Che cos’è la perfezione per i cristiani?

L’anniversario della canonizzazione di san Josemaría ci regala l’occasione per riflettere sulla santità: cosa significa essere santi, e che cosa hanno in comune santità e perfezione? Don Luigi Vassallo approfondisce il tema in questo articolo.

Opus Dei - Che cos’è la perfezione per i cristiani?

Ricordo come se fosse ieri il giorno della canonizzazione di san Josemaría: 6 ottobre del 2002. Eravamo andati a Roma insieme a un gruppo di ragazzi e ad alcuni di noi affidarono il compito di portare degli ombrelli bianchi per accompagnare i sacerdoti che distribuivano la comunione.

Ricordo l’effetto luminoso di queste centinaia di ombrelli che si andavano aprendo iniziando a sciamare in piazza san Pietro, riempiendo della presenza di Dio quella moltitudine venuta da ogni parte del mondo. Contemplando l’immagine del nuovo santo, venerando il suo corpo, per quell’occasione traslato alla basilica di sant’Eugenio, in quei giorni era facile esprimere anche noi quel desiderio, forse vago, forse avventato: voglio essere santo anch’io. Perché un santo ispira imitazione, accende il desiderio di vivere con perfezione la fede.

Contemplando l’immagine del nuovo santo era facile esprimere quel desiderio: voglio essere santo anch’io

Quando penso alla perfezione, mi viene sempre in mente Mary Poppins in quella scena in cui tira fuori un metro per misurare i bambini Banks. Un metro che non dà numeri ma esprime una valutazione generale della persona. Dopo aver misurato i bambini, Mary misura se stessa e legge compiaciuta la definizione del metro: “Mary Poppins: praticamente perfetta sotto ogni aspetto”. Questo dettaglio forse ha contribuito a rendermi il suo personaggio un po’ antipatico: è difficile amare una perfezione che conduce all’autocompiacimento.

Eppure, nel cammino cristiano, quando ci mettiamo sul serio a cercare Gesù, è anche a questo che miriamo: alla perfezione. E ciò non vale soltanto per i cosiddetti “stati di perfezione”, come a volte nella storia della Chiesa sono stati chiamati i cammini della vita consacrata. Tutti, fino all’ultimo battezzato, siamo destinatari di quell’invito del Signore: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). È una frase che ispirava molto anche san Josemaría.

«Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48)

Ma che vuol dire? Cosa significa questo invito? Nel riascoltare le parole di Gesù, mi viene in mente che in fondo essere santi ed essere perfetti sono un po’ la stessa cosa. È un desiderio bello, che si possa dire anche di noi quello che esclamavano di Gesù: «Ha fatto bene ogni cosa!» (Mc 7,37) e che alla fine della nostra vita gli angeli possano applaudire, come i giurati di una gara, quando riconoscono che il ginnasta ha fatto un salto mortale perfetto.

Qualcuno però potrebbe anche pensare che questo suoni come un invito pericoloso, capace di portare ad un'ambizione cieca, al perfezionismo ossessivo, all'ansia da prestazione, a una lettura muscolare, titanica della nostra esistenza, magari accompagnata da un aspro giudizio nei confronti degli altri, che non hanno i nostri standard. Come trovare dunque la giusta chiave di questo invito di Gesù?

Come trovare dunque la giusta chiave di questo invito di Gesù?

Uno spunto forse utile mi sembra possa venire da una diversa lettura di quel come. Istintivamente siamo portati a intenderlo in senso quantitativo: siate perfetti come il Padre vostro, cioè non meno perfetti; puntate insomma, al massimo grado quantitativo nella scala della perfezione, quel grado massimo in cui si trova Dio.

Ma cosa succede se leggiamo questo come in senso più qualitativo? Forse potremmo allora riformulare l’invito di Gesù così: puntate al tipo di perfezione che è la perfezione di Dio, non abbiate un’idea troppo umana della perfezione.

Ma come è la perfezione di Dio? Mi viene in mente un’intrigante considerazione di Enrique Monasterio nel suo libro E Dio fece il presepe, in cui l’autore descrive poeticamente le lacrime di Dio dopo il primo peccato degli uomini e immagina le proteste dei teologi che si stracciano le vesti affermando che Dio non può piangere perché è immutabilmente felice. L’autore risponde che la felicità di Dio non è assenza di movimento, ma pienezza di vita e che per questo consiste anche nel non voler rinunciare al dolore per coloro che ama… ed è per questo che anche il volto di Gesù fu segnato dalle lacrime.

La perfezione di Dio è perfezione d’amore

La perfezione di Dio è perfezione d’amore, ed è a questa che Gesù vuole vederci puntare. Per illuminare meglio questa perfezione vorrei suggerire tre spunti, sempre dalla Scrittura.

Il primo deriva da un confronto di questo passo di Matteo con il parallelo di Luca: l’invito di Gesù alla perfezione in Matteo viene dopo un discorso sull’amore per i nemici. Si tratta di superare le logiche dei pubblicani e dei pagani, che amano solo dove si attendono un contraccambio, per entrare nella mentalità dei figli del Padre.

l’invito di Gesù alla perfezione in Matteo viene dopo un discorso sull’amore per i nemici

Nella versione di Luca (Lc 6,32-36) il discorso parallelo a questo si chiude con un invito diverso: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». Ecco come ci vuole Dio: perfetti nell’amore, cioè misericordiosi.

Il secondo spunto è l’esempio stesso che Gesù ci ha dato. Nel racconto giovanneo della passione, le sue ultime parole sono «È compiuto» (Gv 19,30). In italiano potremmo renderle anche con l’espressione è perfetto (la radice greca è la stessa: tel). Morendo, Gesù ci mostra dichiaratamente cosa significa essere perfetti: amare fino alla fine (eis telos, cfr. Gv 13,1).

L’ultimo spunto: è il sogno che Gesù aveva sulla sua Chiesa, che divenne accorata preghiera al Padre nell’ultima cena. Nel pregare per i suoi discepoli e per noi che avremmo creduto per la loro parola, Gesù chiede al Padre che siano «perfetti nell’unità» (Gv 17,23). Nel cammino della fede, la perfezione non può mai essere una conquista individuale. È sempre nella comunione: si raggiunge con gli altri, si cerca guardando gli altri e provando ad amarli con il perfetto amore che abbiamo ricevuto da Dio.

Sono solo spunti, segnali. La chiave della perfezione, della santità, ce la danno – continuamente al passo con i tempi, sempre nuova e sempre antica – i santi. Uomini e donne in carne ed ossa, come san Josemaría, che ci invitano a desiderare di essere perfetti, con la perfezione di Dio.

Don Luigi Vassallo