutto nuova. Innanzitutto il virus che si diffonde, i morti che aumentano, gli ospedali in affanno, medici, infermieri e personale sanitario sottoposti a ritmi di lavoro e stress emotivi massacranti: soffrono di non poter dare tutti l’assistenza dovuta, e spesso si infettano a loro volta.

Il Papa affida il suo popolo a Maria Madre del Divino Amore

Chiuse le scuole e le università e, da questa mattina 12 marzo, anche tante altre attività che favoriscono la vita sociale: negozi, bar, ristoranti. Anche tanti settori professionali chiusi o cambiata la loro consuetudine con il lavoro da casa. Eventi, conferenze e fiere rimandati. Attività sportive sospese. Le crisi economiche già in atto o previste per il futuro. A questo si unisce la sofferenza di molti fedeli per l’impossibilità di partecipare alle Messe festive e feriali o altre funzioni religiose con concorso di fedeli, e la preoccupazione di famiglie con persone malate o a rischio.

Il Papa affida il suo popolo a Maria Madre del Divino Amore, L’arcivescovo di Milano, mons. Delpini, invoca tra le guglie del Duomo la Madonnina e le consegna tutta la società sofferente. La vita quotidiana di persone, famiglie e istituzioni é cambiata e percorre strade di fatica. La gente chiede a me come ad altri sacerdoti una parola di conforto, consigli e orientamenti su come vivere da cristiani questo periodo. Provo a dare degli spunti, sapendo che tante parole sagge e sante sono rivolte continuamente ai fedeli da parte dei loro pastori.

Una parola di conforto: guardiamo alla famiglia di Gesù

Guardiamo Gesù e la sua famiglia di Nazaret. Il Verbo di Dio si è incarnato nella storia e l’ha accolta in pieno con tutte le sue vicende complesse. Ci da esempio di obbedienza alla storia umana e anche alle autorità che in quel tempo la guidano. Giuseppe e Maria hanno dovuto spostarsi a Betlemme per il censimento di Cesare Augusto, che probabilmente urtava le loro idee e progetti.

Hanno dovuto fuggire in Egitto perché Erode cercava il bambino per ucciderlo. Obbediscono alle disposizioni della legge religiosa del loro popolo: circoncidono Gesù dopo otto giorni, lo presentano al tempio come primogenito dopo quaranta giorni; vanno a Gerusalemme tutti gli anni, anche se non vi erano strettamente tenuti, data la distanza da Nazaret di più di un giorno di cammino, per la Pasqua. Gesù adulto, quando nel suo cammino verso Gerusalemme incontra dieci lebbrosi non li guarisce subito (Lc 17,12 sg), ma dice loro di andare dai sacerdoti che, secondo il libro del Levitico, erano coloro che dovevano certificare la lebbra o la guarigione dalla lebbra, e solo mentre vanno dai sacerdoti, mentre compiono la legge, si vedono guariti. Anche nell'avvenimento della sua morte e risurrezione Gesù si lascia catturare e condannare alla morte di croce da tutte le autorità, civili e religiose, del suo tempo e luogo.

Tutti gli eventi della storia umana in cui Gesù è immerso, costituiscono la trama stessa della storia della redenzione che Gesù è venuto a compiere. Anche la malattia fa parte della storia in cui Gesù è entrato con l’Incarnazione. Nella sua vita pubblica guarisce molte malattie per dirci la sua benevolenza e che è giunto a noi il regno di Dio, che però non ha come fine l’abolizione delle malattie, o delle povertà, ma il cambiamento dei nostri cuori chiamati a vivere una vita nuova in Cristo.

Tutti gli eventi della storia umana costituiscono la trama stessa della storia della redenzione che Gesù è venuto a compiere

Alla fine dei tempi, “quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” e davanti a lui compariranno tutti i popoli, e lui li separerà alla sua destra e alla sua sinistra, “allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché (…) ero malato e mi avete visitato”. Dunque la malattia non sarà mai debellata del tutto prima della fine della storia, ma sarà sempre occasione di visita, di cura, di prevenzione, di precauzione per evitare contagi, di elaborazione di dati nei laboratori medici. Tutto ciò e molto altro sta dentro a quelle parole di Gesù: “ero malato e mi avete visitato” e merita il premio eterno del re della Gloria. La malattia, entrata nel mondo dopo il peccato originale, è dunque lasciata nel mondo dal Redentore, insieme a fame, sete, povertà, prigionia, esilio, carestie, catastrofi naturali, e ogni altra prova, come occasioni per vivere il nostro essere Cristo per gli altri, nella carità.

Crediamo che Gesù è il Signore della storia e il re dell’universo. E che lasciando alla storia umana ogni sorta di calamità, chiede a noi cristiani e ogni uomo di buona volontà di operare sempre, e in particolare nelle situazioni di crisi, per diffondere il bene, personale e comune. Questo bene sarà sempre fragile perché siamo in un universo in stato di via, ma siamo chiamati a operare sempre e comunque per amare i nostri fratelli come lui ci ha amato, con opere e verità, dando la vita se necessario, e proprio da questo capiranno che siamo suoi discepoli e quindi, al vedere la nostra testimonianza, si diffonderà la buona novella il tutto il mondo e presso tutti i popoli, a cui ci ha inviato Cristo prima di salire al cielo. Gesù è il Signore della Storia e con la sua Provvidenza infinita è in grado di orientare al bene ogni cosa. Ci mettiamo a sua disposizione perché si realizzi l’affermazione di san Paolo: “tutto concorre al bene”, che san Josemaría citava con le parole: “omnia in bonum!”, espressione della sua fede piena di ottimismo da figlio di Dio.

Nell'obbedire alle autorità civili e alle autorità della Chiesa viviamo una carità sublime

Ci è prestata dunque dalla storia del mondo, che è sempre intrecciata alla storia della salvezza, un’occasione nuova di vivere come Cristo oggi, in questa pandemia. Penso che nella priorità, condivisa dalla stragrande maggioranza degli italiani, della salute e della cura di ciascuno, prioritaria rispetto a qualunque altro obbiettivo umano (economico, sportivo, didattico, sociale…) possiamo ravvisare il radicamento profondo, anche in chi non è credente, di quel messaggio evangelico, "ero malato e siete venuti a visitarmi”, che è diventato cultura diffusa, e si manifesta anche con leggi e decreti.

Ravvisiamo anche il radicamento vissuto della virtù della solidarietà verso fratelli e sorelle: evitiamo a loro in primo luogo il possibile contagio attivo o passivo; aiutiamo come possibile quelli che soffrono, o che sono soli. Curiamo i malati e ci facciamo vivi, telefoniamo, facciamo la spesa per chi non può, aiutiamo le mamme con bambini piccoli a casa, facciamo studiare gli studenti, rallegriamo gli scoraggiati, sosteniamo gli anziani, confortiamo chi ha perso persone care. Nell'obbedire alle autorità civili e alle autorità della Chiesa, per evitare che il male si diffonda viviamo una carità sublime nei confronti del prossimo, dei nostri familiari, di noi stessi, della società più globalizzata e più interconnessa di quello che pensavamo, come Papa Francesco, nella Laudato si’, aveva insegnato.

Nell'inventarci modi di trasformare l’occasione in opportunità per parlarsi di più, con i social, o in famiglia, e di ragionare su temi meno superficiali e più decisivi per il destino dell’uomo. Occasione di tralasciare critiche inutili e dannose, e di darci una mano. Anche nella dimensione formativa della vita cristiana: se vengono meno occasioni di incontro organizzate, ci muoveremo di più con iniziativa e ingegno, con spirito costruttivo. Come si mossero i primi cristiani? O i primi laici che evangelizzarono la Corea dove i preti non poterono entrare per molto tempo? Parliamo con i nostri amici, seguendo il consiglio di Gesù: “fra te e lui solo”. Se è non è possibile o prudente accedere ai sacramenti, sappiamo che Gesù può donarci la sua grazia anche al di fuori di questi mezzi ordinari. Possiamo finalmente comprendere la situazione di tante zone del mondo, come i villaggi delle Ande o dell’Amazzonia, dove il prete può arrivare solo ogni tanto.

La Santa Messa domenicale: fiducia nella Chiesa

Siamo tranquilli rispetto al precetto domenicale: la stessa autorità della Chiesa che lo ha stabilito nel concilio Lateranense IV del 1215, può, ogni volta che lo ritiene utile o necessario, dispensare i fedeli dalla partecipazione alla Messa come da qualunque altro precetto di origine ecclesiastica.

Se non è prudente uscire per vistare l’Eucaristia e adorarla, lo facciamo da lontano

Questo lo può fare anche il singolo parroco in tempi normali, a maggior ragione il Vescovo in tempi di calamità naturale o sanitaria. Ci dà gioia appartenere a una Chiesa che non é clericale, ma vive in pieno la cittadinanza con la mentalità laicale che tanto amava e insegnava san Josemaría, una Chiesa che non pretende di mettersi a discettare su materie che sono campo della scienza umana e del governo civile, ma che obbedisce alle autorità preposte, “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, secondo l’insegnamento dei tempi apostolici: “Vivete sottomessi ad ogni umana autorità per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come inviati da lui” (1 Pt 2, 13-14), in ciò che l’autorità civile comanda e che non va contro la fede né contro la morale, anzi in questo caso ci orienta a vivere più pienamente la fede, la carità e la morale del collaborare per il bene comune, oggi in grande pericolo. Possiamo pregare singolarmente e uniti in famiglia.

accettiamo questi giorni di deserto inaspettato e scopriamo questo deserto come luogo dove riscoprirci fratelli

Se non è prudente uscire per vistare l’Eucaristia e adorarla, lo facciamo da lontano, andando con il pensiero al tabernacolo più vicino, scorgendo un campanile dalla finestra o quando ascoltiamo il suono delle campane. La comunione spirituale accende il desiderio di ricevere l’Eucaristia e Gesù risponde al nostro desiderio venendo ad abitarci con la sua grazia. Abbiamo più tempo per studiare e prepararci ad una catechesi personalizzata, che in questi giorni faremo per telefono, o con i vari social. Ci inventeremo modi nuovi per divenire protagonisti positivi dell’evangelizzazione e della costruzione di una nuova epoca.

Abbiamo cominciato la quaresima contemplando Gesù condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo, e per vincerlo. Siamo stati condotti nel deserto del coronavirus: accettiamo questi quaranta giorni o più di deserto inaspettato, di assenza, di vuoto, di incertezza, e scopriamo questo deserto come luogo dove riscoprirci fratelli dei nostri fratelli, non isolati da loro, ma più solidali di prima in tutto. Abbiamo perso forse sicurezze, certezze, programmi, corse, previsioni. Possiamo guadagnare tanto altro: fiducia in Dio, gusto del tempo passato insieme, libertà di rispondere a Dio in modo nuovo, liberazione dagli assilli. Sosteniamo medici, infermieri e autorità con la nostra preghiera, con la vicinanza del cuore, l’elemosina generosa, l’obbedienza scrupolosa a tutti i loro appelli, che è la carità prioritaria in questo momento.

Sogniamo il futuro pieni di speranza

Ci riscopriremo affamati di Dio, contenti di ciò che davamo per scontato e che scopriamo essere un dono. Assetati di comunione con gli altri, desiderosi di riavvicinarci ai luoghi della nostra socialità solo quando sarà possibile senza pericolo, protagonisti responsabili della nostra storia. Impariamo dagli eroi della normalità, che si stanno già vedendo all’opera. Mettiamo in gioco la nostra libertà costruttiva, la nostra voglia di amare. Comprendiamo che la vita non è nostra, che siamo nelle mani di Dio. Usiamo bene il tempo, studiamo e progettiamo, riscoprendo amicizie e rapporti antichi e nuovi.

Sogniamo il futuro pieni di speranza. Mettiamo le basi per ripartire. Suggeriamo e segnaliamo a chi ha autorità ciò che può aiutare, ma soprattutto rimbocchiamoci le maniche e riscopriamo il gusto di costruire, lavoro, studio, gioco, relazioni, amicizia e futuro. Gli eventi della vita sono improvvisamente rallentati e può succedere che passi la voglia di sentirsi. Invece possiamo riannodare relazioni su basi più profonde: abbiamo meno dettagli futili da raccontare, meno pettegolezzi: raccontiamo chi siamo davvero e come stiamo vivendo questo tempo. E’ un’occasione per chiederci: cosa chiedi a me Dio Spirito Santo portandomi come Gesù in questo deserto, in questa situazione così nuova, cosi sconvolgente le mie abitudini anche mentali: dove mi vuoi far giungere? A vivere una vita veramente nuova in Cristo con abitudini nuove e capacità che non sapevo di avere? Usciremo da questa prova, con l’aiuto di Dio, con la fede rafforzata, liberata da abitudini ed esteriorità.

E in questa notte della fede, la fede può crescere e uscirne purificata

San Giovanni Paolo II applicava la categoria di “notte oscura” della fede, di cui parla san Giovanni della Croce, alle vicende della storia umana: “Sofferenze fisiche, morali o spirituali, come la malattia, la piaga della fame, la guerra, l’ingiustizia, la solitudine, la mancanza del senso della vita, la stessa fragilità della esistenza umana, la coscienza dolorosa del peccato, la apparente assenza di Dio, sono per il credente una esperienza purificatrice che potrebbe chiamarsi notte oscura.” (lettera Mistero della fede, 14-12-1990, n.14).

E in questa notte della fede, la fede può crescere e uscirne purificata. Invochiamo Dio attraverso l’intercessione di san Josemaría che passò vari mesi senza messa recluso nella legazione di Honduras e seppe addirittura trasformare la guerra civile di Spagna in una occasione di crescita nella vita spirituale e nell’apostolato. Con dolore per i defunti e solidarietà per tutti coloro che sono particolarmente feriti dall’emergenza, con la scoperta di poter vivere in famiglia momenti inaspettati di comunione e di serenità, e confortando invece le famiglie che sono allo stremo, condividendo idee nuove per la solidarietà. Con la speranza che gli angeli arrivino a servirci come Gesù, alla fine dei quaranta giorni di deserto, e che la Madonna della salute, temporale ed eterna, ci protegga e ci benedica sempre.

di don Andrea Mardegan