La visione di san Josemaría di una Business School

Mons. Mariano Fazio, vicario ausiliare dell’Opus Dei, ripercorre la visione di san Josemaría sulle business school: istituzioni chiamate a coniugare l’eccellenza professionale, la dottrina sociale della Chiesa e la santificazione del lavoro, mettendo la persona al centro e con un profondo spirito di servizio.

Indice 

Testimonianze storiche su san Josemaría

Per stabilire quale fosse la visione di san Josemaría riguardo a una scuola di direzione aziendale e di management, è indispensabile fare riferimento alle testimonianze storiche. Una di esse ci viene fornita da Francisco Ponz Piedrafita, che in seguito sarebbe diventato rettore dell’Università di Navarra. Don Francisco racconta che “verso la fine degli anni Quaranta, durante i suoi viaggi a Barcellona, dove io mi trovavo, il beato Josemaría Escrivá de Balaguer ebbe occasione di parlare dell’interesse apostolico di migliorare la formazione e la vita cristiana di tante persone che in Catalogna si occupavano della direzione di imprese di ogni tipo, di iniziativa privata, familiare o sociale. Metteva in evidenza la rilevanza spirituale e sociale che avrebbe avuto il fatto che quanti erano responsabili della promozione, della direzione e dello sviluppo di imprese fossero cristiani esemplari e agissero in tutto conformemente alla propria fede, con buon criterio professionale e cristiano, secondo gli insegnamenti e i principi morali della Chiesa, con spirito di servizio verso i propri dipendenti e operai e verso la società in generale, senza lasciarsi trascinare da ambizioni puramente umane, dal semplice desiderio di un arricchimento materiale”[1].

È interessante constatare come, fin dall’inizio, san Josemaría si rendesse conto dell’importanza di formare imprenditori – uomini e donne – come professionisti ben preparati e cristiani coerenti, perché da ciò sarebbe derivato un grande bene per il resto della società.

Il fondatore dell’Opus Dei era un «uomo di desideri», che cercava di fare in modo che i suoi sogni diventassero realtà. Dopo alcuni anni, ritenne che fosse giunto il momento di avviare un’iniziativa di questo tipo nell’ambito imprenditoriale. Il professor Antonio Valero, uno dei pionieri dello IESE,[2] racconta quanto segue: “Nell’estate del 1956 o del 1957 mi chiesero, dalla Vicaria Regionale [sic] di Spagna dell’Opus Dei, in modo molto informale, se fossi disposto ad accettare l’incarico di pensare a qualcosa di apostolico ed educativo nell’ambito dell’impresa, delle imprese. La richiesta fu proprio così, breve e concisa, e risposi di sì con la stessa brevità”.[3] Nonostante la concisione delle indicazioni ricevute, vi era già l’essenziale: una scuola di direzione aziendale promossa da persone dell’Opus Dei doveva possedere una dimensione educativa, di formazione tecnica e professionale e, indissolubilmente unita a essa, una dimensione apostolica.

In occasione del 50º anniversario dello IESE, Javier Echevarría, allora prelato dell’Opus Dei e gran cancelliere dell’Università di Navarra, affermava che, nel promuovere la creazione dello IESE, san Josemaría intravedeva già lo sviluppo che, con il tempo, avrebbe raggiunto un’istituzione di alto livello professionale, dedicata alla formazione e al perfezionamento di imprenditori e dirigenti, che includesse, al centro della propria missione, un chiaro desiderio di servizio e la volontà di dare al lavoro un orientamento pienamente cristiano e, pertanto, autenticamente umano.[4]

Dopo alcuni anni di attività, san Josemaría visitò lo IESE nel novembre del 1972. Si conserva la registrazione dell’incontro, al quale partecipò un buon numero di persone legate alla scuola di direzione aziendale. In quell’occasione, prendendo posizione contro una certa mentalità poco secolare, secondo la quale le attività economiche e commerciali sarebbero state incompatibili con una vita autenticamente cristiana – forse per la tendenza a presentare la vita religiosa come modello di santità –, volle leggere diversi passi del Vangelo nei quali emerge l’apprezzamento del Signore per questo tipo di attività. Vale la pena citarlo diffusamente:

“È di san Luca, al capitolo 19. C’era un uomo potente che doveva partire. Distribuisce il suo denaro tra i servi perché lo amministrino. A uno ne dà una parte, a un altro un’altra… Quando ritorna e constata che uno di loro non ha fatto fruttare il capitale, gli dice: Perché non hai messo il mio denaro in banca, perché io, al mio ritorno, potessi ritirarlo con gli interessi? Non è forse un affare? Un affare modesto, di quelli che vi piacciono meno, ma è pur sempre un affare. Il Signore lo loda. Anch’io non posso fare altro che lodarvi.

San Matteo riporta ancora un’altra parabola: quella della rete a strascico. Qui le cose vanno così così, perché nella rete finiscono pesci buoni, pesci cattivi… Devono pazientare. Trascinano la rete a riva: prendono i buoni e li mettono nelle ceste. E i cattivi… fuori! È un affare, ma non quello che si aspettavano.

A volte nei nostri affari ci sono molte difficoltà. Nel Vangelo di san Matteo ci viene ricordato il seminatore che semina buon seme… Arriva il nemico, l’avversario, e vi semina la zizzania. Che cosa fa? Ha pazienza: lasciamo tutto lì e non tocchiamo nulla; arriverà il momento. E giunge il tempo opportuno e miete tutto… E ha fatto un affare. Ha superato la difficoltà.

Domani, nella Santa Messa [...] chiederò al Signore di benedirvi; di darvi la serenità del padrone del campo, quando gli seminano la zizzania [...], perché il Signore vi dia la decisione di comprare il campo nel quale si trova il tesoro; vi dia la spinta necessaria per andare alla ricerca della perla preziosissima [...]. Figli miei, i vostri affari sono inseriti nel Vangelo. Il Signore vi guarda con affetto [...]. Anch’io guardo tutti voi con un affetto particolare. Vi ho lodato con parole di Gesù Cristo, parole che sottoscrivo, perché sono un suo sacerdote”.

Dottrina sociale e spirito dell’Opus Dei

San Josemaría ha sempre considerato essenziale, per la formazione dei cristiani, un’adeguata conoscenza della dottrina sociale della Chiesa. Arrivava persino ad auspicare che nella catechesi iniziale della fede cristiana fossero inclusi i principi fondamentali della morale sociale. Ovviamente, la necessità di una buona formazione in questo ambito è ancora più urgente per coloro che hanno particolari responsabilità sociali, tra i quali gli uomini e le donne d’impresa. Per questo desiderava che l’insegnamento in una scuola di direzione aziendale fosse permeato dalla dottrina sociale.

La dottrina sociale della Chiesa fornisce i principi fondamentali per costruire una società secondo il progetto di Dio per il mondo.[5] Certo, esistono innumerevoli problemi di carattere tecnico che possono essere affrontati in modi molto diversi e nei quali deve regnare la libertà responsabile di ogni cittadino professionalmente preparato. In una lettera pubblicata nel 1966 affermava che “la dottrina cattolica non impone soluzioni concrete, tecniche, ai problemi temporali; ma vi chiede di avere sensibilità di fronte a questi problemi umani e senso di responsabilità per affrontarli e dare loro una soluzione cristiana”.[6]

San Josemaría era profondamente innamorato della libertà. Innumerevoli volte fece riferimento “alla libertà personale che i laici hanno per prendere, alla luce dei princìpi enunciati dal Magistero della Chiesa, le decisioni concrete, teoriche o pratiche, che ciascuno reputi in coscienza più opportune e più confacenti alle proprie convinzioni e inclinazioni: per esempio, per quanto riguarda le diverse opinioni filosofiche, di scienza economica o di politica”.[7]

Nel caso di scuole promosse da persone dell’Opus Dei, accanto alla dottrina sociale appena menzionata, anche la santificazione del lavoro, elemento centrale dello spirito dell’Opus Dei, avrebbe dovuto ispirare tutta la loro attività. La chiamata alla santità è universale e Dio cerca la maggior parte delle persone nel mezzo del proprio lavoro professionale. Per questo san Josemaría si aspettava che nelle scuole di direzione aziendale si lavorasse con eccellenza professionale, rettitudine d’intenzione e spirito di servizio, condizioni indispensabili per santificare il lavoro.

Centralità della persona e impresa come comunità di persone

Uno dei principi guida della dottrina sociale della Chiesa è la centralità della persona umana. Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa afferma con chiarezza:

“Tutta la vita sociale è espressione della sua inconfondibile protagonista: la persona umana. Di questa consapevolezza la Chiesa ha saputo più volte e in molti modi farsi interprete autorevole, riconoscendo e affermando la centralità della persona umana in ogni ambito e manifestazione della socialità: «La società umana è oggetto dell'insegnamento sociale della Chiesa, dal momento che essa non si trova né al di fuori né al di sopra degli uomini socialmente uniti, ma esiste esclusivamente in essi e, quindi, per essi». Questo importante riconoscimento trova espressione nell'affermazione che «lungi dall'essere l'oggetto e un elemento passivo della vita sociale», l'uomo «ne è invece, e deve esserne e rimanerne, il soggetto, il fondamento e il fine». Da lui pertanto ha origine la vita sociale, la quale non può rinunciare a riconoscerlo suo soggetto attivo e responsabile e a lui ogni modalità espressiva della società deve essere finalizzata”[8].

Una delle espressioni della società è la sua dimensione economica, il che implica che l’economia debba essere sempre orientata al bene integrale della persona umana e che, quando questa è coinvolta in un processo economico, debba essere sempre trattata come un fine in sé, nel rispetto della sua dignità, e mai come un mezzo. Pertanto, è contraria alla dottrina cristiana e alla stessa etica naturale la teoria dell’economicismo, che riduce l’intera esistenza alla sua dimensione materiale. Tale teoria è condivisa sia dal capitalismo delle origini, che identifica la società con il mercato, sia dal marxismo, che fa derivare tutte le sovrastrutture sociali dalla struttura economica della società.

A sua volta, il Compendio sviluppa una visione dell’impresa secondo una prospettiva personalista:

L'impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune della società mediante la produzione di beni e servizi utili. Cercando di produrre beni e servizi in una logica di efficienza e di soddisfacimento degli interessi dei diversi soggetti implicati, essa crea ricchezza per tutta la società: non solo per i proprietari, ma anche per gli altri soggetti interessati alla sua attività. Oltre a tale funzione tipicamente economica, l'impresa svolge anche una funzione sociale, creando opportunità d'incontro, di collaborazione, di valorizzazione delle capacità delle persone coinvolte. Nell'impresa, pertanto, la dimensione economica è condizione per il raggiungimento di obiettivi non solo economici, ma anche sociali e morali, da perseguire congiuntamente”[9].

Ogni impresa economicamente sana dovrebbe generare profitti. I numeri saranno sempre fondamentali in qualsiasi attività economica. Allo stesso tempo, dietro i risultati economici dobbiamo vedere le persone uniche e irripetibili che hanno contribuito a quei risultati, in qualità di proprietari, azionisti, dipendenti, clienti, consumatori, ecc. La logica esclusivamente numerica rischia di condurre alla disumanizzazione.

Alcuni anni fa san Giovanni Paolo II insegnava: “La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda: quando un'azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il profitto non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza economica dell'azienda. Scopo dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società. Il profitto è un regolatore della vita dell'azienda, ma non è l'unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell'impresa”.[10]

I numeri e le statistiche aiutano a comprendere alcuni aspetti della realtà, ma non dicono tutto. Facciamo un esempio letterario. Nel romanzo Tempi difficili, Dickens ci presenta un dialogo in una scuola di una città mineraria inglese nel pieno della rivoluzione industriale. Lo scopo dello scrittore è mostrare al lettore la mancanza di sensibilità umana di cui soffrono le società quando sono governate esclusivamente dai risultati economici o da ciò che gli inglesi chiamano matters of fact, i freddi fatti, spogliati di un contesto che li umanizzi e dia loro significato.

Il maestro della scuola, un positivista convinto, si rivolge a un gruppo di giovani studenti: “Guardate: supponete che questa scuola sia la nazione e che in questa nazione vi siano cinquanta milioni in denaro. È o non è una nazione prospera?”. La domanda è rivolta all’alunna numero venti – tutti i bambini sono numerati –, che risponde di avere in realtà dei dubbi, perché non sa nelle mani di chi si trovi il denaro né se una parte di esso spetti a lei.

Il professore presenta allora il problema in un altro modo: “L’aula di questa scuola è una città immensa in cui vive un milione di abitanti, e di questo milione di abitanti soltanto venticinque muoiono di fame per strada ogni anno. Che cosa ve ne pare di questa proporzione?”. La stessa bambina risponde che “per quelli che morivano di fame era lo stesso che la città avesse un milione o un milione di milioni di abitanti”.

Questo difficile dialogo tra chi si attiene soltanto alle statistiche e chi invece guarda alla singola persona si conclude con questa perla: il professore domanda quale percentuale rappresentino cinquecento persone annegate su centomila che, nel corso di un anno, si erano imbarcate per una traversata marittima. La bambina risponde: “Non rappresenta nessuna percentuale per i parenti e gli amici di coloro che sono morti”.[11]

Giovanni Paolo II si chiedeva se, dopo la caduta dei regimi comunisti, il sistema economico da adottare dovesse essere il capitalismo. Ancora una volta, spiegava come la riduzione economicistica non costituisse una risposta adeguata in vista della costruzione di una società rispettosa della dignità umana. Il santo polacco affermava:

“La risposta è ovviamente complessa. Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d'impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”.[12]

Giustizia e carità

Quali conseguenze comporta la centralità della persona nella vita di un’impresa e, di conseguenza, negli insegnamenti che una scuola di direzione aziendale di identità cristiana si propone di trasmettere agli imprenditori e ai professionisti che vi si formano? In primo luogo: nelle relazioni interpersonali, sia all’interno dell’impresa sia nei suoi rapporti con la società, si deve rispettare la giustizia nella sua accezione classica di «dare a ciascuno il suo». Ciò significa salari giusti, prodotti di qualità, pubblicità veritiera, operazioni finanziarie legali, prezzi ragionevoli e un lungo elenco che ciascuno di voi potrà completare.

San Josemaría era avvocato e possedeva una mentalità giuridica e un grande amore per la giustizia. “Non si ama la giustizia — scriveva in un’omelia dedicata a san Giuseppe —, se non si desidera di vederla compiuta in favore degli altri. Nemmeno è lecito chiudersi in una religiosità comoda, che dimentica i bisogni del prossimo. Chi desidera essere giusto agli occhi di Dio, si sforza di promuovere concretamente la giustizia tra gli uomini. E non soltanto per il buon motivo di non occasionare ingiuria al nome di Dio, ma anche perché essere cristiani significa fare proprie tutte le nobili aspirazioni umane. Parafrasando una nota frase dell'apostolo Giovanni (cfr 1 Gv 4, 20), si può dire che chi afferma d'essere giusto con Dio, ma non lo è con gli uomini, è menzognero, e la verità non dimora in lui”.[13]

Nel rispetto del legittimo pluralismo che esiste quando occorre individuare le soluzioni tecniche per affrontare le emergenze sociali, il fondatore dell’Opus Dei ricordava a tutti che una parte centrale del Vangelo è la predilezione per i poveri e i malati, che devono godere degli stessi diritti degli altri uomini. In questo senso, la Chiesa del XX secolo ha formulato il principio dell’”opzione o amore preferenziale per i poveri”, che, secondo il magistero di Giovanni Paolo II, costituisce una “forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana” e si applica alle “nostre responsabilità sociali” e alle “decisioni che si devono prendere coerentemente circa la proprietà e l’uso dei beni”.[14]

Senza mezzi termini, san Josemaría affermava a metà del secolo scorso: “In questi tempi di confusione non si sa che cosa sia la destra, il centro o la sinistra, in campo politico e sociale. Ma se per sinistra si intende ottenere il benessere dei poveri, affinché tutti possano vedere soddisfatto il diritto a vivere con un minimo di agiatezza, a lavorare, a essere ben assistiti quando si ammalano, a svagarsi, ad avere figli e poterli educare, a invecchiare ed essere assistiti, allora io sono più a sinistra di chiunque altro. Naturalmente, nell’ambito della dottrina sociale della Chiesa, e senza compromessi con il marxismo o con il materialismo ateo; né con la lotta di classe, anticristiana, perché su queste cose non possiamo transigere”.[15]

Per san Josemaría esistono esigenze di giustizia necessarie, e bisogna ricorrere a tutti i mezzi adeguati perché siano rispettate. Allo stesso tempo, nella sua visione sociale, permeata dall’amore di Cristo, riteneva che la sola giustizia non fosse sufficiente.

“Siate persuasi che non potrete mai risolvere i grandi problemi dell'umanità unicamente con la giustizia. Quando si fa giustizia e basta, non c'è da meravigliarsi che la gente si senta ferita: la dignità dell'uomo, che è figlio di Dio, chiede molto di più. La carità deve accompagnare e penetrare tutto, perché addolcisce, deifica: Dio è amore (…). Il percorso dalla stretta giustizia all'abbondanza della carità è lungo. E non sono molti a perseverare sino alla fine. Alcuni si accontentano di avvicinarsi alla soglia: prescindono dalla giustizia, e si limitano a fare un po' di beneficenza che chiamano carità (…). La carità, che è come un generoso traboccare della giustizia, esige in primo luogo il compimento del dovere: si comincia con ciò che è strettamente giusto; si continua con il criterio dell'equità…; ma per amare ci vuole molta finezza, molta delicatezza, molto rispetto, molta affabilità. In una parola, occorre seguire il consiglio dell'Apostolo: Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo (Gal 6, 2). Allora sì; allora vivremo pienamente la carità, allora osserveremo il comandamento di Gesù”.[16]

Sia Benedetto XVI sia Francesco, trattando dell’attività economica, hanno fatto riferimento agli atteggiamenti del dono e della gratuità, che sono altri modi per indicare la carità, poiché carità significa amore, e l’amore si concretizza nel donarsi, nel dare sé stessi gratuitamente. Martin Schlag osserva che queste logiche “esprimono il fatto che la persona umana non ha un prezzo, ma una dignità, e che pertanto deve essere posta al centro di ogni attività economica, come suo fondamento e fine. Le nostre relazioni economiche possono essere di natura molto diversa: di sfruttamento, di dominio, ingiuste, ostili, ecc. Oppure, al contrario: arricchenti, positive, giuste, amichevoli, ecc. Il nostro modo di partecipare al mercato sarà conseguenza della decisione che prendiamo nella nostra vita interiore: chi vogliamo essere? Che tipo di persona decido di essere nelle mie attività imprenditoriali? Se decidiamo di rispettare gli altri nella loro dignità, e persino di amarli come fratelli, avremo applicato il principio del dono di cui parlava Benedetto XVI: avremo rinunciato gratuitamente a qualsiasi potere di dominio sugli altri per servirli. Ciò implica aspirare a un’economia sostenibile e di lungo periodo e rifiutare l’avidità di breve periodo, che non tiene conto dei costi umani”.[17]

Un imprenditore verso gli altari: Enrique Shaw

Conosciamo molti imprenditori che hanno cercato di vivere, tra le altre virtù, la giustizia e la carità. In quest’ultima parte vorrei soffermarmi sul futuro beato Enrique Shaw, che sarà elevato agli altari nei prossimi mesi, quando verrà stabilita la data della beatificazione.[18]

Proveniente da una famiglia aristocratica argentina, Enrique si santificò attraverso le circostanze ordinarie della sua vita: una famiglia numerosa, le relazioni sociali e, ciò che più ci interessa in questo caso, attraverso il suo lavoro come dirigente d’impresa. Visse molto pochi anni, dal 1921 al 1962. Dotato di una profonda vita spirituale, diffuse nel suo ambiente “il buon profumo di Cristo” e si dedicò alla formazione cristiana di altri imprenditori. Per questo, nel 1952, fondò l’Associazione Cristiana dei Dirigenti d’Impresa. Enrique Shaw si esprimeva così:

“Bisogna porre rimedio alle ingiustizie. […]. Considerare come un dovere del proprio stato di vita l’essere efficienti; per poter distribuire di più bisogna produrre di più. È necessario formare imprenditori cristiani e dare loro uno stile di vita: contribuire a un mondo migliore, principalmente attraverso l’azione di ciascun imprenditore cristiano nel proprio ambito. […]. Questa è una missione di religione e di vita: cercare di santificarci attraverso la professione e di santificare la professione. Bisogna creare la consapevolezza di una funzione imprenditoriale concepita cristianamente, e per farlo dobbiamo utilizzare il metodo dell’applicazione concreta. Il sacerdote non soltanto eleva a Dio, ma porta anche Dio agli uomini nella comunione. […]. L’imprenditore deve incarnare Cristo nell’impresa. Il modo per farlo è applicare i suoi insegnamenti. Applicare la dottrina cristiana, il messaggio di Cristo, ai problemi concreti della funzione dell’imprenditore. Fare in modo che le persone partecipino. Il problema più grave per noi e per altri Paesi, soprattutto quelli meno sviluppati, è la mancanza di persone capaci ai livelli più alti”.[19]

Shaw cercava di migliorare le condizioni di lavoro in fabbrica e di fare in modo che i collaboratori fossero consapevoli dell’importanza del proprio compito nel processo produttivo. Per questo considerava fondamentale il ruolo del dirigente d’impresa, come scriveva:

“Dobbiamo lavorare per l’elevazione dell’uomo: siamo responsabili della crescita umana del nostro personale, senza per questo ostacolare in alcun modo la sua legittima iniziativa e la necessaria responsabilità. Il dirigente d’impresa deve considerare ciascuno dei suoi collaboratori come una possibilità da aiutare a realizzarsi, favorendolo nel trovare e nel far emergere il meglio di sé. Il clima dell’impresa deve essere tale da contribuire alla crescita dell’uomo e offrirgli, attraverso il lavoro e nel lavoro, la migliore delle opportunità per il proprio sviluppo; il dirigente d’impresa deve concedere tutta la libertà possibile affinché ciascuno sia padrone dei propri atti e possa esprimere la propria personalità”.[20]

Uno dei gesti che maggiormente sottolineano coloro che lo conobbero fu la sua capacità di ascolto. Nella vita quotidiana dell’impresa, Shaw non intendeva l’ascolto come una tecnica di leadership, ma come un atteggiamento del cuore, profondamente legato al modo di esercitare l’autorità. Ispirandosi alla preghiera biblica di Salomone, insisteva spesso sulla necessità di chiedere a Dio “un cuore capace di ascoltare” come condizione per governare con saggezza, ricordando che, nella tradizione biblica, ascoltare significa anche comprendere, discernere e prendersi cura delle persone affidate alla nostra responsabilità.

Ascoltare davvero, come fece Shaw, trasforma la cultura interna di un’organizzazione. Genera fiducia, rafforza il senso di appartenenza e apre spazi nei quali ogni persona può sentirsi riconosciuta e rispettata. Nei momenti di crisi, Enrique Shaw si poneva una domanda scomoda ma necessaria: “Stiamo pensando più alle persone che all’impresa?”.

Papa Leone XIV, ricordando i principi della dottrina sociale della Chiesa in materia economica, sottolineava pochi mesi fa che “questa visione trova un esempio luminoso e vicino nel venerabile servo di Dio Enrique Shaw, imprenditore che comprese che l’industria non era soltanto un ingranaggio produttivo, né un mezzo per accumulare capitale, ma una vera comunità di persone chiamate a crescere insieme. La sua leadership si distinse per la trasparenza, per la capacità di ascolto e per l’impegno affinché ogni lavoratore potesse sentirsi parte di un progetto condiviso. In lui, la fede e la gestione imprenditoriale si unirono in modo armonioso, dimostrando che la Dottrina Sociale non è una teoria astratta, né un’utopia irrealizzabile, bensì un cammino possibile che trasforma la vita delle persone e delle istituzioni ponendo Cristo al centro di ogni attività umana.

Enrique promosse salari giusti, avviò programmi di formazione, si preoccupò della salute degli operai e accompagnò le loro famiglie nelle necessità più concrete. Non concepiva la redditività come un assoluto, ma come un aspetto importante per sostenere un’impresa umana, giusta e solidale. Nei suoi scritti e nelle sue decisioni si percepisce chiaramente l’ispirazione di Rerum Novarum, che chiedeva agli imprenditori di “non tenere gli operai schiavi; [di] rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano”.[21]

Il futuro beato si era conquistato il cuore dei suoi dipendenti. Sono innumerevoli le testimonianze che lo attestano. Nella fase finale della sua malattia, nel 1962, quando ebbe bisogno di trasfusioni di sangue per restare in vita, circa duecentosessanta persone — in maggioranza operai della vetreria Rigolleau, dove lavorava — si offrirono di donare il proprio sangue. Enrique Shaw disse: “Posso dirvi che ormai quasi tutto il sangue che scorre nelle mie vene è sangue operaio”.[22]

Shaw non conobbe san Josemaría, anche se mi sembra di cogliere una profonda sintonia spirituale, cosa del resto piuttosto naturale trattandosi di due anime sante. Tuttavia, con il passare degli anni, alcuni suoi familiari ricevettero la vocazione all’Opus Dei. Tra loro, un figlio sacerdote che da decenni svolge il proprio ministero pastorale in Kenya.

È molto noto un dialogo tra il dottor Eduardo Ortiz de Landázuri, del quale è stato avviato il processo di beatificazione, e san Josemaría Escrivá. Eduardo si era trasferito da Granada a Pamplona per lavorare all’Università di Navarra, che allora muoveva i primi passi. Quando si incontrarono a Pamplona, disse al fondatore dell’Opus Dei:

"Bene, Padre, mi ha chiesto di venire a Pamplona per fare un’università, e ormai è fatta…"

San Josemaría gli rispose:

"Non ti ho chiesto di fare un’università, ma di farti santo facendo un’università."[23]

Credo che sia proprio ciò che san Josemaría direbbe oggi a quanti lavorano nelle scuole di direzione aziendale ispirate al suo spirito: farci santi nel lavoro di insegnamento e di ricerca, nella diffusione di una cultura cristiana dell’impresa, cercando l’eccellenza per servire, a partire da lì, tutta l’umanità. La prossima beatificazione di Enrique Shaw è una prova del fatto che è possibile raggiungere la santità anche in questa dimensione fondamentale dell’esistenza umana.


[1] Relazione testimoniale di Francisco Ponz Piedrafita, ottobre 1998, p. 1, cit. in Javier Pampliega, La historia del IESE. Primeros pasos y desarrollo inicial. Un estudio inédito (1957-1960), Barcellona, 2009, p. 18; cfr. Francisco Ponz Piedrafita, IESE: 25 años, «Revista de Antiguos Alumnos» 15 (1984). Citato in A. Argandoña, Josemaría Escrivá de Balaguer y la misión del IESE en el mundo de la empresa, Studia et Documenta, vol. 5, Roma 2011, p. 132.

[2] Instituto de Estudios Superiores de la Empresa, fondato a Barcellona nel 1958 dall’Università di Navarra. Lo IESE si è sviluppato come un’iniziativa globale, con sedi in diversi Paesi, ed è noto per il suo approccio umanistico e per l’adozione del metodo dei casi, sviluppato in collaborazione con l’Università di Harvard. Maggiori informazioni su https://www.iese.edu/.

[3]Antonio Valero, Intervención en el acto con motivo de la beatificación de Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer, Fundador y Primer Gran Canciller de la Universidad de Navarra, Barcellona, IESE, 9 aprile 1992 (dattiloscritto), p. 1. Citato in A. Argandoña, cit., p. 134.

[4] Cfr. Javier Echevarría, Para alcanzar los mayores beneficios, «Revista de Antiguos Alumnos» 108, diciembre de 2007, p. 12.

[5] Nota dell’editore: la recente enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV riassume nel capitolo 2 questi principi.

[6] San Josemaría Escrivá, Lettera n. 14. Disponibile nella versione originale in Cartas III, Rialp, 2026. Edizione annotata da Luis Cano.

[7] Colloqui con monsignor Escrivá, n. 12.

[8] Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 106. Corsivo nell’originale. In questo senso, Papa Leone XIV ha affermato nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, n. 50: «Per questo, la persona umana rimane sempre “la prima e fondamentale via della Chiesa” e il cuore di ogni autentico cammino di sviluppo umano integrale».

[9] Ibid., n. 338. Corsivo nell’originale.

[10] San Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 35. Corsivo nell’originale.

[11]C. Dickens, Tempi difficili, capitolo II. Per una contestualizzazione dell’opera, cfr. M. Fazio, El universo de Dickens. Una lección de humanidad, Rialp, Madrid 2015.

[12] San Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n 42.

[13]È Gesù che passa, 52.

[14] San Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis, n. 42. V. pure Ecclesia in America, n. 58. Nella Magnifica Humanitas, Leone XIV si riferisce a questo tema ai nn. 43, 78 e 234. Ad esempio, afferma: «Il Magistero recente ha insistito sul fatto che la giustizia sociale esige uno sguardo che abbia come punto di partenza gli ultimi. San Giovanni Paolo II ha parlato di un’opzione preferenziale per i poveri, che deve orientare le decisioni personali e sociali, mentre Papa Francesco ha denunciato una “cultura dello scarto” che provoca sempre nuove forme di esclusione. In questa prospettiva, la giustizia sociale esige di guardare alle persone e ai popoli a partire da coloro che sono più vulnerabili: i poveri, i migranti, i rifugiati, gli sfollati interni, le vittime della violenza, le persone che vivono nelle periferie urbane o esistenziali».

[15] Istruzione, V-1935/14-IX-1950, nota 146. Citata da J. Echevarría, Lettera pastorale, 1º aprile 2013.

[16] Amici di Dio, 172-173

[17] M. Schlag, Contra la idolatría del dinero, Rialp, Madrid 2018, pp. 209-210. Sul principio della gratuità e della logica del dono, si veda Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n. 36.

[18] Cfr. https://www.vaticannews.va/es/iglesia/news/2025-12/iglesia-argentina-beatificacion-enrique-shaw.html.

[19]R. Estévez (2012), «Enrique Shaw: un uomo di governo umano nella società civile», in Camusso, Marcelo; López, Ignacio; Orfali Fabre, María Marta (a cura di), Doscientos años del humanismo cristiano en la Argentina: el compromiso con la república, la democracia y el bien común, Buenos Aires, Editorial de la Universidad Católica Argentina, pp. 621-651.

[20] S. Critto de Eiras, Un empresario en plenitud: Enrique E. Shaw y su eficaz desempeño, LID Editorial Empresarial, Buenos Aires 2017, pp. 85-86.

[21] Leone XIV, Messaggio del Santo Padre ai partecipanti alla 31ª Conferenza Industriale Argentina, 8-IX-2025.

[22] M. Stremi (2021), «Un imprenditore verso gli altari. La vita di Enrique Shaw, padre di famiglia e imprenditore, lievito nell’ordine temporale», Dios y el hombre, 5 (1): e075.

[23] E. López Escobar e P. Lozano, Eduardo Ortiz de Landázuri, el médico amigo, Palabra, Madrid 1994, p. 216.

Mariano Fazio, vicario auxiliar del Opus Dei. Profesor ordinario y ex rector de la Pontificia Universidad de la Santa Cruz