Meditazioni sull'Ascensione: Portatori di una missione

Riflessione per meditare la domenica della settima settimana di Pasqua, Ascensione. I temi proposti sono: Gesù invia i discepoli prima di ascendere al cielo; Il significato dell’Ascensione; L’Ascensione del Signore e la speranza cristiana.

Gesù invia i discepoli prima di ascendere al cielo

Quaranta giorni dopo la Pasqua la Chiesa celebra l’Ascensione di Gesù ai cieli. Come insegna il Prefazio della Messa, «il Signore Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte, oggi è salito al cielo tra il coro festoso degli angeli come Mediatore tra Dio e gli uomini, Giudice del mondo e Signore dell’universo»[1].

San Marco narra che prima di salire al cielo Gesù ratificò la missione apostolica dei suoi discepoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16, 15). È un incarico ambizioso: non si tratta di evangelizzare il popolo ebreo, o l’impero romano, ma il mondo intero, ogni creatura. «Sembra davvero troppo audace l’incarico che Gesù affida a un piccolo gruppo di uomini semplici e senza grandi capacità intellettuali! Eppure questa sparuta compagnia, irrilevante di fronte alle grandi potenze del mondo, è inviata a portare il messaggio d’amore e di misericordia di Gesù in ogni angolo della terra. Ma questo progetto di Dio può essere realizzato solo con la forza che Dio stesso concede agli Apostoli»[2].

Dopo ciò che avevano vissuto durante la quarantena pasquale, i discepoli risposero al mandato missionario di Gesù con una fede operativa: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano». (Mc 16, 20) La missione apostolica non è un compito esclusivo per quei primi discepoli, ma anche noi ora riceviamo lo stesso incarico divino. «L’apostolato è come il respiro del cristiano; un figlio di Dio non può vivere senza questo palpito spirituale. La festa odierna ci ricorda che lo zelo per le anime è un comandamento dell’amore del Signore che, nell’ascendere alla gloria, ci invia come suoi testimoni al mondo intero. È grande la nostra responsabilità, perché essere testimoni di Cristo presuppone innanzitutto un comportamento degno della sua dottrina e quindi anche la lotta necessaria affinché la nostra condotta ricordi Gesù, evocando la sua figura amabilissima. La nostra condotta deve essere tale che gli altri possano dire, vedendoci: ecco un cristiano, perché non odia, perché sa comprendere, perché non è animato da zelo fanatico, perché domina i suoi istinti, perché si sacrifica, perché manifesta sentimenti di pace, perché ama»[3].

«Poi li condusse fuori verso Betania, e, alzate le mani, li benedisse» (Lc 24, 50). Benedetto XVI descrive le conseguenze di questa benedizione del Signore: «Le sue mani restano stese su questo mondo. Le mani benedicenti di Cristo sono come un tetto che ci protegge [...]. Nell’andarsene egli viene per sollevarci al di sopra di noi stessi e aprire il mondo a Dio. Per questo i discepoli poterono gioire, quando da Betania tornarono a casa. Nella fede sappiamo che Gesù, benedicendo, tiene le sue mani stese su di noi. È questa la ragione permanente della gioia cristiana»[4].

Il significato dell’Ascensione

La liturgia delle ore medita oggi le parole di sant’Agostino su questo mistero con il quale si conclude la vita di Gesù sulla terra: «Egli non abbandonò il cielo discendendo fino a noi, e nemmeno si è allontanato da noi quando di nuovo è salito al cielo [...]. Perciò Egli discese dal cielo per sua misericordia, e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui»[5].

Il Vangelo di San Marco si conclude così: «Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio» (Mc 16, 19). Possiamo immaginare la scena con la riflessione di san Josemaría nel santo Rosario: «È giusto che la Santa Umanità di Cristo riceva l’omaggio, la lode e l’adorazione di tutte le gerarchie degli Angeli e di tutte le schiere dei beati del Cielo»[6].

Gesù ascende al cielo, ma non ci abbandona: «Siccome Gesù è presso il Padre, Egli non è lontano, ma è vicino a noi. Ora non si trova più in un singolo posto del mondo come prima della ‘ascensione’; ora, nel suo potere che supera ogni spazialità, Egli è presente accanto a tutti e invocabile da parte di tutti, attraverso tutta la storia e in tutti i luoghi»[7].

Gesù rimane con noi: lo Spirito Santo abita nella nostra anima in grazia e il Signore ci accompagna anche fisicamente nell’Eucaristia, dove possiamo contagiarci del suo zelo per le anime e conoscere la sua volontà per noi: «Anche ora è possibile avvicinare intimamente Gesù, corpo e anima. Cristo ci ha indicato chiaramente il cammino che passa attraverso il Pane e la Parola: alimentiamoci quindi con l’Eucaristia, e conosciamo e pratichiamo ciò che Gesù è venuto a insegnarci, conversando con Lui nell’orazione»[8].

L’Ascensione del Signore e la speranza cristiana

«Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1, 10-11). La solennità dell’Ascensione accende in noi la speranza di condividere la gloria di cui gode Gesù, alla quale siamo chiamati come membra del suo corpo: «Non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi sue membra, uniti nella stessa gloria»[9].

«Questo ‘esodo’ verso la patria celeste, che Gesù ha vissuto in prima persona, l’ha affrontato totalmente per noi. E’ per noi che è disceso dal Cielo ed è per noi che vi è asceso, dopo essersi fatto in tutto simile agli uomini, umiliato fino alla morte di croce, e dopo avere toccato l’abisso della massima lontananza da Dio. Proprio per questo il Padre si è compiaciuto in Lui e Lo ha ‘sovraesaltato’ (Fil 2, 9), restituendoGli la pienezza della sua gloria, ma ora con la nostra umanità. Dio nell’uomo, l’uomo in Dio: questa è ormai una verità non teorica ma reale. Perciò la speranza cristiana, fondata in Cristo, non è un’illusione, ma, come dice la Lettera agli Ebrei, "in essa noi abbiamo come un’àncora per la nostra vita" (Eb 6, 19), un’àncora che penetra nel Cielo dove Cristo ci ha preceduto»[10].

Il Signore ci aspetta in cielo e, come festeggeremo domenica prossima, ci invia lo Spirito Santo con i suoi doni e i suoi frutti affinché anche noi raggiungiamo la meta. «Dopo che il Signore fu salito al Cielo, i discepoli si raccolsero in preghiera nel Cenacolo, con la Madre di Gesù, invocando insieme lo Spirito Santo, che li avrebbe rivestiti di potenza per la testimonianza da rendere a Cristo risorto. Ogni comunità cristiana, unita alla Vergine Santissima, rivive in questi giorni tale singolare esperienza spirituale in preparazione alla solennità della Pentecoste»[11].


[1] Messale romano, prefazio dell’Avvento.

[2] Papa Francesco, Regina coeli, 13-V-2018.

[3] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 122.

[4] Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Città del Vaticano 2011, p. 324.

[5] Sant’Agostino, Sermone dell’Ascensione.

[6] San Josemaría, Santo Rosario, secondo mistero glorioso.

[7] Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Città del Vaticano 2011, p. 315.

[8] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 118.

[9] Messale romano, prefazio dell’Avvento.

[10] Benedetto XVI, Regina Coeli, 4-V-2008.

[11] Benedetto XVI, Regina Coeli, 8-V-2005.