“Essere infermiera oggi”: un confronto internazionale sulle sfide scientifiche, etiche e umane della professione

Da giovedì 22 a domenica 25 ottobre, cinquantacinque infermiere provenienti da tutto il mondo si sono riunite presso Villa delle Rose, a Castel Gandolfo (RM), per partecipare al Workshop “Essere infermiera oggi” su cura, identità professionale e intelligenza artificiale.

Cinquantacinque infermiere provenienti da Argentina, Spagna, Congo, Messico, Brasile, Austria, Italia, Portogallo, Portorico e Colombia si sono riunite per quattro giorni a Villa delle Rose, nei pressi di Castel Gandolfo, per partecipare al Workshop “Essere infermiera oggi”: un’occasione di confronto e riflessione sul valore della cura, sulla dignità della persona e sulla bellezza di una professione che unisce competenza scientifica, responsabilità etica e passione umana.

L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Oikia con il patrocinio della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce, ha proposto un percorso di formazione e confronto attraverso incontri con esperti, gruppi di lavoro e testimonianze di professioniste provenienti da diversi contesti sanitari.

Al centro del programma, un insieme di questioni decisive per il presente e il futuro dell’infermieristica: identità e responsabilità professionale; leadership infermieristica; relazione di cura e umanizzazione dell’assistenza; impatto dell’intelligenza artificiale sulla pratica clinica; etica e antropologia della cura; benessere di chi cura; armonizzazione tra lavoro e famiglia; intelligenza emotiva e competenze relazionali.

Il confronto ha coinvolto docenti universitari, esperti di etica, bioetica e filosofia, studiosi di scienze infermieristiche, dirigenti infermieristici e professioniste impegnate sia nell’assistenza diretta sia nella gestione di servizi sanitari in contesti internazionali.

Un dialogo nato dall’esperienza internazionale

«L’idea del Workshop è nata durante un congresso internazionale sulla bioetica che ha coinvolto ospedali, università e strutture di tutto il mondo, tra cui anche diverse opere apostoliche e iniziative personali di fedeli dell’Opus Dei. - spiega Anna De Benedictis, PhD - Ricercatore in Scienze Infermieristiche dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e membro del comitato organizzativo - In particolare, tutto è iniziato da un dialogo tra alcune infermiere di vari Paesi. 

la realtà ha superato i nostri sogni!

Dal confronto sui sogni, le sfide e i bisogni della nostra professione, anche alla luce dello spirito dell’Opus Dei, è nata l’idea di dedicare alcuni giorni a questi temi, coinvolgendo anche colleghe di altri Paesi. Insieme a Consuelo Diez, Vice Direttrice Infermieristica dell’Hospital Austral di Buenos Aires, abbiamo scritto la bozza di un progetto molto semplice che in pochi mesi, grazie al contributo di molti, è diventato realtà. E la realtà ha superato i nostri sogni!».

Essere infermiere oggi, in Italia come in Congo

La professione infermieristica è oggi al centro di trasformazioni globali: nuovi bisogni di salute, invecchiamento della popolazione, aumento della fragilità, nuove tecnologie e intelligenza artificiale. In questo contesto, non basta chiedersi che cosa faccia un infermiere. Occorre comprendere che cosa sia davvero l’assistenza infermieristica: quali competenze richieda, quali responsabilità comporti e quali condizioni siano necessarie perché chi cura possa continuare a farlo bene.

«Essere infermiere oggi richiede studio, competenza e aggiornamento per andare incontro a nuove necessità di salute della popolazione e ai nuovi bisogni formativi delle generazioni di futuri infermieri - spiega Anna De Benedictis. - Allo stesso tempo, richiede un equilibrio e una crescita integrale nelle virtù umane e personali, per trovare sempre la forza di fare ciò che si fa con un senso e una motivazione continuamente rinnovati, giorno dopo giorno, e credo che questo sia possibile grazie alla preghiera e al desiderio di vedere Dio in ogni cosa e in ogni persona».

La dimensione internazionale ha consentito di confrontare opportunità, criticità e differenti livelli di riconoscimento professionale. «In Congo la professione infermieristica gode ancora di poco prestigio. - spiega Candela Varela, infermiera presso l’ospedale Monkole di Kinshasa, in Congo - Per questo, nella nostra scuola puntiamo molto sulla formazione delle studentesse: vogliamo che acquisiscano le competenze necessarie per crescere professionalmente e umanamente e per offrire ai pazienti un’assistenza sempre migliore. 

“Sei stata tu a insegnarci a fare queste cose. Lasciaci prenderci cura di te”.

Nel corso degli anni ho vissuto esperienze che mi hanno profondamente segnata. Ho contribuito, per esempio, a far arrivare in Spagna due bambini congolesi gravemente malati, perché potessero ricevere le cure necessarie. Uno è guarito da un tumore molto grave ed è potuto tornare a casa, mentre l’altro, purtroppo, è morto durante il viaggio di ritorno. In entrambi i casi, come infermiera, sentivo la responsabilità di fare qualcosa per loro. Ma una delle esperienze più significative l’ho vissuta quando mi sono ammalata gravemente di malaria. In quell’occasione sono state proprio le mie studentesse a prendersi cura di me. A volte, per il dolore, chiedevo loro di non toccarmi, ma mi rispondevano: “Sei stata tu a insegnarci a fare queste cose. Lasciaci prenderci cura di te”».

Intelligenza artificiale e filosofia della cura

In un’epoca caratterizzata dallo sviluppo tecnologico e dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, è fondamentale che la cura resti autenticamente umana. Proprio su questo tema si è concentrato un momento di riflessione durante il workshop, che, prendendo spunto dall’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, ha affrontato i cambiamenti indotti dall’ingresso dell’intelligenza artificiale nel lavoro clinico, mettendo al centro la dignità della persona, la relazione, la responsabilità e il senso del servizio nella professione infermieristica.

«L'intelligenza artificiale è uno strumento prezioso al servizio delle persone. - sottolinea Anna De Benedictis - Ma è davvero utile se favorisce il fiorire dell’umano. Può sostituire il ruolo dell'infermiere? Assolutamente no, quella infermieristica è una professione di cura e di relazione, un robot potrà eseguire alcune prestazioni ma mai realizzare un vero lavoro di cura».

«La tecnologia potrà sicuramente supportarci, ma non potrà mai sostituirci. – aggiunge Giulia Piccoli – Noi infermieri dobbiamo però stare al passo con i tempi, continuare ad aggiornarci e sfruttare al meglio le opportunità offerte dal progresso tecnologico».

A offrire una riflessione più ampia sul significato dell’assistenza alla persona è stata Elena Colombetti - Professore Ordinario di Etica presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce, che nel suo intervento ha approfondito la dimensione antropologica e filosofica della professione infermieristica: «La cura non è una condizione eccezionale dell'essere umano, ma appartiene alla sua stessa struttura. Il modo in cui l'essere umano sta nel mondo è quello della cura: la riceve e la offre agli altri. Per questo, le professioni sanitarie si collocano nel cuore stesso di un tratto costitutivo delle relazioni umane. Nella cura poi è importante non soltanto il risultato a cui si vuole giungere, ma lo stesso processo della cura. Se questo non avviene rischiamo di perdere di vista il destinatario stesso della cura che abbiamo davanti, qui e ora». 

Nella cura poi è importante non soltanto il risultato a cui si vuole giungere, ma lo stesso processo della cura.

Mons. Luis Romera, ex rettore e Professore Ordinario di Metafisica presso la Pontificia Università della Santa Croce, prendendo spunto dall’esperienza sacerdotale di san Josemaría Escrivá accanto ai malati, ha offerto una riflessione sul significato profondo della professione infermieristica, mettendone in luce la ricchezza umana e spirituale. 

Attraverso i temi dell’anima sacerdotale, dell’unità di vita, della magnanimità, della formazione continua e della crescita nelle virtù, mons. Romera ha delineato una visione nella quale l’impegno professionale e la vita interiore si alimentano reciprocamente. In questa prospettiva, anche i gesti più ordinari dell’assistenza acquistano un significato più profondo: la cura della persona diventa espressione concreta di una dedizione che, nella quotidianità del lavoro infermieristico, unisce armoniosamente competenza e spirito di servizio, azione e contemplazione.

Conciliare vita professionale e familiare

Conciliare la vita familiare con quella professionale è una grande sfida per ogni donna, ma assume caratteristiche particolari nel caso delle infermiere. A questo tema ha dedicato il suo intervento la prof.ssa Paola Binetti, Professore Ordinario di Storia della Medicina, Neuropsichiatra Infantile, Consulente Commissione Diritti umani per il Senato. Nel suo intervento ha sottolineato: «L’infermiere porta con sé una ricchezza di competenze e una particolare sensibilità verso la cura, che la rendono spesso chi svolge questa professione un punto di riferimento anche in famiglia, soprattutto quando qualcuno si ammala o ha bisogno di assistenza. Questo la espone al rischio di essere privata del proprio tempo: il tempo per sé finisce per diventare tempo a disposizione di tutti gli altri.

Spesso, infatti, il mondo esterno, pur manifestando stima e ammirazione per il suo lavoro, chiede all’infermiera una disponibilità e un dono di sé che vanno oltre ciò che è ragionevole. Dobbiamo invece riconoscere il valore del suo lavoro, senza dimenticare che è prima di tutto una persona, con il diritto di tutelare la propria salute, coltivare i propri interessi e dedicare tempo a sé stessa. Essere infermiera è una parte importantissima della sua vita, ma non esaurisce tutto ciò che è».

Un esempio concreto di come vita familiare e professionale possano intrecciarsi è arrivato dalla testimonianza di Giulia Piccoli: «Sono infermiera in un reparto di degenza, ma sono anche mamma di due bambini. Conciliare lavoro e famiglia, soprattutto con i turni di notte, non è facile. Ogni volta che i miei figli sono tristi perché devo andare in ospedale, spiego loro che la mamma va a prendersi cura dei malati. Una sera mi ha riempito il cuore di gioia sentire mio figlio di quattro anni dire dirmi: “Mamma allora mentre tu sei al lavoro io prego per tutti i tuoi pazienti”.

“Mamma allora mentre tu sei al lavoro io prego per tutti i tuoi pazienti”.

Un giorno, una paziente era particolarmente sconfortata e, per cercare di rincuorarla, le ho detto: “Guarda che a casa ho mio figlio che sta pregando per te”. Questo episodio mi ha confermato che essere mamma mi aiuta a prendermi cura dei pazienti con maggiore attenzione e premura. Allo stesso tempo, spero di trasmettere ai miei figli il valore del lavoro e l’importanza di svolgerlo bene».

Il workshop è stato un’occasione per fermarsi e riscoprire il valore della professione infermieristica nelle sue diverse dimensioni: scientifica e professionale, umana e culturale, internazionale e vocazionale. Un lavoro che può diventare anche cammino di santificazione nella vita quotidiana.

Come ha ricordato la dott.ssa Elisabet Argemi, infermiera presso la ICOF Hospital Clínic di Barcellona, citando san Josemaría Escrivá: «Bambino. Malato. Nello scrivere queste parole, non senti la tentazione di usare la maiuscola? È perché, per un'anima innamorata, i bambini e i malati sono Lui».