Ritorno a Itaca - José

"Credo che il mio processo interiore sia un miracolo. Non lo concepisco diversamente".

Testimonianze
Opus Dei - Ritorno a Itaca - José

“Volete che vi racconti la mia rinascita?”. José è un artista e questo si percepisce da come è arredata la sua bottega, da come lavora, dal suo modo di parlare e di affrontare gli argomenti. “Credo che il mio processo interiore sia un miracolo. Non lo concepisco diversamente”.

CREDO CHE IL MIO PROCESSO INTERIORE SIA UN MIRACOLO. NON LO CONCEPISCO
DIVERSAMENTE.

E racconta di essere stato educato in una scuola di religiosi dove si pregava, dove si credeva. Un posto sicuro.

Accadde allora un evento traumatico che lo allontanò dal paradiso dell’infanzia. “Mia madre morì che io avevo 15 anni ed ecco una montagna di domande senza risposta. Perdere la madre così presto è una cosa che ha segnato la vita della mia famiglia. È stato il principio della fine”.

José si è allontanato da Dio. “Gli ho addossato la colpa della perdita e l’ho odiato. Non c’era posto per lui nella mia vita, né io, chiaramente, pensavo di darglielo”. Con gli anni, l’odio si è andato modificando e si è trasformato in indifferenza mentre la vita di José andava avanti.

CON GLI ANNI, L’ODIO SI È ANDATO MODIFICANDO E SI È TRASFORMATO IN INDIFFERENZAE

“Ho studiato Belle Arti perché volevo diventare pittore; appena terminati gli studi, mi hanno offerto un lavoro in una importante fabbrica di mobili. Ho accettato e ho cominciato a crescere professionalmente. Il lavoro sovrastava tutto il resto. Ho raggiunto il più alto gradino dell’impresa. Mi piaceva, era un ottimo lavoro, ero apprezzato e guadagnavo bene. Non potevo chiedere di più. Eppure...”.

Eppure, José non era felice e gli si è scatenata una crisi professionale, che nascondeva una crisi personale.

“Io ero talmente insensibile a qualunque problema spirituale, ero talmente svuotato da tanti anni, che la prima cosa che ho individuato non è stata la crisi personale ma una crisi professionale. Avevo lavorato per 28 anni come un mulo, contento, e avevo mantenuto la mia famiglia, ma non mi ero preoccupato di sviluppare la mia vocazione. Avevo studiato Belle Arti perché volevo diventare pittore. Ma il lavoro me ne aveva tenuto lontano. Avevo 50 anni e mi domandavo che cosa ne stavo facendo della mia vita”

José confessa che questa crisi professionale nascondeva qualcosa di più profondo: in realtà non era contento della propria esistenza. Decise di rischiare, prendendo una decisione radicale: “Ho lasciato il lavoro. È stato un momento problematico perché la mia famiglia non ha capito. Sembrava una decisione irresponsabile. In casa il clima si fece pesante, anche perché non riuscivo a ottenere un altro lavoro. Avevo lasciato un buon impiego e ora ero disoccupato”.

La figlia piccola, di 8 anni, si è resa conto della situazione e una sera si è avvicinata a suo padre con quello che riteneva fosse una possibilità per uscire dal fosso. “Mi ha dato una immaginetta di un santo e mi ha detto: recita la preghiera e ti aiuterà. Mi proponeva una novena per chiedere lavoro mediante l’intercessione di san Josemaría. Sorprendentemente, l’ho recitata quella sera stessa. L’ho recitata con fede..., io che non avevo fede. Ero tanto disperato, la mia vita stava per esaurirsi, che mi afferrai a quel cartoncino come all’ultima possibilità”.

Sette giorni dopo, senza che la novena fosse terminata, José ha ricevuto una telefonata del cappellano della scuola del figlio maggiore al quale “una volta io avevo presentato un progetto per insegnare ai bambini attraverso l’arte. Mi ha detto che la cosa lo interessava. Si apriva così una porta molto importante per la mia vita. Era proprio quello che io avevo chiesto a san Josemaría: trovare un lavoro nel quale io potessi sviluppare la mia vocazione e aiutare gli altri”.

Dopo questa porta hanno cominciato ad aprirsene altre. “Improvvisamente, tutta questa indifferenza, questo vuoto si è trasformato in inquietudine, ho cominciato a farmi domande, volevo sapere qualcosa sulla vita di Gesù, sulla Messa, ho cominciato a leggere il Vangelo. Volevo conoscere la vita di quel santo che mi aveva aiutato e ho passato la Settimana Santa al chiuso, guardando alcuni video di san Josemaría. Ero come un bambino. E mi accorgo che mi vado trasformando interiormente. Sono più contento. Sono felice, ma con la F maiuscola. E migliorano i rapporti con la famiglia. Do un altro senso al lavoro. Io lavoravo bene, ma ora non lo faccio tanto per guadagnare; lo faccio per gli altri, per Dio, e cerco di non assuefarmi ma di farlo sempre meglio, perché si può migliorare sempre".

José non dubita che il suo ritorno a Itaca sia un miracolo. “Io mi trovavo nell’inferno dell’indifferenza e una mano mi afferra e mi riporta a casa. E una volta che Dio ti prende per mano non lo lasci, a meno che tu non sia proprio uno sciocco. Non vuoi tornare quello di prima”.

Vuoi rimanere a Itaca per sempre.