«L'insegnamento non era il mio primo obiettivo - racconta Francesco, professore di lettere all'Istituto Salesiano di Palermo - Durante gli anni universitari ero affascinato dall’idea di lasciare la mia città e fare esperienze all’estero. Allo stesso tempo, però, sentivo il desiderio di lavorare in ambito culturale. Così ho deciso di rimanere a Palermo e iniziare un dottorato di ricerca». Ed è stato proprio questo percorso non lineare che ha fatto scoprire a Francesco la sua vocazione professionale: insegnare greco, latino, italiano e storia agli studenti del liceo.
Preghiera, lezioni e tempo di qualità con gli studenti
La giornata di Francesco inizia di buon’ora. «Mi sveglio molto presto - sottolinea - perché alle 8 devo essere a scuola. Quando posso cerco di andare a Messa prima delle lezioni, mi aiuta molto a cominciare nel modo migliore. La grande fortuna è che nell’istituto c’è una chiesa, quindi anche quando ho meno tempo posso passare anche solo per pregare e offrire al Signore la giornata. Ogni tanto, quando sono particolarmente stanco, mi ricordo del consiglio di san Josemaría [1] e chiedo aiuto ai 20-30 angeli custodi dei ragazzi».
Dopo questo momento di preghiera, Francesco è pronto per le lezioni. «Essere professore non significa semplicemente stare dietro la cattedra e parlare per ore e ore. - spiega Francesco - È fondamentale saper stimolare, ascoltare, comprendere e accogliere le fragilità degli studenti. A volte i ragazzi, soprattutto durante l’adolescenza, sembrano impenetrabili e apatici. Eppure loro osservano come agiamo, reagiamo, se siamo coerenti nella valutazione e, se capiscono di potersi fidare, si aprono e raccontano tutto ciò che li turba. Ed è quando succede ciò che tutta la fatica del lavoro viene ripagata».
L’esempio vale più di mille parole
Nel primo pomeriggio, dopo aver scambiato qualche parola con i colleghi, Francesco torna a casa. «Io e mia moglie insegniamo nello stesso istituto - spiega Francesco - per questo viviamo in sintonia. Solitamente dopo pranzo recitiamo insieme il rosario e ci dedichiamo allo studio, alla preparazione delle lezioni dei giorni successivi e alle pratiche burocratiche, che sono sempre più di quanto si pensi».
«Per chi è professore il modo migliore per vivere la fede con semplicità e genuinità è, in primo luogo, non nasconderla - continua Francesco - Molti miei colleghi pensavano fossi Salesiano e quando hanno scoperto che sono dell’Opus Dei si sono stupiti. Ma semplicemente vivendo la mia vita ho potuto dar loro testimonianza di cosa significhi davvero essere membro dell’Opera. L’esempio vale più di mille parole».
Francesco, che come soprannumerario cura la propria formazione cristiana — un modo concreto per restituire alla Chiesa quanto ha ricevuto attraverso l'Opus Dei — è catechista dei ragazzi dell’istituto che si preparano a ricevere il sacramento della Cresima. «Quando sono con loro e penso a come trasmettergli la fede e la bellezza di essere cristiani - conclude Francesco - mi aiuta moltissimo ricordare le parole di papa Benedetto XVI: “Il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l'apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo”[2]».
[1] Se tenessi presente il tuo Angelo Custode e gli Angeli del tuo prossimo, eviteresti molte sciocchezze che ti sfuggono nella conversazione, Cammino, n. 564.
[2] Papa Benedetto XVI, Udienza generale 3/09/2008.
