Tra Dio e la “Dea”: come porto la mia fede allo stadio

Enrico (nome di fantasia), sposato da venticinque anni, padre di tre figli, è un grande tifoso dell’Atalanta. In questa testimonianza racconta di come vivere la fede in curva.

Immagine: Midjourney

Bergamo è una città che predilige il lavoro quotidiano e silenzioso, che è lo stesso stile della società dell’Atalanta da sempre, e in particolare negli ultimi dieci anni. Per questo, quando abbiamo vinto l’Europa League, come tifosi siamo stati molto felici, ma non sorpresi. A Bergamo abbiamo una filosofia del lavoro molto vicina al messaggio di san Josemaría, santo che ho conosciuto dopo essermi sposato, grazie a un compagno di scuola del liceo: il lavoro non è soltanto un dovere, ma qualcosa che ci piace fare, e non solo per se stessi.

“Andare all'Atalanta”

Quando andiamo allo stadio, diciamo “vado all’Atalanta”. Io dico così da quando ho iniziato, nel 1974, all’età di sei anni, con i miei. Iniziai ad “andare all’Atalanta” solo con i miei amici, senza genitori, quando avevo undici anni, in seconda media.

come battezzato e fedele dell’Opus Dei sono chiamato a essere testimone in tutti gli ambienti che frequento

All’epoca tanti coetanei tifavano per Milan, Juve, Inter, mentre oggi è diverso: ogni volta che nasce un bambino in città, gli viene regalata una maglia dell’Atalanta. Quel gruppo di seconda media negli anni si è allargato, e ognuno di noi ha preso strade professionali molto diverse: chi fa il manager, chi l’operaio, chi il direttore commerciale o il professionista in qualche ambito… ma in curva siamo tutti uguali.

Anche mia moglie e i miei figli condividono la passione per l’Atalanta: mia moglie veniva con me allo stadio ancora prima che ci fidanzassimo, mentre oggi i miei figli vanno a vedere la partita con i propri amici, dopo aver iniziato con noi genitori.

Cristiani da stadio

So che come battezzato e fedele dell’Opus Dei sono chiamato a essere testimone in tutti gli ambienti che frequento, e so anche che c’è un grande pregiudizio verso i tifosi e in particolare quelli delle curve. Ma non c’è niente di “cattivo in sé” nel tifo allo stadio, non più di quanto ce ne possa essere sia in qualsiasi altro ambiente professionale o sociale.

La curva è il luogo dove si coltiva una passione comune e che può diventare la base di una vera amicizia

La vera testimonianza cristiana allo stadio, per me, è quella di provare a guardare gli altri, sull’esempio di Cristo, senza pregiudizi: negli anni ho incontrato persone di tutti i tipi, spesso molto diversi da me, con in comune solamente la passione per l’Atalanta.

La curva è il luogo dove si coltiva una passione comune e che può diventare la base di una vera amicizia, cuore a cuore. Quando fai vedere che sei ben contento di ascoltare qualcuno, le domande e le confidenze arrivano, magari qualche giorno dopo la partita, confidenze che possono riguardare anche la vita di fede: la carità sta nel comprendere.

Abbracciarsi anche quando si perde

Allo stadio non cerco di parlare ai miei amici di Dio, ma parlo spesso a Dio dei miei amici: «Signore, i miei amici sono questi, e sono le persone più belle del mondo, anche lui, che è arrabbiato con la Chiesa e con te».

La domenica successiva alla vittoria dell’Europa League a Dublino, nella mia parrocchia, durante l’omelia, il sacerdote si lamentava del fatto che i cristiani hanno perso l’abitudine di abbracciarsi, lasciando intendere che in città ci si abbracci solo per la vittoria dell’Atalanta. Dopo la Messa ho chiacchierato con il sacerdote per ringraziarlo di quello spunto, condividendo con lui che i tifosi si abbracciano quando vincono proprio perché fanno lo stesso anche quando perdono.

È vero che, in un ambiente come quello dello stadio, si può assistere ad atteggiamenti non coerenti con la vita di fede. Grazie a Dio ciascun cristiano può fare la sua parte con la preghiera di riparazione, come quando si sente qualche bestemmia, spesso pronunciata più per abitudine che per un reale astio nei confronti del Signore.

Nessuno viene lasciato da solo

Ma ci sono anche tanti aspetti umanamente edificanti, come la magnanimità tipica dei tifosi che vivono la loro passione in maniera radicale: c’è uno spirito di aggregazione e di solidarietà fuori dal comune. Non solo quando ci sono emergenze collettive, come durante la pandemia del 2020, quando i tifosi della curva, proprio quelli che vivono la loro passione in modo piu’ radicale, hanno raccolto fondi e aiutato a costruire con le loro mani un ospedale, ma anche moltissimi esempi concreti di solidarietà e unione vera in caso di bisogno, per aiutare e mostrare vicinanza alle singole persone. Nessuno viene lasciato solo.

Un pericolo che vedo è l’idolatria: mettere la “Dea”, come viene chiamata l’Atalanta, al posto di Dio, far diventare la squadra il centro della propria vita. Ma dietro questo pericolo c’è anche uno spiraglio per la luce, perché la fede calcistica è molto simile alla fede in Dio: ha i suoi rituali, la sua liturgia, e vive di un impegno che va oltre la singola partita, abbraccia la quotidianità, con incontri, riunioni ed eventi che i club dei tifosi realizzano.

Il 22 maggio 2024 l'Atalanta ha vinto l'Europa League. (Foto: ANSA)

La Balconata Paradiso

Nella mia esperienza, chi vive con grande passione il tifo, è anche più predisposto ad affrontare discorsi sulla fede cristiana. Senza contare che nell’ambiente della curva si impara a vivere legami che continuano nel tempo, anche dopo che qualcuno muore.

I tifosi, e specialmente i ragazzi della curva, insegnano che non viene dimenticato mai nessuno. A Dublino, quando uno dei tifosi ha alzato verso il cielo la Coppa appena vinta, lo ha fatto proprio per loro: per la “Balconata Paradiso”, la curva dei tifosi che non ci sono più.