Vivere il sacramento del Battesimo durante la quarantena

Il Signore è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Anche se non possiamo andare a Messa, partecipiamo del sacerdozio di Gesù in virtù del nostro battesimo. In questo articolo viene approfondito perché è possibile rendere presente il Signore anche in circostanze come quelle attuali.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Vivere il sacramento del Battesimo durante la quarantenaFoto di Alexander Dummer su Unsplash

Questo tempo così fuori dal normale può essere una grande opportunità per scoprire come vivere il nostro rapporto con Dio proprio a partire dalle circostanze attuali, accettando la realtà così com’è e scoprendo in questa realtà l’amore di Dio che vi è nascosto.

Sappiamo bene che quando Matteo narra nel suo Vangelo i fatti relativi alla nascita di Gesù, a commento di quanto l’angelo del Signore dice a Giuseppe, afferma: «Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1, 22-23). Possiamo dire che il nome con cui il Messia viene indicato è “Dio con noi” e tale nome descrive molto bene chi è Gesù: è colui che, essendo Figlio di Dio, il Verbo eterno del Padre ha preso la nostra stessa carne, ha assunto la nostra natura umana, in tutto simile a noi eccetto il peccato (cfr. Eb 4,15). Per questo il suo nome è “Dio con noi”: potremmo dire che l’essenza stessa di Gesù è essere Dio con noi.

l’essenza stessa di Gesù è essere Dio con noi

Attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana – battesimo, cresima ed eucaristia – ogni fedele è innestato in Cristo; in forza di questi sacramenti ciascuno è parte di quello che il Catechismo chiama il “corpo mistico” di Cristo. Questo comporta che la presenza di Dio nella mia vita sia qualcosa che viene dal di dentro e non solo una presenza esterna a me.

in forza dei sacramenti dell'iniziazione cristiana ciascuno è parte del “corpo mistico” di Cristo

Dio non lo trovo solo in chiesa, o solo nella celebrazione della Messa, ma lo trovo lì dove si trova ciascuno di noi, perché Lui ha deciso di vivere con noi dal di dentro: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Per questa ragione quando un fedele prende parte alla celebrazione eucaristica, non sta assistendo a uno spettacolo, non è spettatore di un’azione esclusiva del ministro, ma sta partecipando a qualcosa di proprio: l’offerta del mondo intero al Padre per mezzo di Cristo in forza dello Spirito Santo. E ciascuno può presentare tale offerta perché è sacerdote. Tutti i battezzati sono sacerdoti, poiché tutti partecipano del sacerdozio di Cristo; alcuni poi sono chiamati a mettersi a servizio degli altri perché l’offerta che Cristo fece di sé al Padre torni ad essere presente sull’altare: sono i vescovi e i presbiteri, che non a caso sono chiamati ministri, cioè servitori.

Dio vi chiama per servirlo "nei" compiti e "attraverso" i compiti civili, materiali, temporali della vita umana (San Josemaría)

In questo momento in cui la stragrande maggioranza dei fedeli non può prendere parte all’eucaristia, che continua ad essere celebrata pur in assenza di popolo, in quanto battezzati possiamo e dobbiamo riscoprire che nella nostra vita Dio ci tocca non solo quando ci raccogliamo in preghiera con la comunità cristiana a cui apparteniamo, ma anche nelle situazioni della vita di tutti i giorni.

«Dio vi chiama per servirlo "nei" compiti e "attraverso" i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di un'università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno. Sappiatelo bene: c'è "un qualcosa" di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire» (San Josemaría Escrivá, Colloqui, 114).

San Josemaría parla qui del lavoro e di tutte la attività di cui è intessuta la nostra quotidianità; e ci dice che Dio ci aspetta ogni giorno proprio lì: Dio ci aspetta nel preparare una cena, nell’inventarci un gioco per distrarre i bambini o nel fare esercizi tutti insieme per mantenerci attivi. E questa è la nostra Messa: il sacerdozio dei fedeli infatti consiste in “annunziare pubblicamente le opere degne di colui che dalle tenebre li chiamò alla sua luce meravigliosa" (cfr. 1Pt 2,9) e nell’ “offrire sacrifici spirituali" (cfr. 1Pt 2,5). E cosa sono questi sacrifici spirituali se non una vita cristiana nella quale ciascuno, accogliendo lo Spirito donato dal Risorto, agisce in modo da lasciare spazio allo Spirito Santo, conformandosi sempre più a Cristo e alla volontà divina?

Tutte le nostre azioni, da quelle più sublimi a quelle apparentemente più banali, possono essere intrise di Spirito Santo, possono diventare vero e proprio culto spirituale.

Non si tratta di un ripiego, una specie di tentativo di magra consolazione in un tempo in cui non possiamo prendere parte alla Messa. Al contrario, questo è uno dei fini dell’Eucaristia: fare in modo che tutte le azioni di tutti gli uomini si uniscano al sacrificio di Cristo sulla Croce e che da questa unione scaturisca la santità di tali azioni.

Ciò che è offerto nel Figlio entra a far parte della Pasqua di Cristo, cioè del passaggio da questo mondo al Padre (cfr. Gv 13,1) e proprio in questo passaggio viene vivificato, cioè viene trasformato dallo Spirito Santo che lo rende offerta viva in Cristo a lode di Dio Padre (cfr. Preghiera eucaristica IV).

Sono le dimensioni ascendente e discendente proprie della liturgia: attraverso la nostra unione a Cristo ascende al Padre la nostra offerta, fatta di tutte le nostre attività e discende dal Padre per mezzo di Cristo nello Spirito santo la sua benedizione, cioè la presenza di Cristo e dello Spirito in noi.

L’esercizio del sacerdozio comune nelle circostanze ordinarie della vita consiste nel compiere il proprio lavoro e tutte le azioni della nostra giornata nello Spirito

È culto spirituale il lavoro compiuto nello Spirito (quella che abitualmente è chiamata la santificazione del lavoro), il gioco con i bambini e le ore in coda per la spesa al supermercato compiuti nello Spirito, come pure il passar sopra ai fastidi provocati dalla convivenza forzata in spazi ristretti o l’inventarsi una nuova ricetta perché non si trova più il lievito. San Josemaría lo sintetizzava così: «lì dove sono gli uomini vostri fratelli, lì dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove si riversa il vostro amore, quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo» (San Josemaría Escrivá, Colloqui, 113).

L’esercizio del sacerdozio comune nelle circostanze ordinarie della vita non consiste nel ripetere delle preghiere mentre si lavora – cosa per altro buona, ci mancherebbe –, ma nel compiere il proprio lavoro e tutte le azioni della nostra giornata nello Spirito, cioè lasciando che il motore dell’azione sia lo Spirito che agisce nel credente, grazie alla comunione con Dio che è radicata nel battesimo.

Chi poi ha ricevuto anche il sacramento del matrimonio, ha dalla sua il fatto che «Cristo Signore “viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio” e con loro rimane» (Amoris Laetitia, 67). Gesù è presente nelle case: lo è quando si prega insieme – quanto unisce la preghiera! – ma lo è anche in ogni momento della giornata proprio grazie al sacramento del matrimonio poiché «gli sposi sono il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce» (Amoris Laetitia, 72); essi cioè sono il segno del Mistero pasquale, che è precisamente ciò che si celebra in ogni eucaristia.

Ce lo ricorda san Paolo scrivendo ai cristiani di Efeso: «voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). Dio non ha risparmiato nulla per dimostrarci che ci ama, ha dato tutto se stesso nel suo Figlio (cfr. Rm 8,32) e gli sposi cristiani sono chiamati ad essere manifestazione di questo dono totale di sé l’uno all’altra lì dove stanno. E questo amore, che si manifesta in mille modi e che per lo più non richiama l’attenzione è proprio il sacrificio che sale gradito al cospetto di Dio: «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,1-2).

Don Giovanni Zaccaria