L’eterno riposo e l’eterno lavoro d’amore

Le circostanze attuali ci portano a vivere l’esperienza dell’incertezza e del timore, ma i cristiani sono chiamati a leggere la vita e la morte, il lutto e la festa, il lavoro e il riposo guardando Gesù Cristo.

Opus Dei - L’eterno riposo e l’eterno lavoro d’amore

Novembre. Il mese del pieno autunno che da secoli porta con sé nella liturgia, nel suo primo giorno, il ricordo e la lode a Dio per tutti i santi anonimi del cielo, i “santi della porta accanto”[1], quelli che abbiamo conosciuto e gli innumerevoli sconosciuti, che un giorno conosceremo nell’eternità del cielo, i cari defunti che gioiscono della piena gioia di Dio. Questo mese dai colori accesi e miti nel suo secondo giorno ci porta la messa per tutti i fedeli defunti, nella quale chiediamo per loro la grazia di terminare la purificazione previa alla pienezza della partecipazione alla gioia di Dio.

È più presente la Chiesa madre che distribuisce doni tra i figli e attraverso i figli che si amano

Attingendo al tesoro di grazie che la Chiesa misteriosamente amministra, con la visita a un cimitero essa ci regala un’indulgenza plenaria che possiamo applicare a un defunto. In questo mese tocchiamo con mano il mistero della comunione dei santi e della Chiesa nella quale siamo uniti ai santi del paradiso che sorridono e proteggono, e alle anime del purgatorio con le quali continua il reciproco aiuto. È più presente la Chiesa madre che distribuisce doni tra i figli e attraverso i figli che si amano.

è come se la trincea si fosse spostata nelle strade delle città e negli ambienti di lavoro, di studio e di svago

Il novembre del 2020 ha però una tonalità un po’ speciale. Nella primavera scorsa abbiamo fatto esperienza collettiva della nostra fragilità e precarietà. E torniamo a viverla in quest’autunno, col timore della ripresa dei contagi, le incertezze della vita lavorativa e sociale, i condizionamenti delle ordinanze delle autorità. Penso in particolare al disagio delle famiglie con figli che vorrebbero mandare a scuola e a volte non è possibile farlo. “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie[2]” scriveva il poeta Giuseppe Ungaretti, soldato nelle trincee del Carso. Oggi questa sensazione si diffonde tra persone comuni di ogni ceto e di ogni età, come se la trincea si fosse spostata nelle strade delle città e negli ambienti di lavoro, di studio e di svago.

La morte, un po’ occultata e un po’ spettacolarizzata col fine di esorcizzarla nei decenni precedenti, come annotava Joseph Ratzinger[3] in quella che definì la sua “opera meglio riuscita”, torna a essere protagonista delle paure quotidiane, del non detto e dei discorsi, e soprattutto dei vissuti, perché vicina di casa e apparente vincitrice, ancora una volta e in modo planetario e invasivo. Non pochi fedeli durante la messa del due novembre sentiranno riaprirsi la ferita per quella persona cara, familiare o amico, che dovettero salutare rapidamente, qualche mese fa, mentre saliva su un’ambulanza a sirene spiegate e che non poterono più avvicinare, confortare, abbracciare e nemmeno benedire e piangere pubblicamente nella messa di un funerale. E si chiedono il perché profondo. E lo chiedono a Dio. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Non abbiate paura

Le parole di Gesù in croce confortano e aiutano, e con le sue lacrime per Lazzaro e per il dolore di Maria di Betania, ci danno traccia per la preghiera e offrono l’unica risposta silenziosa a quei dolori che altrimenti sarebbero senza pace. Maria sua madre era lì sotto la croce di Gesù insieme ad altre donne che lo amavano e al discepolo amato.

Quei cari moribondi pur nella distanza fisica ci hanno sentiti vicini

E per quel parente e quell’amico, solo nella corsia concitata, piena di tubi e di scafandri, nel momento supremo del distacco da questa vita, con il respiro che non ce la faceva più, noi lo crediamo: ebbe accanto Maria nostra madre, i santi e gli angeli del cielo, e spesso attraverso angeli terreni, infermieri e medici che si sono improvvisati parenti, “Fratelli tutti”, hanno vissuto il sacerdozio comune dei fedeli in modo coraggioso e inedito, benedicendo e pregando, a volte addirittura ungendo con l’olio santo il moribondo.

Quei cari moribondi, nella loro solitudine, si sono uniti alla solitudine suprema di Cristo, “mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” (Gv 16,32), hanno avuto il viatico della comunione dei santi, della fraternità universale. Lo crediamo. Pur nella distanza fisica ci hanno sentiti vicini. La vicinanza dell’amore, della preghiera e delle lacrime. Gesù che ha sofferto nel Getsemani e sulla croce in sommo grado ogni abbandono e ogni solitudine dei suoi fratelli e sorelle di ogni tempo, anche le più profonde, non li ha abbandonati. E si è avvicinato a loro sussurrando: “Sono io, non abbiate paura”.

Nella fede scopriamo che la visione di Dio di questi eventi è altra rispetto alla nostra: “perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore (Is 58, 8)”. Se li potessimo vedere adesso nella luce di Dio, questi cari defunti, comprenderemmo forse ancor meglio perché Gesù ogni volta che parla del passaggio dalla vita terrena alla “gioia del tuo padrone”, parla di una moltiplicazione dell’azione e dell’efficacia della vita: “sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto” (cfr Mt 25, 21.23); “ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città” (Lc 19,17). Li vedremmo dunque governare città terrene, cioè moltitudini di persone, che loro guidano e accudiscono, sostengono e illuminano con i loro consigli e la loro intercessione. Li vedremmo nella gioia del Signore.

Vi potrò aiutare meglio dal Cielo

Meditando quelle parole di Gesù comprendiamo che quando recitiamo “l’eterno riposo dona a loro Signore” stiamo chiedendo per loro la pace e l’uscita da ogni sofferenza, ma non certo l’inattività. Cosi, a quella preghiera della tradizione verrebbe da aggiungere: “l’eterna gioia dona loro Signore”, e anche “l’eterno lavoro a favore del bene, senza fatica e senza dolore, dona loro Signore”, tu che insieme a tuo Padre agisci sempre (cfr Gv 5,17) e sempre sei nella gioia.

Gesù quando parla della nostra morte parla della nostra vita

In questa prospettiva evangelica si colloca una considerazione formulata da san Josemaría negli ultimi anni della sua vita: “Vi potrò aiutare meglio dal cielo”, di san Domenico morente: “Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita”e di santa Teresina: “Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra”. Ho sentito raccontare di tre bambini che la nonna seguiva molto da vicino. Li ha lasciati per morte improvvisa e loro la pregano spontaneamente tutte le sere perché continui ad aiutarli nelle loro piccole vicende quotidiane, fare bene una verifica a scuola, o ritrovare un oggetto perduto.

Gesù quando parla della nostra morte parla della nostra vita: le dieci monete guadagnate che diventano dieci città da governare; l’amministratore fidato che dà la razione di cibo a tempo debito e il padrone lo trova ad agire così e lo mette a capo di tutti i suoi averi; le vergini prudenti che accumulano olio dagli atti di carità vissuti lungo la vita con tutti i rivenditori che sono loro capitati e quindi possono entrare e partecipare alla festa delle nozze del re; i benedetti del Padre suo che ricevono in eredità il regno perché hanno dato a Cristo, misteriosamente presente, da mangiare, da bere, da vestire, e sono andati a trovarlo in carcere e lo hanno accolto che era straniero, visitato quando era malato. Dunque la considerazione della morte e il desiderio di incontrare Dio e prendere parte alla sua gioia ci rilancia sulla vita, ci muove a chiedere nella nostra preghiera allo Spirito Santo di indicarci il modo per stare vicino alla gente in qualunque circostanza per quanto avversa o diversa dalle aspettative o dalle abitudini, che ci possa accadere. “L’Eterna tua festa dona a noi o Signore” attraverso una vita piena d’amore e di servizio seguendo il tuo esempio.

Anche quando parla della sua morte Gesù parla della vita e della sua risurrezione. “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.” (Gv 16,21-22) Con lo sguardo fisso su Gesù Cristo morto e risorto, leggiamo la vita e la morte, il lutto e la festa, il lavoro e il riposo, la salute e la malattia, la primavera e l’autunno, e cerchiamo di trasformare ogni evento quotidiano in un atto d’amore.

Don Andrea Mardegan


[1] Papa Francesco utilizza spesso questa espressione, per esempio in Gaudete et Exsultate, n. 6.

[2] Giuseppe Ungaretti, Soldati, Bosco di Courton 1918.

[3] Joseph Ratzinger, Escatologia. morte e vita eterna, Assisi 2008, pag. 77 e sg.