Villa Tevere, la sede centrale dell’Opus Dei a Roma

Voce «Villa Tevere» nel Diccionario de San Josemaría Escrivá de Balaguer, che racconta le origini e la storia di Villa Tevere, il complesso di edifici della sede centrale dell’Opus Dei a Roma.

Sommario

1. La necessità di una sede centrale dell’Opus Dei a Roma

2. La precedente storia della casa

3. Il Pensionato

4. Gli edifici e la loro evoluzione

5. La chiesa prelatizia di santa Maria della Pace

Villa Tevere, sede della curia prelatizia dell’Opus Dei, è un immobile situato a Roma nel quartiere Pinciano, con ingresso da viale Bruno Buozzi, 73. Il nome è stato scelto da san Josemaría nel novembre del 1946, quando ancora egli stava cercando una casa come sede centrale dell’Opus Dei, con la chiara intenzione di sottolinearne la romanità: il Tevere è ovviamente il fiume che attraversa Roma (cfr. Andrés Vázquez de Prada, Il fondatore dell’Opus Dei, vol. III, p. 97; d’ora in avanti AVP).

1. La necessità di una sede centrale dell’Opus Dei a Roma

Villa Tevere fu acquistata nell’aprile del 1947, quasi un anno dopo l’arrivo di Josemaría Escrivá nella capitale italiana. Durante quel primo anno san Josemaría era vissuto, con altri cinque membri dell’Opus Dei, in un appartamento in affitto, di piccole dimensioni, in piazza della Città Leonina, a pochi metri da piazza San Pietro.

Villa Tevere fu acquistata nell’aprile del 1947, quasi un anno dopo l’arrivo di san Josemaría nella capitale italiana

San Josemaría, che era venuto a Roma per ottenere dalla Santa Sede un'approvazione giuridica per l’Opus Dei, pensava già da tempo di situare a Roma la sede centrale (cfr. AVP, III, p. 95). Di conseguenza, i membri dell’Opera che lo avevano preceduto nella Città Eterna avevano fatto varie ricerche in proposito.

Nel 1946, nella Segreteria di Stato del Vaticano gli erano stati dati consigli in tal senso: la vocazione di universalità dell’Opus Dei – così si espressero il sostituto della Segreteria di Stato, Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI) e il segretario della sezione degli Affari straordinari, Domenico Tardini –, richiedeva che la sua sede centrale fosse a Roma, vicino al Papa. San Josemaría, incoraggiato da questi consigli, cominciò già nel 1946 a mettere in atto questa idea, e quindi decise di intensificare le ricerche di un edificio adeguato.

la vocazione di universalità dell’Opus Dei richiedeva che la sua sede centrale fosse a Roma, vicino al Papa

L’obiettivo era una casa ampia, solida e rappresentativa. Doveva essere in grado di durare nel tempo e di ospitare un elevato numero di persone, in previsione del futuro sviluppo dell’Opus Dei. Infine, doveva essere accogliente e doveva mostrare tangibilmente l’aria di famiglia che caratterizza l’Opus Dei.

I membri dell’Opus Dei entrarono presto in contatto con il conte Mario Gori Mazzoleni, avendo saputo che era interessato a vendere la sua residenza in zona Monti Parioli, una casa signorile con giardino edificabile che sino alla fine della guerra aveva accolto, in regime di affitto, la sede dell’Ambasciata di Ungheria presso la Santa Sede. La villa, questo è il nome abituale in Italia per un edificio di quel tipo, piacque a san Josemaría, che incaricò il beato Álvaro del Portillo, suo collaboratore più diretto, di tentarne l’acquisto (cfr. AVP, III, p. 99).

2. La precedente storia della casa

La casa del conte Gori Mazzoleni era stata costruita circa venti anni prima su terreni che in passato, dal 1850, erano stati di proprietà della famiglia Sacchetti. La cosiddetta Vigna Sacchetti, che aveva raggiunto una estensione attorno ai cinquanta ettari, fu lottizzata e venduta intorno al 1920, in seguito alle pressioni per l’urbanizzazione voluta dalle autorità municipali e dalle società immobiliari. Un terreno di media estensione (all’interno del triangolo formato dalle attuali viale Bruno Buozzi, via di Villa Sacchetti e via Domenico Cirillo) divenne di proprietà di Mazzoleni.

L’edificio propriamente detto, una costruzione di tre piani, si trovava al centro del triangolo, in un punto leggermente elevato. Negli angoli delle attuali viale Bruno Buozzi con via Domenico Cirillo e di via Domenico Cirillo con via di Villa Sacchetti rimasero due aree, confinanti con la proprietà del conte, sulle quali in seguito furono costruiti due edifici condominiali. Sul terzo angolo (via Villa Sacchetti con viale Bruno Buozzi) il conte Mazzoleni fece costruire un grande portone per l’ingresso dei veicoli, e in seguito, sul lato di viale Bruno Buozzi, un edificio di due piani.

Come si è detto, la casa era stata ceduta in affitto come sede della Ambasciata dell’Ungheria presso la Santa Sede. Ebbe questo uso dal 1936 fino al 1944, quando il reggente di Ungheria (capo provvisorio dello Stato) colonnello Miklós Horthy, fu deposto e il paese restò temporaneamente sottoposto a occupazione (prima tedesca e poi sovietica).

Nel novembre del 1936, il cardinale Eugenio Pacelli, Segretario di Stato del Vaticano, che due anni dopo diventerà papa con il nome di Pio XII, si recò a Villa Mazzoleni invitato da Horthy, che si trovava a Roma in visita ufficiale.

3. Il Pensionato

Le trattative del beato Álvaro con Gori Mazzoleni andarono a buon fine e, malgrado una serie di difficoltà, la casa fu acquistata. Il conte accettò il versamento di una somma iniziale simbolica e l’impegno che il resto gli sarebbe stato pagato con il denaro dell’ipoteca (cfr. Pilar Urbano, Roma nel cuore, 2008, p. 43, d’ora in avanti Urbano).

Le trattative del beato Álvaro con Gori Mazzoleni andarono a buon fine

L’edificio principale, tuttavia, era allora ancora occupato abusivamente dai funzionari ungheresi, sebbene l’ambasciata non esistesse più, perché erano state interrotte le relazioni diplomatiche tra Ungheria e la Santa Sede (sarebbero state ripristinate solo nel 1990).

Questo significava che al momento fosse disponibile per i nuovi proprietari soltanto l’edificio attiguo al portone. In quella abitazione di due piani, alla quale fu dato il nome di Pensionato, abitò inizialmente, dal mese di luglio del 1947, san Josemaría. Egli e quelli che con lui vivevano in piazza Citta Leonina, occuparono il primo piano, mentre le donne incaricate dell’amministrazione domestica, guidate da Encarnación Ortega, occuparono il secondo piano, anche se per loro presto sarebbe stato disponibile un edificio proprio, nella parte della proprietà che dà su via di Villa Sacchetti.

Si può dire che il lavoro dell’Opus Dei in Italia cominciò nel Pensionato. Infatti, dai giovani che in quel periodo entrarono in contatto con il piccolo gruppo di persone accanto a san Josemaría vennero i primi fedeli italiani dell’Opera: Francesco Angelicchio, Renato Mariani, Mario Lantini, Luigi Tirelli, Umberto Farri ed altri. Nel 1950 avrebbero aperto un Centro dell’Opus Dei in via Orsini, dall’altra parte del Tevere, e vi si sarebbero trasferiti.

i giovani che in quel periodo entrarono in contatto con il piccolo gruppo di persone accanto a san Josemaría divennero i primi fedeli italiani dell’Opera

Pure nel Pensionato nacque il Collegio romano della Santa Croce, un centro di formazione teologica e spirituale per i membri dell’Opus Dei provenienti da tutto il mondo (cfr. AVP, III, p. 123). Il Collegio romano cominciò nel 1948. Nel 1949 aveva quattordici studenti; nel 1950, venti; nel 1952, quaranta (cfr. Julián Herranz, Dios y Audacia. Años de juventud junto a San Josemaría, Madrid 2011, p. 57, d’ora in poi Herranz).

L’attuale cardinale Julián Herranz arrivò al Collegio romano, proveniente dalla Spagna, nel 1953: era allora un giovane medico di ventitré anni. I suoi ricordi della prima notte nel Pensionato, dopo un lungo viaggio in treno, sono una testimonianza eloquente delle strettezze in cui vi si viveva: “Al pianterreno, dopo il vestibolo, c’è un salotto per le visite e un corridoio con varie porte: la stanza della direzione, la sala-studio, l’oratorio e il soggiorno. Dal corridoio parte una breve scala che porta al primo piano. Salgo. Qui c’è la sala da pranzo e le cinque camere da letto. Mi indicano la mia, ci vado, e scopro cinque castelli di tre letti [...]. Ho troppo sonno – dopo quasi quaranta ore di viaggio – e non vado troppo per il sottile. Rendo grazie a Dio per essere arrivato, mi arrampico fino al mio letto e, finalmente, mi addormento” (Herranz, pp. 44-45).

In quel 1953 il Collegio Romano accolse più di cento studenti e cambiò sede: si trasferì dal Pensionato in una zona nuova di Villa Tevere, la cosiddetta Casa del Vicolo, ancora non terminata ma già parzialmente disponibile (cfr. Herranz, p. 25). Nello stesso tempo, già si pensava a una sede definitiva, a un edificio apposito, un progetto che fu realizzato soltanto dopo parecchi anni (cfr. AVP, III, p. 646).

4. Gli edifici e la loro evoluzione

I funzionari ungheresi liberarono la villa nel febbraio del 1949 e quattro mesi dopo, ottenuti i permessi necessari, fu dato inizio alle opere di adattamento dell’edificio (cfr. AVP, III, p. 111), con l’intenzione di aggiungervi due piani. Quell’edificio, nel quale oggi abitano il Prelato e i membri del Consiglio Generale dell’Opus Dei, sarà conosciuto in seguito come la Villa Vecchia; il nome di Villa Tevere sarà riservato al resto della proprietà, nella quale con il tempo sarebbero sorti i nuovi edifici, prospicienti viale Bruno Buozzi o via di Villa Sacchetti.

Una delle prime costruzioni fu la Casa del Vicolo, già menzionata. Fu costruita su viale Bruno Buozzi, tra il Pensionato e l’edificio condominiale che faceva angolo con via Domenico Cirillo, e accolse subito, come già detto, gli studenti del Collegio Romano. Il nome della casa è dovuto a una stretta stradina interna o vicolo che corre lungo il confine con l’edificio attiguo, quello all’angolo con via Cirillo: la costruzione della nuova casa aveva comportato il sacrificio di una parte del vecchio giardino e si era deciso di lasciare un piccolo spazio scoperto sempre da quel lato.

Uffici, un altro degli edifici di Villa Tevere, ospita alcuni uffici della curia prelatizia dell’Opus Dei. Fu costruito sull’area dell’antico Pensionato, dopo la sua demolizione avvenuta nel 1955: si trova, pertanto, in viale Bruno Buozzi, esattamente al numero 75.

La facciata della Casa del Vicolo (viale Bruno Buozzi 73) è di travertino, un tipo di pietra molto comune a Roma, di color chiaro; quella di Uffici è di mattoni. Rispettando le dimensioni predominanti in viale Bruno Buozzi, una strada che proprio negli anni cinquanta stava completando la sua catena di edifici, l’esterno di Uffici e di Casa del Vicolo presenta cinque piani, oltre il pianterreno: un mezzanino o ammezzato, tre piani regolari e un attico.

In via di Villa Sacchetti, una strada dall’architettura meno uniforme, gli edifici che furono costruiti hanno altezze e configurazioni diverse. Le case di questo lato della proprietà sono, da sud a nord, il Ridotto, la Montagnola, la Casetta, la Manica Lunga (chiamata anche, per antonomasia, Villa Sacchetti) e il Fabbricato Piccolo (cfr. Urbano, p. 55), e costituiscono la zona di Villa Tevere destinata alle donne, genericamente conosciuta come Villa Sacchetti. Lì ha sede l’Assessorato Centrale, organo di governo delle donne dell’Opus Dei.

Dopo l’esperienza del Collegio romano della Santa Croce, nel 1953 san Josemaría aveva eretto il suo omologo femminile, il Collegio romano di Santa Maria, che nei primi anni ebbe sede a Villa Sacchetti. Già prima di questa data, l’attività apostolica iniziata in quella casa aveva favorito l’arrivo all’Opus Dei delle prime donne italiane, come Gabriella Filippone, Carla Bernasconi e Gioconda Lantini (cfr. Sastre, Tiempo de caminar 1989, p. 406).

Nel 1963 il Collegio Romano di Santa Maria si trasferì a Castel Gandolfo, fuori Roma. Negli anni settanta, anche il Collegio romano della Santa Croce lasciò la Casa del Vicolo e Uffici per una nuova sistemazione sulla via di Grottarossa, in una zona suburbana. Da allora, la funzione di Villa Tevere si è ridotta quasi esclusivamente a sede degli uffici del governo centrale dell’Opus Dei, con i necessari collaboratori.

Quasi tutte le costruzioni di Villa Tevere sono degli anni cinquanta (a parte, naturalmente, gli inevitabili ampliamenti e adattamenti, in molti casi successivi alla morte del fondatore). Nell’esecuzione delle opere ha svolto un ruolo decisivo, fin dal 1955, l’impresa di costruzioni Castelli, che per le magre finanze di san Josemaría e dei suoi collaboratori costituì una garanzia di continuità: precedentemente, infatti, le difficoltà per pagare ogni settimana gli operai, come del resto per restituire man mano i debiti alle date di scadenza, avevano fatto temere più di una volta una interruzione indefinita dei lavori (cfr. AVP, III, p. 220). Il principale architetto di Villa Tevere fu Jesús Álvarez Gazapo (1929-2006), che successivamente sarebbe stato ordinato sacerdote.

5. La chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace

Nella zona di Villa Tevere, nell’angolo formato da viale Bruno Buozzi e via di Villa Sacchetti, san Josemaría fece costruire un ampio oratorio, che dedicò a Santa Maria della Pace. Si ispira allo stile delle antiche basiliche romane. Fu inaugurato da san Josemaría, con una messa solenne, la notte del 31 dicembre 1959.

Nel 1982, contemporaneamente alla creazione della Prelatura personale dell’Opus Dei, Giovanni Paolo II stabilì che quell’oratorio fosse la chiesa prelatizia della nuova prelatura. Il Prelato vi ha la sua sede, come nella cattedrale di una diocesi il vescovo diocesano ha la sua cattedra (o sede).

Dal 1992, quando è stato beatificato da Giovanni Paolo II, i resti di san Josemaría – che nel 1975 erano stati collocati in una cripta situata sotto la chiesa – riposano in una urna collocata all’interno dell’altare di Santa Maria della Pace. Nella cripta sono sepolti – in ordine cronologico – Carmen Escrivá (1899-1957), sorella del fondatore, che collaborò generosamente con l’Opus Dei e morì a Roma; il Beato Álvaro del Portillo (1914-1994), i cui resti riposano nella medesima sepoltura che a suo tempo aveva accolto quelli di san Josemaría; e Dora del Hoyo (1914-2004), numeraria ausiliare, una delle prime donne che nel dicembre del 1946 si trasferì a Roma e ha lavorato nell’amministrazione domestica di Villa Tevere. Dal 14 dicembre 2016 mons. Javier Echevarría, prelato dell'Opus Dei per 22 anni, riposa anche nella cripta di Santa Maria della Pace, chiesa prelatizia dell'Opus Dei.

Il 23 marzo 1994, poche ore dopo la morte del beato Álvaro, san Giovanni Paolo II, è andato a pregare sulle sue spoglie in Santa Maria della Pace.


Bibliografia

Andrés Vázquez de Prada, Il fondatore dell’Opus Dei, Leonardo editrice, vol. III, Milano 2004.

Julián Herranz, Dios y Audacia. Años de juventud junto a San Josemaría, Rialp, Madrid 2011.

Ana Sastre, Tiempo de caminar. Semblanza de Monseñor Josemaría Escrivá, Rialp, Madrid 1989.

Pilar Urbano, Roma nel cuore, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2010.