Ritorno a Itaca - Ángel

"Con una angoscia e un vuoto immenso mi sono rifugiato nelle droghe senza sapere che mi stavo rifugiando direttamente nell’inferno".

Opus Dei - Ritorno a Itaca - Ángel

Se c’è un figlio di Itaca nel quale si può riconoscere la biografia di Ulisse, questi è Ángel. Ángel ha 54 anni... e avventure e contrarietà da riempire un secolo. È nato nel 1964 a Puente de Vallecas, a Madrid. I genitori hanno educato lui e i suoi fratelli nella fede cattolica. Ángel comincia a lavorare molto presto, a 14 anni. Fa passi avanti e finisce per trovare un impiego ne La perdiz de Somontes,un famoso ristorante situato molto vicino al palazzo reale della Zarzuela.

CON UNA ANGOSCIA E UN VUOTO IMMENSO MI SONO RIFUGIATO NELLE DROGHE SENZA SAPERE CHE MI STAVO RIFUGIANDO DIRETTAMENTE NELL’INFERNO.

A 17 anni s’innamora di Petri e dopo un lungo periodo di fidanzamento si sposano nel 1991. Poco tempo dopo nasce una splendida figlia: María Jesús.

Fra le braccia di Calipso

Sembrava una bella storia... che però, in realtà, era cominciata a incrinarsi da tempo... Prima era stato suo fratello Jesús a cadere nella droga. Una bestia che, nella Madrid degli anni ’80, galoppava incontrollata demolendo vite. Jesús è stato ucciso a 22 anni da una sostanza edulcorata.

È stato il primo anello di una catena drammatica.

La depressione per la morte del fratello piccolo, i suoi primi contatti con la droga, uniti alle difficoltà economiche e ad altri problemi personali che Ángel preferisce non rivelare al microfono, mandano in malora anche il suo matrimonio.

Da quel momento è stata tutta una discesa senza freni. Mi sono visto solo. Abbandonato. Con una angoscia e un vuoto immenso; allora mi sono rifugiato nelle droghe senza sapere che mi stavo rifugiando direttamente nell’inferno. Nessuno lo sa finché non ci si trova dentro, ma la droga è comunque un inferno. È come essere morto pensando di essere vivo. Il corpo ti brucia. Hai il diavolo dentro. E chiaramente, non c’era posto per Dio nella mia vita.

Ángel come Ulisse, dopo essere vissuto alcuni anni a Itaca, si accorge di essere prigioniero fra le braccia della ninfa Calipso. Una ninfa bugiarda e imbrogliona che va risucchiando la vita.

Il culmine fu la morte di mia madre. L’unica cosa che mi era rimasta. L’unica che, malgrado tutto, mi continuava ad amare. Il mio rifugio. E se n’è andata. Per sempre. A questo punto rompo definitivamente con Dio. Come puoi essere tanto malvagio?, dicevo a Dio. Inoltre, parte della mia famiglia mi accusava di aver ucciso mia madre con i miei spropositi. E ci ho creduto anch’io.

Ángel, espulso dal territorio in cui era nato, allontanato dai suoi e avvelenato dalla droga prosegue la sua strada funesta lottando contro demoni esterni e interni.

Tentavo di rialzarmi... e cadevo di nuovo. Ho cominciato una terapia disintossicante e ho ottenuto un lavoro alle Poste. Sembrava che il vento cominciasse a soffiare a favore... quando sono stato costretto a entrare in prigione per scontare una vecchia condanna per truffa.

Di nuovo nell’abisso...

SEMBRAVA CHE IL VENTO COMINCIASSE A SOFFIARE A FAVORE... QUANDO SONO STATO COSTRETTO A ENTRARE IN PRIGIONE PER SCONTARE UNA VECCHIA CONDANNA PER TRUFFA.DI NUOVO NELL’ABISSO...

Luci all’orizzonte

Eppure, dietro le sbarre, Ángel inizia timidamente il suo ritorno alla fede. Non riuscivo a spiegarmelo, però, in mezzo a questa amarezza, pur essendo ormai lontano da qualsiasi pratica religiosa, ho cominciato a sentire Dio vicino. Qualche volte entravo nella cappella e parlavo con Dio. Sentivo che era accanto a me.

Una volta uscito dal carcere, soltanto la strada aspetta Ángel. Sono stati tempi assai duri. Vivevo in preda a una psicosi tremenda di paura, di umiliazione e di solitudine. Sono radicalmente solo. E ho paura. Per la strada non c’è rispetto. Un giorno ti depredano, un altro ti insultano, il terzo ti aggrediscono. Non dormi e lo stress ti fa impazzire.

Ad ogni modo Ángel, come Ulisse, non si arrende. E continua a lottare per raggiungere la terra ferma. Dato che la sua vita si è svolta sempre a Vallecas, i vicini, e anche la polizia, lo conoscono e lo aiutano per quanto possono. Comincia a rivolgersi alla Caritas. Si dedica alla vendita ambulante per poter guadagnare qualche soldo e frequenta sempre più spesso la chiesa di San Ramón Nonato. La sua parrocchia di sempre. A volte per dormire. A volte per chiedere e sempre per pregare.

ÁÁngel continua a lottare con tutte le sue forze contro la disperazione. Certe volte vorrebbe morire e fa qualche tentativo. Ma altre volte arrivano quelli che egli chiama i segnali del Cielo, che lo stimolano a continuare a navigare, per quanto le correnti siano molto forti.

Telemaco riconosce Ulisse

Uno di questi segnali ci rimanda direttamente al racconto di Omero che, in una delle pagine più emozionanti dell’Odissea, racconta l’incontro di Ulisse col figlio Telemaco 20 anni dopo la sua partenza.

Anche Ángel ha incontrato sua figlia, quasi due decenni dopo. Io María Jesús non la vedevo da quando aveva un anno. È accaduto qui, accanto alla parrocchia – racconta Ángel, ancora tremante per l’emozione –. Lei era alla fermata dell’autobus, fumava, e io mi sono avvicinato per chiederle una sigaretta. Aspetti – mi ha detto – mentre frugava nella borsa. Alzando lo sguardo, abbiamo fissato gli occhi l’uno nell’altro. È stato emozionante. Lei mi ha detto: Sei Ángel? Le ho risposto: “Sì... e tu sei María Jesús, mia figlia”. Non ci vedevamo da 18 anni e a lei avevano detto che io ero morto. Però ci siamo riconosciuti. Siamo stati mezz’ora abbracciati, piangendo. Da allora, lei sa che suo padre è qui, per tutto ciò di cui avrà bisogno.

Dio, dalla spiaggia di Itaca, inviava segnali di fumo. La fine del viaggio era vicina.

Però mancava ancora la parte finale, con alcune lotte contro i ciclopi da vincere e canti di sirene da mettere a tacere.

Sono a casa

In quel periodo di strade, di salite e di discese, e di visite in chiesa, incontra la sorella Sara che, come se si trattasse della nereide Leucotea (la sorella Sara perdoni il paragone), gli offre qualcosa di più che una coperta. Gli offre un rifugio nella residenza Nazareth, un posto di accoglienza per persone senza casa molto vicino alla parrocchia di San Ramón Nonnato.

Sono le ultime bracciate prima di toccare riva. La mia vita comincia a cambiare. Mi sento accolto. Siccome non ho un lavoro, mi chiedono di dare una mano nella residenza, in una sala da pranzo sociale e nella parrocchia. E comincio a lavorare, ad assumere responsabilità. Do una mano in ciò che posso e comincio a recuperare l’autostima. Ho la giornata piena, occupandomi degli altri. Comincio a utilizzare alcune abilità che mi aveva insegnato mia madre in fatto di ordine e organizzazione. Mi sento sempre più forte, ho finito di distruggermi e comincio a essere padrone di me stesso.

Una sera, seduto sul letto, vede profilarsi il campanile della chiesa. Non so spiegarlo, ma, da dentro, sento una voce che mi dice: Coraggio, Ángel, continua così, che vai bene. Ho cominciato a piangere. Quella notte, non ho potuto dormire.

Per Ángel, le parole che sente nel suo cuore sono la spinta definitiva. Egli, che per tutta la vita aveva sentito rimproveri, si sente incoraggiato, amato, perdonato, stimolato, risanato.

Con uno sforzo infinito, ma anche – come egli stesso riconosce – con l’aiuto di Dio, è riuscito ad arrivare a Itaca. A casa sua.

Ora lavora nel "Rifugio", al banco delle bibite, e “spende” le sue ore aiutando in parrocchia in ciò che può. Io, che sono stato tanto lontano, tanto separato da Dio, che ho abitato nell’inferno, ora non posso vivere senza di Lui. Dopo una vita così intensa e dolorosa sono arrivato a casa. A casa mia.