Il lavoro umano assume forme molto diverse: può svolgersi in silenzio o in gruppo, in ambiti visibili o discreti, con riconoscimento pubblico o lontano dai riflettori. Eppure, al di là di queste differenze, la tradizione cristiana ha sempre visto nel lavoro una realtà dotata di una profonda dignità spirituale.
Le forme e le circostanze del lavoro umano sono innumerevoli e profondamente diverse. Comune a tutti per la stessa condizione umana, il lavoro si svolge in contesti molto differenti, soggetti a trasformazioni profonde nel corso della storia e, non di rado, anche nel corso della vita di ciascuna persona.
C’è chi lavora in ambienti ampi, a contatto costante con molte altre persone – come accade negli spazi condivisi delle grandi organizzazioni – e chi invece svolge la propria attività in modo più autonomo, creando attorno a sé l’ambiente di cui ha bisogno. Ci sono lavori che si svolgono in gruppo e altri che richiedono silenzio e solitudine; attività accompagnate dal rumore delle macchine, perché comportano operazioni che l’essere umano non potrebbe compiere con le sole proprie forze, e attività che esigono di evitare qualsiasi interferenza sonora, perché richiedono concentrazione, precisione e il ritmo quasi impercettibile delle mani.
In alcuni lavori – come quello del medico, dell’insegnante o del receptionist – la dimensione del servizio è evidente; in altri, invece, il servizio al prossimo rimane implicito e le relazioni personali sono meno immediate. Dedicarsi alla ricerca scientifica non equivale a soddisfare un cliente; produrre alimenti non è la stessa cosa che scrivere un libro. Ci sono lavori che ricevono facilmente riconoscimento e ricompensa, e altri che spesso passano inosservati…
Un lavoro che è preghiera
Un passo della Sacra Scrittura – nel capitolo 38 del Libro del Siracide – presenta con particolare vivacità il dinamismo dei molteplici lavori umani, soprattutto di quelli manuali che si concretizzano nei diversi mestieri, e ne mette in luce la dignità davanti a Dio. L’artigiano, il vasaio, l’agricoltore o il fabbro non sembrano occuparsi di realtà elevate né figurano tra i consiglieri dei re; la loro attività si svolge lontano dagli ambiti del potere e della deliberazione politica. Eppure, grazie al loro lavoro perseverante e silenzioso, la società umana può sostenersi e progredire:
«Tutti costoro confidano nelle proprie mani, e ognuno è abile nel proprio mestiere. Senza di loro non si costruisce una città, nessuno potrebbe soggiornarvi o circolarvi. Ma essi non sono ricercati per il consiglio del popolo, nell’assemblea non hanno un posto speciale, non siedono sul seggio del giudice e non conoscono le disposizioni della legge. Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi, ma essi consolidano la costruzione del mondo, e il mestiere che fanno è la loro preghiera» (Sir 38,31-34).[1]
Affermando che «il mestiere che fanno è la loro preghiera», l’autore sacro riconosce che ogni lavoro umano, anche quello che appare meno influente o importante agli occhi dei potenti della terra, è una preghiera che si eleva a Dio. Per lodare Dio e dialogare con lui non è necessario abbandonare il mondo: ciascuno può farlo anche attraverso il lavoro che svolge.
L’insegnamento di san Josemaría si pone in continuità con questa prospettiva biblica, caratteristica della tradizione sapienziale dell’Antico Testamento. Predicò costantemente che ogni lavoro può diventare un luogo d’incontro con Dio e che nessuna attività umana – per quanto umile possa apparire – è priva di uno spettatore divino. Poiché, per la grande maggioranza delle persone, il contesto abituale della vita è quello del lavoro quotidiano, è proprio nel suo svolgimento che ciascuno è chiamato a vivere le virtù cristiane e, quindi, a incamminarsi verso la santità, in unione con Gesù Cristo..
«L'Opera è nata per contribuire a far sì che questi cristiani inseriti nel tessuto connettivo della società civile — con la loro famiglia, gli amici, il lavoro professionale e le loro nobili aspirazioni — comprendano che la loro vita, così come è, può essere l'occasione di un incontro con Cristo, ed è pertanto una strada di santità e di apostolato. Cristo è presente in qualsiasi onesto impegno umano: la vita di un comune cristiano — che ad alcuni forse sembra una vita scialba e meschina — può e deve essere una vita santa e santificante» (Colloqui, n. 60).
In uno degli articoli precedenti abbiamo considerato le conseguenze del fatto che il Verbo incarnato abbia assunto una vera umanità, con tutto l’intreccio di relazioni che le è proprio, e abbia inoltre esercitato un mestiere concreto: quello di falegname. Da questa realtà derivano, per il nostro tema, almeno due implicazioni di particolare rilievo.
Anzitutto, che la vita ordinaria – così come è stata assunta e vissuta sulla terra dal Figlio di Dio – costituisce un ambito nel quale tutti possono identificarsi con Cristo e, quindi, santificarsi. In secondo luogo, che la molteplicità delle circostanze proprie dell’esistenza quotidiana e del lavoro conferisce a questa chiamata una dimensione davvero universale, rendendola accessibile all’immensa maggioranza degli uomini e delle donne di ogni tempo.
Quest’ultima considerazione, sintetizzata dal fondatore dell’Opus Dei nell’espressione si sono aperti i cammini divini della terra (cfr. Istruzione, maggio 1935, n. 1), mette in luce la stretta relazione tra la santificazione del lavoro e la chiamata universale alla santità. Tuttavia, questo legame suscita alcune domande. Qual è il rapporto tra queste due realtà negli insegnamenti di san Josemaría? Quali elementi di originalità presenta il suo pensiero rispetto alla tradizione teologica del suo tempo?
Universalità della santità e missione dell’Opus Dei
La chiamata universale alla santità, in senso stretto, non deriva dalla dimensione universale delle diverse attività terrene svolte dagli uomini. Nella sua radice più profonda, la chiamata universale alla santità è espressione della vocazione a identificarsi con Gesù Cristo che ogni credente riceve – come dono e come compito – nel battesimo. Ogni battezzato è chiamato a essere santo; anzi, lo è ogni essere umano, in quanto destinato a essere membro vivo del Corpo mistico di Cristo. Tra questi vi sono anche coloro che non svolgeranno un lavoro: per esempio, chi abbandona il mondo per dedicarsi alla contemplazione, oppure chi non esercita un mestiere o una professione.
A tutti, qualunque sia la loro condizione di vita – laico, religioso, sacerdote; sano o malato; immerso nelle attività del mondo o lontano da esse –, Dio chiede di conformarsi al suo Figlio fatto uomo per noi. Sebbene questa prospettiva sia chiaramente presente nel Nuovo Testamento e nella tradizione dei primi secoli cristiani, fu dimenticata per lunghi periodi della storia. Mantenuta viva da alcuni autori dell’età moderna e contemporanea – come san Francesco di Sales, sant’Alfonso Maria de’ Liguori o san John Henry Newman, tra gli altri –, sarà al centro del messaggio di san Josemaría a partire dagli anni Trenta del XX secolo e verrà successivamente ripresa con autorità dal Concilio Vaticano II nella sua dottrina sul Popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, cap. 2).
Che cosa caratterizza, dunque, la missione dell’Opus Dei e in che modo la predicazione sulla santificazione del lavoro – nelle sue tre dimensioni: santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro e santificare gli altri attraverso il lavoro – contribuisce a comprendere la chiamata universale alla santità presente nella Chiesa di Gesù Cristo?
Dal contenuto delle Lettere e delle Istruzioni – in particolare dai passaggi nei quali san Josemaría definisce la missione della nuova istituzione che si sente chiamato a promuovere – emerge che il fine pastorale dell’Opus Dei consiste nell’offrire mezzi spirituali e ascetici affinché la chiamata alla santità possa realizzarsi precisamente nel contesto del lavoro e della vita ordinaria. Vale a dire, aiutare i cristiani a imprimere una forma cristiana al lavoro, alla società umana e alle attività che si svolgono in mezzo al mondo.
«Com’era chiara, per chi sapeva interpretare il Vangelo, la chiamata generale alla santità nella vita ordinaria, nella professione, senza abbandonare il proprio ambiente! Tuttavia, per secoli la maggior parte dei cristiani non l’ha capita: non trovò spazio il fenomeno ascetico di una ricerca generalizzata della santità, senza dover lasciare il proprio posto nel mondo, santificando la professione e santificandosi nella professione» (Lettera 3, n. 91).
«Lo spirito dell’Opus Dei comprende la bellissima realtà per cui qualsiasi lavoro degno e nobile sul piano umano può trasformarsi in un lavoro divino» (Lettera 14, n. 5). Non c’è incompatibilità tra la morale cristiana, tra la perfezione cristiana, e qualsiasi professione lecita, intellettuale o manuale, sia tra quelle che la gente considera importanti sia tra quelle che ritiene umili.
San Josemaría comprende che, attraverso i fedeli laici presenti nelle più diverse professioni e attività, il messaggio di Gesù Cristo potrà raggiungere tutti gli ambienti e ogni ambito della società, contribuendo così alla riconciliazione del mondo con Dio.
“Possiamo facilmente arrivare in tutti gli ambienti di lavoro, anche in quelli segnati dal laicismo, dove Dio è ignorato o odiato, svolgendo il nostro normale lavoro professionale: una realtà che appartiene all’essenza stessa della nostra vocazione e che, se venisse meno, ci farebbe perdere tutte le possibilità di santificazione secondo il nostro spirito e tutte le possibilità di apostolato nel mondo” (Cfr. Lettera 13, n. 115).
“Sono passati due anni da quando, in accordo con le necessità dell’Opera, mi sono trasferito a Roma. In quei giorni la mia principale occupazione era far comprendere l’Opera alle persone che governano la Chiesa universale; giunse un momento in cui decisi di servirmi di un esempio che mi sembrava particolarmente eloquente. Parlando con il cardinale Lavitrano, gli mostrai la fotografia di un vostro fratello, cantante d’opera, mentre si esibiva in un teatro. E commentai: si comprende bene, adesso, che siamo gente comune, che ciò che ci è proprio è santificare tutte le professioni, tutti i modi di lavorare propri degli uomini che non si separano dal mondo?” (Cfr. Lettera 14, n. 2).
Per realizzare la missione dell’Opus Dei, san Josemaría comprese che i fedeli laici avevano bisogno di una formazione specifica che li rendesse capaci di dare testimonianza del Vangelo nell’ambito professionale e nella vita ordinaria. Si trattava, in definitiva, di alimentarsi di quella che si può definire una «spiritualità del lavoro», adeguata alle condizioni culturali e sociali del nostro tempo.
In questa luce si comprende anche il ruolo che assegnò ai sacerdoti che desiderava incardinare nella nuova istituzione: il sacerdozio ministeriale doveva offrire ai laici immersi nelle realtà temporali la direzione spirituale e la formazione necessarie perché potessero esercitare pienamente il loro sacerdozio comune.
Sebbene la chiamata universale alla santità non derivi dalla semplice esistenza di molteplici contesti lavorativi suscettibili di essere santificati, gli insegnamenti del fondatore dell’Opus Dei hanno contribuito a radicare nella Chiesa la convinzione che «nel lavoro e attraverso il lavoro si può e si deve essere santi» e, quindi, che la santità è una meta che Gesù Cristo propone realmente a tutti.
In altri termini: per proclamare la chiamata universale alla santità non è necessario l’Opus Dei, né alcuna istituzione nella Chiesa può rivendicarla come missione o carisma esclusivo. Tuttavia, Dio ha voluto suscitare l’Opus Dei per manifestare in modo concreto che questa santità è possibile anche per coloro che lavorano e conducono una vita ordinaria in mezzo al mondo, offrendo loro i mezzi spirituali e ascetici necessari per raggiungerla.
La novità del messaggio emerge con maggiore chiarezza se si tiene conto del contesto ecclesiale dominante in Occidente fino ai primi decenni del XX secolo. In quel quadro, la chiamata alla santità veniva spesso interpretata come un invito ad abbandonare il lavoro secolare e la vita ordinaria per abbracciare un nuovo stato di vita – clericale o religioso – che comportava il distacco dalle realtà del mondo.
«Spesso, sento la voglia di gridare all'orecchio di tante persone, uomini e donne che, negli uffici e nelle attività commerciali, nei giornali e alla tribuna, nelle scuole, nelle botteghe e nelle miniere e nei campi, protetti dalla vita interiore e dalla Comunione dei Santi, devono essere portatori di Dio in tutti gli ambienti, secondo l'insegnamento dell'Apostolo: “Glorificate Dio con la vostra vita e portatelo sempre con voi”» (Forgia, n. 945).
«Molte realtà materiali, tecniche, economiche, sociali, politiche, culturali…, abbandonate a sé stesse, o in mano di chi è privo della luce della nostra fede, diventano ostacoli formidabili per la vita soprannaturale: formano come un recinto chiuso e ostile alla Chiesa. Tu, in quanto cristiano — ricercatore, letterato, scienziato, politico, operaio… —, hai il dovere di santificare queste realtà. Ricorda che tutto l’universo — scrive l’Apostolo — sta gemendo come nei dolori del parto, aspettando la liberazione dei figli di Dio» (Solco, n. 311).
Una spiritualità per il mondo del lavoro
Sono numerosi gli insegnamenti e gli esempi con cui il fondatore dell’Opera ha esortato i suoi figli spirituali a scoprire nel lavoro e nella vita ordinaria il luogo privilegiato del loro incontro con Dio, e non qualcosa che distrae, separa o allontana dall’ideale della santità. Uno dei testi più noti al riguardo è l’omelia pronunciata l’8 ottobre 1967 nel campus dell’Università di Navarra, successivamente pubblicata con il titolo «Amare il mondo appassionatamente». In essa, san Josemaría afferma che la vita spirituale e il lavoro ordinario non possono costituire nel credente una sorta di «doppia vita»: il Dio invisibile si incontra proprio nelle realtà più visibili e materiali. Anzi, se non impariamo a scoprire Dio nella vita ordinaria, difficilmente riusciremo a trovarlo.
La predicazione del fondatore dell’Opus Dei ha dato forma a quella che si può definire una «spiritualità del lavoro per il nostro tempo». Nel corso della sua vita offrì indicazioni concrete per alimentare la preghiera e coltivare un’autentica vita contemplativa in mezzo alle occupazioni quotidiane. Incoraggiò, per esempio, a unire il lavoro al sacrificio eucaristico, esortando a trasformare l’intera giornata in un prolungamento della santa Messa.
Ricordò inoltre che la testimonianza della fede trova un ambito privilegiato nelle relazioni e nei contesti professionali, soprattutto nell’esempio che si può offrire agli altri attraverso un modo di lavorare guidato dalla giustizia e dalla carità, svolto con competenza umana e professionalità. Non si tratta soltanto di far sì che la preghiera preceda, accompagni o concluda il lavoro, ma che il lavoro stesso si trasformi in preghiera.
I mezzi concreti per mantenere la presenza di Dio durante le lunghe ore del lavoro quotidiano sono molteplici: sapere di essere alla presenza di Dio Padre, che ci guarda con amore; rinnovare la consapevolezza di lavorare per Cristo, con Cristo e in Cristo; ascoltare le ispirazioni dello Spirito Santo, che ci aiuta a comprendere che cosa Dio ci chiede in ogni momento e come possiamo esercitare la giustizia e la carità con le persone che ci stanno accanto. San Josemaría insegnò a riempire la giornata di piccoli gesti d’amore: rivolgere lo sguardo a un’immagine della Madonna o a un piccolo crocifisso posto sulla scrivania; elevare il pensiero al tabernacolo più vicino (cfr. Forgia, nn. 745-746); recitare con la Chiesa l’Angelus a mezzogiorno; trasformare gli atti ripetitivi e meccanici in occasioni per recitare interiormente brevi giaculatorie; vedere, dietro i documenti che studiamo, le persone che siamo chiamati a servire; cercare Dio nel volto degli altri; consolare, con la parola e con l’esempio, i colleghi più bisognosi; cominciare dai compiti meno piacevoli – spesso i più necessari – unendoli al sacrificio di Cristo; considerare, infine, la propria scrivania come un altare sul quale ci uniamo ogni giorno alla nostra Messa.
«In questo vostro lavoro professionale, consapevolmente svolto di fronte a Dio, verranno esercitate la fede, la speranza e la carità. Le diverse situazioni, rapporti e problemi che il vostro lavoro comporta, alimenteranno la vostra preghiera. L'impegno di portare a compimento il vostro dovere ordinario sarà l'occasione per sentire la Croce, che è essenziale nella vita di un cristiano. L'esperienza della vostra debolezza e gli insuccessi — immancabili in ogni sforzo umano — vi daranno più realismo, più umiltà, più comprensione per gli altri. I successi e le gioie saranno un invito alla gratitudine e vi faranno pensare che non vivete per voi stessi, ma al servizio degli altri e di Dio» (È Gesù che passa, n. 49).
La vita lavorativa non costituisce un ostacolo alla vita di preghiera; al contrario, è un ambito nel quale essa può mettere radici e svilupparsi in profondità. Anche nel lavoro si scopre il sacrificio nascosto che dà senso a ciò che facciamo e ce ne rivela il significato spirituale:
«La nostra condizione di figli di Dio ci porterà — insisto — ad avere spirito contemplativo in mezzo a tutte le attività umane — luce, sale e lievito, attraverso l'orazione, la mortificazione, la cultura religiosa e professionale —, facendo diventare realtà questo programma: quanto più siamo immersi nel mondo, tanto più dobbiamo essere di Dio» (Forgia, n. 740).
«Mi domandi: perché quella Croce di legno? —E trascrivo da una lettera: “Sollevando l'occhio dal microscopio, lo sguardo incontra la Croce nera e vuota. Questa Croce senza Crocifisso è un simbolo. Ha un significato che gli altri non vedranno. E chi, stanco, era sul punto di abbandonare il lavoro, torna ad avvicinare gli occhi all'oculare e continua a lavorare: perché la Croce solitaria sta chiedendo spalle che se la carichino”» (Cammino, n. 277).
Come trovare Dio nel lavoro nel XXI secolo?
Affermare che il lavoro umano e l’attività professionale sono il luogo del nostro incontro con Dio può sembrare una formula edificante, propria della letteratura spirituale, ma apparentemente scollegata dall’esperienza quotidiana del XXI secolo. Per alcuni, introdurre un riferimento esplicito a Dio nel mondo secolare delle relazioni lavorative potrebbe persino apparire come una strategia artificiosa e astratta per anestetizzare i problemi reali: le urgenti questioni sociali, le conseguenze negative della disoccupazione e delle migrazioni, i conflitti tra dipendenti e datori di lavoro, tra cittadini e Stato, tra concorrenti sul mercato o tra rivali che aspirano a posizioni dirigenziali all’interno della stessa azienda.
Soprattutto nelle società occidentali industrializzate, molti ambienti di lavoro sono segnati dall’ansia e dalla competitività, dalle tensioni tra le parti coinvolte, dalla fretta e dalla frammentazione delle relazioni umane: fattori che spesso sfociano nel sospetto e nella diffidenza. Per chi vive nell’attuale società dei consumi, «lavorare bene» non rimanda normalmente all’esercizio delle virtù, ma alla massimizzazione dei profitti, all’aumento della visibilità mediatica o al rafforzamento del marchio aziendale.
Il ritmo accelerato della produzione e il poco tempo concesso per prendere decisioni favoriscono lo stress, impoveriscono la qualità delle relazioni personali e le riducono, non di rado, a rapporti strumentali, spesso trasferiti anche sul piano virtuale. Per molti, il lavoro appare come un peso da cui fuggire, non come una realtà chiamata a essere santificata. La vita – la vita vera – comincerebbe quando termina la giornata lavorativa: solo allora torneremo a essere noi stessi, potendo dedicarci alle persone che amiamo, ai nostri interessi, a ciò che, umanamente, ci realizza. È significativo che, in alcune feste di pensionamento, si sentano esclamazioni come «Finalmente libero!», sintomo culturale di una concezione del lavoro inteso anzitutto come schiavitù, peso o limitazione.
Se il quadro è quello descritto, sorge quasi inevitabilmente una domanda: che cosa può dire agli uomini e alle donne del nostro tempo il messaggio della santificazione del lavoro insegnato dal fondatore dell’Opus Dei? Si tratta, senza dubbio, di una proposta controcorrente. Lo stesso san Josemaría ne era già pienamente consapevole negli anni in cui scriveva alcuni dei suoi appunti spirituali, poi raccolti in Solco:
«Alcuni, nel lavoro, si muovono con pregiudizi: per principio, non si fidano di nessuno, e, naturalmente, non capiscono la necessità di cercare la santificazione del proprio mestiere. Se ne parli, ti rispondono di non aggiungere altri carichi al loro lavoro, che già sopportano di malavoglia, come un peso.? — Questa è una delle battaglie di pace che bisogna vincere: trovare Dio nella propria occupazione, e — con Lui e come Lui — servire gli altri» (Solco, n. 520).
A tutti – anche a coloro che non condividono la fede cristiana – propone di intessere relazioni umane sincere e costruttive, di riconoscere e valorizzare i talenti di ciascuno e di concepire il lavoro come servizio, non come affermazione del proprio ego. Invita chi lavora a impegnarsi, guidato dalla carità cristiana, in una dinamica di unità e non di divisione, costruendo sulla fiducia e non sull’antagonismo.
Ricorda inoltre che la dignità e l’importanza di un’attività non si misurano dai risultati raggiunti né dai benefici prodotti, ma dall’amore con cui viene svolta e dallo spirito di servizio che la anima.
“Non esistono mestieri di poca importanza: tutti sono molto importanti. Il valore di un mestiere dipende dalle qualità personali di chi lo esercita, dalla serietà umana con cui lo svolge, dall’amore di Dio che vi mette. È nobile il lavoro del contadino, che si santifica coltivando la terra; quello del professore universitario, che unisce la cultura alla fede; quello dell’artigiano, che lavora nella propria casa; quello del banchiere, che fa fruttare le risorse economiche a beneficio della collettività; quello del politico, che vede nel proprio compito un servizio al bene di tutti; e quello dell’operaio, che offre al Signore lo sforzo delle proprie mani” (Cfr. Lettera 14, n. 5).
Ai credenti, il fondatore dell’Opus Dei insegna che il lavoro, la famiglia e la vita spirituale non costituiscono ambiti separati, ma dimensioni chiamate a integrarsi in un’esistenza al tempo stesso santificata e santificatrice. Ricorda loro che l’apostolato e il rapporto con Dio non cominciano quando termina la giornata lavorativa, ma nascono e si sviluppano nell’esercizio stesso del lavoro.
Suggerisce inoltre che la mentalità professionale coltivata da ciascuno può illuminare anche altri ambiti della vita: aiutare nell’educazione dei figli, orientare la partecipazione alla vita sociale e organizzare responsabilmente il tempo del riposo. Insegna che si continua ad amare sul luogo di lavoro se si sa amare nella vita familiare; che la Messa che ogni fedele vive attraverso il proprio sacerdozio comune si prolunga lungo tutte le 24 ore della giornata; che ogni minuto ha valore di eternità; e che ogni momento è un’occasione per amare Dio e gli altri.
Per san Josemaría, il lavoro è inoltre il canale per il quale orientare tutte le energie e i desideri di servizio verso il bene comune, e non soltanto verso il proprio interesse: una persona che vuole santificare il proprio lavoro non può «volgere le spalle ad alcuna inquietudine, ad alcuna necessità degli uomini tuoi fratelli» (Forgia, n. 453). Questo orizzonte di servizio dà senso e valore al lavoro personale.
Infine, l’esortazione di san Josemaría a vivere come «contemplativi in mezzo al mondo» assume implicazioni specifiche nel contesto del lavoro quotidiano. Nelle molteplici attività della giornata lavorativa, chi adotta uno sguardo contemplativo sa rendere grazie a Dio per le virtù di coloro che gli stanno accanto; perdona di cuore incomprensioni e offese; si mostra attento a chi soffre, a chi è solo, a chi è rimasto indietro; e riconosce in ogni persona la dignità propria dell’immagine e somiglianza di Dio.
Contempla Dio nel lavoro chi rivolge uno sguardo filiale alla creazione, si meraviglia della sua bellezza e dell’ordine delle sue leggi, si stupisce dei risultati della tecnica e dell’intelligenza umana e gioisce di poter contribuire alla crescita della società attraverso la costruzione di relazioni segnate dalla carità e dalla giustizia. Loda infine Dio per la grazia di cooperare, attraverso il proprio lavoro, a condurre la creazione verso la sua pienezza.
«Riconosciamo Dio non solo nello spettacolo della natura, ma anche nell'esperienza del nostro lavoro, del nostro sforzo. Allora il lavoro è preghiera, rendimento di grazie, perché sappiamo di essere stati messi sulla terra da Dio, di essere amati da Lui, eredi delle sue promesse» (È Gesù che passa, n. 48).
[1] Traduzione propria del testo greco dei LXX.
Questa serie è coordinata dal prof. Giuseppe Tanzella-Nitti. Vi collaborano anche altri autori, alcuni dei quali sono professori e professoresse della Pontificia Università della Santa Croce (Roma).
