Dal 6 al 12 giugno 2026 papa Leone XIV si recerà in Spagna per un viaggio apostolico. In questo articolo sono disponibili i testi di tutti gli interventi aggiornati giorno per giorno.
Sabato, 6 giugno 2026 (ROMA - MADRID)
- Saluto del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Madrid
- Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
- Visita agli Operatori e Assistiti dal Progetto Sociale “Cedia 24 Horas”
-Veglia di preghiera con i Giovani
Domenica, 7 giugno 2026 (MADRID)
- Incontro “Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport”
Lunedì, 8 giugno 2026 (MADRID)
- Incontro con i membri del Parlamento spagnolo
- Incontro con i Vescovi della Spagna
- Preghiera e omaggio alla Vergine dell'Almudena
- Incontro con la Comunità diocesana
Martedì, 9 giugno 2026 (MADRID - BARCELLONA)
Mercoledì, 10 giugno 2026 (BARCELLONA - MONTSERRAT - BARCELLONA)
- Visita al Centro Penitenziario “Brians 1”
- Incontro con le Realtà di Carità e Assistenza Diocesane
- Santa Messa nella Basilica della Sagrada Família
Giovedì, 11 giugno 2026 (BARCELLONA – LAS PALMAS DE GRAN CANARIA)
- Incontro con le Realtà di Accoglienza dei Migranti
Venerdì, 12 giugno 2026 (LAS PALMAS DE GRAN CANARIA – SANTA CRUZ DE TENERIFE – ROMA)
- Incontro con le realtà di integrazione dei Migranti
Saluto del Santo Padre ai giornalisti durante il volo diretto a Madrid
Buongiorno, buongiorno a tutti.
Siamo già sul territorio spagnolo, perciò saluto, in primo luogo, in spagnolo, i giornalisti spagnoli che ci accompagnano e tutti quelli che sono qui. Grazie per il vostro servizio.
Come sapete bene, questo è il primo viaggio di un Papa in Spagna dopo molto tempo, e personalmente sono molto contento di compierlo. Sono venuto molte volte in Spagna, ma ora è il primo in questa missione: è una visita apostolica per incontrare i fedeli, celebrare la fede, annunciare il messaggio di Gesù Cristo, ma, al tempo stesso, per salutare tutti, tutta la società, perché la Chiesa ha un messaggio per tutti, come avrete visto, credo, con molta chiarezza, nella Lettera Enciclica che è stata pubblicata il giorno 25 maggio.
Spero quindi che sia un bel viaggio per tutti, che sia un’opportunità per coltivare molto entusiasmo. Ci sono molti cattolici: soprattutto desidero evidenziare la presenza dei giovani. Per quello che mi hanno detto, sembra che ci sarà un gran numero di giovani con il loro entusiasmo e credo che, in tal senso, condividendo tutti la gioia della fede, potremo dare un messaggio molto bello, un messaggio che in ogni porto dove arriveremo, per così dire, avrà un significato particolare: a Madrid, a Barcellona, nelle isole Canarie. Tutto avvenga per vivere la fede e per annunciare questo messaggio dell’amore di Dio, della carità, del rispetto per ogni essere umano. È stato un piacere salutarvi: buon viaggio!
Incontro con le Autorità, con la Società Civile e con il Corpo Diplomatico
Maestà,
Altezze Reali,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,Signore
e Signori!
Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare. Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. È un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!
Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità. Come ci ha insegnato, esiste in effetti «una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 231). Infatti – concludeva –, «la realtà è superiore all’idea» (ibid.). La verità è sempre più grande di noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale.
A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà. In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare. Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – «felice notte» [1] – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere. Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento. Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé: «Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». [2] Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 186).
Santa Teresa descrive il medesimo itinerario con l’immagine del castello interiore. Avanzando di stanza in stanza verso il luogo più interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa. Non una fuga intimistica, ma una radicale apertura al totus Alius et semper Novus, si realizza quando torniamo in noi stessi. Questa dimensione dell’essere umano è la ragione per la quale la libertà religiosa e di coscienza va tutelata.
Oggi, la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza. Eppure, da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi.
La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace.
Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi.
Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza.
Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle “cose nuove” che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono. «Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 14).
Maestà, Altezze Reali, Signore e Signori, esprimo apprezzamento al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli. Al tempo stesso, incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana.
Dio benedica la Spagna!
[1] S. Giovanni della Croce, Notte oscura, Canto dell’anima, 3: Opere, Roma 1979, 347.
[2] Ibid., 5.
Visita agli Operatori e Assistiti dal Progetto Sociale “Cedia 24 Horas”
Eminenza,
Eccellenze,
carissimi fratelli e sorelle,
sono davvero molto contento di cominciare qui la mia visita a Madrid. Come ha detto Sua Eminenza, chi è a Madrid, è di Madrid. E dunque anch’io sto in mezzo a voi come un madrileno: grazie, Madrid, per questo benvenuto, un benvenuto che mi fa sentire parte di una grande, meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore. In particolare in questa casa, dove nessuno è lasciato solo.
Qui la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, nell’ascolto reciproco, le sfide si affrontano insieme, senza ignorare la complessità delle situazioni e al tempo stesso senza venir meno alle esigenze della carità e della giustizia, «nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell'uomo e del suo mondo» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 25 dicembre 2005, 27). Così il CEDIA cammina sulla strada del Vangelo, sulle orme di Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo non solo per guarire le nostre infermità e miserie, ma per farle sue eccetto il peccato, vivendo come uno di noi nella debolezza e identificandosi con ogni persona che soffre fino a dirci: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).
In questo senso possiamo interpretare le parole che poco fa abbiamo sentito cantare: «En cada sueño te busqué, y ninguno fue en Balde». Esse ben sintetizzano le testimonianze che abbiamo ascoltato e il lavoro che qui si svolge ogni giorno.
Grazie a un sogno, infatti, e a una piccola porta aperta – piccola nelle dimensioni, ma immensa nella misericordia, come ha detto sua Eminenza – Niurka ha dato ad Ares e Atenea la vita, il suo amore di mamma, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice.
Grazie a un sogno e alla stessa piccola porta, Khadri ha affrontato il tunnel buio della pandemia e un viaggio pieno di incognite. Con l’aiuto di chi gli ha teso una mano, mostrandogli di stimarlo e di credere in lui, ha trovato un lavoro e soprattutto la voglia rinnovata non solo di continuare il cammino, ma di essere a sua volta di sostegno ad altri, come altri lo hanno sostenuto.
Sempre grazie a un sogno e alla medesima piccola porta, ogni giorno Alicia e gli altri volontari del Progetto speranza aiutano tante donne a ritrovare dignità, autonomia, speranza e rispetto del valore sacro della loro persona, e a iniziare una vita nuova.
Anche i simboli che mi avete donato sono un messaggio per tutti: il nastro con i nomi dei bambini dice la gioia che ogni nascita porta nel mondo; il permesso di soggiorno racconta una storia di fatica, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza; i sandali, che ricordano l’incontro con Dio di Mosè, sull’Oreb (cfr Es 3,1-6), richiama la “terra santa” che tutti siamo tenuti a rispettare in ogni umana esistenza.
Per questo ringrazio di cuore tutti voi per aver condiviso esperienze dolorose, ma soprattutto luminose, che riflettono, come specchi, la carità di Dio.
Le vostre testimonianze aprono per noi una finestra su un panorama immenso, abitato da un numero grandissimo di mamme come Niurka, di bambini e bambine, di donne e uomini, di volontari e volontarie: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice San Giovanni: «se fossero scritte una per una […] il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). E il paragone evangelico non è forzato, perché in queste storie continuano le «cose compiute da Gesù» (ibid.) a cui si riferisce l’Evangelista.
L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta in Paradiso. Madrid è famosa anche per i Presepi di cui si impreziosisce nel tempo di Natale. La loro bellezza, però è solo una pallida scintilla di una meraviglia ancora più grande e profonda, che noi oggi ritroviamo qui. Le luci, le voci, i suoni che durante le Feste natalizie ci toccano il cuore e ci inumidiscono gli occhi, in realtà li portiamo in noi, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più che mai vivi e accesi in questi spazi, attorno a questa “mangiatoia” semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno per giorno – anzi letteralmente giorno e notte – a Gesù, presente nelle membra di chi si affaccia alla soglia del Centro in cerca di aiuto.
Come motto per questa visita sono state scelte le parole di Gesù ai suoi discepoli: «alzate i vostri occhi» (Gv 4,35).
Sono un invito a guardare le messi che, mature, attendono la mietitura, e ci ricordano che la carità non permette ritardi. Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto va perduto, e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairos, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, da non perdere e da non rimandare. L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli (cfr 2Cor 5,14) e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede.
In realtà, se ci pensiamo bene, «anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici o economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (Dilexi te, 15).
Le parole di Gesù sono, poi, anche un invito a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri (cfr Sal 112,1-9), tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza. Papa Francesco diceva in proposito: «Dinanzi al mistero della vita personale e alle sfide della società, chi crede ha un sussulto, una passione, un sogno da coltivare, un interesse che spinge a impegnarsi in prima persona» (Omelia della S. Messa allo “Stadio Vélodrome”, Marsiglia, 23 settembre 2023), e metteva in guardia contro il pericolo di un «cuore piatto, freddo, accomodato nel quieto vivere, che si blinda nell’indifferenza e diventa impermeabile, che si indurisce» (ibid.). Un cuore vivo è caldo e pulsante, e dà vita. Un cuore gelido è immobile, non pompa più sangue, e comporta la morte della persona.
Vorrei però sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: esso è infatti anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo Papa Francesco insisteva molto. Chiedeva: «Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?» (Angelus, 27 ottobre 2024) e concludeva: «L’elemosina non è beneficenza. Quello che riceve più grazia dall’elemosina è colui che la dà, perché si fa guardare dagli occhi del Signore» (ibid.). Coloro che amano veramente «non si limitano a dare qualcosa: ascoltano, dialogano, cercano di capire la situazione e le sue cause […] attenti al bisogno materiale e anche a quello spirituale, alla promozione integrale della persona» (Messaggio per la VII Giornata Mondiale dei Poveri, 13 giugno 2023, 5).
E potremmo concludere guardando a Maria, nella cui carità tutto questo trova compimento: nel suo amore premuroso a Cana (cfr Gv 2,1-11), trepidante sulle orme del Figlio (cfr Lc 2,41-49; 8,19-21), vicino e partecipe fino in fondo ai piedi della croce (cfr Gv 19,25-27). A Lei affido tutti voi e il vostro lavoro, in questa terra che Le è consacrata, augurandoci che sia sempre più lo spirito della sua maternità universale ad animare il grido della fede. Diciamole: «Insegnaci a saperti sempre Madre, sorgente di misericordia, grembo di perdono, abbraccio della speranza, porta della Gloria» (Preghiera di san Giovanni Paolo II alla Vergine dell’Almudena, 15 giugno 1993). Grazie.
Bene, prima di dare la benedizione, preghiamo per un momento con la preghiera che Gesù Cristo ci ha insegnato.
Padre Nostro
Benedizione Apostolica
Congratulazioni a tutti, grazie mille per questa testimonianza d'amore.
Parole a braccio nella parrocchia della "Crucifixión del Señor"
Molte grazie, è un piacere essere qui. Sono molto felice di questa prima visita nell’Arcidiocesi di Madrid. E sono felice anche di iniziare in una parrocchia che si chiama Crocifissione, che è segno non di norte, ma di speranza, di nuova vita, di resurrezione e della salvezza che Gesù offre a tutti noi.
Ringrazio moltissimo tutte le associazioni qui rappresentate: grazie per questo bellissimo servizio che fate, perché questo è il segno della speranza nel mondo di oggi, è il Vangelo vivo che tutti vogliamo vedere, tutti vogliamo sentire, sperimentare, ma che molte volte va perso, dimenticato, per la grande indifferenza che spesso colpisce la nostra società.
Voi avete nelle vostre mani questa grande possibilità di offrire speranza a noi e a tutto il mondo. Grazie per questo, grazie per i sacrifici, grazie per dire “sì” a Gesù Crocifisso, grazie per abbracciare la Croce e per arrivare voi, noi, tutti, camminando insieme verso la speranza, verso la gioia della Resurrezione. Grazie mille.
Molte grazie, molto bene. Dunque, essendo in Chiesa, non c’è posto migliore per pregare: anche a casa possiamo farlo ma qui, evidentemente, siamo uniti. E così, come una grande comunità di vita di fede, preghiamo insieme come ci ha insegnato Gesù.
Padre Nostro
Benedizione Apostolica
Bene, molte grazie: congratulazioni! Grazie per questo meraviglioso servizio.
Veglia di preghiera con i Giovani
(1) Sappiamo che Sant’Agostino è molto importante per Lei, ma quali altri Santi e quali altri riferimenti L’hanno aiutata nella Sua crescita come cristiano?
(2) Vorrei farLe una domanda sui Suoi anni come missionario in Perù. Quale ricordo o quale esperienza conserva come un tesoro di quegli anni?
Bene, innanzitutto: un saluto a tutti voi! Grazie per essere qui e grazie per condividere la fede con tutta Madrid e con tutta la Spagna. Alla prima domanda, riguardo ad alcuni santi che sono stati per me punti di riferimento durante la mia crescita e gioventù, ma anche come vescovo e come Papa… Avete già menzionato sant’Agostino – e tutti sappiamo che sant’Agostino è una figura molto importante per tutta la Chiesa – ma ho anche pensato a uno dei Padri della Chiesa orientale che si chiamava san Giovanni Crisostomo. Il suo nome significa “bocca d’oro”, un titolo che questo Padre della Chiesa si è meritato per la sua bella eloquenza. Fu studioso di filosofia prima del suo Battesimo, avvenuto nel 368 d.C. Si impegnò poi nell’esegesi della Sacra Scrittura, insieme ad altri giovani di Antiochia, sua città natale. Dopo un’esperienza da eremita, si dedicò al servizio della Chiesa come sacerdote e poi come vescovo. E qui ne approfitto per dire a tutti voi: non abbiate mai paura di pensare a una vocazione alla vita sacerdotale, alla vita religiosa o ad altri servizi nella Chiesa!
Giovanni Crisostomo, che portava nel cuore questo amore per la Parola di Dio, dopo essere stato sacerdote e vescovo, ha dato una testimonianza molto grande, soprattutto con la coerenza della sua vita. Se predicava, era perché viveva quel messaggio. Mi hanno specialmente colpito le sue catechesi, i suoi discorsi, le sue omelie e i suoi scritti che coniugano l’amore per la verità e la rettitudine della sua vita.
Aveva anche molto coraggio: non aveva paura di parlare davanti all’imperatore, di dire cose che erano a favore della giustizia e non solo per compiacere l’altro. Era un uomo di parola.
L’altro santo cui ho pensato è san Tommaso da Villanova, agostiniano, che fu chiamato a diventare pastore della Chiesa. Era spagnolo. Studiò all’Università di Alcalà, guadagnandosi con la sua sapienza la stima dell’Imperatore Carlo V. Poi fu nominato vescovo di Valencia, e avviò un’intensa opera di riforma della Chiesa, soprattutto del clero, spronando i fratelli all’impegno nella preghiera, alla vita di castità e all’obbedienza. Per la sua ardente carità è conosciuto fino ad oggi come “il vescovo dei poveri”. Questa carità mi ha incoraggiato nei momenti di prova e nei momenti di servizio
L’altro compagno di viaggio è san Turibio da Mogrovejo, anch’egli è spagnolo. Nel XVI secolo fu missionario in Perù, dove si dedicò con grande zelo all’evangelizzazione, studiando le lingue locali. San Turibio unì un’intensa vita di preghiera all’impegno per la giustizia, soprattutto contro i soprusi coloniali e la corruzione. Perciò è per me un modello di dedizione al popolo, specialmente ai più poveri, nel nome di Cristo.
Guardando la vita di questi santi, mi sono detto, come sant’Agostino: se ne sono stati capaci loro, perché non io? (cfr Confessiones, VIII, 27). Una domanda che affido volentieri anche a voi, invitandovi a scegliere esempi di vita buona, che risultino attraenti sia per voi stessi sia per gli altri.
Riguardo agli anni vissuti in Perù, come missionario e poi come vescovo, ricordo soprattutto la testimonianza di fede della gente, segnata da molte difficoltà, ma piena di speranza. Proprio l’incontro con le ferite e anche con le gioie del popolo mi ha fatto crescere nel cammino alla sequela di Gesù. Mentre lo annunciavo, anch’io venivo trasformato dal Vangelo, trasformato dalla vita e dalla fede di questi popoli, spesso materialmente molto poveri, ma ricchi nella fede. E sperimentando questa fede nella parola del Signore, ho visto come la Parola di Dio può trasformare il conflitto in pace. Può essere fonte di riconciliazione, di pace e di giustizia.
(3) Che cosa Lei pensa che potrebbe aiutarci a riconoscere la voce di Dio in mezzo a tante altre voci?
(4) Come possiamo noi, che pure siamo in ricerca, accompagnare altri nel loro percorso di scoperta della bellezza della fede?
Anzitutto, possiamo parlare di come ascoltare questa voce di Dio: come discernere se è veramente Dio che sta parlando o un altro, un’altra attrazione, un’altra difficoltà.
Per riconoscere la voce di Dio, può aiutarci anzitutto il silenzio.
Penso che sia molto importante che ciascuno di noi cerchi di sviluppare la capacità di stare in silenzio. Molte volte camminiamo con le cuffie, ascoltiamo musica, siamo distratti e non sappiamo stare in silenzio. Penso che molte volte sia proprio in questa esperienza di silenzio che Dio può parlarci: lì possiamo discernere la voce di Dio.
Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo che cosa non ascoltare e da quali rumori non essere distratti. Liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta.
Qui vorrei anche sottolineare l’importanza di cercare la verità, perché molte voci, molte cose nei social ci ingannano e ci raccontano menzogne. Cercate sempre la verità! Dio è verità! Se qualcosa ti allontana da Dio, non è verità! Non dimenticatelo!
In secondo luogo, state certi che Dio conosce bene la tua voce, la vostra voce: Egli vi ascolta e vi risponderà. Non abbiate paura di esprimere quel che sentite nel cuore. C’è un salmo che dice: «Chi ha fatto l’orecchio, forse non sente?» (Sal 94,9). Questo nostro discorso interiore diventa una preghiera, una lode, una domanda quando viene affidato all’unico che lo può ascoltare. La preghiera, infatti, è una voce libera proprio perché non parla per rendere conto, per far vedere che siamo preparati o per farci sentire importanti. Quando noi stessi diventiamo preghiera, il Signore ci risponde con il suo Verbo, diventato uomo per noi, affermando che ci ama con tutto sé stesso.
In terzo luogo, dunque, per riconoscere la voce di Dio occorre ascoltare la Parola. La Parola di Dio è viva, perché è Cristo, la cui voce continua a risuonare nella Chiesa che è il suo Corpo. Egli compie tutte le Scritture, quel testamento antico e nuovo dato agli uomini come promessa di salvezza. L’adorazione eucaristica, che stasera condividiamo, è proprio il luogo giusto per fare silenzio, liberare il cuore e dire noi stessi dinanzi al Signore, dialogando con Lui, eloquente nel suo amore fatto cibo per tutta l’umanità.
Inoltre, carissimi, per accompagnare a scoprire la bellezza della nostra fede, ricordate che nessuno di noi è nato maestro, e del Signore siamo tutti discepoli. Condividete dunque il vostro cammino spirituale, testimoniandolo con coerenza di vita: la volontà di seguire Gesù ci rinnoverà costantemente, soprattutto nell’ora della fatica.
In questo è importante vedere che nessuno è solo credendo in Gesù. Guardate quanti siete qui! E così anche in comunità, nei gruppi giovanili, in famiglia: lì tutti possiamo imparare la bellezza della nostra fede. Condividendo il vostro cammino spirituale, la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà costantemente.
Egli sta al nostro passo e illumina la via: sull’esempio del Maestro, proprio così vi invito a fare, come pastori, educatori e amici. Se pregate con amore, i giovani apprezzeranno l’importanza della preghiera. Se siete ardenti di fede, trasmetterete il suo vivo fuoco.
Cercate tutti nei vostri cuori questo fuoco dell’amore di Dio! Lì c’è la presenza di Gesù, e la vicinanza di Gesù si percepisce anche nei momenti delle nostre cadute, perché Gesù mai ci abbandona. Soprattutto quando diventiamo mano tesa, abbraccio fraterno, quando cerchiamo opportunità per servire gli altri e quando cerchiamo come toccare la vita dell’altro con le sue ferite, nella sua tristezza, nelle sue difficoltà: lì la fede in Gesù Cristo diventa viva, e Gesù stesso ci aiuterà a sostenerci a vicenda nel cammino.
(5) Come possiamo vivere da giovani cristiani impegnati in questa società?
(6) Qual è la missione concreta che Lei vuole affidare ai giovani della Chiesa?
Bene, congratulazioni per il tuo matrimonio Fernando! Qui ho visto anche altre coppie che stanno per sposarsi: congratulazioni e benedizioni! Perché, se prima ho detto “non abbiate paura di pensare a una vocazione”, anche il matrimonio è una vocazione. Non abbiate paura di sposarvi e di formare una famiglia!
Lungo i secoli della storia della Chiesa, noi cristiani siamo vissuti in ogni tipo di società, attraversando i cambiamenti delle culture che abbiamo condiviso e contribuito a formare. C’è un testo antico – si chiama Lettera a Diogneto – che ci consegna a proposito una bella intuizione: «Come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (VI). Ecco il nostro modo di vivere: i discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa. In Cristo siamo liberi! Cristo ci ha liberato con il suo amore: grazie a quest’amore, restiamo sempre liberi davanti a ogni forzatura e inganno. Siamo liberi dalle mode, perché discepoli della verità; siamo aperti al futuro, perché sappiamo che non ci attende la morte. Al contrario, il senso della storia culmina nell’eterna comunione di vita, che Dio prepara per tutti. In questa prospettiva, soprattutto voi giovani siete chiamati a dare direzione nuova alla società, diventando protagonisti del cambiamento a cominciare dai vostri legami quotidiani, da quel che vivete in famiglia, all’università, e nel lavoro. Vedendo voi, cari giovani, pieni di questo entusiasmo contagioso motivato dalla fede, penso con speranza alla capacità che avete di testimoniare Cristo nel mondo, inclusa la realtà digitale, per comunicare i valori e la bellezza del Vangelo (cfr Christus vivit, 105; Saluto nel giubileo dei missionari digitali, 29 luglio 2025). Andate, questa missione è vostra!
Vi invito perciò, tutti insieme, a essere sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13). Per vivere così, occorre anzitutto interpretare la società presente, abitandola con saggezza, per poterla poi trasformare come testimoni del Vangelo. Il giovane cristiano, infatti, diventa luminoso nella gioia come nella prova, dando sapore alla realtà perché la abita come una persona che trae il gusto della vita da dentro di sé, senza aspettare che glielo diano la ricchezza, il piacere o il potere. Questa è la nostra libertà, che ha la sua sorgente nella fede, capace di dare luce e buon sapore ad ogni società, ad ogni esperienza umana. Quando la vita non sa di niente, invece, è come se ci venisse tolta: non la sentiamo più nostra. Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, davanti alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di un’umanità nuova.
E allora, voglio affidare a tutti voi una missione: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili. Persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro. Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide con noi la storia, in ogni tempo. Coltivando quest’impegno, guardate agli Apostoli, ai primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Sul loro esempio, siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa, carissimi giovani, la virtù che più di tutte cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore! Grazie.
Eminenze Reverendissime, Eccellenze,
carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà
fratelli e sorelle,
è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.
Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.
Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri.
Così, se nella Celebrazione eucaristica Cristo si dona come alimento, la processione dice che Egli non rimane chiuso nel tempio ma, anzi, esce incontro a noi. Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati. Non è casuale che qui in Spagna, la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità.
Non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo.
Perciò, la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lascia imprigionare da un ricordo nostalgico; essa diventa invece un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società, per la costruzione del futuro. In questa ottica va compreso l’invito a “ricordare” che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto» , ricordati di come quando avevi fame ti ha nutrito con la manna; si tratta di “ricordare” proprio per non dimenticare chi è il Signore, perché non cadere nella tentazione di affidarsi ad altri idoli e nutrirsi di un pane che non sazia.
Ecco pertanto una consegna per la Spagna di oggi e di domani: la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune.
Fratelli e sorelle, desidero qui ricordare San Manuel González, il vescovo spagnolo dei tabernacoli abbandonati. La sua vita ricorda che l’Eucaristia non può essere onorata soltanto nelle grandi celebrazioni o in modo occasionale, ma anche nella fedeltà silenziosa di chi accompagna il Signore quando sembra dimenticato e in un’amicizia umile e discreta che si alimenta di giorno in giorno; ma vorrei ricordare anche i versi poetici di san Giovanni della Croce: «Ben conosco quella fonte che scorre e zampilla, anche se fonda è la notte» (Canto dell’anima che si rallegra di conoscere Dio per mezzo della fede). Nella prigione conventuale di Toledo, dove era incarcerato in condizioni durissime, proprio a ridosso del Corpus Domini del 1578, egli riconosce dalla notte di quella prigione la presenza nascosta del Signore, da cui sgorga una luce che non conosce tramonto e sgorga una vita che non si esaurisce. Gesù Eucaristico è “quell’eterna fonte nascosta”: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare.
Torniamo a Lui con amore sincero. Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo.
Che il Signore Gesù presente nell’Eucaristia vi renda pane spezzato, donato e offerto perché una vita piena possa sgorgare per voi, per le vostre famiglie e per il vostro Paese.
Incontro “Tessere reti con il mondo della cultura, dell’arte, dell’economia e dello sport”
Eminenza,
cari amici e amiche,
è un piacere incontrarvi in questo luogo, uno spazio che non solo ospita attività sportive, artistiche e culturali, ma anche le emozioni più profonde dell’essere umano: la gioia e l’ammirazione, l’entusiasmo e la speranza, così come la tristezza e la frustrazione.
In questo splendido Paese è impossibile non ammirare l’impronta di creatività che attraversa la sua storia e ne plasma l’identità. Una bellezza visibile nelle sue città, nelle sue strade e nei suoi monumenti, nelle sue piazze e nei suoi giardini, nelle sue università e chiese, nella musica, nella pittura e nella danza, nella sua gastronomia. Qui si percepisce anche l’anima delle generazioni che hanno trasformato il paesaggio e gli hanno dato un volto proprio, e questo ci rivela in ogni tratto l’intelligenza e la volontà che risiedono nell’anima umana.
Dopo aver osservato con attenzione queste meraviglie create dalle generazioni precedenti, sorge inevitabilmente una domanda che interpella tutti noi: quale eredità stiamo lasciando al futuro e, di conseguenza, che tipo di comunità stiamo costruendo?
Ho ascoltato con grande interesse ciascuno degli interventi dei relatori; sono d’accordo con voi. La nostra società, infatti, possiede una straordinaria capacità di produrre, innovare e comunicare; tuttavia, sembra che abbiamo ancora bisogno di imparare a custodire l’anima di ciò che essa genera. Altrimenti, corriamo il rischio di essere esperti nei mezzi di comunicazione ed efficaci nella produzione, ma incerti sul perché, a quale scopo, con chi e per chi si produce. In questo contesto, la Chiesa, consapevole sia dei propri successi che dei propri errori nel corso della storia, desidera rimanere in dialogo con il mondo contemporaneo.
Nel DNA dell’umanità è radicato il desiderio di bene, di bellezza e di verità; ed è a partire da questa aspirazione profondamente umana e dalla nostra esperienza plurisecolare che la Chiesa propone percorsi per una vita dignitosa e per il bene comune. A tal proposito,San Paolo VI affermò dinanzi alle Nazioni Unite che, indipendentemente dall’opinione che si possa avere del Pontefice di Roma, la sua missione è ben nota. In quanto «esperta in umanità», la Chiesa non si disinteressa di nulla di veramente umano (cfr. Gaudium et spes, 1). Per questo motivo «l’attitudine al dialogo è parte integrante della sua vocazione» (Magnifica humanitas, 2). Oggi constatiamo come la questione decisiva rimanga la stessa: che cosa significa essere veramente umani?
La Chiesa condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità. «Per questo, la persona umana rimane sempre “la via prima e fondamentale della Chiesa” e il cuore di ogni autentico percorso di sviluppo umano integrale» (ibid., 50). E quindi, essa non può disinteressarsi della cultura, perché attraverso di essa l’uomo in quanto uomo “è” di più (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 554).
E proprio perché il termine “cultura” evoca il concetto di “coltivazione”, come suggerisce la radice etimologica comune a entrambi i termini, siamo chiamati a chiederci cosa stiamo seminando oggi, cosa sta fiorendo e cosa sta appassendo silenziosamente nella nostra società; quali valori stiamo preservando e quali stiamo lasciando morire. Sono domande profonde, necessarie e che non possono essere ignorate.
Per rispondere a queste domande, c’è bisogno di un dialogo sociale che potremmo paragonare all’arte di tessere reti, che implica incontro, ascolto, dialogo e rispetto.
Nei vari ambiti dell’attività umana dobbiamo prestare attenzione al linguaggio che si utilizza: scritto, orale e, nell’ambiente digitale, anche quello delle immagini; perché la comunicazione non è mai neutra. Ogni espressione comunica, trasmette; può ferire o guarire, distruggere aspettative o aprire nuovi orizzonti, seminare divisione o risvegliare la speranza nella possibilità di costruire insieme qualcosa di genuinamente umano.
Tessere reti è quindi un dialogo tra istituzioni incentrato sulla dignità umana. Ciò implica, ad esempio, che l’università non volti le spalle al mondo del lavoro né rinunci alla verità; che l’attività imprenditoriale non consideri il dipendente come un semplice fattore nell’equazione dei propri interessi; che l’arte non abbia come unico fine le élite; che lo sport non sia ridotto a spettacolo o trasformato in mero business; che il progresso tecnologico tenga conto degli anziani, dei poveri e di coloro che non hanno voce.
Il nostro contributo al dialogo, a partire da una visione cristiana della vita, muove dalla consapevolezza che il Creatore ha intessuto l’essere umano con fili d’amore; poiché egli è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, Dio che è amore (cfr 1Gv 4,8). Qui risiede il fondamento dell’inalienabile dignità umana, il cui assoluto rispetto è la base del dialogo.
In secondo luogo, tessere reti significa creare insieme. «La fede – ha affermato Papa Benedetto XVI – è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza» (Catechesi, 21 maggio 2008). Tutti abbiamo sperimentato qualcosa di bello, tanto da cambiarci interiormente: una canzone, una poesia, una chiesa silenziosa, una voce, uno sguardo, persino una partita di basket vissuta con gli amici.
Non sorprende quindi che l’annuncio della Buona Novella e la consapestivolezza di essere fratelli si esprimano sotto forma di “saeta” durante la Settimana Santa, di poesia mistica e di maestria letteraria in autori come Lope de Vega, Santa Teresa d’Avila o San Giovanni della Croce, Calderón de la Barca, o nella prosa serena di San Tommaso d’Aquino, da cui abbiamo ereditato i bellissimi inni del Corpus Domini, che celebriamo oggi. Tutto ciò mostra il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra esistenza.
Tessere reti significa, in terzo luogo, servire in modo disinteressato. Uno sguardo obiettivo rivela che uomini e donne mossi dalla fede hanno costruito ospedali e scuole, hanno dato vita a iniziative di solidarietà e hanno parlato con un linguaggio che nobilita le persone. Per questo è lecito chiedersi con onestà se il mondo – e in particolare l’Europa – avrebbe forgiato la propria identità senza l’impronta spirituale che ha permeato la sua storia. Non si tratta di una provocazione, ma di un invito a riflettere se l’eternità, che ha fatto irruzione nel tempo e nello spazio attraverso l’incarnazione di Gesù Cristo, possa riconciliarsi con la quotidianità.
È davvero possibile credere che l’Europa – che tanto amiamo – sarebbe la stessa senza l’impronta della fede? Perché temere che l’eternità permei la quotidianità? È ancora vivo il grido dei miei predecessori: Non temete! Spalancate le porte a Cristo! Gesù Cristo non ci toglie nulla e ci dona tutto.
Voglio chiedermi ad alta voce: chi viene escluso nonostante le proprie virtù e capacità? Non possiamo ignorare che la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici, e la Chiesa (cfr Dilexi te, 9).
Infatti, Cristo restituisce al bene comune il posto che gli spetta in quanto saggio arbitro che placa l’avidità degli uni e alimenta la speranza degli altri, mentre desidera salvarli tutti.
Questa Chiesa, esperta in umanità, anche se a volte va controcorrente, insiste sul fatto che «le strutture economiche e istituzionali sono giuste solo nella misura in cui servono lo sviluppo integrale della persona e favoriscono la partecipazione responsabile di tutti» (Magnifica humanitas, 34).
Permettetemi infine di rivolgere la vostra attenzione a un mondo che, come sapete, non mi è estraneo: quello dello sport. Pensiamo a quanti di noi hanno imparato il rispetto per l’avversario su un campo di gioco piuttosto che ascoltando un discorso. Quanti sportivi ci insegnano a perdere senza odiare, a vincere senza umiliare o a rialzarsi dopo essere caduti.
A questo proposito, San Giovanni Paolo II, in qualità di sportivo e pastore, ha affermato: «In questi tempi, in cui purtroppo varie forme di violenza e quindi di odio tendono nefastamente a lacerare il tessuto della solidarietà sociale, voi [gli sportivi] contribuite, per parte vostra, a dare una luminosa testimonianza di coesione, di pace, di unione, in una parola di “saper stare insieme”» (Discorso ai partecipanti al 33° Campionato di Sci Acquatico Europa, Africa e Mediterraneo, 31 agosto 1979).
Queste espressioni sono più attuali e opportune di quando risuonarono per la prima volta.
Cari amici, vi invito quindi a essere fili nuovi per tessere reti nuove che armonizzino tutti gli ambiti della vita, per intrecciare una società rinnovata in cui il tempo si impregni di eternità, la cultura custodisca la memoria e favorisca il dialogo, l’educazione promuova la ricerca della verità con spirito critico, l’arte susciti stupore e generi emozioni nobili, l’impresa riconosca la dignità della persona e il lavoro continui a essere motore di speranza.
Diventiamo fili nuovi seguendo il consiglio di San Paolo: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,15-18). Perché in tutto questo è in gioco che, in futuro, continui a risplendere la nostra magnifica umanità. Grazie!
Incontro con i membri del Parlamento spagnolo
Presidente del Governo,
Presidente del Congresso dei Deputati,
Presidente del Senato,
Presidente del Tribunale Costituzionale,
Presidente del Tribunale Supremo e del Consiglio Generale del Potere Giudiziario,
Membri del Congresso dei Deputati e del Senato,
Signore e Signori,
Ringrazio la Signora Presidente per le sue gentili parole, nonché per l’invito che la Sede Apostolica ha ricevuto in occasione del mio viaggio in questo Paese, e per la cortesia con cui mi avete accolto in questo storico Palazzo del Congresso dei Deputati, sede eminente della vita istituzionale, giuridica e democratica del Regno di Spagna. Mi presento davanti a voi come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa cattolica, consapevole che la missione affidata al Successore dell’apostolo Pietro come principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e dei fedeli (cfr Lumen gentium, 23) pone la Santa Sede, in modo particolare, in dialogo con i popoli e con gli Stati.
La mia presenza tra voi vuol essere un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della cooperazione reciproca, e una parola offerta al servizio della persona umana. La Chiesa «cammina con l’umanità», ne condivide le speranze e le ferite, ascolta le domande di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Per questo, quando si rivolge alla vita pubblica, lo fa nel rispetto della missione propria delle istituzioni e della legittima responsabilità di coloro che hanno ricevuto il mandato di legiferare. Riconosce «l’autonomia delle realtà terrene» e «la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica»; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune e di ricordare ciò che rende veramente umana la convivenza (cfr Magnifica humanitas, 18-19).
In questo Emiciclo si dà forma giuridica alla convivenza sociale. Qui le differenze vengono ascoltate, ordinate e, quando è possibile, si trasformano in decisione condivisa. Per questo, al di là della legittima diversità di posizioni, ogni attività legislativa finisce per confrontarsi con una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono.
Di fronte a tale questione, la Spagna possiede una memoria particolarmente ricca. La sua identità geografica e politica si è intrecciata con una storia in cui fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero hanno saputo incontrarsi in modo fecondo. Nelle sue cattedrali e nelle sue università, nella sua letteratura immortale, nelle sue istituzioni giuridiche e nell’animo stesso del suo popolo, rimane viva un’eredità che ha dato forma un peculiare modo di vivere la libertà, di praticare la giustizia e di ordinare la vita comune.
Dalle pagine universali del Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che «la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini» (Don Chisciotte della Mancia, II, 58), fino alla profondità spirituale di Santa Teresa d’Avila, e dalla grande tradizione giuridica spagnola all’inquietudine metafisica di Unamuno, che ricordava che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto» (Del sentimento tragico della vita, I), la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa.
Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato. La presenza simbolica in questa sala dei Re Isabella e Ferdinando rimanda a quel momento in cui la Spagna si trovò di fronte a responsabilità storiche di portata universale; pochi anni dopo, Salamanca avrebbe dovuto assumere, con singolare lucidità, la riflessione morale e giuridica che quella situazione richiedeva. In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana.
Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli. Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca — e in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti — ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri. Quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale.
Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica alla lucidità della ragione morale. Tale contributo, nato sulle rive del Tormes, ha superato le aule e le biblioteche ed è entrato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale, che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza. Quell’eredità vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e rispetti ciò che nessuna maggioranza può legittimamente violare.
La domanda di Salamanca continua ad accompagnare l’impegno di chi opera nella vita pubblica. Oggi, i nuovi mondi che si aprono davanti a noi non sono più tracciati sulle mappe: si dispiegano nella tecnica, nell’economia, nella biomedicina e nell’universo digitale, dove il potere umano raggiunge ambiti sempre più delicati della vita personale e sociale.
Il progresso offre possibilità meravigliose, e oggi lo vediamo in modo particolare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica, la tecnologia in sé stessa non è neutra, perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza (cfr Magnifica humanitas, 9); per questo, di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, il nostro discernimento deve concentrarsi sul posto che occupa la persona umana nelle nostre decisioni e su come si prospettano oggi, in modo nuovo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune.
Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento (cfr Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale tedesco, 22 settembre 2011). Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo (cfr ibid.). Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari.
Su questa base, mi è dato oggi di rivolgere una parola serena e decisa a coloro che hanno la grave responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale. Tale convivenza può vedersi minacciata dalla cultura dello scarto, come ha più volte osservato Papa Francesco (cfr Discorso all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 27 settembre 2021). In questo senso, se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà. Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità.
Il bene comune è, in un certo senso, “la forma sociale della dignità umana” (cfr Magnifica humanitas, 59). Esso non consiste nella mera somma di interessi particolari, ma nell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Gaudium et spes, 26). Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti.
In questo contesto riveste particolare importanza la famiglia, prima realtà umana e fondamento naturale della comunità. Nell’ambito familiare si intrecciano le generazioni e si trasmette una memoria viva che dà continuità interiore alla società. Laddove la famiglia è sostenuta, si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni. La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità dove si impara, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e appartenere.
Anche le istituzioni educative rivestono un ruolo decisivo in questo compito. In esse, le nuove generazioni possono imparare a cercare e ad amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Perciò molti genitori, desiderosi che i propri figli imparino a relazionarsi con gli altri, a pensare con spirito critico e ad acquisire valori solidi, ripongono in esse grandi speranze, come preziose alleate nella loro educazione. Questa collaborazione deve sempre rispettare il «diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di istruzione e di formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose» (cfr Magnifica humanitas, 143; Patto internazionale sui diritti civili e politici, art. 18.4).
L’affermazione della dignità umana non può rimanere astratta, quando tante persone sono costrette a lasciare tutto per cercare pace, sicurezza e futuro. Anche il tragico dramma migratorio interpella oggi la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale. Numerosi uomini, donne e bambini si trovano forzati, a causa di circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e lasciarsi alle spalle persone care, storie e legami. Questa realtà va oltre qualsiasi lettura puramente demografica o economica: costituisce una questione eminentemente morale e giuridica. Laddove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, viene gravemente violato il principio universale dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani.
La situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi. Da qui nasce una duplice esigenza di giustizia sociale: offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica (cfr Magnifica humanitas, 81).
Negli ultimi anni, le rotte sempre più pericolose hanno evidenziato il costo altissimo di questa realtà, spesso nascosta o ignorata. Molte persone continuano a essere vittime di trafficanti e contrabbandieri che approfittano della loro disperazione. È necessario rafforzare la prevenzione, il salvataggio e l’assistenza alle vittime, specialmente nel quadro di una cooperazione regionale e multilaterale.
Nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata. Per questo è indispensabile una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra. Quando la risposta istituzionale si fa vicina, equa e coordinata, le frontiere cessano di essere luoghi di abbandono e possono diventare spazi di tutela responsabile della dignità umana.
Onorevoli,
Il mondo sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e diffidenza reciproca. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale. Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civile e il rispetto reciproco pur in mezzo alle divergenze.
A livello internazionale, la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale. Ogni guerra costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce legami di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura.
Per questo motivo, è preoccupante che, in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra. Anche lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare richiede una rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana (cfr Discorso all’Università “La Sapienza”, 14 maggio 2026).
La comunità internazionale è chiamata a riscoprire il valore indispensabile del dialogo come percorso paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla sincera volontà di anteporre la pace al ricorso alla forza. Da ciò nascono la fiducia e la speranza.
Come ricorda il motto dell’Unione Europea, In varietate concordia, la vera unità non uniforma, ma rende coesi nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni occasione di arricchimento reciproco.
Allo stesso modo, all’interno delle società stesse è urgente promuovere una cultura della reciprocità. Il pluralismo politico non dovrebbe degenerare in discredito permanente dell’avversario. In una convivenza matura, anche il conflitto può diventare un passaggio verso la pace, quando le differenze si lasciano mitigare dall’ascolto e si orientano al riconoscimento dei bisogni, delle aspirazioni e delle capacità di tutti.
Ma la pace non è solamente una realtà politica o istituzionale. Nasce anche nella coscienza, là dove il rancore, l’indifferenza e l’odio lasciano spazio alla riconciliazione. Perciò si instaura e si tutela anche attraverso il linguaggio. Le parole possono aprire strade o chiuderle; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro. Quanti esercitano una responsabilità pubblica hanno, pertanto, un obbligo speciale di custodire la parola per «disarmare il linguaggio» (Messaggio per la Quaresima del 2026, 13 febbraio 2026). La fermezza non esige disprezzo; il dissenso non comporta umiliazione.
Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente; ed evita che qualcuno debba rinunciare a contribuire alla società in cui vive a causa della propria fede.
Senza confondere il piano giuridico e quello morale, è bene ricordare anche che la libertà richiede una piena comprensione di sé stessa. Essere liberi non significa solo vivere senza costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata (cfr Dignitatis humanae, 1). In questa prospettiva, la legittima autonomia dell’ordine temporale non va mai interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica.
In questo contesto, il sigillo sacramentale della Confessione riveste un’importanza speciale per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa, che garantisce alle comunità credenti uno spazio proprio di vita, di organizzazione e di disciplina interna (cfr Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Atto finale di Helsinki, 1° agosto 1975, Principio VII). Tutelarlo giuridicamente, come avviene in modo analogo in alcune professioni, significa preservare uno spazio sacro di libertà interiore, dove il credente può aprire la propria anima a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali (cfr Corte Penale Internazionale, Regole di procedura e prova, Regola 73.3).
Signore e signori:
Permettetemi di soffermarmi un momento su alcune immagini che adornano questa Camera. In quest’Aula delle Sessioni, la luce naturale entra attraverso il lucernario che corona la sala. La luce che viene dall’alto può ricordare che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera.
Anche i dipinti che, nella parte superiore della parete principale, evocano l’accoglienza del Vangelo e del Decalogo, ricordano qualcosa di essenziale. Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, questi segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana. In questa scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire al bene, che la giustizia pone limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità e che mai la vita umana può essere trattata come una merce.
Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il semplice fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre ad essere valida nella forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona e superare tale esame senza vergognarsi.
Vi invito quindi ad alzare lo sguardo: non per allontanarsi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione delle autorità pubbliche riguarda persone in carne e ossa, specialmente coloro che hanno meno forza per farsi sentire. Poiché l’altezza di vedute consiste proprio nel guardare con maggiore profondità a ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo, accanto alle risposte tecniche e alle riforme legislative, è necessario anche un rinnovamento morale.
La Spagna può offrire molto in questo percorso. Ha una lingua che unisce i continenti; una tradizione culturale, giuridica e spirituale che ha saputo mettere in dialogo fede e ragione, diritto e coscienza, unità e pluralità. Questa esperienza storica ricorda anche il valore della concordia e dello sforzo paziente per costruire una convivenza pacifica e giusta.
Possa questa nobile Nazione non perdere mai la memoria delle proprie radici né il coraggio di guardare al futuro. Che la Spagna continui ad essere terra di incontro, di cultura, di solidarietà e di speranza. E che la sua vita pubblica sappia sempre unire la fermezza delle convinzioni alla nobiltà del dialogo e alla grandezza del servizio.
Dio conceda pace a tutte le Nazioni della terra, concordia alle famiglie e serenità alle coscienze. E sul Regno di Spagna, segnato dall’impronta apostolica di San Giacomo e dalla presenza materna della Vergine del Pilar, scendano giorni di prosperità, giustizia e pace duratura. Grazie!
Incontro con i Vescovi della Spagna
Cari fratelli nell’Episcopato,
è con grande gioia che mi presento davanti a voi in questo terzo giorno del mio viaggio apostolico in Spagna. Dopo aver salutato i rappresentanti politici che mi hanno accolto in Parlamento, vorrei ora approfittare di questi momenti insieme per ravvivare la comunione così come Gesù consigliava ai suoi apostoli (cf. Mc 6,31). Ringrazio Monsignor Luis Javier Argüello García per le gentili parole che, come Presidente della Conferenza e a nome di tutti, mi ha rivolto, spero che le mie possano confluire in quel dialogo nello Spirito che implica accogliere tutto il bene che il Signore ci dice attraverso il fratello. Il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa è un processo di ascolto profondo. Essere capaci di riconoscere la voce di Dio, che parla attraverso la comunità ecclesiale, è uno dei suoi valori fondamentali.
È un dialogo fecondo che come Chiesa state definendo in diversi modi. Uno concreto, che possiamo evocare, è quello dei congressi che state realizzando. Mi soffermo su quelli celebrati nel 2020 e nel 2025, che hanno avuto speciale eco: Pueblo de Dios en salida y ¿Para quién soy? Asamblea de llamados para la misión. I loro temi si concentrano su queste domande essenziali: come si possono affrontare le sfide attuali? E chi è chiamato ad accettare questa sfida?
Nel mio contributo a questa riflessione, ho pensato di proporvi l’immagine di un viaggio in cui la destinazione è Dio, verso il quale alziamo lo sguardo. È un viaggio sui generis, poiché non ci muoviamo materialmente, ma vogliamo far volare il cuore.
Una tentazione nel viaggio è diventare ossessionati da ciò che lasciamo, luoghi, cose, forme, senza aprirci, nella docilità allo Spirito, alla novità di ciò che troviamo. A questa tentazione si aggiunge quella dei bagagli, che, per motivi simili, riempiamo con cose inutili che finiscono per essere un peso. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare qualcosa che impariamo dalle vicissitudini di tanti migranti: una sola persona, senza radici e senza risorse, è qualcuno che soffre terribilmente e che con grande difficoltà riesce a stabilire legami solidi nel luogo in cui arriva.
In questo modo, in questa prima fase del nostro viaggio, la nostra risposta alla domanda su come possiamo affrontare questa sfida che ci siamo proposti deve coniugare prudentemente libertà e coraggio, per abbandonare strutture che non ci aiutano, non rispondono o addirittura ci allontanano dal nostro fine, con la forza di conservare come un tesoro ciò che lo facilita. Come non ricordare qui l’immenso patrimonio cristiano della vostra terra, l’enorme capacità di convocazione che quella ricchezza ci fornisce: con la sua bellezza, che raggiunge anche il non credente, o con i legami di appartenenza che è stata capace di intessere nell’identità spirituale di ogni angolo di questo amato popolo, e che rimane presente anche nei momenti in cui la sua fede vacilla. Una sfida enorme, certamente, a cui siamo chiamati a rispondere con coraggio, affinché questo patrimonio produca i frutti di cui è capace.
Un altro tesoro che non possiamo dimenticare nel nostro bagaglio è il Viatico del pellegrino. Il Pane della Parola e dell’Eucaristia ci è ancor più necessario del cibo materiale, perché ci apre la strada della salvezza. Non si tratta di come rendere la celebrazione più o meno attraente, ma sentire che, se siamo partecipi di quel Pane, la sua assenza ci provoca un disagio che possiamo paragonare alla fame materiale. La vita sacramentale accompagna il ritmo della nostra esistenza come quella di un bambino che riceve il cibo dalla madre, come quella di uno sportivo che va misurando le forze necessarie per raggiungere il traguardo.
D’altra parte, qualcosa che spesso ci costa molto durante il viaggio è comunicare con l’altro. Sia a causa della lingua e della cultura diverse, sia per la sfiducia verso l’ignoto, sia per le liti e incomprensioni che possono verificarsi anche tra persone vicine, ci sentiamo limitati nell’esprimerci o nel comprendere il nostro interlocutore. È un’esperienza che possiamo calare nell’annuncio del Vangelo, nell’accoglienza dell’altro, nella capacità di rispondere ai quesiti del mondo che ci circonda o nella necessità di attivare la corresponsabilità dei membri della comunità nelle nostre azioni pastorali. Se prima abbiamo detto che dobbiamo abbandonare tutto ciò che ci frena e ci allontana, ora il compito deve essere che il nostro patrimonio sia sempre uno strumento e un’opportunità di dialogo con coloro che incontriamo sul nostro cammino. Come accade ai pellegrini del Cammino di Santiago, nel nostro viaggio possiamo incontrare quelle immense pianure castigliane, vuote ai nostri occhi. I pochi incontri di questi pellegrini con alcune persone anziane o con lavoratori stranieri, possono essere una metafora di molte situazioni sociali che purtroppo si percepiscono in alcune delle vostre realtà ecclesiali.
Non è la prima volta che la Spagna affronta una situazione analoga: in passato, per esempio, quando la Chiesa dovette ricostruire la sua presenza nelle zone di terra devastata, emersero modelli di evangelizzazione che poi furono esportati in America e che possono aiutarci qui nella nostra missione. Come allora, siamo chiamati a costruire una nuova realtà, attraverso il dialogo rispettoso e l’uso di nuovi linguaggi, proprio come fece il famoso santo alfaquí di Granada, fra Hernando de Talavera, e più avanti ripeté in America san Turibio de Mogrovejo, del quale stiamo celebrando il terzo centenario di canonizzazione, presentandolo proprio come modello di vescovo “in uscita” in un tempo di missione e riorganizzazione ecclesiale. Anche i linguaggi in questa era digitale sono diversi e le culture che ora compongono il mosaico delle nostre realtà, con migranti da tutte le parti del mondo, sono cambiate, ma lo spirito deve rimanere.
Quali sono i punti essenziali di quello spirito? Il primo riguarda la capacità di comunicare, di parlare con ogni realtà presente nel nostro territorio, di abbassarsi non solo per capire, ma per condividere. Solo sulla base della condivisione di tutto ciò che di buono c’è nel proprio patrimonio, apportando ciascuno il proprio contributo, potremo costruire una realtà nuova in cui la fede possa radicarsi profondamente. Per questo, logicamente, bisogna cominciare imparando il linguaggio dell’altro, avviare processi e tessere legami dove poter seminare il seme del Regno. Il secondo è la chiamata a creare realtà capaci esse stesse di comunicare la propria esperienza di fede. Capaci di portare – come fece Turibio – l’esperienza di Granada in America, cioè di portare nel nostro bagaglio le risorse che ci permettano di affrontare con franchezza le sfide sempre nuove dell’evangelizzazione in ogni circostanza.
Dopo le pianure deserte, troveremo anche grandi città; in esse, il silenzio e la lontananza non sono fisici, ma spirituali. Le risposte saranno diverse, ma analoghi i processi per arrivarci: ascolto, comprensione, rispetto, generosità e franchezza.
I pellegrini solitamente partono di notte e molte volte quell’oscurità iniziale del cammino può spaventarli. Potremmo evocare l’inno dei vespri, La notte è tempo di salvezza, per dire che, se andiamo in buona compagnia, le difficoltà del camminare e il pericolo di smarrirsi si riducono. È il Signore che ci conduce, Egli è il padrone della storia e di ciascuna delle nostre storie, Egli determina i tempi. Noi camminiamo dietro di Lui, anzi, camminiamo con Lui come membri di un solo corpo. Questo legame profondo chiede alla Chiesa, in questo tempo di polarizzazioni e contrapposizioni sempre più dure, una testimonianza di unità nella pluralità: una comunione capace di accogliere la ricchezza dei doni, dei carismi, delle sensibilità che lo Spirito Santo suscita nel Popolo di Dio. Il volto di Cristo si lascia riconoscere nel mosaico vivente della Chiesa, dove molte tessere, senza confondersi, convergono per manifestare la bellezza dell’unico Signore.
In questo compito, il ministero del vescovo assume una responsabilità peculiare. Siamo chiamati a essere principio visibile di comunione, innanzitutto della comunione con Cristo, custodendo con amore la fede ricevuta, in docilità alla Parola di Dio e alla viva Tradizione della Chiesa; poi, in comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale, con il presbiterio e con la propria comunità diocesana, con la vita consacrata, con i movimenti, con le associazioni e con ogni carisma autentico che lo Spirito dona per l’edificazione comune. La vostra missione chiede di custodire l’unità, favorire il dialogo, sanare le fratture e accompagnare il cammino del popolo affidato alle vostre cure.
La comunione, vissuta in questo modo, possiede anche una forza missionaria. Una Chiesa riconciliata interiormente può parlare con maggiore libertà ai fratelli di altre confessioni cristiane e di altre religioni, a coloro che non credono, alle autorità civili e a tutti gli uomini di buona volontà che lavorano per il bene comune.
Questa chiamata a essere segno di comunione in Cristo, camminando nell’unità e tendendo la nostra mano al fratello che incontriamo, ci pone davanti a un’altra sfida che oggi tocca il cuore di molti: la difficoltà di assumere impegni definitivi e di prendere decisioni vitali. In tanti giovani, e non solo in loro, la domanda: “Per chi sono?” risuona come una ricerca sincera di senso, di appartenenza e di dono. Il cuore umano non si colma accumulando esperienze, possibilità o garanzie provvisorie: si colma quando scopre una chiamata, quando comprende che la vita raggiunge la pienezza solo se donata.
Per questo, la pastorale vocazionale non può ridursi a una semplice ricerca di numeri. Essa nasce da comunità vive, da sacerdoti gioiosi, da famiglie capaci di testimoniare la bellezza della fedeltà, da una Chiesa che sa mostrare con semplicità che seguire Cristo non impoverisce l’esistenza, ma la espande. Dove il Vangelo è vissuto con gioia, servizio e comunione, anche la chiamata del Signore può essere nuovamente ascoltata come promessa di vita. Prima abbiamo parlato di bagagli: i pellegrini del Cammino di Santiago sanno bene che nello zaino deve essere caricato solo l’essenziale.
Come ha ripetutamente proposto Papa Francesco, nel contesto vocazionale attuale, va detto che la conservazione delle strutture non può prevalere sul bene della vocazione. I seminaristi hanno diritto alla migliore formazione possibile e la Chiesa, dal canto suo, ha diritto a sacerdoti ben formati. Il criterio affinché i seminari siano autentici case di formazione è che garantiscano un’adeguata esperienza di vita comunitaria; che abbiano formatori totalmente dedicati allo studio e all’insegnamento, con esperienza nell’accompagnamento spirituale; e che dispongano di Centri Superiori di Teologia dotati dei mezzi necessari per svolgere la propria funzione. A tal fine, è essenziale, oltre a unire le forze, imparare a lavorare insieme nella gestione di queste sfide.
In questo campo, le difficoltà possono essere affrontate come opportunità. A volte ci risulta difficile presentare la vocazione dei laici e la loro integrazione in questo cammino di vita che come Chiesa stiamo compiendo. D’altra parte, vediamo come in molte opere, tradizionalmente gestite da religiosi, si ricorra a collaboratori laici per poter continuare a svolgere il lavoro. È una difficoltà che possiamo trasformare in opportunità di incontro, di dialogo e di comunicazione. Dipende da noi che questi laici arrivino a percepire la loro partecipazione a questo servizio ecclesiale come una chiamata che Dio rivolge ad assumere responsabilità come cristiani, interiorizzandone lo spirito, sentendosi parte della missione che il Signore ha affidato ai religiosi che l’hanno realizzata.
Come vedete, il nostro cammino è fatto di incontri: in essi non mancheranno coloro che vivono momenti di oscurità e ci chiedono di diventare per loro samaritani. Uno dei più dolorosi è con coloro che sono stati feriti proprio da chi doveva prendersi cura di loro, anche da membri del clero. Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione. Questa stessa logica vale anche per le sfide di un mondo secolarizzato. Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso, di verità, di appartenenza e di speranza, anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire, come Pietro e Giovanni al paralitico accanto alla porta del tempio, il tesoro che le è stato affidato: Gesù Cristo, nel cui nome l’uomo può alzarsi e camminare (cf. At 3,1-10).
Anche quando collabora con altre istituzioni, religiose o civili, persino quando offre aiuto materiale, istruzione, assistenza o promozione umana, la Chiesa non smette mai di offrire ciò che le è proprio: l’amore di Dio rivelato in Cristo. Quel messaggio penetra nella società, che non esita a manifestare la propria stima per molte di queste opere. Così ogni gesto di carità cristiana che nasce dal Vangelo porta in sé una promessa più grande: restituire alla persona la convinzione di essere amata.
Nel nostro cammino percorriamo quella che san Giovanni Paolo II volle chiamare «Terra di Maria» [1]. Nella Santissima Vergine avete la vostra prima compagna di viaggio e il vostro principale tesoro, poiché ella ci mostra con la sua vita come accogliere la Parola e custodirla nel cuore, come accompagnare in questo itinerario i discepoli e rimanere presente nel cammino della Chiesa come madre di comunione e di speranza. A lei affido il vostro ministero, affinché vi aiuti a essere, in mezzo al popolo che vi è affidato, quel lievito nascosto di cui parla il Vangelo. Piccola agli occhi del mondo, ma capace, quando rimane unita a Cristo, di far fermentare la massa (cf. Mt 13,33): la forza della Chiesa non nasce dalla grandezza dei mezzi, ma dalla santità dei suoi figli, dalla comunione dei suoi pastori, dalla fedeltà umile e perseverante di chi si lascia guidare dallo Spirito.
In questo cammino vi accompagna anche san Giovanni d’Ávila, patrono del clero spagnolo, in quest’anno nel quale ricordiamo il quinto centenario della sua ordinazione presbiterale. San Paolo VI lo definì «un maestro di vita spirituale, provvido e sapiente; un rinnovatore esemplare di vita ecclesiastica e di costume cristiano» e, allo stesso tempo, «un semplice prete» [2]. In questo santo dottore, la Chiesa riconosce la vita sacerdotale che ogni vescovo è chiamato a custodire e a far crescere nel proprio presbiterio.
Guardandolo lui, penso a coloro che sono i più vicini compagni dei vescovi in questo viaggio, a quei “semplici sacerdoti”, nel senso più alto e più esigente del termine. Il nostro camminare con loro dovrebbe trasmettere il valore di quella essenza: essere presbiteri innamorati di Cristo, radicati nella preghiera, fedeli alla Chiesa, vicini al popolo e capaci di unire dottrina solida, zelo apostolico e carità pastorale. Presbiteri che trovino nel vescovo non solo un’autorità riconosciuta, ma un padre che li accompagna; e negli altri sacerdoti fratelli con cui condividere le fatiche e le gioie di questa peregrinazione piena di incontri, in cui tutti cerchiamo Cristo.
Concludiamo questo viaggio spirituale con una preghiera del santo dottore che ci ricorda che ogni rinnovamento ecclesiale nasce da un cuore configurato con Cristo: «Se mi mandate, Signore, a fare ciò che voi avete fatto, datemi il vostro cuore» (Sermone 57,20). Sia anche questa la nostra preghiera: Signore, dacci il tuo cuore, un cuore capace di alzare lo sguardo verso di te, di mettersi in cammino, di ascoltare, di discernere, di servire, di correggere con carità, di attendere con pazienza e di annunciare con gioia. Perché la Chiesa che riceve il cuore di Cristo porta con sé la colonna di fuoco che la guida, la sostiene, la difende e la conforta, il patrimonio necessario per affrontare qualsiasi sfida.
Che Dio vi benedica. Molte grazie.
[1] Omelia nella celebrazione della Parola e Atto Mariano nazionale, Saragozza, 6 novembre 1982, 1.
[2] Omelia nella canonizzazione del beato Giovanni d’Avila, 31 maggio 1970.
Preghiera e omaggio alla Vergine dell'Almudena
Ringrazio Sua Eminenza, Arcivescovo di Madrid, per le parole che mi ha rivolto. Saluto con affetto tutti voi, fratelli e sorelle che, con gioia e fervore, vi unite oggi nell’omaggio alla Nostra Signora dell’Almudena, Madre e Protettrice di questa Arcidiocesi, durante il quale poserò ai suoi piedi la rosa d’oro, simbolo dell’amore filiale del Papa per la Vergine Maria.
Sono numerose le generazioni di madrileni che, nel corso dei secoli, hanno venerato quest’immagine di Maria Santissima, che porta in braccio il suo Figlio divino e ce lo porge. La tradizione narra che, in tempi difficili per la comunità cristiana, per proteggere la statua della Vergine, la si nascose in un anfratto delle mura della cittadella, dove rimase nascosta per molto tempo, fino a quando, dopo il crollo miracoloso di una parte delle mura, venne ritrovata intatta.
Questa millenaria devozione mariana, così sentita da tutti voi, è un segno delle radici cristiane che vi caratterizzano e vi danno vita, ma anche della grande speranza che continua ad animarvi per proseguire nel cammino. Fu grazie a una muraglia distrutta che accadde il nuovo incontro della Madre con il suo popolo. Questo fatto è provvidenziale, perché indica il percorso che Gesù, attraverso la sua Santa Madre, ci invita a percorrere. In un primo momento, un muro che cade provoca un boato, caos, disordine, ma apre anche spazi, ristabilisce possibilità e sprona a restaurare. Nelle nostre società attuali esistono ancora molti muri che non proteggono, ma dividono, allontanano e isolano. A volte, pensando che abbatterli significhi dover affrontare ciò che non ci piace, preferiamo la comodità di puntellarli appena e, più frequentemente, di ignorarli.
Tuttavia, la Nostra Signora dell’Almudena, con la sua presenza e la sua sicura protezione, ci dice un’altra cosa: per edificare qualcosa di nuovo, bello e duraturo, bisogna essere disposti ad abbattere muri, perché per ricominciare il cammino sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte. Siccome siamo convinti che il Signore cammina con il suo Popolo santo, ascolta le sue paure e accoglie con premura tutti i suoi sforzi di bene, vi esorto a non venir meno nella vostra testimonianza di fede, per contemplare il disegno d’amore del Padre. Vi esorto a non mancare di carità, per unirvi come un’unica famiglia di fratelli e sorelle, e a non perdere la speranza, per sostenervi l’un l’altro nella vostra azione nel mondo. Prego che con l’esempio e l’intercessione di Santa Maria la Real de la Almudena, la Vergine del Magnificat che continua a proclamare la grandezza del Signore ed esultare in Dio suo Salvatore, Egli stesso custodisca e rafforzi il vostro amore per Gesù e per la Chiesa, affinché possiate essere costruttori di legami che restaurino il linguaggio universale della comunione, dell’amore fraterno e della concordia.
Facendo mie alcune parole dell’inno a lei dedicato, vi raccomando al potente aiuto del suo amore materno:
Santa Maria dell’Almudena,
Vergine e Madre del Redentore,
Regina del Cielo, Madre d’Amore,
sotto il tuo manto, Vergine umile,
cercano protezione i tuoi figli.
Madre amorevole, Tempio di Dio,
proteggici, Signora, e aiutaci a essere
costruttori di pace e riconciliazione.
Amen.
Incontro con la Comunità diocesana
Cari fratelli e sorelle, buonasera!
Immagino che per un calciatore fare un gol in questo stadio sia qualcosa che lascia un segno nella vita. Ma [si rivolge all’Arcivescovo], Don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un supergol per sempre!
Questa sera è un grande inno della fede e sono lieto di unire la mia voce alle vostre, per lodare Dio e incoraggiare i legami di una così bella famiglia ecclesiale che sta imparando l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo, Don José, per avere introdotto la parabola del canto, che suggerisce come non bastino i numeri, i dati, i fatti a generare comunità: il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano. Per la Chiesa questo avviene in modo singolare nella liturgia, il grande Memoriale della storia che ci ha salvati.
Cantare è un bisogno che attraversa la convivenza e interpella la cultura, la provoca a restare aperta e in costante divenire. Voi siete Chiesa diocesana dentro un popolo che ama la musica, la danza e lo stare insieme, eppure conosce anche conflitti, rassegnazione, talvolta disperazioni, situazioni che il Vangelo può aprire alla speranza. Testimoniate il Vangelo nella capitale di un grande Paese europeo, sede di Istituzioni e Organizzazioni in cui si prendono importanti decisioni per il presente e il futuro, ma anche meta di milioni di visitatori e di fratelli e sorelle alla ricerca di nuove opportunità. La vostra gioia sarà contagiosa se diverrà, da emozione di qualche momento, un modo d’essere stabile, un sentire di fondo che rinnova i singoli, i gruppi e la comunità diocesana. Non è un caso che gli Apostoli, nei loro scritti, invitino così spesso le Chiese alla gioia, raccomandandola quasi come un comandamento. È l’Evangelii gaudium, una corale risposta all’opera di Dio in Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione ha modificato per sempre la percezione della storia di chi lo ha incontrato e seguito, seppure in modi e su strade diverse. Anche oggi l’amore di Cristo ci spinge (cfr 2Cor 4,14) – il verbo che usa San Paolo, significa anche “ci avvince”, “ci tiene uniti”, “ci possiede” – e così ci chiama alla responsabilità dell’azione.
Sì, cari fratelli e sorelle, come alcuni di voi hanno testimoniato questa sera, il Battesimo cambia davvero la vita. Le nostre sensibilità, provenienze e priorità si incontrano in Cristo e dalla sua vita ricevono linfa, come i tralci dalla vite. Concretamente, questo significa che in noi molto di ciò che già c’era si trasforma, perché si volge al servizio, cessa di essere un dono privato e si piega al bene comune. Questo non va temuto, perché non produce mai uniformità. Al riguardo, il Nuovo Testamento testimonia, nella differenza delle sue voci, della comunione nella diversità, ovvero dell’intesa scomparsa a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino.
Nell’Enciclica Magnifica humanitas ho proposto, come alternativa a omologazione e confusione, la figura di Neemia, che coinvolge l’intera comunità nella ricostruzione di Gerusalemme. «Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo» (Lett. enc.Magnifica humanitas, 11).
Vi è allora un rapporto speciale fra Chiesa e città, ancora più importante nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: un rapporto che, naturalmente, si realizza fra persone in carne e ossa, nelle relazioni di lavoro e di prossimità, ma non di meno nelle diverse comunità, associazioni, realtà di quartiere. Emerge sempre più una specificità della missione cristiana all’interno di grandi realtà urbane, dove «una cultura inedita palpita e si progetta» (Francesco, Evangelii gaudium, 73). La lucidità su questo punto è molto maturata nel cammino sinodale, che ha consentito di conoscerci e ascoltarci con più profondità nei contesti in cui la comunità diocesana vive e prende forma. La domanda più importante diventa: ciò che siamo e operiamo come cristiani arriva «là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi», ovvero ai «nuclei più profondi dell’anima delle città» (ibid.)? Rispondere può essere difficile, certo, ma è possibile, se cerchiamo insieme la verità.
Ecco perché è tanto importante non disperderci e non chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione e oggi possiamo intendere questo meglio che in passato. Nelle grandi città, più che altrove, a volte ci pare di non avere più le mappe per muoverci con sicurezza. Allora occorre imparare nuovamente l’arte spirituale dell’attenzione, senza la quale persino l’annuncio del Vangelo rischia di diventare impersonale ripetizione e, perdendo di efficacia, lascia spazio a frustrazione e sfiducia.
Carissimi, Madrid è una grande città dove convivono tradizioni e “anime” diverse. Dio conosce uno per uno i cuori dei suoi abitanti. Li conosce come solo Lui sa e può fare, cioè nell’amore e dunque nella libertà. Egli è misericordia infinita e vuole che tutti siano salvati. Lo vuole al punto da farsi carne e prendere su di sé tutto il peccato, il male, il negativo del mondo. Ecco Gesù Cristo! Ecco la Buona Notizia, la Grazia che abbiamo ricevuto e che siamo mandati a condividere con tutti. Perché tutti, nessuno escluso, sono fatti per la vita e la vita in pienezza. La presenza della Chiesa in una grande città è parabola di questo mistero di salvezza. Viene in mente il Libro di Giona, uno dei gioielli della Bibbia che vi invito a leggere o rileggere, personalmente e in comunità. Non è un caso se è proprio nelle città che gli Apostoli hanno impiantato la Chiesa nascente, trovando non solo rifiuto, ma anche accoglienza dove più naturalmente le persone sono alle prese con la diversità e il cambiamento.
Nulla vi turbi, allora, nulla vi spaventi! Insieme, come Chiesa diocesana, potete offrire la testimonianza evangelica che libera le migliori energie di un’umanità bombardata di immagini e di parole, ma affamata di giustizia e assetata di verità. Abbiate fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione. L’investimento sui consigli parrocchiali e diocesani non ha un obiettivo minore di questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. È un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama. Quando questo avviene, allora il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà.
Invito i presbiteri a riconoscere la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero. Cari fratelli, senza distogliervi dall’essenziale, il regolare fermarvi col vostro popolo a interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali, le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo arricchirà e consolerà il vostro ministero. Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a provare la gioia dello Spirito Santo. È lo Spirito, infatti, che ci manca quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno resta chiuso nelle sue abitudini e nel suo ruolo. Lo Spirito suscita vocazioni e le compone in unità, provocando talvolta subbuglio, discussione, ricerca di equilibri ulteriori. Non spaventatevi di tutto questo: gustatelo!
Le storie che questa sera abbiamo ascoltato dicono, anzi “cantano”, quanta vita c’è in questa Chiesa. Qualcuno ha testimoniato: “Posso dire senza esitazione che amo profondamente la Chiesa, famiglia di Dio, dove tutti abbiamo un posto”. Un altro ha detto: “Ho provato una grande gioia e responsabilità nel diventare un membro più attivo della comunità e nel condividere con il resto dei membri della Chiesa i miei doni”. E ancora: “Per noi, servire non è solo un modo per aiutare, ma anche un modo per restituire tutto l’affetto e il sostegno che abbiamo ricevuto”. Ecco la Chiesa, cari fratelli e sorelle! Ecco la musica del Vangelo, col suo ritmo coinvolgente. Quando arriva al cuore, fa dire, come alla famiglia venuta a Madrid dal Perù, di sentirsi accolti a braccia aperte. In molti, come lei e la sua famiglia, provano un iniziale timore ad avvicinarsi, hanno sentito parlare di pregiudizi e delusioni. La bontà, anche di pochi, può vincere la paura di molti. Siate, per tutti, come una Bibbia aperta: sui vostri volti e nella vostra vita si possa incontrare la Parola di Dio. L’amore, infatti, è la lingua che fa sentire tutti a casa. Molte grazie.
Eminenza Don José,
carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!
Questo incontro è l’ultimo della parte madrilena del mio Viaggio apostolico, ma sono molto contento che sia con voi, volontari e volontarie, ognuno di voi e tanti che non hanno potuto essere qui stamattina. Voi meritate un “grazie” tutto speciale, perché avete donato la vostra presenza e il vostro servizio e l’avete fatto per amore del Signore, della Chiesa e del Papa. Grazie di cuore!
Ringrazio l’Arcivescovo e i due “portavoce” che hanno offerto le loro testimonianze, come pure coloro che hanno realizzato il video e l’esibizione musicale.
Ho saputo che fin dall’inizio la vostra risposta all’appello è stata entusiasta: in pochi giorni avete superato i numeri richiesti e così le esigenze sono state abbondantemente soddisfatte. Avete preso giorni di ferie dal lavoro, alcuni di voi si sono dedicati per mesi a tempo pieno, ma ciascuno ha dato ciò che ha potuto, soprattutto ha dato sé stesso: cuore, mani, idee, competenze, sorrisi. Dio vi ricompensi come solo Lui sa fare!
Mi piace condividere con voi una semplice riflessione, che riassumerei così: i cristiani sono chiamati a portare nel mondo il lievito della gratuità.
Gesù ha usato l’immagine del lievito in una parabola del regno dei cieli, riportata dall’evangelista Matteo: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13,33). La vostra esperienza di questi giorni, come quella di tanti fratelli e sorelle volontari in circostanze simili – penso al Giubileo dell’anno scorso –, è un segno del Regno che viene, e lo è per un aspetto essenziale: la gratuità.
La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della “città di Dio”. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine “crescita” è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale. È la logica del Vangelo, che dice: «Se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? […] E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta?» (Lc 6,33-34).
Carissimi, Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo il lievito del Regno dei cieli, lo ha mescolato nella pasta della nostra umanità malata per risanarla dall’interno, con l’acqua e con il sangue del suo Sacrificio e con il fuoco dello Santo Spirito. E dopo la sua morte e risurrezione ha mandato i discepoli, con la forza dello stesso Spirito, perché siano nel mondo segni e strumenti del suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace. Questo avviene con la predicazione, ma avviene anche, e direi soprattutto, attraverso uno stile di vita, un modo di pensare e di comportarsi che è quello del Vangelo. Ebbene, un tratto essenziale di questo stile è la gratuità. Grazie di averlo testimoniato in questi giorni qui a Madrid! Grazie! Forse le statistiche non lo registreranno, ma noi sappiamo che in questi giorni, anche grazie a voi, questa città è cresciuta ed è più vicina al Regno di Dio. Merito nostro? No! Tutta grazia sua! Questo è il segreto: l’amore di Dio, che muove il sole e gli astri e muove i cuori di coloro che hanno incontrato il Signore Gesù, il quale «disse: Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35).
Sorelle, fratelli, avanti su questa strada! Con umiltà e mitezza, senza alcuna presunzione, ma saldi nella fede e generosi nel servizio. La Vergine Maria vi ottenga di essere lievito del Regno sempre e dovunque. Grazie! E arrivederci a Roma!
Poi, offrendo in dono il calice, il Santo Padre ha detto:
E desidero anche lasciare come dono per tutta la famiglia qui a Madrid, per tutta la comunità ecclesiale questo Calice, affinché non dimentichiamo mai ciò che celebriamo nel memoriale di Cristo che ci ha salvati. Grazie a tutti!
Carissimi fratelli e sorelle,
con grande gioia inizio la mia visita pregando insieme a voi, in questa Cattedrale, l’Ora sesta.
Il Concilio Vaticano II definisce l’Ufficio divino «voce della sposa che parla allo sposo» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 84) e «preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre» (ibid.). Anche la Lettura che abbiamo ascoltato sottolinea che «tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo» (1Cor 12,13). Possiamo allora farci aiutare, nella nostra riflessione, proprio da queste due immagini: la Sposa e il Corpo.
La prima ci ricorda che la Chiesa, e in particolare quest’assemblea, ricca di doni e carismi e della varietà delle storie di ciascuno, è anzitutto una Sposa amata. Dio vi ha voluti qui, perché ama in voi e nel vostro essere insieme una bellezza e una bontà uniche e sacre. Lui vi ha scelti, non altri, a rappresentare, oggi, la “Comunità dei santi” (cfr 1Cor 1,2) che è in Barcellona. Ed è con questa consapevolezza che vi invito a rinnovare, concordi, il proposito di camminare insieme, tutti, fedeli e Pastori, sulle orme di Cristo, verso la pienezza della vita. La Chiesa è frutto di un atto d’amore che la precede e che viene da Dio, e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell’amore.
In proposito, Papa Francesco, non molti anni or sono, raccomandava a questa Comunità diocesana di «partire dall’incontro con Cristo» per crescere «in fratellanza, nell’annuncio della Buona Novella del Vangelo» (Videomessaggio in occasione dell'inaugurazione della Torre della Vergine nella Sagrada Família di Barcellona, 8 dicembre 2021), e, un anno dopo, ripeteva ai seminaristi di questa stessa Diocesi, pellegrini a Roma: «Non smettete mai di assaporare e rievocare questo amore di predilezione che si riversa e si riverserà abbondantemente nel vostro cuore […]. Non spegnete mai quel fuoco che vi renderà intrepidi predicatori del Vangelo» (Discorso alla Comunità del Seminario di Barcellona, 10 dicembre 2022).
Le sue parole indicano il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita: un clima di famiglia, in cui si vive insieme, memori della comune figliolanza e della comune chiamata, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono.
Carissimi, Barcellona, in questo, ha una grande tradizione di Chiesa. Ne faceva memoria San Giovanni Paolo II quando, in visita qui, lodava l’«animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti» (Angelus, Barcellona, 7 novembre 1982), e vi incoraggiava a «proclamare davanti alla Chiesa che questa città e questa regione sono un focolare grande ed aperto alla fraternità cristiana» (ibid.).
Nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione. E ancora oggi esse hanno conferma nella vitalità delle numerose opere di annuncio, di formazione e di carità di cui tutti siete animatori e protagonisti.
Questo ci porta alla seconda immagine sulla quale vogliamo fermarci: quella del corpo, tema principale della Lettura che abbiamo ascoltato (cfr1Cor 12,12-13). Se Cristo infatti è lo Sposo che ci ha amato per primo, Egli è anche il Capo a cui siamo uniti come membra di un unico organismo, gli uni al servizio degli altri, «gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (Ap 5,9), tutti animati dall’azione dello stesso Spirito, tutti chiamati alla stessa santità. Anche questo è importante, perché ci rammenta che per noi lavorare insieme non è una scelta di “stile”, ma una necessità fisiologica, fondata sulla grazia concessa a ciascuno «secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,7), e a cui corrispondiamo impegnando i carismi ricevuti nel rispetto dei ministeri affidati. È lo Spirito che, come parti di un’unica compagine viva, ci spinge non solo a donarci senza riserve, là dove la Provvidenza ci chiama, ma a farlo secondo i disegni di Dio, nell’obbedienza e nella fiducia.
Come in un corpo, anche tra noi ci sono membra più forti e altre più deboli, alcune visibili, che svolgono funzioni evidenti all’esterno, altre nascoste, che agiscono dal di dentro, in alcuni casi non fermandosi mai e assolvendo funzioni vitali, senza che nessuno nemmeno se ne accorga.
Sono molte le immagini con cui potremmo illustrare la varietà e l’importanza dei ruoli e delle missioni che incontriamo tra noi, ma il messaggio è sempre lo stesso: nella ricchezza dei doni ricevuti, siamo forti perché uniti, e siamo uniti perché animati dallo stesso Spirito, lo Spirito di Cristo, che è Spirito di comunione per la salvezza di tutti (cfr Ef 4,4). È importante, perciò, per ciascuno di noi, non permettere che nulla distrugga l’unità in cui Dio ci ha costituito e verso la cui pienezza ci conduce giorno per giorno.
Barcellona è detta “Cap i Casal de Catalunya”. Ciò dà a questa comunità, a tutti voi, Barcellonesi e Catalani, una vocazione e una responsabilità speciale a farvi, con l’aiuto di Dio, costruttori di unità.
Tra poco venereremo i resti di Santa Eulalia, Compatrona di questa Cattedrale, di questa Diocesi e di questa Città.
Sant’Agostino, parlando dei Martiri, diceva: «Non ci sembri poca cosa essere membra di quel corpo del quale sono membra anche coloro ai quali non ci possiamo paragonare […]. Siamo obbedienti allo stesso Signore […], animati dalla stessa carità e […] stretti a quella medesima unità» (Sermo 280, 6).
Cari fratelli e sorelle, è con questo spirito che anche noi, in un mondo dilaniato da guerre e divisioni, in una società sempre più frammentata e individualistica, vogliamo essere “martiri”, cioè testimoni e profeti, di unità, di accoglienza, di concordia e di pace, anche a costo di sacrifici e rinunce. Come la Vergine Eulalia e tanti altri Martiri, vogliamo rispondere il nostro “sì”, pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre (cfr Mt 16,24-26).
Questo ci insegna il Crocifisso, a questo ci invitano l’Apostolo Paolo e gli esempi dei Santi, questo vogliamo fare insieme, secondo la preghiera di Gesù al Padre, durante l’ultima Cena: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,23).
Ci aiuti Maria, Madre della Chiesa e Madre dell’unità ad essere fedeli a questo impegno e a questa missione: Santa Maria de la Mercè, pregueu per nosaltres.
Dialogo del Santo Padre con i Giovani
1.
Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?
Grazie per questa testimonianza. Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo. Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità.
E qui torno alla domanda con due brevi riflessioni. La prima: è necessario coltivare quella sana inquietudine. Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società. Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli. Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo. Seconda riflessione: è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro. È all’interno di questa società che tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede. Ciò significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre la realtà in cui ci troviamo. Crediamo che lo Spirito Santo agisca e operi silenziosamente in tutte le situazioni della vita e della storia, anche in quelle che sembrano più difficili. Ma dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.
2.
Santo Padre, in un mondo dove le cose si gridano, ci sono aspetti della vita che rimangono nascosti, per vergogna, come la depressione, una malattia silenziosa che colpisce molte persone, giovani e adulti, e che porta con sé oscurità, isolamento e un dolore immenso. A volte questo dolore è così opprimente che l’idea di scomparire sembra l’unica via d’uscita. Io stessa ho lottato per uscire da questa malattia, in silenzio per anni, e un venerdì sera ho perso la battaglia e ho tentato di togliermi la vita. Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata; ma ci sono molti altri che continuano ad affrontare questa oscurità. Per questo, Le chiedo con tutto il cuore: dove possiamo vedere Dio quando l’oscurità è totale e non ce la facciamo più? Come possiamo avere fiducia in Dio, quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?
Prima di tutto, grazie per aver condiviso oggi la tua esperienza di sofferenza. Mi commuove che tu riesca a parlarne, che tu sia qui tra noi e che tu abbia trovato la forza di accogliere questa seconda possibilità che il Signore ti ha dato. Ti sei rialzato e hai ripreso il cammino, e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.
Nella tua domanda, hai fatto riferimento innanzitutto alla “malattia silenziosa” che è la depressione, ed è importante prendere coscienza di come la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate. È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali. Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.
Le tue parole, tuttavia, ci hanno anche mostrato che il dolore mette alla prova la fede e il senso che attribuiamo alla vita. Questo vale per tutti, non solo per coloro che, in un determinato momento, devono affrontare la prova della malattia.
Mentre ti ascoltavo, ho pensato a quelle ore di oscurità, di angoscia e di dolore che Gesù ha vissuto quando si avvicinava l’ora della sua morte. I Vangeli, nei momenti dell’Ultima Cena e della preghiera nel Getsemani, sottolineano che stava calando il pomeriggio, che stava calando la notte, così come poco prima di morire sulla croce ci dicono che «si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45; Lc 23,44). Ma, in realtà, non si tratta solo di una sofferenza personale; il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità. In quelle ore buie, morendo sulla croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che porta il peso delle nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia.
Vivere questa esperienza è difficile, come testimonia più volte la Sacra Scrittura; ci sono momenti di oscurità e di sofferenza che la nostra società mette a tacere, perché proprio alcuni modelli culturali ci vogliono sempre vincitori e perfetti e, per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna. E, in questi momenti, possiamo pensare istintivamente che anche Dio ci abbia abbandonati. Ma la croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema, che Egli raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano, un grido che Gesù ha fatto suo sulla croce, dicendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).
C'è una catechesi sulle ultime ore di Gesù, in cui Benedetto XVI afferma che la sua sofferenza si trasforma in preghiera e grido, e che questo vale anche per noi: di fronte alle situazioni più difficili e dolorose, quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i pesi che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, sicuri che in qualche modo Egli si renda presente e sia vicino anche quando apparentemente tace. Ma penso che non possiamo farlo da soli. Nelle ore di dolore, almeno per quanto possibile, dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una semplice preghiera, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido. Queste esperienze offrono un messaggio anche a noi credenti, a tutta la Chiesa: non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.
3.
Buonasera, Santo Padre. Provengo da una famiglia di un quartiere molto povero di Barcellona. Quando ero piccola, mio padre ha cercato di uccidere mia madre, che si è salvata solo grazie all’intervento di un ragazzo che ha perso la vita. Mio padre è finito in prigione e mia madre è caduta nel mondo della droga. A dieci anni i servizi sociali mi hanno presa in custodia e mi hanno portata al centro di accoglienza minorile di San José de la Montaña. All’inizio è stata dura, perché mi ero costruita un muro per proteggermi, dove non lasciavo entrare nessuno. Ma a poco a poco ho sperimentato per la prima volta l’amore di una famiglia, e il mio cuore si è aperto. Lì mi hanno parlato di Gesù, ho iniziato a pregare e ho ricevuto il Battesimo. Ma durante l’adolescenza mi sono ribellata a Dio molte volte. Mi hanno invitata a un ritiro e lì, per la prima volta, ho sperimentato l’amore di Dio. Ma sono passati alcuni mesi e faccio ancora fatica a perdonare mio padre. E a volte alzo gli occhi al cielo e gli chiedo: «Dov’eri quando ero bambina?». Santo Padre, come posso perdonare mio padre, che stava per lasciarmi senza madre? Come posso riconciliarmi veramente con Dio?
Grazie per la tua testimonianza e grazie anche per la domanda sul perdono. È davvero un segno della grazia di Dio che questa domanda sorga da un passato così segnato dalla sofferenza e che, nonostante il dolore, si abbia il coraggio di chiedersi come sia possibile perdonare chi ci ha fatto del male. Vorrei dire anche qui due cose.
La prima completa ciò che dicevo prima sulla presenza di Dio nei momenti della nostra sofferenza; in fondo anche tu esprimi questa domanda riguardo alla tua infanzia, ma il contesto in cui si sono svolti gli eventi della tua vita ci chiede di ampliare il raggio della nostra domanda: dobbiamo chiederci “dov’era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?
Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi. Siamo tutti chiamati ad affrontare questa drammatica realtà – che ha radici antropologiche e culturali – sia personalmente che come società, perché spetta a noi affrontarla in tutte le sue dimensioni. Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente ai nostri bisogni o impedisca miracolosamente che il male accada; Egli ci ha dotati di intelligenza e volontà, ci ha dato una coscienza, ci ha rivestiti di dignità e di libertà, e soprattutto è venuto incontro a noi per indicarci, nel suo Figlio Gesù Cristo, la via da seguire affinché la nostra vita sia pienamente umana e nella nostra società regnino la giustizia, la pace e la fraternità. Ci ha dato il suo stesso Spirito, proprio affinché l’amore sia la chiave di tutti i nostri rapporti umani. Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.
Una seconda cosa riguarda il perdono. Dobbiamo imparare a considerare il perdono, potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino. Lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci grande scoraggiamento e frustrazione, perché mentre Gesù ci invita al perdono noi ci rendiamo conto di non esserne capaci. Invece non è così. Il perdono dobbiamo soprattutto invocarlo dal Signore; continuare a chiedere – forse per tutta la vita – che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione. È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.
La riconciliazione con la storia è un processo graduale e, soprattutto, non dobbiamo pensare che il perdono equivalga sempre e in ogni caso a tornare alla situazione precedente o a vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza. Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: tutto questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri. Siamo peccatori perdonati: perciò siamo in pace e siamo capaci di perdonare, capaci di essere portatori di pace.
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Cari fratelli e sorelle, amati figli e figlie di Dio, anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita. Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita.
Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino.
Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede. Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne. Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.
Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita. Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio.
Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo. Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna.
Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.
E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?
Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte. Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è. Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce. Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine.
Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.
Visita al Centro Penitenziario “Brians 1”
Cari fratelli e sorelle,
grazie a tutti per la vostra accoglienza così piena di simpatia e cordialità!
Mi sento edificato dalla testimonianza che hanno condiviso Montse e Josefina. Grazie mille. Ringrazio anche padre Jesús per le sue parole, che mettono in luce l’impegno dei cappellani e dei volontari della pastorale penitenziaria diocesana di Sant Feliu de Llobregat.
Ogni essere umano è “degno” per il semplice fatto «di essere stato voluto, creato e amato da Dio» (cfr. Magnifica humanitas, 52). Non esiste, quindi, alcuna situazione che induca il Signore a distogliere da noi il suo sguardo. È una verità consolante che ci accompagna in ogni momento e che ci ricorda come il suo amore misericordioso sia sempre al di sopra di quanto bene o male abbiamo fatto.
Questo vale, in modo particolare, per voi, cari fratelli e sorelle, che portate il peso di essere lontani dai vostri cari e, inoltre, soffrite a causa della vostra attuale condizione. Quando vi verrà la tentazione di sentirvi inferiori e penserete che non valga la pena andare avanti, «alzate lo sguardo» verso Colui che, attraverso la presenza di tante persone, non smette mai di mostrarvi il suo amore e la sua vicinanza.
Anche se l’oppressione e la tristezza segnano alcuni momenti del vostro cammino, ricordate che gli errori della vita non determinano l’identità di una persona. Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, ci racconta il suo percorso di vita e ce ne parla: se confidiamo nella grazia divina e ce ne lasciamo guidare e trasformare, scopriamo come nella nostra vita il passato non condanni il futuro, ma ci offra la possibilità di cambiare le nostre decisioni e le nostre scelte.
Facciamo spazio al Signore nel nostro cuore e cerchiamo il suo volto. Lasciamoci accompagnare dal suo amore. Aggrappiamoci a Lui, che ci invita continuamente alla speranza e ci mostra un orizzonte meraviglioso che nessuna barriera fisica può impedirci di raggiungere. Oggi, Egli continua a parlarci nel profondo delle nostre coscienze per farci scoprire che ha la sua dimora in mezzo a noi. Aspetta solo che gli diamo una possibilità.
Cari amici e amiche, vi invito a continuare a sognare il sogno di Dio. A ciascuno di voi dico: Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore! Il Signore permette a tutti noi di ricominciare sempre da capo, poiché essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare.
Vi affido in modo particolare all’intercessione materna di Nostra Signora de la Merced e con tutto l’affetto chiedo al Signore di benedirvi. Molte grazie.
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Parole del Santo Padre per accompagnare il dono dell’icona mariana
Vogliamo lasciare come dono, anche per ricordare questa visita, questa immagine della nostra Madre Maria, la Vergine che ci accompagna sempre con amore di madre e che mai dimentica i suoi figli.
La benedizione di questo momento vi accompagni sempre. Grazie!
Saluto cordialmente Vostra Eccellenza, Mons. Xavier Gómez García, l’Abate di Montserrat Manel Gasch i Hurios, nonché i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i fedeli che partecipano a questo pellegrinaggio, in modo particolare i bambini e le bambine che ci accompagnano oggi. Grazie per averci accolto, grazie per la vostra presenza.
Sono lieto di poter venire ai piedi della Moreneta per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace.
Con emozione ho ricordato i miei anni come parroco della parrocchia di Santa Maria di Montserrat a Trujillo, in Perù. La Moreneta mi ha sempre accompagnato. Grazie, Catalogna, per la tua fede!
Le mura di questo santuario potrebbero raccontarci le innumerevoli storie di devozione, gratitudine e speranza che hanno contemplato nel corso dei secoli attorno alla Mare de Déu di Montserrat e sono state anche testimoni del sangue versato per amore di Gesù Cristo.
Al loro interno sono state custodite le gioie e i dolori, le letizie e le lacrime di tanti fedeli, ed esse hanno ascoltato anche le voci celestiali del canto infantile della più antica Escolanía d’Europa.
Quando il mio Predecessore, Papa Francesco, nel 2023 ha offerto la rosa d’oro a questa venerata immagine, ci invitava a considerare come, per centinaia di anni, i fedeli, senza distinzione, siano passati da questo Santuario recitando il rosario, perché Maria, Mare de Déu, è fondamentale nella vita di ogni cristiano. In quella stessa occasione egli ha sottolineato: «Davanti alla Madre, è come se si risvegliassero i sentimenti più nobili di una persona» (Discorso ai membri della Confraternita della “Mare de Déu” di Montserrat, 7 ottobre 2023). In effetti, ella suscita in noi profonde conversioni, come quella di sant’Ignazio di Loyola, il quale in questo luogo suggestivo, dopo una notte di preghiera davanti alla Vergine, consegnò le sue armi da cavaliere, momento che segnò l’inizio di una nuova vita al servizio di Gesù Cristo.
Con questo stesso atteggiamento filiale, vi invito oggi ad accogliere l’invito di Maria: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Queste parole pronunciate a Cana di Galilea contengono un vero e proprio programma di vita cristiana, perché Maria ci conduce verso Cristo e ci insegna ad ascoltare la sua voce, a obbedire alla sua parola e a lasciarci trasformare da Lui. La volontà di Gesù è chiara: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17). Si tratta di un amore che ha in Lui stesso la sua misura e la sua fonte: «Come io ho amato voi» (v. 12). Per questo, quando Maria ci dice: «Fate quello che vi dirà», ci invita a raggiungere un cuore riconciliato con i criteri del Vangelo.
Gesù ci mostra la via della misericordia, della riconciliazione, della verità e della mitezza. Allo stesso tempo, smaschera la violenza che può nascondersi nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti: la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide. Tale violenza nascosta può spesso rivestirsi di armature apparenti con cui cerchiamo di proteggere le nostre ferite, le nostre paure o la sofferenza causata dalle ingiustizie.
Contempliamo Maria di Montserrat che ci mostra Gesù come un bambino indifeso che riposa sul suo grembo, dal momento che Lei è qui, accanto al Figlio, invitandoci ad amarci gli uni gli altri. Deponiamo oggi ai suoi piedi le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore.
Il Bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia non porta armature e sarà Lui stesso che poi, nudo sulla croce, si abbandonerà totalmente al Padre per salvarci con la forza disarmata e disarmante dell’amore.
Alziamo lo sguardo a Maria e supplichiamola di aiutarci a rivestirci unicamente delle armi di Dio, come esorta san Paolo: «Attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, […] prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,14-17).
Oggi, come pellegrini a Montserrat, manifestiamo il sincero desiderio di riaffermare il nostro servizio a Dio Padre, che ci ha rivelato Gesù Cristo, il quale ci dice: « Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37).
Consideriamo anche come la Vergine, nella sua mano destra, regga la sfera del mondo, segno della sua cura materna, perché il mondo intero trova posto nel suo cuore. Ella ci invita a riconoscerci fratelli e sorelle, così che nessuno sia escluso e la comunione sia più forte di ogni divisione.
Chiediamo a Maria, Regina della pace, di insegnarci a rinunciare alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie. E che impariamo a custodire e a coltivare l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace.
Che Maria, Madre della Chiesa, ci orienti sempre verso Gesù. Vi invito a onorarla con queste parole:
Per i catalani sarai sempre la Principessa,
per gli spagnoli e per il mondo intero tutto l’amore;
di’ a noi: «Siete il mio tesoro,
io sono la vostra madre, non temete»
Così sia.
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Saluto del Santo Padre dal balcone dell’abbazia di Montserrat
Grazie, grazie!
Fratelli e sorelle, buongiorno!
Grazie per essere qui. Grazie per questa bellissima manifestazione di fede. Tutti uniti in un’unica famiglia, accolti dalla nostra Madre Maria, la Vergine di Montserrat.
La gioia, l’entusiasmo, il profondo senso di fede che stiamo vivendo in questi giorni: prima a Madrid, in questi giorni a Barcellona, in Catalogna, poi alle Canarie: tutta la Spagna piena di fede, di amore, piena di questo desiderio di lodare Dio, di rendere grazie a Dio e di essere uniti.
Grazie alla Catalogna per aver accolto tante persone provenienti da altri Paesi, perché insegna come integrare tutti in un’unica famiglia.
Grazie alla comunità di fede, alla comunità dei nostri fratelli monaci, che accolgono tutti i pellegrini che vengono a pregare Maria, nostra Signora.
Grazie a ciascuno e a tutti voi che siete qui questa mattina, per ricordare a tutti, in Catalogna, in Spagna, nel mondo, che la fede dà vita e la fede dà speranza.
Ed è Maria, che Gesù ci ha dato come Madre dalla croce, è Maria che ci accompagna, che è espressione di amore materno che ci accompagnerà sempre.
[Benedizione]
Grazie, grazie a tutti.
Incontro con le Realtà di Carità e Assistenza Diocesane
Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!
Ringrazio il Cardinale Arcivescovo per il cordiale benvenuto e per le parole che mi ha rivolto, così come anche il delegato della pastorale sociale e coloro che hanno condiviso con noi le loro testimonianze sulle realtà caritative e di assistenza diocesane. Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi fa: cercherò di rispondere ad alcune.
Quella a cui ho già risposto è che non volevo essere Papa, né come giovane né come vecchio, ma, quando il Signore chiama, bisogna rispondere “sì”.
Prima di rispondere alle domande vorrei solo dirvi: grazie mille per l’accoglienza! Qui mi sento davvero a casa. E grazie per tutto ciò che rappresentate. Il motivo, penserete, è ovvio, evidente: è Sant’Agostino; ma vi racconto che la prima volta che sono venuto in questa chiesa – non c’era questo Arcivescovo che è qui al mio fianco – era il 1984. Stavo viaggiando via terra da Roma a León e sono arrivato e ho detto: “Sapete? A Barcellona c’è una chiesa di Sant’Agostino, andiamo a visitarla”. Era chiusa. Oggi è aperta, e com’è bello trovare una chiesa con una comunità di Agostiniani e con tante persone che vivono, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza, integrazione in questa chiesa e in questa pastorale sociale. Grazie mille a tutti, davvero.
Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che adesso gioco a tennis. Giocavo a calcio, ma football americano, un po’ più violento! Ma anche con i seminaristi, quando ero a Trujillo, giocavo a calcio, in difesa, se può interessare, non ero un gran goleador. Ma quando sono stato la prima volta a Roma, lì ho vissuto la prima esperienza del “Mundial”, nel 1982, che era qui in Spagna. Poi, in Perù, con i seminaristi, seguivo molto le squadre locali; ma giocavo anche con i seminaristi; un po’ di sport fa bene a tutti, bisogna cercare di mantenere, per così dire, una buona salute: corpo, mente e anima. Quindi, questo ha fatto davvero parte della mia vita. Inoltre, il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una gara da vivere da soli, è qualcosa che si gioca in squadra, e bisogna imparare a correre insieme. Quindi, in questo senso, chi è in grado di diventare una stella ma non passa mai la palla, non permette agli altri di entrare in partita e probabilmente finirà per perdere. E quindi, pensando anche a noi e a come integrarci in una squadra, vorrei anche riconoscere e congratularmi per tutto quello che state facendo qui.
Seconda domanda, già ho risposto, ma seguo un po’ il testo, se no ci perdiamo e finiamo alle otto e mezza!
Mi chiedi se da piccolo volessi diventare Papa. Beh, Renzo, credo di no. Credo di non averci mai pensato. Ma posso dirti questo: da piccolo sentivo il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora del tutto come, né dove mi avrebbe portato il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che quel cammino passava per l’ordine di sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio. Anche tu, Renzo, lo sei. Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei fanciulli (cf. Mt 18,3): capace di fidarsi, pieno di bontà. Il Signore vuole che siamo suoi amici e che non ci allontaniamo da Lui. Per questo motivo, più importante che chiedersi se uno sarà sacerdote, medico, maestro, padre di famiglia o altro, è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi e ci aiuta a vedere, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno.
Non è facile, Renzo, trovare la risposta alla tua domanda sul perché ci siano persone alle quali succedono cose cattive e, invece, ad altre no. Pensare alla vita di Gesù ci può aiutare. La Parola di Dio ci dice che nostro Signore «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (At 10,38) e, tuttavia, sappiamo che fu crocifisso. La sua storia però non finisce lì, perché il terzo giorno è risuscitato, ha vinto il male, ha vinto la morte. Attraverso la vita di Gesù Cristo, Dio ci mostra che, anche se c’è sofferenza, Egli non abbandona mai alcuno dei suoi figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più sofferenze né dolore. Abbiamo fiducia, dunque: Gesù è con noi, ci aiuta e ci accompagna, e ci dà forza per affrontare i momenti difficili che possiamo incontrare nella vita.
Riguardo ai nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita delle famiglie. Non dovrebbero mai restare soli. Spesso sono loro a prendersi cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e così, con affetto e dedizione, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni. E come dobbiamo ricambiare l’amore? Con amore. È quello che Gesù desidera che facciamo. Prendersi cura e accompagnare i nostri nonni nella loro vecchiaia, così come loro, un tempo, si presero cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino normali nella vita degli anziani. Ciò è qualcosa di molto triste. Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro. E anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli né indifesi. Perché, se non vogliamo la solitudine per noi stessi, non dobbiamo permetterla nemmeno per gli altri.
Alla domanda se dobbiamo perdonare sempre, Gesù ci risponde di sì. Un giorno Pietro gli chiese: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli disse: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Con questo Gesù voleva dire: perdona sempre. Occorre però capire bene che cosa significa perdonare. Perdonare non significa dire che il male è stato giusto, né permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifiggevano. La nostra disponibilità a perdonare è condizione per il perdono che riceviamo da Dio.
Fratelli e sorelle,
essere qui, in questa chiesa di Sant’Agostino, apre il nostro cuore a una verità che il santo vescovo di Ippona ci indica: essere cristiani è, innanzitutto, un dono, una grazia. Fondati in Cristo, che è la pietra viva, percepiamo l’azione dello Spirito Santo, con la convinzione che ogni sforzo compiuto sinceramente per cooperare con Lui in favore del nostro prossimo sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale poniamo la nostra speranza. Come membra del corpo mistico di Cristo, siamo realmente legati al destino di coloro che Dio ama e invita a condividere la sua vita.
Chiamati ad amare Dio e, per amore di Lui, i nostri fratelli, siamo anche inviati a incontrare tutti. Il cristiano, oltre a essere gentile e amabile, deve essere compassionevole, amare senza interesse e cercare il bene degli altri, sapendo che in ogni fratello e sorella che soffre è lo stesso Signore a chiedere e ricevere, a essere accolto o rifiutato, amato o disprezzato.
La carità evangelica, fondata in Gesù Cristo e alimentata dal suo amore, dà forma e identità alla vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Da ciò deriva che ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e istruita dallo Spirito Santo, è chiamata ad avvicinarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, delicatezza e perseveranza alle ferite e ai bisogni dei più piccoli e vulnerabili per alleviare le loro sofferenze e porre rimedio alla loro povertà. Voi tutti lo fate imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, chiamandoci a riconoscerlo e soccorrerlo nei più bisognosi (cf. Mt 25,40).
Per questo, è una gioia incontrare questa sera tutti voi che, in modi diversi, siete concretamente legati all’assistenza, all’accompagnamento e alla promozione di coloro che ne hanno più bisogno, soprattutto nei tempi che stiamo vivendo, nei quali sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona umana.
Vorrei sottolineare che come cristiani siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e ogni donna, nel tessuto della storia. Il libro della Genesi ci narra che «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 1,27).
In ciò risiede la dignità inalienabile di ogni essere umano, che non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno (cf. Magnifica humanitas, 50).
Il Signore, dunque, ci invita ad accogliere ogni donna come sorella e ogni uomo come fratello. Figli dello stesso Padre, ogni persona è costitutivamente fatta per la relazione; è stata pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con la creazione (cfr. ibid.). Un’espressione singolare di questo desiderio divino si realizza nelle realtà caritative e di assistenza diocesane di cui voi fate parte e che portate avanti con impegno e dedizione, con la consapevolezza che la persona umana sta al centro dell’azione della Chiesa (cf. Gaudium et spes, 24) e che la carità è «il più grande comandamento sociale» (CCC, 1889).
Vi incoraggio affinché, uniti ai vostri pastori, continuiate ad animare questi apostolati, dando testimonianza del Vangelo e mostrando al mondo la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno perfette nel Regno di Dio. Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede (cf. Evangelii gaudium, 200).
Depongo ai piedi di Nostra Signora del Buon Consiglio il vostro lavoro e la vostra dedizione, affinché la sua intercessione vi accompagni e il Signore faccia abbondantemente fruttificare tutto il bene che cercate. Che Dio vi benedica. Molte grazie.
Santa Messa nella Basilica della Sagrada Família
«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,2.10).
Con la lode di questo Salmo, così pieno di gioia e stupore, saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle. Esprimo riconoscenza alle Loro Maestà e ringrazio il Signor Cardinale Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona, così come gli altri fratelli nell’Episcopato e quanti si uniscono alla nostra preghiera: i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e i seminaristi. In questa sera, festa per tutta la città di Barcellona, estendo il mio grato saluto alle Autorità nazionali, regionali e locali, nonché ai membri di altre comunità cristiane e di altre religioni che partecipano alla nostra azione di grazie.
Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.
Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per quel che opera nella nostra vita. Lo ringraziamo in particolare per questa straordinaria Basilica, che Papa Benedetto XVI ha dedicato nel 2010, ricordando che è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri (cfr Omelia per la dedicazione, 7 novembre 2010). In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.
Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.
Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr 1Cor 6,16.19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme.
In proposito, custodiamo nel cuore la parola rivolta dal Signore al re Davide: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?» (2Sam 7,5). Al contrario, «il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (v. 11). Con quest’annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a dare un posto a Dio, come se fosse l’elemento di una serie o la parte di un tutto più grande di Lui. È invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.
Questa sua volontà si compie mediante Gesù: possiamo allora cogliere il senso di quel che abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24). Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno. Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. “Io Sono”: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.
Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina. Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.
Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr Gv 1,5.11). Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Gv 8,28). Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo. Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore.
La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce. Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.
Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere (cfr 1Sam 2,8). E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo.
Dio sia benedetto per sempre!
Incontro con le Realtà di Accoglienza dei Migranti
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera (Mt 25,41-45). Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare.
Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama “del Pescatore”. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa. Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte.
Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita (cfr Sal 74,13-14; 89,10-11; Is 27,1; 51,9; Gb 26,12). Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio.
Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà (cfr Es 14,21-31). E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: «Taci, calmati!» (Mc 4,39; cfr Mt 14,25-27). Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque.
Grazie per le testimonianze; per averci ricordato che significa salvare vite. A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse. La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci (cfr Mt 14,17-21). Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite.
Cara Blessing, anche se non sei qui oggi, la tua voce lo è. Grazie per aver condiviso con noi la tua storia. Il tuo nome significa “benedizione” e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore (cfr Gen 1,27). Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada.
Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore.
Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte.
Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.
Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno (cfr Lc 10,31-32).
Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?
La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera.
Il Dio che «al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore» (cfr S. Giovanni della Croce, Avvisi e sentenze, 57) ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.
E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi. Grazie mille.
Cari fratelli Vescovi,
cari sacerdoti e diaconi,
religiosi e religiose,
seminaristi,
fratelli e sorelle tutti in Cristo Gesù!
È per me una grande gioia poter condividere questo incontro con voi. Grazie per la calorosa accoglienza, per la vostra affabile presenza e per le vostre testimonianze, che sono il riflesso di una Chiesa viva, nel cui cuore trovano eco «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et spes 1).
Vengo in queste isole come Padre e fratello nella fede: «Con voi sono cristiano e per voi vescovo» (cfr Prima Benedizione “Urbi et Orbi”, 8 maggio 2025). Ciascuno di noi ha ricevuto diversi doni e ministeri per l’edificazione del corpo di Cristo, come abbiamo ascoltato nella lettura dalla Lettera agli Efesini. E questa è la chiamata del Signore che oggi risuona nuovamente nei nostri cuori e conferma la nostra vocazione e missione: costruire insieme la Chiesa fondati su Cristo, la «pietra angolare» (cfr 1Pt 2,6-8), edificare nel bene, armonizzare le nostre differenze e lavorare uniti a favore di tutti (cfr Magnifica humanitas, 11-14).
Vorrei che riflettessimo insieme su due atteggiamenti della nostra vita cristiana che dobbiamo tenere presenti per essere “saggi architetti” nella costruzione della civiltà dell’amore (cfr ibid., 236).
Voi, Canari nativi o d’adozione, Popolo di Dio in pellegrinaggio nelle terre circondate dall’Atlantico, avete il privilegio di godere ogni giorno della maestosa presenza del mare. Si dice che negli occhi di un isolano quell’immagine – che ha il sapore della patria e della casa – rimanga impressa nelle pupille in modo perenne, e che se ne senta molto la mancanza quando si è lontani, nell’entroterra. Questo sentimento corrisponde a una sana nostalgia di immensità, di cielo e di mare aperti, che si estendono all’orizzonte senza limiti né confini, e a un cuore sensibile disposto a salutare con una lacrima chi se ne va e ad accogliere a braccia aperte chi arriva. In questo senso, il mare a volte può essere anche sinonimo di distanza e di separazione, di sfida e di cammino da percorrere.
A questo proposito, sant’Agostino ci dice: «È come se uno vedesse da lontano la patria, e ci fosse di mezzo il mare: egli vede dove arrivare, ma non ha come arrivarvi. Così è di noi, che vogliamo giungere a quella stabilità dove ciò che è è […], tuttavia c'è di mezzo il mare di questo secolo. […] affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale noi si voleva andare. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare. Nessuno, infatti, può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo» (Commento al Vangelo di San Giovanni 2,2). Questo è il primo atteggiamento che ci guida per navigare nelle acque della vita e raggiungere la meta, la patria celeste: abbracciare la croce di Cristo.
Cari fratelli e sorelle, i santi hanno provato la nostalgia di Dio e, dovendo affrontare le tempeste dell’esistenza, hanno saputo portare Gesù sulle loro barche, hanno confidato in Lui, hanno abbracciato la croce e hanno così placato le onde dell’incertezza e della paura (cfr Mt 8,23-27). Ne è esempio, in queste terre benedette, tra tanti altri, il venerabile Antonio Vicente González, sacerdote diocesano, noto anche come “il buon pastore canario”. La sua vita, trasfigurata dalla grazia divina, ci stimola a portare la croce di Cristo e a seguirlo (cfr Mt 16,24), essendo testimoni fedeli del Vangelo in questo nuovo tempo della storia, non esente da turbolenze e contraddizioni, per giungere così alla meta promessa (cfr Gv 12,32).
La prima “linea guida”, dunque, è abbracciare la croce di Cristo; e voi, ad esempio, lo fate quotidianamente come cirenei, accompagnando tanti fratelli e sorelle crocifissi dai drammi della vita e aiutandoli a portare i loro pesi. Vi ringrazio per questo generoso lavoro di carità e misericordia.
Vorrei inoltre sottolineare un altro atteggiamento: coltivare una spiritualità eucaristica. Ciò si ricollega all’antica tradizione che si conserva in questa bella cattedrale: la pioggia di petali di fiori davanti al Santissimo Sacramento che si compie il giorno dell’Ascensione, come segno dei beni spirituali e celesti che il Signore riversa salendo al cielo. Quel gesto di devozione, da parte di tante generazioni nel corso del tempo, possiede un significato profondo: meta del nostro cammino è l’incontro con Cristo, centro della vita cristiana verso il quale si piegano le nostre ginocchia in adorazione, attorno al quale ci riuniamo formando un unico corpo e insieme al quale ci offriamo come «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12,1).
Ce lo dice il Concilio: i fedeli, «partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti […] mostrano concretamente l’unità del popolo di Dio» (Lumen gentium, 11). Pertanto, coltivare una spiritualità eucaristica significa approfondire «una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore» (Magnifica humanitas, 234). Facciamo della nostra vita una risposta al desiderio di Gesù: «Perché tutti siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21).
Un modo concreto per manifestare questa spiritualità di comunione è la solidarietà cristiana, perché «l’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona» (Benedetto XVI,Deus caritas est, 14). Per questo vi incoraggio a continuare a offrire a tutti l’amore che voi, a vostra volta, avete ricevuto dal Signore (cfr 1Gv 4,19), amore che si fa nutrimento nell’accoglienza, nell’ascolto, nella vicinanza e nella cura dei più fragili: «Perché perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).
Cara Chiesa in cammino nelle Canarie, seguendo le orme di santità di tanti uomini e donne che vi hanno preceduto, che hanno offerto la loro vita in comunione col sacrificio di Cristo sulla croce, vi incoraggio ad andare avanti saldamente radicati in Lui, per continuare a navigare con coraggio in questo nuovo tempo della storia. Quando incontrerete difficoltà, alzate lo sguardo e chiedete allo Spirito Santo la grazia di vivere uniti nella fede, nella speranza e nella carità, virtù che «sono come tre stelle che brillano nel cielo della nostra vita spirituale per guidarci verso Dio» (S. Giovanni Paolo II, Catechesi, 22 novembre 2000).
Che la Beata Vergine Maria, Stella maris, ci guidi nel nostro viaggio, ci aiuti a “prendere il largo” (cfr Lc 5,1-11) e così giungiamo al porto sicuro dell’incontro definitivo col suo Figlio Gesù Cristo. Grazie!
Cari fratelli e sorelle, dopo una giornata ricca di incontri e di condivisione, celebrando ora con voi questa Eucaristia, voglio prima di tutto rendere grazie al Signore per il tanto bene che qui si compie ogni giorno, affidandogli l’impegno di tutti e al tempo stesso le sofferenze di cui questa terra è testimone. Vi invito anche a pregare insieme, in questa Santa Messa, per le anime dei fratelli e delle sorelle che hanno perso la vita in mare.
Tutto ciò deporremo sulla Mensa con il pane e il vino, mentre ci introduciamo, con la Celebrazione vespertina della Vigilia, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, a cui la Spagna intera è consacrata. Chiediamo al Signore che in questo momento siano vivi in noi gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore.
Ci facciamo aiutare, nella nostra meditazione, dalle Letture che abbiamo ascoltato.
Nella prima, Dio ricorda agli Israeliti la gratuità con cui li ha amati. Li ha scelti non perché avessero prerogative, doti o meriti particolari, ma per puro amore (cfr Dt 7,7-9), e continuerà ad amarli sempre, anche quando, per il loro cuore indurito, non corrisponderanno ai suoi sentimenti.
Questa è la carità di Dio, nella quale ha le sue radici la nostra vocazione all’amore: non fondata sul calcolo, né sul solo sentimento, né riducibile a semplice filantropia, ma pervasiva di tutto il nostro essere: fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore, che batte in sintonia con altri cuori, coinvolgendo tutta la persona. Perché amare è connaturale all’uomo, anzi è condizione di pienezza della sua stessa esistenza.
Tale ci appare l’amore nell’umanità del Salvatore e nei moti del suo Cuore sacratissimo: immutabile e fedele anche di fronte all’incomprensione e al rifiuto, alla paura, alla tristezza e all’umana resistenza (cfr Lc 22,39-46).
Ed è in questo volto di Dio sempre “innamorato”, totalmente e costantemente desideroso del nostro bene e della nostra piena felicità, che noi riconosciamo la via della vita, imparando un modo nuovo di esistere e di rapportarci, un metro diverso per valutare le scelte, uno stile rinnovato e rigenerante di fare comunione. Papa Francesco in proposito, parlando della carità di Cristo, diceva che «la migliore risposta all’amore del suo Cuore è l’amore per i fratelli» (Lett. enc. Dilexit nos, 24 ottobre 2024, 167) e aggiungeva: «non c’è gesto più grande che possiamo offrirgli per ricambiare amore per amore» (ibid.). “Ricambiare amore per amore”: ecco lo scambio meraviglioso, l’«admirabile commercium» (cfr Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, prima antifona) da cui il Vangelo ci invita a lasciarci coinvolgere, traducendo la misura infinita dell’amore di Dio nella generosità con cui Lo serviamo, ogni giorno, nei fratelli e nelle sorelle che Lui stesso pone sul nostro cammino, specialmente in quelli più bisognosi, indifesi, incapaci di rendere il cambio (cfr Lc 6,32-36). Proprio come avviene su quest’isola, nell’accoglienza, nella condivisione, nel dono disinteressato.
La gratuità del Cuore di Cristo, però, non si ferma a questo. Va oltre, impegnandosi ad aiutare ciascuno non solo a sopravvivere, ma anche a ritrovare fiducia e a riprendere il cammino, per crescere e fiorire pienamente nella sua unicità, per il bene di tutti. In proposito, Papa Benedetto XVI scriveva che la carità «di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena […] è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera» (Lett. enc. Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 1).
Nella seconda Lettura, San Giovanni ci ha ricordato che «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9). Le sue parole richiamano quelle di Gesù, che ha detto di essere venuto perché abbiamo la vita e l'abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10), e che ha ordinato al paralitico guarito: «alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina» (Mc 2,9). In queste espressioni riconosciamo l’invito ad abbracciare maternamente chi soffre, ma al tempo stesso a preparare e spingere chi è stato ferito a rialzarsi e a rimettersi in marcia, per una vita libera e degna.
Effettivamente, la nostra carità non dev’essere mero assistenzialismo, ma è volta a integrare le persone, per la loro piena realizzazione – spirituale, intellettuale e fisica – e il loro inserimento degno e costruttivo nella comunità (cfr Lett. enc. Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 129). Solo così il nostro incontrarci, anche a fronte di vicende difficili e dolorose, diventa occasione per gettare semi di speranza nel cammino dell’umanità verso un futuro migliore.
Vorrei però fermarmi, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, ancora su un’ultima caratteristica del Cuore di Cristo: l’umiltà (cfr Mt 11,29). Il Cuore di Gesù è umile, e perciò non ne sentono i battiti i “dotti” e i “sapienti”, cioè quelli che hanno la presunzione di bastare a sé stessi, di sapere tutto, e di non aver bisogno né di Dio né degli altri. A questi, infatti, frastornati dai rimbombi di un “io” ridondante, onnipresente e irrequieto, manca il silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il pulsare nascosto dell’amore.
«Non di rado il benessere rende ciechi, al punto che pensiamo che la nostra felicità possa realizzarsi soltanto se riusciamo a fare a meno degli altri» (Esort. ap. Dilexi te, 4 ottobre 2025, 108). Gesù ci insegna invece, al contrario, che per gustare la gioia vera della vita, che è nell’amore, è necessario scendere dai piedistalli della supponenza che divide, per incontrarsi nell’umiltà che affratella.
Sant’Agostino diceva: «Dov'è carità, c'è pace, e dove c'è umiltà, c'è carità» (In Epistolam Joannis ad Parthos, prologo). È proprio così. Dove c’è autentica umiltà c’è amore, e dove c’è amore c’è pace, perché solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo e dunque possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità.
Carissimi, oggi adoriamo il Sacro Cuore di Gesù, che spesso raffiguriamo coronato di spine e ardente di una fiamma, secondo le visioni avute da Santa Margherita Maria Alacoque. Ricordiamoci che noi siamo la presenza vivente del Signore nel mondo (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 16 novembre 1964, 8). Guardiamoci perciò a vicenda, non solo in questa giornata, ma sempre, con rispetto e fiducia, e rinnoviamo, in questa consapevolezza, l’impegno a compiere in noi, nella carità, ciò che manca ai patimenti di Cristo, per il bene della Chiesa (cfr Col 1,24). Accesi dalla carità del suo Cuore, facciamoci portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca attorno a noi una nuova umanità, riconciliata nell’amore.
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Ringrazio la Signora Ministro per le sentite parole che mi ha rivolto, come pure il Direttore di questo centro.
Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore.
Per spiegare l’universalità dell’amore, Gesù prese come esempio il gesto di servizio di un uomo di un altro popolo e di un’altra religione che ebbe compassione di una persona ferita e maltrattata (cf. Lc 10,25-37). Sospinti dall’amore di Dio, che ci aiuta a sanare le ferite e ad essere caritatevoli verso chi soffre, il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta partirono da queste isole Canarie per annunciare il Vangelo in America, aprendo nuovi orizzonti missionari. Anche loro furono migranti che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità.
In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro. Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato.
Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché «possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli» (Magnifica humanitas, 81). Cari fratelli e sorelle, tutti — in qualche modo — siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone.
Mi ha colpito il nome del vostro Centro di accoglienza, che si chiama “Le Radici”. Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore. «Perché chi confida nel Signore “è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi” (Ger 17,8)» (Christus vivit, 133). Quest’immagine delle radici vi aiuti a rimanere saldamente radicati nel Signore (cf. Col 2,7), affinché nessuna tempesta possa allontanarvi dalla sua presenza, che fortifica e dà vita. Cari amici, vi porto nel cuore e vi ricordo nelle mie preghiere. Che Dio vi benedica, che benedica le vostre famiglie e tutti coloro che vi vogliono bene. E che la Beata Vergine Maria, Conforto dei migranti, vi accompagni e vi assista sempre con la sua materna protezione. Tante grazie!
Incontro con le realtà di integrazione dei Migranti
Cari fratelli e sorelle!
È un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.
Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole.
Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.
Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli — come in ogni opera di carità — la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo. Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero (cfr Mt 25,35-40). Da questa fede che riconosce Cristo vivo nasce anche il servizio di padre Darwin e di tante persone. La carità cristiana sgorga dall’amore di Dio riversato nel cuore del credente; perciò, davanti al bisognoso, la fede si fa concreta e l’amore per Cristo si trasforma in gesti.
Partendo da questa convinzione, la nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia. È chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.
Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.
Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia.
Parliamo, prima di tutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire. Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi – come nel caso di Khalid –, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato – come ci diceva Mbacke. Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime.
In questo senso, desidero ringraziare Mons. Santiago per le sue parole e, insieme, per la testimonianza di una Chiesa che, pur con mezzi modesti, vuole “camminare con quelli che camminano”. Grazie alla Caritas diocesana, alla Delegazione diocesana per le Migrazioni, alle parrocchie e alle tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano percorsi di protezione, promozione e integrazione. Grazie perché rendete possibile che chi un giorno è stato accompagnato possa diventare – come ci ricordava Thalia – un ponte per gli altri, restituendo l’amore ricevuto. Quando chi ha avuto bisogno di una mano comincia a tenderla a sua volta, la carità ricevuta si trasforma in responsabilità condivisa.
Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare i tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, sono già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla. Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso coloro che si integrano. Essi ricordano che integrare significa aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.
Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona. Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri.
Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.
E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi (cfr Mc 1,15)! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui (cfr Gen 4,10; Es 3,7-9). Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro (cfr Ger 22,13; Gc 5,1-6).
Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10). Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6). Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione (cfr Ez 33,11).
Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.
La Santa Famiglia di Nazaret, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù (cfr Mt 2,13-15), rimane per tutti i tempi modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità (cfr Pio XII, Cost. ap. Exsul Familia). Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli. Dio vi benedica! Grazie!
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Saluto “a braccio” davanti alla Casa vescovile di Tenerife
Buongiorno a tutti! Grazie di essere qui! Un saluto a tutti. Grazie mille, grazie per essere qui.
Grazie per questa splendida accoglienza. Soprattutto grazie per l’accoglienza che riservate a tutti gli immigrati. Tutti noi desideriamo essere riconosciuti nella dignità umana che ci ha donato il Signore quando ci ha creati. Siamo tutti fratelli e sorelle: alcuni peruviani, alcuni colombiani, alcuni venezuelani, alcuni di Tenerife. Siamo tutti un’unica famiglia. Grazie a Dio che ci ha dato la vita. Grazie a Dio che ci ha dato la capacità di amare ed essere amati, ed è quando condividiamo con gli altri che scopriamo il vero senso delle nostre vite. Grazie a tutti, ci vedremo tra poco. Grazie per essere qui, e che Dio vi benedica, Padre, Figlio e Spirito Santo. Grazie, grazie!
Cari fratelli e sorelle,
è una grazia incontrarci nel giorno in cui il cuore di Cristo si lascia da noi contemplare come il cuore della storia. Sono lieto di celebrare con voi l’Eucaristia, rendendo grazie per la fede e la carità di cui ho ricevuto tante testimonianze in questo viaggio apostolico e che rendono anche il vostro arcipelago, così noto per la sua bellezza e la sua accoglienza, un luogo in cui il Signore Risorto ci precede e si manifesta. Davanti a noi il mare richiama l’infinito e così anche il cielo, ma infinito è soprattutto il desiderio che unisce il cuore di Dio a tanti cuori umani, le cui gioie e speranze, tristezze e angosce trovano eco nel cuore della Chiesa (cfr Gaudium et spes, 1). Nessun essere umano, infatti, è un’isola; la collocazione geografica di questa Diocesi e le sfide pastorali che la impegnano testimoniano che siamo nati per l’incontro e che non c’è ostacolo, distanza, pericolo o minaccia che possa impedire a ciascuno il suo viaggio. Sia rimanendo per una vita intera nello stesso luogo, sia scegliendo o essendo costretti a partire nessuno è mai fermo. È questo il segreto del cuore: l’intima chiamata all’esodo e all’incontro.
Il cuore di Gesù ci rivela come non perderci, però, in un dinamismo sterile: «Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9). C’è vita quando si dona la vita. Altrimenti si gira a vuoto. Infatti, «Come ricorda il Concilio, la persona umana è chiamata alla comunione con Dio e “non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”: la sua vocazione più profonda è entrare nel movimento trinitario dell’amore ricevuto e condiviso» (Magnifica humanitas, 48). Papa Francesco osservava: «Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fretta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente» (Laudato si’, 225). Sono parole che interrogano anche la vocazione turistica di Tenerife, sia riguardo al cuore di chi sceglie di trascorrere qui un periodo di vacanza, sia per chi vive e lavora sull’isola a contatto con ospiti da tanti Paesi del mondo. Che cosa cerca il cuore umano? Come rispondere alla sua sete in modo non ingannevole? Quanto è importante, specialmente per chi si lascia orientare dal Vangelo, non ridurre tutto a commercio e profitto. «Quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere. In questo modo riescono a ridurre i bisogni insoddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’ansia» (Laudato si’, 223). Interpretate così, cari fratelli e sorelle, la vostra vocazione all’accoglienza.
Il Vangelo, oggi, sembra radicalizzare questa sfida e ci ricorda la ricchezza dei poveri: un paradosso che riguarda direttamente la vita di Gesù, la sua verità, la via su cui ci chiede ancora di seguirlo. Nella pagina che abbiamo ascoltato benedice il Padre per questo: è ai piccoli – che nel contesto significa ai minimi, a quelli che nessuno stima capaci di pensiero e di parola – che Dio ha rivelato sé stesso. Li ha arricchiti di ciò che resta nascosto a chi è circondato di ammirazione e successo. Con l’Esortazione apostolica Dilexi te ho inteso porre attenzione a tale posto privilegiato dei poveri nella Rivelazione divina e nella missione della Chiesa.
È un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne: «Cresciuti nell’estrema precarietà, imparando a sopravvivere nelle condizioni più avverse, fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui, i poveri hanno imparato tante cose che conservano nel mistero del loro cuore. Quelli fra noi che non hanno avuto esperienze simili, di vita vissuta al limite, certamente hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. Solo mettendo in relazione le nostre lamentele con le loro sofferenze e privazioni è possibile ricevere un rimprovero che ci invita a semplificare la nostra vita» (Dilexi te, 102). Il Signore, che riprende e corregge quelli che ama (cfr. Ap 3,19), desidera rendere semplice e lieta la vita della nostra Chiesa.
Carissimi fratelli e sorelle, grazie per ciò che siete e per ciò che fate, rendendo quest’isola un luogo in cui incontrare il cuore di Cristo nel volto amico e accogliente di persone e comunità fraterne. «Noi abbiamo conosciuto e creduto l'amore che Dio ha in noi» (1Gv 4,16): questa confessione di fede trasmessaci dalla Prima lettera dell’Apostolo Giovanni si riverberi sempre su di voi, vi motivi alla preghiera e all’azione. Abbiate particolare attenzione agli adolescenti e ai giovani, ricchi e poveri, residenti e ospiti: hanno bisogno di essere conosciuti con uno sguardo che vede oltre le apparenze e riconosce la profondità del loro cuore inquieto, non di rado già orientato, magari inconsapevolmente, al Regno di Dio e alla sua giustizia. Respirino fra voi che «Dio è amore; chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16). Questo è il cuore del Vangelo, il cuore di Cristo. Chi vi si immerge non vive più per sé stesso. Aprite a tutti questo mare di amore! È il mio augurio e la mia preghiera per voi e per tutti coloro che incontrate nel vostro cammino.
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