«Il valore del perdono sta nel non dimenticare»

José Villela ha subito un incidente in seguito al quale, a 23 anni, è rimasto paralizzato. Oggi ha 30 anni, è medico psichiatra e racconta dei guai che ti arrivano dal cielo, del dolore, della lotta e del perdono.

Testimonianze
Opus Dei - «Il valore del perdono sta nel non dimenticare»Fotografa dall'articolo "Experience: a truck fell on to my car", The Guardian. La foto è di Lindsay Lauckner, The Guardian

Potresti raccontarci brevemente la storia del tuo incidente?

Il 19 gennaio 2010 ho subito un incidente nel quale ho riportato una lesione del midollo spinale che mi ha reso invalido. Sono stato costretto a superare un lungo processo di riabilitazione per continuare a vivere, ma ormai su una sedia a rotelle.

Che cosa è cambiato nella tua vita?

Dopo un’esperienza traumatica – dopo aver superato nella vita un episodio difficoltoso –, impari a vedere ogni cosa da un’altra prospettiva: i problemi che prima ti toglievano la pace, ora non si valutano più allo stesso modo.

Sono stato costretto a superare un lungo processo di riabilitazione per continuare a vivere, ma ormai su una sedia a rotelle

Credo che la vita mi abbia dato l’opportunità di essere più sensibile a tutto ciò che mi circonda, anche riguardo alle persone. Siccome dedico gran parte del mio tempo a stare con le persone, questo ha giocato a mio favore, nel senso in cui mi identifico con la nostra vulnerabilità di persone. Difficilmente avrei potuto acquisire in altro modo una tale sensibilità.

Dopo il tuo incidente, hai terminato il tuo corso di laurea in medicina e ti sei specializzato in psichiatria. Quali sono i tuoi successivi obiettivi professionali personali?

Ora mi devo affermare piano piano come psichiatra. Ricevo sempre più pazienti nel mio ambulatorio e sto facendo progressi come conferenziere, sia per giovani che per adulti. Ho avuto l’opportunità di frequentare diverse istituzioni dando la mia testimonianza e illustrando ciò che ho imparato da questa vicenda.

Ho appena fatto un’incursione nel nuoto para-olimpico e si tratta di una sfida personale dal punto di vista sportivo.

Ora stanno per arrivare nuove sfide. Ho appena fatto un’incursione nel nuoto para-olimpico e si tratta di una sfida personale dal punto di vista sportivo.

Sappiamo che ogni anno ricordi l’incidente come se fosse un anniversario o come se fosse un “compleanno” e non come un giorno fatidico.

Quel giorno, lungi dall’essere per me un momento di tristezza o un evento per cui rivivere le difficoltà che tutto questo ha comportato, è un giorno di ringraziamento. Infatti mi è stata data un’altra occasione per continuare a vivere; sarebbe potuto essere l’ultimo giorno della mia vita e non lo è stato. Io lo considero il primo giorno di questa nuova vita. È come avere un secondo compleanno e, quindi, doppia festa.

Nelle tue conferenze è molto toccante sentire che i tuoi amici e i tuoi familiari si sono dati da fare per dimostrarti il loro affetto e la loro assistenza. Come hai avvertito l’amore di Dio attraverso queste dimostrazioni di affetto?

In realtà, quando era molto grave, all’inizio di tutta la vicenda, io chiedevo a Dio di aiutarmi e di farmi sapere in che modo. Certe volte speriamo che Dio si manifesti in una maniera troppo personale, che appaia e ti dica quello che hai bisogno di ascoltare; poi però ho capito che l’amore di Dio si manifestava, prima di tutto, nella famiglia nella quale mi era stato permesso di nascere e crescere, con i miei genitori, i fratelli, i nonni, gli zii: una famiglia di persone in gamba.

Non avrei potuto trovare una famiglia più adatta per affrontare l’avversità e che oltretutto è una famiglia che ha fede; quando la famiglia ti aiuta a cercare Dio nel giorno per giorno, nella vita quotidiana, hai tutto quel che ti serve per superare una situazione del genere.

Lo stesso discorso vale per gli amici; quella rete di amicizie che avevamo formato negli anni, quando io sono stato male, ha stretto i fili della rete per sostenermi: credo che alla fin fine sia questo l’amicizia. L’amicizia consiste nell’offrire la spalla all’altro e sostenerlo in un momento difficile.

Spesso ti invitano a dare conferenze ai giovani, al di là di quanto possa colpire la storia dell’incidente in se stessa. Secondo te, qual è il messaggio più importante che i giovani che ti ascoltano dovrebbero cogliere?

Il messaggio che ogni persona può cogliere da questa testimonianza parte dalla riflessione personale che ognuno fa a partire da una storia. Si tratta di una storia nella quale parlo di una esperienza umana, una cosa che è stata dolorosa, ma che con il tempo ha acquistato un significato più importante e che oggi mi permette di vedere le cose in modo diverso, con molta più gioia, molto più grato per tutto ciò che la vita offre.

ho capito che l’amore di Dio si manifestava, prima di tutto, nella famiglia nella quale mi era stato permesso di nascere e crescere

Più che dire “io ti insegno qualcosa con la mia testimonianza”, credo che tu stesso, sulla base di una storia come la mia, possa fare una riflessione profonda.

Raccomando sempre a tutti di non ascoltare la mia testimonianza come hanno l’abitudine di ascoltarne una qualsiasi, ma cerchino piuttosto di ascoltarla con il cuore, perché se l’ascoltano in questo modo riusciremo a stabilire una simbiosi e a creare una riflessione valida per tutti.

Nelle tue tante conferenze hai avuto l’occasione di parlare davanti a molte persone e sicuramente ti hanno fatto una gran varietà di domande.

La domanda che una volta mi ha fatto un bambino è stata quella che mi ha colpito di più e mi ha fatto riflettere. Credo che tra i più giovani, i bambini siano quelli che ascoltano le prediche, siano i più diretti e precisi nelle loro domande; infatti mi domandò: “hai già perdonato l’autista del camion?” A dir la verità, vi fu un momento in cui sentii che dovevo fare i conti con la tendenza che abbiamo noi essere umani di essere risentiti, di restare a guardare e di non lasciar perdere.

un bambino mi domandò: “hai già perdonato l’autista del camion?”

In quel momento mi sono reso conto che stavo per chiedere a Dio di aiutarmi ad avere questo amore, questo affetto e questa umiltà per perdonare, e non tanto a beneficio dell’autista, ma perché io stessi bene: alcune volte pensiamo che, quando perdoniamo, stiamo facendo un favore all’altro; ma la verità è che lo stiamo facendo a noi stessi.

Con ciò ho imparato che il risentimento non ha molto senso nella nostra vita, ci costringe a vivere irritati, amareggiati, spossati, e invece dobbiamo lasciar perdere, mollare tutto e andare avanti. Questo non vuol dire dimenticare quello che ti hanno fatto o quello che hai subito, perché non si tratta di annullare la memoria, ma, grazie all’amore di Dio, sia la vittima che chi ha provocato l’incidente possono entrambi vivere in pace. In questo caso, l’autista è morto e io tutti i giorni rivolgo il mio pensiero e le mie preghiere alla sua famiglia, chiedendo ovviamente che abbia fede.

Come è possibile fare una differenza tra il perdonare e il dimenticare?

Il valore del perdono sta nel fatto che non lo dimentichi; se lo dimenticassi allora perdonare sarebbe molto facile. Invece, per acquisire questa capacità si deve fare uno sforzo consapevole. Noi esseri umani, generalmente siamo molto egoisti, sempre messi in primo piano; pertanto ci costa molto, quando qualcuno ci procura un danno o un dispiacere, dire “ti voglio perdonare”. Ma quando ti trovi in una situazione del genere, dove le possibilità sono o vivere risentito o perdonare e andare avanti, ti rendi conto che non vale la pena rimuginare troppo su quello che ti hanno fatto. Questa è la differenza.