«Nairobi è caotica. Bella, ma piuttosto inquinata, affollata e trafficata. Eppure, a pochi km di distanza, c’è il Dorothea Rescue Centre, che sembra un paradiso».
Il Dorothea Rescue Centre è nato dal desiderio di suor Caroline Ngatia, delle Suore dell’Assunzione di Eldoret, che da anni si dedica con cuore e impegno ad aiutare le bambine e le ragazze di strada coinvolte nello spaccio di droga e nella prostituzione.
«Ci siamo subito resi conto della bellezza del posto: tutto era curato nei minimi dettagli. - racconta Maria Chiara, studentessa di diciotto anni - C’era un team che ogni giorno si occupava del giardinaggio e della manutenzione della palazzina. Proprio mentre eravamo lì, stavano costruendo un nuovo dormitorio per le ragazze, così da renderlo più accogliente per l’arrivo di nuove bambine.

Le suore ci hanno spiegato che tutta quella cura e bellezza non erano un caso. - continua Maria Chiara - Le ragazze, dopo tutto quello che avevano vissuto e subìto, meritavano di crescere in un posto bello, ordinato, dove sentirsi al sicuro. Meritavano di essere trattate come delle principesse».
I volontari, un aiuto prezioso per il Centro
Oggi suor Caroline è affiancata da alcune consorelle e da professionisti che si occupano dell’educazione e della formazione delle bambine. Al Dorothea Rescue Centre, però, il lavoro non manca mai: per questo l’aiuto dei volontari è prezioso.
«La nostra sveglia suonava verso le otto - racconta Caterina, vent’anni, studentessa di Psicologia - Le bambine invece si alzavano molto prima: alle sei e mezza erano già pronte per iniziare le giornata.
Alcune di loro andavano a scuola, mentre le nuove arrivate, che dovevano ancora abituarsi e ambientarsi, rimanevano con noi nel Centro, dove studiavamo, giocavamo e disegnavamo insieme».

«Stare con le bambine significa poter offrire loro quell’affetto che spesso è mancato in famiglia o per strada. - racconta Maria Paola, studentessa di diciotto anni - Con noi non solo studiano, ma si divertono, giocano, conoscono nuove persone e culture. Questo le aiuta ad avere più ambizioni, a pensare: “Anch’io posso fare ciò che fanno loro, posso diventare come loro”».
I volontari hanno dedicato il loro tempo non solo alle lezioni, ma anche alle attività di pulizia e alla preparazione dei pasti: «C’è un termine in swahili che riassume bene ciò che principalmente ho fatto al Centro, ed è chakula cha jioni, ovvero cena. - racconta Francesco, 21 anni, laureato in design del prodotto che ha partecipato a questa iniziativa insieme a sua sorella Chiara, di 24 anni - Io, infatti, ho trascorso molto tempo in cucina, insieme ai due cuochi, per preparare da mangiare.
Le bambine, che tra l’altro mangiavano tantissimo e con gusto, apprezzavano sempre quello che cucinavo (mi hanno addirittura battezzato chef Frank), e questo mi ha riempito di gioia».
Oltre allo studio e allo svago, alcuni momenti della giornata delle bambine erano dedicati alla preghiera. «Penso che la preghiera sia la speranza più grande che hanno.- dice Maria Paola - Molte di loro prima di arrivare nel centro non avevano mai letto il Vangelo o la Bibbia, ma probabilmente sapere di essere amate è l'unica cosa a cui possono affidarsi, l'unica in cui possono sperare e credere».

«Ci si divertiva un mondo, senza bisogno di troppo»
«Le bambine hanno avuto tutte un'infanzia difficile, le loro storie sono impressionanti. - dice Francesco - Quella di una bimba, nello specifico, mi ha colpito molto. Aveva quattro anni, ed è stata accolta nel Centro, insieme alle due sorelle maggiori, un paio di giorni dopo il nostro arrivo. Era molto vivace e ogni volta che mi vedeva mi colpiva e picchiava senza motivo. Piano piano, però, siamo diventati amici: gli ultimi giorni correva fuori dalla mia stanza e mi urlava “my brother”».
«Uno dei ricordi più belli che ho è l’ultima sera al Centro. - racconta Maria Chiara - Con gli altri ragazzi abbiamo organizzato una piccola sfilata per le bambine: quando le abbiamo svelato la sorpresa, sono corse a cambiarsi e sono tornate con i vestiti eleganti. Mi ha colpito tantissimo l’emozione nei loro occhi: si sentivano speciali, delle vere modelle.

La mattina dopo, - aggiunge Maria Chiara - prima della nostra partenza, hanno continuato a sfilare. In quel momento ho capito quanto poco serva per renderle felici: basta un po’ di musica».
«Nonostante parlassimo lingue diverse, - spiega Francesco - bastava pronunciare qualche parola in inglese, in italiano o in swahili e riuscivamo a capirci lo stesso. Ci si divertiva un mondo, senza bisogno di troppo».
Un ospedale, una pasticceria e una fattoria per sostenere le bambine
Da tre anni, il Dorothea Rescue Centre ha avviato, grazie ai fondi raccolti dalla fondazione Harambee Africa International, un’iniziativa di allevamento di vacche, suini, conigli e altri animali di piccola taglia. Il ricavato della vendita dei propri prodotti presso i mercati locali viene impiegato per coprire i costi del Centro.
«La prima cosa che le bambine ci hanno fatto vedere è stata proprio la fattoria - racconta Caterina - Ci hanno mostrato le mucche, i coniglietti e i maialini. Erano molto fiere».

«È davvero un bel progetto – aggiunge Maria Paola –. Offre alle bambine la possibilità di vivere esperienze semplici ma preziose: dare da mangiare agli animali, accudirli, ma anche solo trascorrere del tempo con loro».
Dall’anno scorso, il Dorothea Rescue Centre ospita una struttura medica completamente attrezzata. L’ospedale persegue due obiettivi principali: sostenere le ragazze del Centro attraverso i fondi raccolti e garantire alla popolazione locale cure mediche di alta qualità a un costo accessibile.
«Al Centro vengono spesso a dare una mano George e Alex, - spiega Maria Chiara - due ragazzi che durante l’infanzia hanno vissuto per strada. Alex, che sta studiando infermieristica, si occupa dell’ospedale e segue personalmente le vaccinazioni e le visite necessarie per le bimbe.
George, invece, è impegnato in una raccolta fondi: vende souvenir in un mercato e organizza diverse iniziative di donazione per realizzare una pasticceria grazie alla quale poter insegnare il mestiere alle bimbe».

«Le bambine intonavano sempre una melodia. - conclude Caterina - La cantavano in cappella, quando giocavano e perfino quando facevano le pulizie. Era proprio bella. Il titolo è Nikushukuru, che significa grazie. E quindi, nikushukuru Dorothea Rescue Centre!».
