Nella casa del Padre

Articolo di Mons. Javier Echevarría, Prelato dell'Opus Dei, pubblicato su "La Stampa" il 9 aprile 2005.

Giovanni Paolo II ci ha parlato in molti modi. Con encicliche, omelie, discorsi, lettere e libri. Con le parole, con gli scritti, con immagini. Ha utilizzato perfino il linguaggio dei simboli, con gesti eloquenti, carichi di significato. Tutte queste azioni sgorgavano dalla sua anima, intimamente unita a Cristo; per questo erano accompagnate dalla forza comunicativa della Parola di Dio.

Questi pensieri sorgevano nella mia mente con forza rinnovata nella notte di sabato 2 aprile. Leggevo la giornata come un succedersi di segni profondamente eloquenti. Al mattino ci sono giunte le parole ricostruite che aveva diretto ai giovani, il suo ultimo messaggio: “Vi ho cercato, ora voi venite da me, e vi ringrazio”. Come è stato detto in alcuni programmi televisivi della televisione italiana, il 2 aprile è stata un’improvvisata e imprevista “Giornata Mondiale della Gioventù”. Sin dalla sera, 100.000 persone pregavano la Madonna per il Papa, mentre stava spirando. Ella, Maria, ha accolto benevolmente la preghiera dei figli per il loro padre: “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Sembra che Giovanni Paolo II sia morto alla fine delle preghiere provenienti dalla piazza, e che la sua parola di commiato sia stata “Amen”. Prima, alle otto, mons. Stanislao Dziwisz aveva celebrato la Santa Messa della Domenica della Misericordia. Quale parola di maggior consolazione potrebbe essere pronunciata sul letto di morte di una persona cara? La Misericordia di Dio Padre, che sempre ti ha accompagnato, ti attende in Cielo, dimora definitiva dell’amore.

Ai miei occhi la giornata del 2 aprile è apparsa ricca di simbolismo, di coincidenze imprevedibili, impossibili da pianificare. Solo la Provvidenza di Dio, ricco di misericordia, può riunire la supplica di migliaia di figli per il loro padre, dinanzi a Maria, alla vigilia della festa universale della Misericordia.

Tutte queste circostanze ci interpellano, non solo con il linguaggio delle parole, o con la vivacità delle emozioni, ma anche con la bellezza dei simboli, che imprimono un’impronta indelebile nell’anima.

La liturgia che sarà celebrata nelle esequie di Giovanni Paolo II mette sulle nostre labbra una bella preghiera, nel Prefazio della Messa dei defunti, che ci conferma nella “speranza della nostra beata risurrezione”. Con quanta chiarezza la Chiesa avverte che, anche se “ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura”. Come diviene naturale immaginarci il Papa alla presenza della Santissima Trinità, vivo, e per sempre, perché sappiamo che “ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel Cielo”.

Giovanni Paolo II si è distinto per le sue molte qualità e comportamenti, e non mancherà chi, in queste ore, esalterà il suo ruolo nella storia della Chiesa e dell’umanità, le sue virtù umane e soprannaturali, i suoi talenti. Per me – come per innumerevoli uomini e donne in tutto il mondo –, il Papa è stato, innanzitutto, un padre. Nella sua persona abbiamo intensamente sperimentato che la Chiesa è unita dai legami propri di una famiglia; che il Papa è un padre per i cattolici dei più diversi Paesi, e che è principio e fondamento di unità nella Chiesa, fonte di fraternità fra tutti gli uomini, promotore di pace.

Oserei dire che Giovanni Paolo II ha svolto in modo eccelso il compito principale della sua vita, il ruolo di padre, la funzione di vicario di Cristo. Immagine, con la sua ricca personalità, e, nel contempo, simbolo vivo fra noi. Magari fossimo capaci di comprendere e di assecondare quanto Dio ci chiede in modo così chiaro e immediato, giungendo a fare della Chiesa, come Giovanni Paolo II ci ha spesso chiesto, una “casa e scuola di comunione”.

Oggi sono molti i motivi di riconoscenza: a Dio, per il dono di questo Papa; a Giovanni Paolo II, per la sua fedeltà forte e dolce; a tante persone, importanti o meno note, che hanno collaborato con lui in questi quasi ventisette anni; specialmente a chi lo ha curato con amore filiale fino all’ultimo momento; a mons. Dziwisz, don Stanislao, aiuto fedele di tutta una vita; alle suore, i cui nomi non appaiono sui giornali; alla Polonia, che ha regalato alla Chiesa un suo figlio illustre; ai medici; ai giornalisti, che ci stanno raccontando, con partecipata emozione, questi momenti difficili e unici... Non c’è ora lo spazio per elencarli tutti, ma è un dovere di giustizia esprimere, almeno genericamente, il senso di gratitudine verso quei figli della Chiesa che sono sempre stati vicini e hanno lealmente servito questo servo buono e fedele che il Signore ha ricevuto con il suo abbraccio in Cielo.

Giovanni Paolo II ripeteva frequentemente, quando gli chiedevano di risparmiarsi fisicamente, queste parole: “Dopo un Papa ne viene un altro”. Questa frase manifestava la sua consapevolezza di essere di passaggio in questo mondo, come tutti; ma anche la sua certezza di non essere stato chiamato dallo Spirito Santo alla cattedra di Pietro per essere lodato come uomo, quanto per impegnarsi per far sì che gli uomini lodassero Dio.

In questi giorni noi cattolici stiamo pregando per il nuovo Papa, chiunque sarà. Gli vogliamo già bene con tutto il cuore, ancora prima di conoscerlo. Chiediamo al nostro amatissimo Giovanni Paolo II di intercedere presso Dio per il suo successore. Mi vengono alla memoria alcune parole di San Josemaría Escrivá: “Per tanti momenti della storia, mi sembrava una considerazione molto azzeccata quella che scrivevi sulla lealtà: porto tutto il giorno nel cuore, nella testa e sulle labbra una giaculatoria: Roma”. Un nome di città, una preghiera, un legame d’unione per tutti i cattolici, per tutti gli uomini di buona volontà.