Meditazioni: Mercoledì della 4ª settimana di Pasqua

Riflessioni per meditare il mercoledì della quarta settimana di Pasqua. I temi proposti sono: Gesù ci rivela la paternità di Dio; Cristo è salvatore e giudice; Il desiderio di condividere la volontà divina.

Gesù ci rivela la paternità di Dio | Cristo è salvatore e giudice |Il desiderio di condividere la volontà divina


Gesù ci rivela la paternità di Dio

Il Vangelo della Messa di oggi riporta un discorso pronunciato da Gesù poco prima della sua passione. «Gesù allora esclamò: “Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12, 44-46). Cristo, in quegli ultimi momenti della sua vita pubblica, manifesta l’amore infinito con il quale è venuto al mondo per darci chiarezza, per mostrare l’amore del Padre, e in tal modo seminare nelle anime la felicità e la pace.

In questo brano osserviamo che «Gesù vive ed opera in costante e fondamentale riferimento al Padre. A lui spesso si rivolge con la parola colma d’amore filiale: “Abbà”; anche durante la preghiera del Getsemani questa stessa parola gli torna alle labbra . Quando i discepoli gli domandano di insegnar loro a pregare, insegna il “Padre nostro” . Dopo la risurrezione, al momento di lasciare la terra sembra che ancora una volta faccia riferimento a questa preghiera, quando dice: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Così, dunque, per mezzo del Figlio, Dio si è rivelato nella pienezza del mistero della sua paternità»[1].

Una parte fondamentale della missione di Cristo fu quella di mostrarci chiaramente “colui che lo ha inviato”; e non solo questo, ma di farci figli di Dio con la sua morte e la sua risurrezione. Per san Josemaría, questa realtà è il fondamento sul quale costruire la vita interiore. Per questo ricordava continuamente che «Dio è un padre pieno di tenerezza, di infinito amore. Chiamalo Padre molte volte al giorno e digli – da solo a solo, nel tuo cuore – che lo ami, che lo adori, che senti l’orgoglio – che ti riempie di forza – di essere suo figlio. Vivrai così un autentico programma di vita interiore che ha come perno quelle norme di pietà con Dio – poche, ripeto, ma costanti –, che ti permetteranno di acquistare i sentimenti e le maniere di un buon figlio»[2].

Cristo è salvatore e giudice

Gesù continua il suo discorso: «Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12, 47). Gesù è salvatore, ma uno molto più grande dell’immagine che possiamo farci di un salvatore di questa terra. Gesù è anche giudice, ma la sua giustizia non viene impartita come facciamo noi uomini. Per evitare un modo troppo umano di pensare a Gesù, possiamo ricordare che «senza dubbio, Cristo è e si presenta soprattutto come salvatore. Non ritiene sua missione giudicare gli uomini secondo principi solamente umani. Egli è, prima di tutto, Colui che insegna la via della salvezza e non l’accusatore dei colpevoli [...]. Occorre, quindi, dire che, dinanzi a questa luce che è Dio rivelato in Cristo, dinanzi a tale verità, in un certo senso le stesse opere giudicano ciascuno»[3].

La predicazione del Signore era caratterizzata dalla mansuetudine. Il Vangelo vede in questa disposizione il compimento delle profezie: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità» (Is 42, 2-3; cfr. Mt 12, 19-20). Il Signore annuncia la verità con chiarezza, ma respinge qualunque atteggiamento che porti a umiliare o schiacciare quelli che non accettano la sua predicazione. Vuole guadagnarsi il cuore di ciascuno: «Gesù non vuole convincere con la forza – diceva san Josemaría – e, stando accanto agli uomini, tra gli uomini, li invita dolcemente a seguirlo in cerca della vera pace e della gioia autentica»[4].

È bene ricordare la straordinaria pazienza di Dio, che tiene conto dei limiti dei suoi figli. Ogni anima ha i suoi tempi. Sono innumerevoli le storie di persone che, anche grazie all’aiuto comprensivo di un buon amico, finiscono con lo scoprire la gioia di aprire il cuore a Gesù Cristo. «La verità non si impone che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente e insieme con vigore»[5]: questa convinzione, presa dalla vita di Cristo e dalla esperienza della Chiesa, è stata considerata «l’aureo principio»[6] per l’evangelizzazione.

Il desiderio di condividere la volontà divina

La predicazione del Signore era sostenuta dal suo intimo desiderio di compiere la volontà del Padre. «Io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire» (Gv 12, 49). Gesù viveva di fronte al Padre e da lì traeva la forza per illuminare le folle che lo circondavano. L’attività del Signore non si comprende come atto di semplice filantropia, ma sgorga dalla sorgente del suo amore a Dio Padre. Vogliamo scoprire e associarci alla volontà divina, perché lì sta la vita: quando parliamo con altre persone, quando portiamo avanti attività di formazione o durante il nostro lavoro ordinario.

Adempire i nostri compiti di fronte a Dio ci aiuterà anche a vedere dalla sua prospettiva gli apparenti insuccessi e i momenti nei quali non arrivano frutti. Qualunque energia spesa per fare il bene è feconda, anche se dall’esterno non lo vediamo. «Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando»[7]. E quando lo sconforto arriva nella nostra vita, possiamo guardare nuovamente a Dio nostro Padre: «Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui»[8]. Forse in momenti come questi, quando vediamo con chiarezza che l’attività non va bene, è proprio lì che Dio ci insegna che è lui a far nuove tutte le cose partendo dalla nostra limitata corrispondenza; comprendere questo e praticarlo è il modo di fondare la propria vita sulla roccia.

Con questo anelito di sintonizzarsi veramente, come Cristo, con i desideri del cuore di Dio Padre, ci può essere utile assaporare in modo tutto nuovo il Padrenostro. «Pregando “sia fatta la tua volontà”, non siamo invitati a piegare servilmente la testa, come se fossimo schiavi. No! Dio ci vuole liberi; è l’amore di Lui che ci libera. Il Padrenostro, infatti, è la preghiera dei figli, non degli schiavi; ma dei figli che conoscono il cuore del loro padre e sono certi del suo disegno di amore»[9]. Ci può essere utile anche assaporare in un modo nuovo le parole di nostra Madre, “sia fatta la tua volontà”, con le quali manifestò il suo desiderio di andare sempre all’unisono con Dio.


[1] San Giovanni Paolo II, Udienza, 23-X-1985.

[2] San Josemaría, Amici di Dio, n. 150.

[3] San Giovanni Paolo II, Udienza, 30-IX-1987.

[4] San Josemaría, Cartas 4, n. 2c.

[5] Concilio Vaticano II, Dignitatis Humanae, n. 1.

[6] Cfr. san Giovanni Paolo II, Tertio Millennio Adveniente, n. 35.

[7] Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 279.

[8]Ibid.

[9] Papa Francesco, Udienza, 20-III-2019.