Lettera del prelato (28 ottobre 2020)

In questa nuova lettera pastorale mons. Fernando Ocáriz riflette sullo spirito dell'Opus Dei e sulle caratteristiche della dedicazione all'Opera dei suoi fedeli, ognuno secondo le proprie circostanze e possibilità.

Lettere pastorali e messaggi
Opus Dei - Lettera del prelato (28 ottobre 2020)

Indice della lettera

I. Il dono della vocazione

II. La vocazione all'Opera come numeraria e numerario

III. La vocazione all'Opera come numeraria ausiliare

IV. La vocazione all'Opera come aggregata e aggregato

V. Sacerdoti della Prelatura

VI. Il celibato apostolico dei numerari e degli aggregati

VII. La vocazione all'Opera come soprannumeraria e soprannumerario

VIII. La vocazione all'Opera come aggregato e soprannumerario della Società Sacerdotale della Santa Croce


Carissimi: Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli!

1. Con il centenario della nascita dell’Opera all’orizzonte e pensando al vasto panorama apostolico che il Signore ci mette dinanzi agli occhi, vorrei che meditassimo, con calma e profondità, l’insegnamento di san Josemaría sul modo in cui si attua per ciascuna e ciascuno la vocazione cristiana universale alla santità. Fin dall’inizio nostro Padre comprese che l’universalità della chiamata comportava la possibilità della pienezza dell’amore di Dio e degli altri anche in mezzo al mondo; nel nostro mondo reale, con le sue luci e le sue ombre.

I. Il dono della vocazione

Una grazia sovrana

2. Dio sceglie e chiama tutti: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1, 4). La consapevolezza e la responsabilità dinanzi a questo dono, sostenute dalla giovinezza dello spirito, ci porteranno a collaborare alla santificazione del mondo. In comunione con tutta la Chiesa, cerchiamo di rispondere con generosità alla determinazione della vocazione cristiana per ciascuno di noi nell’Opus Dei.

Vediamo la grandezza di questa chiamata che ha riempito il nostro cammino in questo mondo di un senso di eternità, malgrado le nostre limitazioni e i nostri errori e le difficoltà che incontriamo per via: «a pesar de los pesares», malgrado tutto, come era solito dire nostro Padre.

San Josemaría parlava della «grazia sovrana della vocazione». Non si tratta di un effetto momentaneo, ma di una grazia permanente: «È una visione nuova della vita […] come se si accendesse una luce dentro di noi»; ed è al tempo stesso «un impulso misterioso», una «forza vitale che ha qualcosa della valanga travolgente»[1]. In poche parole, si tratta di una grazia che abbraccia tutta la nostra vita e che si manifesta come luce e come forza. Luce che ci fa vedere il cammino, ciò che Dio vuole da noi; e forza per essere in grado di rispondere alla chiamata, di dire di sì e andare avanti nel cammino.

In una delle sue lettere nostro Padre scrive che «nella vocazione intervengono solamente la grazia di Dio – come causa diretta – e la generosità dell’interessato spinto da questa grazia»[2]. Il Signore vuole sempre che la nostra libertà – con la grazia, che non ci toglie la libertà ma che la perfeziona – abbia un ruolo decisivo nella risposta e pertanto nella configurazione stessa della vocazione. Una libertà che conta anche, per il discernimento previo, sulla luce dei consigli di coloro che possono e devono darli.

Uno stesso spirito

3. Tutti nell’Opera – ciascuno nella propria situazione – abbiamo una stessa vocazione: la chiamata a essere e a fare l’Opus Dei, con uno stesso spirito, con una stessa vocazione apostolica, con gli stessi mezzi.

Tutti abbiamo lo stesso spirito, che ci muove a santificare la vita ordinaria e in modo speciale il lavoro. «Sulla terra non c’è alcun lavoro umano onesto che non possa essere divinizzato, che non si possa santificare. Non c’è alcun lavoro che non dobbiamo santificare e rendere santificante e santificatore»[3]. Questo spirito ci porta a cercare l’unione con Dio in ciò che ci occupa in ogni momento della nostra vita. Per questo, la santificazione del lavoro è cardine intorno al quale gira, in risposta alla grazia, la nostra ricerca della santità e dell’identificazione con Cristo.

Ciò comporta una visione positiva delle realtà terrene che sono quelle che Dio ci ha dato. Amiamo questo mondo senza ignorare ciò che in esso si oppone al bene (cfr. 1 Gv 2, 15). Le sue preoccupazioni sono anche le nostre e, se le sue gioie normalmente ce lo fanno amare, le sue pene devono farcelo amare ancora di più. Che consolazione e che senso di responsabilità suscitano le parole di san Paolo: «Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23).

Se la santificazione del lavoro è cardine della nostra santità, il senso della filiazione divina ne è il fondamento. Filiazione che è, in virtù della grazia santificante, la nostra introduzione nella vita divina della Santissima Trinità, come figli del Padre nel Figlio per mezzo dello Spirito Santo. «Siamo stati costituiti figli di Dio dalla grazia battesimale. Con questa libera decisione divina, la dignità naturale dell’uomo è stata elevata incomparabilmente: e se il peccato distrusse quel prodigio, la redenzione lo ha ricostruito in modo ancora più mirabile, facendoci partecipare ancora più strettamente della filiazione divina del Verbo»[4].

In quanto fondamento, la filiazione divina configura l’intera nostra vita: ci porta a pregare con la fiducia dei figli di Dio, a muoverci nella vita con la scioltezza dei figli di Dio, a ragionare e a decidere con la libertà dei figli di Dio, ad affrontare il dolore e la sofferenza con la serenità dei figli di Dio, ad apprezzare le cose belle come lo fa un figlio di Dio. In definitiva, la filiazione divina «è presente in tutti i pensieri, in tutti i desideri, in tutti gli affetti»[5]. E trova necessariamente la sua espansione nella fraternità. «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio» (Rm 8, 16). Questa testimonianza è in noi l’amore filiale a Dio[6], che porta con sé l’amore fraterno. «Altri bevono da altre fonti. Per noi questa sorgente di dignità umana e di fraternità è nel Vangelo di Gesù Cristo»[7].

Centro e radice della nostra vita spirituale, infine, è il Sacrificio Eucaristico. È radice, obiettivamente, perché «ogni volta che il sacrificio della Croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor 5, 7) viene celebrato sull’altare, si rinnova l’opera della nostra redenzione»[8].

Tuttavia, il fatto che soggettivamente la vita sia realmente incentrata sull’Eucaristia, dipende anche dalla propria corrispondenza alla grazia: «Lotta per far sì che il Santo Sacrificio dell’Altare sia il centro e la radice della tua vita interiore, in modo che tutta la giornata si trasformi in un atto di culto – prolungamento della Messa che hai ascoltato e preparazione alla successiva –, che trabocca in giaculatorie, visite al Santissimo, nell’offerta del tuo lavoro professionale e della tua vita famigliare»[9].

Dal centro eucaristico della vita cristiana sgorgano anche lo sviluppo e l’efficacia della missione apostolica: «Se il centro dei tuoi pensieri e delle tue speranze è il Tabernacolo, come saranno abbondanti, figlio mio, i frutti di santità e di apostolato!»[10].

La stessa missione apostolica

4. Abbiamo la stessa missione apostolica: siamo ugualmente chiamati a santificarci e a collaborare con la missione della Chiesa nella trasformazione cristiana del mondo; nel nostro caso, vivendo lo spirito dell’Opus Dei. La missione propria dell’Opera può essere compresa adeguatamente soltanto all’interno della grande missione della Chiesa, nella quale «tutti siamo chiamati a offrire agli altri la testimonianza esplicita dell’amore salvifico del Signore, che al di là delle nostre imperfezioni ci offre la sua vicinanza, la sua Parola, la sua forza, e dà senso alla nostra vita»[11].

Solo nella Chiesa, Corpo mistico di Cristo, riceviamo la forza per servire con fecondità il mondo del nostro tempo. Per questo, pur con tutti i nostri limiti, condividiamo le aspirazioni, le preoccupazioni, le sofferenze della Chiesa in ogni epoca e in ogni luogo. Ognuna e ognuno di noi può fare propria quella disposizione d’animo di san Paolo: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (2 Cor 11, 29).

5. La missione apostolica non si esaurisce in alcune attività, perché per amore di Gesù possiamo trasformare tutto in servizio cristiano agli altri. Ciascuno svolge interamente la missione dell’Opera con la propria vita, in famiglia, sul posto di lavoro, nella società in cui vive, tra amici e conoscenti. Si capisce allora l’insistenza di san Josemaría perché nell’Opera si dia sempre «un’importanza primaria e fondamentale alla “spontaneità apostolica della persona”, alla sua libera e responsabile iniziativa, sotto la guida dello Spirito; e non alle strutture organizzative»[12]. Da ciò consegue anche che l’apostolato principale dell’Opera è quello di amicizia e di confidenza, che ognuna e ognuno fa personalmente.

Alla luce di tutto ciò si comprende meglio in che senso «tutte le iniziative apostoliche e gli strumenti per avviarle sono onus et honor, onere e onore di tutti, numerari, aggregati e soprannumerari e anche dei cooperatori»[13]. La missione apostolica la svolgiamo, in virtù della comunione dei santi, tutti assieme da tutte le parti. Perciò, riferendosi a tutti i membri della Chiesa, san Josemaría ricorda che, «adoperando i mezzi, saremo il sale, la luce, il lievito del mondo: saremo la consolazione di Dio»[14].

Gli stessi mezzi

6. Per compiere la nostra missione, Cristo è la via. E per seguirlo come discepoli e apostoli, nell’Opus Dei abbiamo tutti gli stessi strumenti: le stesse norme e consuetudini di vita cristiana, e gli stessi mezzi di formazione spirituale e dottrinale. A seconda delle circostanze in cui ci si trova, si praticano in modo diverso, ma l’insieme è sempre sostanzialmente lo stesso.

Non si deve perdere di vista che si tratta di mezzi – non di fini – che conducono, per grazia di Dio, a crescere nella vita contemplativa in mezzo agli impegni umani, alimentati dalla sovrabbondanza della vita in Cristo che ci danno i sacramenti e più in particolare la santa Eucaristia.

Le pratiche di pietà sono parte di un dialogo di amore che abbraccia tutta la nostra vita e ci conducono a un incontro personale con Cristo. Sono momenti nei quali Dio ci aspetta per condividere la sua vita con noi. Lo sforzo per compierle ci libera, poiché «la santità possiede la flessibilità dei muscoli agili […]. La santità non ha la rigidezza del cartone: sa sorridere, cedere, aspettare. È vita: vita soprannaturale»[15].

Confidando nella misericordia di Dio, cercheremo di vivere perseguendo sempre la perfezione della carità, secondo lo spirito che Dio ci ha dato. Essere santi non è fare sempre più cose o raggiungere certi standard che ci siamo prefissati. Il cammino verso la santità, come ci spiega san Paolo, consiste nel corrispondere all’azione dello Spirito Santo, finché Cristo non sia formato in noi (cfr. Gal 4, 19).

Unità e diversità

7. Nostro Padre vedeva il lavoro dell’Opera come «un tessuto unico», composto dai diversi modi di vivere la stessa vocazione. Perciò ripeteva che nell’Opera non ci sono classi, né membri di prima o di seconda categoria: né per le diverse modalità in cui si vive la vocazione, né per il genere di professione che si svolge. Come in ogni realtà di carattere soprannaturale, l’essenziale, che non si può giudicare su questa terra, è la risposta all’amore di Dio.

San Josemaría esprimeva questa unità di vocazione dicendo che la nostra è «un’unica vocazione divina, un unico fenomeno spirituale, che si adatta con flessibilità alle circostanze in cui versa ogni individuo e alla sua condizione personale. L’identità della vocazione comporta un’uguaglianza di dedizione, entro i limiti naturali che impongono le diverse condizioni»[16].

Naturalmente, l’unità e la diversità dell’Opera comprendono quelle relative a uomini e donne: è unità di spirito, di missione apostolica e di mezzi, insieme alla separazione delle attività proprie delle une e degli altri. Inoltre, tra uomini e donne, nelle questioni comuni a tutta l’Opera, c’è unità di direzione a livello centrale e regionale. Gli organi di governo di uomini e di donne hanno identica iniziativa e responsabilità. In determinati casi importanti stabiliti dal diritto, hanno la stessa capacità di accettare o respingere le proposte del Prelato o, nelle Regioni, quelle del Vicario regionale.

Con tutta la nostra vita

8. Potrebbe sembrare che alcuni si dedichino più di altri alla missione dell’Opera. Non è così. Tutti vivono con uguale dedizione, perché essere e fare l’Opus Dei non consiste né solo, né principalmente, nel rivestire certi ruoli o nel portare avanti le iniziative apostoliche della Prelatura. La vocazione e la missione correlativa abbracciano tutta la nostra vita, non solo una parte; tutta la vita è occasione e mezzo di incontro con Gesù Cristo e di apostolato.

San Josemaría scriveva a questo proposito che la nostra chiamata comporta «un incontro vocazionale pieno, perché – qualunque sia lo stato civile della persona – implica piena dedizione al lavoro e al fedele compimento dei propri doveri di stato, secondo lo spirito dell’Opera. Per questo, donarsi a Dio nell’Opus Dei non significa operare una selezione di attività, non vuol dire dedicare più o meno tempo della nostra vita ad alcune opere buone, abbandonandone altre. L’Opus Dei si innesta in tutta la nostra vita»[17]. Incontro vocazionale pieno, onnicomprensivo della propria vita, con una dedizione totale, poiché in tutto c’è una chiamata di Dio ad amarlo e a servire gli altri, con un amore che è libertà interiore. Pertanto, come segnalava don Álvaro, «l’Opera richiede una grande elasticità: un minimo di regolamento, perché è necessario; minimo, però, perché la lettera non uccida lo spirito: Littera enim occidit, spiritus autem vivificat (2 Cor 3, 6)»[18].

9. In queste pagine vorrei anche invitarvi a rinnovare la gratitudine al Signore per il dono della vocazione. Una gratitudine gioiosa, non solo per la bellezza dell’Opera, considerata come il Signore la vuole nel suo insieme, ma anche quando ciascuna e ciascuno di voi osserva come questa bellezza si fa pienamente presente nel modo in cui ogni fedele della prelatura vive personalmente questa stessa vocazione: come numerari – nel caso delle donne, anche come numerarie ausiliari –, come aggregati, come soprannumerari o come soci della Società Sacerdotale della Santa Croce.

In questo contesto vorrei insistere su ciò che vi scrivevo qualche mese fa: l’esperienza della debolezza personale propria e altrui, a confronto con la stupenda proposta che la fede cristiana e lo spirito dell’Opera ci presentano, non deve scoraggiarci. Di fronte al disincanto che può far nascere la sproporzione tra l’ideale e la povera realtà della nostra vita, dobbiamo essere certi che possiamo ricominciare ogni giorno con la forza della grazia dello Spirito Santo[19].

II. La vocazione all’Opera come numeraria e numerario

10. «Nel cuore dell’Opera, i numerari, chiamati a una speciale missione di servizio, sanno mettersi ai piedi di tutti i propri fratelli, per rendere loro piacevole il cammino della santità; per assisterli in tutte le necessità dell’anima e del corpo; per aiutarli nelle difficoltà e rendere possibile, con l’offerta del loro sacrificio, il fecondo apostolato di tutti»[20]. In questo modo i numerari danno vita ai propri fratelli: il loro lavoro, «mentre mantiene attivo e vigile lo spirito in tutti, ottiene come conseguenza una realtà ammirevole di fraternità e di unità»[21].

Nelle numerarie e nei numerari, la vocazione all’Opus Dei è specificata dal dono del celibato apostolico e dalla piena disponibilità per i compiti di formazione e le iniziative apostoliche. Questa disponibilità, intesa e attuata come una speciale missione di servizio agli altri, è facilitata dal fatto che, in linea di massima, i numerari abitano in un centro dell’Opera. Tuttavia, possono presentarsi molte circostanze che consigliano di fare diversamente. Non riguarda né la loro identità né la loro missione, poiché sanno sempre di essere al servizio di tutti gli altri, dovunque risiedano.

Un cuore disponibile

11. La disponibilità dei numerari a servire gli altri consiste in un’autentica disponibilità del cuore: la libertà effettiva di vivere solo per Dio e, per lui, a servizio degli altri, unita alla volontà di occuparsi di ciò di cui l’Opera ha bisogno.

Per taluni, la disponibilità si risolverà nel collaborare ai compiti di formazione e alle iniziative apostoliche, mentre svolgono un lavoro professionale consono alle loro capacità, studi e preferenze, per portarvi la gioia del Vangelo. Altri si dedicheranno come lavoro professionale all’amministrazione dei centri dell’Opera o a mansioni di formazione o di governo, a incarichi di direzione o di collaborazione alle attività apostoliche.

D’altra parte, la disponibilità non si limita all’atteggiamento passivo di fare ciò che mi chiedono, ma si manifesta pienamente quando pensiamo a quali talenti abbiamo ricevuto da Dio per metterli a disposizione della missione apostolica; ci facciamo avanti, ci offriamo, con iniziativa. La disponibilità non è pertanto immobilità ma piuttosto il desiderio abituale di muoversi al passo di Dio.

È necessario comprendere e vivere la piena disponibilità come libertà, nel senso di non avere altro vincolo che l’amore (vale a dire, non essere legati necessariamente a un lavoro, a un luogo di residenza, eccetera, senza cessare per questo motivo di essere ben radicati dovunque siamo). Ciò che ci rende liberi non sono le circostanze esterne ma l’amore che portiamo nel cuore.

Per la realizzazione di tale servizio specifico, nostro Padre ha previsto che il lavoro di governo nell’Opus Dei ricada sulle numerarie e i numerari. Dedicarsi a questi compiti è necessario, poiché sostiene la vita dell’insieme. Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare che coloro che si occupano del governo o della formazione siano più disponibili o facciano di più l’Opus Dei. A tale proposito, don Javier scriveva in una delle sue lettere: «Non c’è altra soluzione se non che alcune mie figlie e alcuni miei figli riducano l’attività professionale, o anche la mettano da parte completamente, almeno per qualche tempo, per dedicarsi ad aiutare i loro fratelli nella vita spirituale e a dirigere il lavoro apostolico»[22].

Nostro Padre si riferisce ripetutamente a quella piena disposizione interiore, per esempio quando scrive: «Avendo tutti vocazione divina, i numerari devono offrirsi direttamente e immediatamente in olocausto al Signore, consegnando tutto ciò che è loro, il cuore per intero, qualsiasi loro attività, i loro beni, il loro onore»[23]. Si tratta precisamente di donare liberamente, per fare l’Opera, tutte le attività, di qualunque genere, senza limiti. Ovviamente, ci sono a volte circostanze che condizionano di fatto la possibilità di assumere certi incarichi o compiti in un determinato momento. Perciò, insisto sull’importanza della disposizione interiore di piena disponibilità a servire gli altri per amore di Cristo.

Un gruppo inchiodato sulla Croce

12. Ricordiamo inoltre queste altre parole di san Josemaría: «Nostro Signore non vuole per la sua Opera una personalità effimera: ci chiede una personalità immortale, perché vuole che nell’Opera ci sia un gruppo inchiodato alla Croce: la Santa Croce ci renderà durevoli, sempre con lo stesso spirito del Vangelo, che apporterà l’apostolato di azione come frutto saporito dell’orazione e del sacrificio»[24]. Nostro Padre non dice chi fa parte di questo gruppo inchiodato sulla Croce, ma don Álvaro, nella nota che commenta questo paragrafo, spiega che già si vedono qui annunciati o accennati i diversi modi di vivere la vocazione nell’Opera. Dal contesto possiamo pensare che, in questo caso, si riferisce soprattutto ai numerari e alle numerarie.

Altrove, san Josemaría indica anche nei sacerdoti coloro che sono in special modo inchiodati alla Croce. In realtà, inchiodati alla croce dobbiamo essere tutti, anche gli aggregati e i soprannumerari, perché è lì che troviamo il Signore, come dice nostro Padre con parole che traducono una profonda esperienza personale: «Avere la Croce è identificarsi con Cristo, essere Cristo e perciò essere figli di Dio»[25].

Anche se per voi, numerarie e numerari, talvolta può essere umanamente costoso lasciare per un certo tempo la professione che state svolgendo per dedicarvi professionalmente a un altro tipo di attività (l’amministrazione dei centri dell’Opera, il governo, la formazione, la direzione o la collaborazione ad attività apostoliche), si tratta di un incontro fecondo con la Croce, luogo della più profonda identificazione con Cristo e fonte, molte volte del tutto imprevista, di una grande gioia soprannaturale.

13. Quando abbiamo chiesto l’ammissione all’Opera conoscevamo e abbiamo adottato liberamente – per amore! – questo proposito di disponibilità, che ci fa aderire a un progetto divino. Allo stesso tempo, come in tutto nella vita spirituale, l’effettiva maturazione della volontà di donarsi va crescendo col tempo. Questa crescita avviene attraverso la formazione, la vita interiore e le diverse esperienze di disponibilità – piccoli cambiamenti di programma, incarichi, eccetera – che preparano l’anima ai grandi cambi, se fossero necessari. Naturalmente, i direttori cercano sempre di contare previamente sul parere degli interessati quando si tratta di incarichi o cambiamenti di notevole entità, anche se questi, manifestando con semplicità le difficoltà che dovessero vedere, restano disponibili per ciò di cui c’è bisogno, per amore di Dio e delle anime.

Decisivo, insisto, è che ciascuno sia sempre interiormente disposto a dedicarsi ai suoi fratelli e a tantissime altre persone che attendono il nostro servizio cristiano: «Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4, 35).

Questo atteggiamento è perfettamente compatibile con una sana ambizione professionale e con una preoccupazione logica e responsabile di mantenersi economicamente e di provvedere alle necessità della nostra famiglia soprannaturale. La disponibilità a cambiare lavoro, se l’Opera lo chiede, proprio per dedicarsi alla formazione di altri, va di pari passo con la convinzione di essere donne e uomini che vogliono condividere con i loro pari le sfide del mondo, perché la loro missione è aiutare a trasformarlo e a portarlo a Dio. Ciò si fa in modo molto efficace anche dai posti di direzione e di formazione nell’Opera.

Voi numerarie e numerari vivete il dono del celibato apostolico come pienezza di amore in Cristo, che apre a una paternità e a una maternità spirituali. Siete chiamati a essere una testimonianza vivente di dedizione totale a Dio, in mezzo al mondo, con una disponibilità piena al servizio di tutti: innamorati di Gesù, degli altri e del mondo. Ricevete una peculiare chiamata a custodire una famiglia soprannaturale e a preoccuparvi dei vostri fratelli.

Avete di fronte un orizzonte amplissimo: con la vostra vita generosa, a volte forse nascosta e senza lustro, arrivate con fecondità fino all’ultimo angolo del mondo.

III. La vocazione all’Opera come numeraria ausiliare

14. Voi numerarie ausiliari avete una funzione speciale di servizio, che svolgete creando e mantenendo l’ambiente di famiglia cristiana nei centri dell’Opera. Realizzate questo compito con il lavoro professionale, che nel vostro caso è l’Amministrazione. Come sapete, non si tratta solo di svolgere una serie di attività materiali a cui, in diversa misura possiamo e dobbiamo collaborare tutti, ma di pianificarle, organizzarle e coordinarle, in modo che il risultato sia proprio quel focolare dove tutti si sentono a casa, accolti, affermati, curati e, allo stesso tempo, responsabili. Tutto ciò, che del resto è molto importante per ogni persona umana, incide sulla fisionomia e sulla tempra spirituale dell’Opera intera, di tutti e di ciascuno dei suoi membri. Voi donne diventate così «un insostituibile sostegno e una fonte di forza spirituale per gli altri, che percepiscono le grandi energie»[26] del vostro spirito.

La priorità della persona e della famiglia

15. Con il vostro lavoro curate e servite la vita nell’Opera, mettendo la singola persona come obiettivo e priorità del vostro impegno. Ciò esprime in modo molto concreto che l’Opera è famiglia; una famiglia vera, non in senso metaforico. Ricordate come nostro Padre ci ha detto tante volte che i vincoli nell’Opera sono più forti di quelli del sangue, il che ha delle conseguenze anche a livello affettivo, del volersi bene.

San Josemaría considerava spesso che il lavoro delle Amministrazioni è lo stesso che svolgeva la Madonna. Per questo, l’aria di famiglia dell’Opera deve riproporre, essere come una prosecuzione di ciò che fu – anche se non l’abbiamo visto, lo possiamo immaginare – il clima della casa di Nazaret.

Benché il lavoro dell’Amministrazione dei centri venga chiamato in diversi modi nelle differenti culture, voi numerarie ausiliari in realtà siete sorelle, madri, parte integrante della famiglia, come il Padre e le altre figlie e figli. A motivo della grazia che avete ricevuto da Dio per prendervi cura di tutti nell’Opera, san Josemaría diceva che, se avesse potuto, sarebbe stato numeraria ausiliare. Vi chiamava le sue figlie piccole perché siete state le ultime ad arrivare nell’Opera, e non perché vi considerasse minorenni. Anzi, confidava specialmente nella vostra fedeltà, matura e solida, per portare avanti le grandi intenzioni dell’Opera.

Da tutti gli ambienti

16. È una stupenda realtà che voi numerarie ausiliari proveniate da tutti gli ambienti. Infatti, a volte alcune si domandano se Dio chieda loro di essere numeraria o numeraria ausiliare. Uno tra gli elementi da considerare è la propria propensione per le attività più direttamente orientate al servizio e alla cura delle persone. Naturalmente, il discernimento dipende, in ultima analisi, da ciascuna, con l’orientamento della direzione spirituale e delle direttrici.

Ad ogni modo, è evidente che il lavoro dell’Amministrazione riveste una grande dignità: dare e alimentare il calore del focolare domestico. Inoltre, coloro che lavorano nell’Amministrazione, «mediante la loro professione – perché è tale, autentica e decorosa – esercitano un influsso positivo non solo sulla famiglia, ma anche su moltissimi amici e conoscenti, su tante persone con cui hanno modo di entrare in contatto: esercitano un’influenza a volte molto più estesa di quella di altri professionisti»[27].

Apostolato degli apostolati

17. San Josemaría apprezzava il lavoro dell’Amministrazione fino al punto di considerarlo apostolato degli apostolati. Senza di esso, l’Opera non potrebbe andare avanti.

È apostolato degli apostolati, in primo luogo, perché in se stesso è un apostolato direttissimo. Ripeto che questo lavoro non si limita a fornire servizi materiali, in se stessi necessari e importanti, ma soprattutto, trasformato in orazione, influisce molto direttamente sulla formazione umana e spirituale delle persone del centro amministrato. L’ambiente che create forma, e forma tanto.

Il vostro lavoro ben svolto materializza infatti uno spirito e lo comunica efficacemente in maniera effettiva, in modo concreto e costante. Per questo cercate di dare la maggiore professionalità possibile al lavoro della casa, come ognuno dei miei figli fa con il suo lavoro. E nell’elevarlo al piano del lavoro santificato, mettete la competenza professionale direttamente a servizio delle persone, trasformandolo in un fattore di umanizzazione e di ispirazione per il lavoro professionale di tutti.

In secondo luogo, il lavoro dell’Amministrazione è apostolato degli apostolati perché rende possibile gli altri, agendo come linfa e impulso, specialmente nella misura in cui cercate di trasformarlo in dialogo con Dio. «Lavorando nell’Amministrazione – vi scriveva san Josemaría – partecipate a tutti gli apostolati, collaborate a tutto il lavoro. Il suo buon andamento è condizione necessaria, il più grande impulso che l’Opera intera possa ricevere, se lo fate con amore di Dio»[28]. Si nota tanto quando, agli inizi del lavoro apostolico in un paese o in una città, non c’è ancora Amministrazione. Si nota anche che, quando c’è, l’Opera acquista più vita e più dinamismo. Inoltre, logicamente, voi numerarie ausiliari collaborate a molte altre attività apostoliche, nella misura in cui ne avete la possibilità.

Diciamo anche che l’Amministrazione è la colonna vertebrale dell’Opera, perché sostiene tutto il corpo, che diversamente non starebbe in piedi. È così, grazie a Dio; si tratta di qualcosa che dobbiamo considerare e valorizzare sempre. Naturalmente, anche le altre numerarie che lavorano nell’Amministrazione sono – siete – questa colonna vertebrale e questo apostolato degli apostolati.

Voi figlie mie numerarie ausiliari avete una missione entusiasmante: trasformare questo mondo, oggi così pieno di individualismo e di indifferenza, in un autentico focolare domestico. La vostra opera, svolta con amore, può arrivare a tutti gli ambienti. State costruendo un mondo più umano e più divino, perché lo nobilitate con il vostro lavoro trasformato in orazione, con il vostro affetto e con la professionalità che mettete nella cura integrale delle persone.

IV. La vocazione all’Opera come aggregata e aggregato

Con un carattere specifico

18. Voi aggregati fate l’Opus Dei principalmente attraverso un profondo apostolato personale nel vostro ambiente professionale e familiare, e collaborando con i numerari nel prendersi cura degli altri fedeli dell’Opera. Manifestate con la vostra vita l’assoluta libertà che connota l’attività apostolica di ogni battezzato, svolgendola con tutte le energie di un cuore celibe. Per questo motivo san Josemaría poteva dirvi: «Ho invidia di voi, la vostra dedizione a Dio è totale e piena come la mia, ma potete arrivare più lontano»[29]. Che cosa intendeva dire? Voleva dire che l’essenziale è stare in mezzo al mondo, in mezzo alle attività, alle professioni, alle famiglie, per portarvi la vita cristiana.

Vi trovate in circostanze molto variegate e vi muovete in ogni sorta di ambienti professionali. La vostra vita si apre a un campo illimitato di possibilità nelle quali incarnare e diffondere lo spirito dell’Opus Dei. Per la varietà delle vostre origini, arrivate a tutto il tessuto sociale; per la prolungata permanenza in ogni luogo, rendete possibile il radicamento degli apostolati nel territorio; il vostro stile di vita vi permette di coltivare una grande varietà di relazioni e di farlo in modo molto stabile: rapporti familiari, professionali, di vicinato, nel paese, città o nazione dove risiedete. «Arrivate più in là», come affermava san Josemaría, non solo in termini di estensione ma anche di profondità dell’apostolato, perché poi mostrate al vivo che cosa significa darsi a Dio in mezzo al mondo, con cuore indiviso.

Si comprende molto bene, pertanto, perché nostro Padre desiderasse che voi aggregati foste il doppio dei numerari: la cosa più importante è il lavoro nelle circostanze ordinarie e nelle attività peculiari di ciascuna e di ciascuno.

Se qualcuno, interrogandosi sulla possibilità di avere vocazione all’Opera, dubitasse tra essere numerario o aggregato, potrebbe essere necessario spiegargli che è sbagliato pensare che sia meglio essere numerario che aggregato. È molto importante per il discernimento della vocazione. Ci sono casi in cui la determinazione della vocazione all’Opera è evidente: per esempio, un uomo sposato può essere soprannumerario ma non aggregato o numerario. Tuttavia, ci sono altri casi meno evidenti, e l’ultimo discernimento spetta alla persona interessata che sperimenta che cosa Dio le chiede in particolare all’interno dell’unica e comune vocazione. Logicamente, per prudenza, è opportuno chiedere consiglio nella direzione spirituale e anche ai direttori, che conoscono la persona e saranno disposti a discernere insieme a lei quale sia è la volontà di Dio.

Il profumo di Cristo

19. A proposito delle aggregate e degli aggregati, san Josemaría scriveva: «Mediante il loro lavoro, che a volte svolgono nelle nostre opere apostoliche, in tutte le congiunture sociali, in ogni luogo, nei più diversi angoli della terra, portano dappertutto, tra i loro colleghi, il profumo di Cristo; si sforzano di dare un orientamento cristiano alle attività sociali, professionali, economiche – pubbliche o private – degli appartenenti alla propria classe e condizione sociale. Lo faranno senza bisogno, normalmente, di cambiare domicilio o lavoro»[30]. Io stesso ho sentito affermare da don Javier, seguendo un insegnamento di san Josemaría, che voi aggregate e aggregati mostrate in modo particolarmente chiaro che cos’è l’Opus Dei, mediante la santificazione della vita ordinaria, del lavoro professionale e della vita familiare, senza cambiare posto.

Voi aggregati a volte lavorate in attività di insegnamento o in altre opere apostoliche della Prelatura. Tuttavia, questo non è il modo principale con cui partecipate alla missione dell’Opera poiché essa è tutta nelle vostre mani. Può essere necessario che assumiate questi incarichi, ma la cosa principale è la santificazione della vita ordinaria, il rapporto di amicizia e confidenza con la gente e, se ne è il caso, accompagnare i vostri amici ai mezzi di formazione delle opere di san Raffaele e di san Gabriele… In sintesi, Dio vi chiama a essere lievito nella massa. Ciò che importa, ripeto, è il vostro impegno nelle circostanze ordinarie e nelle attività professionali di ciascuna e di ciascuno.

V. Sacerdoti della Prelatura

20. Dal novero dei numerari e degli aggregati provengono le vocazioni al sacerdozio nell’Opera, essenziali quanto i laici nella realtà teologica e giuridica della Prelatura. Questa chiamata non è un coronamento della vocazione all’Opera ma un nuovo modo di viverla, perché «sono tenuti più degli altri a stendere il cuore per terra come un tappeto, perché i loro fratelli camminino sul morbido»[31].

Oltre che al proprio ministero sacerdotale nella Chiesa, che ha il suo centro nell’Eucaristia, i sacerdoti della Prelatura si dedicano principalmente al servizio ministeriale degli altri fedeli e a dare assistenza sacerdotale alle loro attività apostoliche. Specificamente, a motivo della peculiare missione pastorale della Prelatura, si occupano soprattutto della celebrazione dei sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, della predicazione della parola di Dio, della direzione spirituale e di un ampio lavoro di formazione dottrinale.

Il fatto che i sacerdoti della Prelatura vivano, come gli altri, lo spirito dell’Opera, implica un certo stile sacerdotale: nel loro ministero riflettono necessariamente la secolarità; rispettano e promuovono con tanta delicatezza la responsabilità e l’iniziativa dei fedeli laici; agiscono in modo soprannaturale per avvicinare le persone a Dio; favoriscono negli altri la libertà di spirito, che è amare; operano con iniziativa per avere un abbondante lavoro sacerdotale. Naturalmente, nella misura del possibile, collaborano anche alle attività della diocesi.

Al servizio degli altri

21. In apertura di una delle sue lettere, rivolta specialmente ai suoi figli sacerdoti, san Josemaría scriveva: «Siete stati ordinati, figli miei sacerdoti, per servire. Lasciate che inizi ricordandovi che la vostra missione sacerdotale è una missione di servizio. Vi conosco, e so che questa parola – servire – riassume le vostre aspirazioni, tutta la vostra vita, ed è il vostro orgoglio e la mia consolazione: perché la vostra buona e sincera volontà, condivisa con i vostri fratelli laici e con le vostre sorelle, di dedicarvi sempre a fare del bene agli altri, mi dà il diritto di dire che siete gaudium meum et corona mea (Fil 4, 1), mia gioia e mia corona»[32].

Lo spirito di servizio spinge voi sacerdoti a sentirvi ed essere in pratica uno qualsiasi fra i vostri fratelli, consci che nell’Opera c’è «una sola classe, benché formata da chierici e laici»[33]. Allo stesso tempo, col vostro esempio e la vostra parola, cercate di essere strumenti per risvegliare i desideri di santità degli altri e strumenti di unità nell’Opera. State sempre molto vicini a tutti e cercate di mantenere un comportamento adeguato, la gravità sacerdotale nel modo di presentarvi e nelle conversazioni.

Figli miei, se san Josemaría diceva a tutti che «è di Cristo che dobbiamo parlare, non di noi stessi»[34], voi sacerdoti vi sforzate in maniera particolare di non brillare, di non essere protagonisti, facendo in modo che nella vostra vita abbia il ruolo di protagonista e risplenda Gesù e che siano sempre le vostre sorelle e i vostri fratelli a brillare. Per questo scopo, come sapete bene e cercate di vivere, sono specialmente necessari la vostra unione con Dio, la vostra orazione e il sacrificio gioioso in unità di vita.

VI. Il celibato apostolico dei numerari e degli aggregati

22. La vocazione all’Opera per numerari e aggregati, numerarie e aggregate comporta il celibato apostolico, che è un dono di Dio e contraccambio di tale dono in forma di risposta di amore all’Amore. «Abbiate sempre presente che è l’Amore – l’Amore degli amori – il motivo del nostro celibato»[35]. Pertanto non bisogna considerare il celibato né solo né principalmente come una opzione funzionale, vale a dire, come qualcosa di adeguato per dedicarci di più al lavoro dell’Opera o per poterci spostare di qua e di là. È vero che il celibato lo rende possibile o più facile, ma il suo motivo fondamentale è di essere un particolare dono d’identificazione con la vita di Cristo. « Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini»[36].

Il celibato apostolico non ci separa dagli altri, ma poiché significa offrire a Dio un cuore indiviso deve denotare una vita di abnegazione, analoga a quella di una persona sposata, che non si comporta come se non avesse alcun impegno di fedeltà al coniuge.

La vocazione, vissuta con radicalità, a volte urta con gli standard del mondo. Anche a ciò possono essere riferite le seguenti parole, di portata più generale, di san Josemaría: «“Non sembrerà artificiosa la mia naturalezza in un ambiente paganizzato o pagano, dato che tale ambiente urterà con la mia vita?”. – E ti rispondo: La tua vita urterà senza dubbio con la loro; e questo contrasto, che conferma con le opere la tua fede, è appunto la naturalezza che ti chiedo»[37].

Rinnoviamo continuamente il convincimento che il dono del celibato apostolico manifesta una predilezione divina, una chiamata a una speciale identificazione con Gesù Cristo, che comporta anche, già sul piano umano ma soprattutto su quello soprannaturale, una maggiore capacità di voler bene a tutti. È per questo che il celibato, che prescinde dalla paternità e dalla maternità fisiche, rende possibili una maternità o una paternità spirituali molto più grandi. Ad ogni modo, sarà di fatto più identificato con Cristo chi più ama il Signore, che sia celibe o sposato, poiché anche il matrimonio è «un cammino divino sulla terra»[38].

VII. La vocazione all’Opera come soprannumeraria e soprannumerario

È una grande grazia di Dio

23. La maggior parte dei fedeli dell’Opus Dei è formata da voi soprannumerari, che cercate di santificare tutti gli aspetti della vostra esistenza, in particolar modo la vita matrimoniale e familiare, poiché ordinariamente siete persone sposate. Nel 1947 san Josemaría scriveva così ai suoi figli della Spagna, rispondendo ad alcune considerazioni che aveva ricevuto sui soprannumerari: «Ho letto le note per i soprannumerari […]. La prossima settimana ti rispedirò gli appunti con qualche indicazione concreta: comunque, ti anticipo che non possiamo perdere di vista che non si tratta dell’iscrizione di alcune persone a una qualche associazione […]. È una grande grazia di Dio essere soprannumerario!»[39]. È Dio che dà la grazia, una grande grazia, dice san Josemaría: quella della vocazione all’Opera. Per i soprannumerari, questa vocazione comporta un aiuto speciale per percorrere il proprio cammino di santificazione: quello individuato dal battesimo e, nella maggior parte dei casi, dal sacramento del matrimonio e dalla formazione di una famiglia.

La chiamata presuppone un’elezione ed è orientata, come ho scritto, a una missione: essere e fare l’Opus Dei nella Chiesa. Nell’Istruzione di San Gabriele, riferendosi alle soprannumerarie e ai soprannumerari, san Josemaría scriveva: «Vedo questa grande schiera in azione […]. Tutti, sapendo ciascuno di essere stato scelto da Dio, per conseguire la santità personale in mezzo al mondo, precisamente nel posto che ognuno occupa nel mondo, con una pietà solida e raffinata, dedita al compimento gioioso – anche se costa – del dovere di ogni momento»[40]. Pertanto, non vediamo mai la vocazione come un insieme di esigenze, di obblighi, anche se è logico che ce ne siano, ma, prima di tutto, come una elezione di Dio, come un grande dono di Dio.

La prospettiva che dà senso alla vostra missione è quella di essere «un lievito che divinizzi gli uomini e che, mentre li rende divini, li faccia autenticamente umani»[41]. Come Aquila e Priscilla, che accolsero san Paolo a Corinto (cfr. At 18, 2) e che furono coloro che annunciarono il Vangelo ad Apollo e a molti altri ancora (cfr. At 18, 26; Rm 16, 3; 1 Cor 16, 19); come tanti di quei primi cristiani che avevano una vita normale come quella dei loro contemporanei e che, al tempo stesso, erano sale della terra e luce di un mondo che era nelle tenebre.

«Fra i soprannumerari troviamo tutta la gamma delle condizioni sociali, delle professioni e dei mestieri. Tutte le circostanze e le situazioni dell’esistenza sono santificate da quei miei figli, uomini e donne, che si dedicano, nella loro condizione e nella posizione di cui godono nel mondo, a cercare la perfezione cristiana con pienezza di vocazione»[42]. Guardate come insiste nostro Padre sulla pienezza di vocazione. Per ciò che riguarda la varietà, è chiaro che consegue dal fatto che l’Opera è una via di santificazione e di apostolato nella vita ordinaria; una vita ordinaria che ammette tutta la varietà dell’umano e dell’onesto.

Matrimonio e famiglia

24. La vocazione all’Opera dei soprannumerari si sviluppa in primo luogo nell’ambito familiare. «Il vostro primo apostolato è nella vostra casa»[43]. San Josemaría sognava che le case dei soprannumerari e delle soprannumerarie fossero «luminose e liete», «centri d’irradiazione del messaggio evangelico»[44]. Questa è l’eredità che lasciate alla società. Per questo, vi scriveva anche: «La formazione che ricevete nell’Opus Dei vi aiuterà a considerare la bellezza della famiglia, il valore soprannaturale della fondazione di un focolare domestico, la sorgente di santificazione che si nasconde nei doveri coniugali»[45].

Inoltre, siete chiamati a influire positivamente su altre famiglie. In particolare aiutandole a dare un senso cristiano alla loro vita familiare e preparando i giovani al matrimonio, perché molti si entusiasmino e siano in grado di formare altri focolari cristiani, dai quali possano sorgere anche le numerose vocazioni al celibato apostolico volute da Dio.

Anche le persone non sposate, e i vedovi e, naturalmente, le coppie senza figli, possono vedere nella famiglia un primo apostolato, poiché in qualche modo avrete sempre un ambiente familiare di cui prendervi cura.

Incidere cristianamente sul proprio ambiente

25. San Josemaría vedeva in voi una grande mobilitazione di cristiani, che irradia nel proprio lavoro e ambiente sociale l’amore di Cristo, principalmente attraverso l’apostolato di amicizia e di confidenza. E che, nel farlo, contribuisce anche a migliorare le strutture della società, rendendole sempre più umane e conformi alla vita dei figli di Dio, prendendo parte attiva alla soluzione dei problemi del nostro tempo. «Svolgete un apostolato fecondissimo quando vi sforzate di dare un orientamento cristiano alle professioni, alle istituzioni e alle strutture umane in cui lavorate e operate»[46].

È chiaro che la vocazione e la conseguente missione delle soprannumerarie e dei soprannumerari non si limita a compiere alcune pratiche di pietà, assistere ad alcuni mezzi di formazione e partecipare a qualche attività apostolica, ma abbraccia tutta la vostra vita, perché tutto nella vostra vita può essere incontro con Dio e apostolato. Fare l’Opus Dei è farlo nella propria vita e, in virtù della comunione dei santi, collaborare a realizzarlo in tutto il mondo. O, come ci ricordava icasticamente il nostro fondatore, fare l’Opus Dei essendo ciascuno Opus Dei.

Sentire l’Opera come propria fa sì che vi interessiate attivamente alla vostra formazione, a portare a Cristo gli altri e a dare ragione della vostra fede. Certo, «la formazione che ricevete nell’Opus Dei è flessibile: si adatta, come guanto alla mano, alla vostra situazione personale e sociale. […] Pur essendo unici per tutti noi lo spirito e i mezzi ascetici, si possono e si devono concretizzare senza rigidità a seconda della situazione di ciascuno»[47].

La flessibilità che evita le rigidità non significa che per essere soprannumerario ci sia meno bisogno di eroismo o di radicalità nella sequela di Cristo. Dobbiamo perciò guardare non tanto alla diversità di circostanze quanto all’essenza stessa di ciò che, in tali circostanze, è chiamata di Dio, missione affidata da Dio. In qualunque situazione, si tratta di stare con Cristo, di amare Cristo, di lavorare con Cristo e di portarlo dappertutto.

Quando san Josemaría scriveva che «i soprannumerari si dedicano parzialmente al servizio dell’Opera»[48], si riferiva alla disponibilità materiale per iniziative apostoliche concrete e non a fare l’Opera in misura incompleta, poiché, ripeto ancora, l’Opus Dei lo si fa con tutta la vita. Infatti, parlando della missione apostolica delle soprannumerarie e dei soprannumerari, nostro Padre scrive ancora: «Non si tratta di un apostolato svolto in maniera sporadica o casuale, ma stabilmente e per vocazione, facendone l’ideale di tutta la vita»[49].

Dio si aspetta che, spontaneamente e con iniziativa, vi apriate a ventaglio e portiate a ogni genere di persone la gioia del Vangelo. «Nella vostra attività apostolica dovete avere iniziativa, entro i margini amplissimi segnati dal nostro spirito, per individuare in ogni luogo, in ogni ambiente e in ogni tempo le attività che meglio si adattino alla situazione»[50].

Questa è la grande missione delle mie figlie e dei miei figli soprannumerari, che non ha confini: «Non ci sarà nessun paesino in cui non vi sia qualche soprannumerario a irradiare il nostro spirito»[51]

VIII. La vocazione all’Opera come aggregato e soprannumerario della Società Sacerdotale della Santa Croce

26. «Voi siete dell’Opus Dei tanto quanto lo sono io», diceva san Josemaría ai sacerdoti e ai diaconi aggregati e soprannumerari della Società Sacerdotale della Santa Croce, che non sono incardinati nella Prelatura.

Naturalmente, la chiamata alla santità in mezzo al mondo include anche i sacerdoti secolari incardinati nelle diocesi. La vocazione all’Opera è la stessa: la chiamata divina a cercare la santità e a esercitare l’apostolato nella propria condizione e nel compimento dei propri doveri, con lo stesso spirito e con gli stessi mezzi ascetici, facendo parte della famiglia dell’Opus Dei.

L’espressione giuridica dell’appartenenza all’Opera è certamente diversa nei fedeli della Prelatura e nei soci della Società Sacerdotale della Santa Croce non incardinati nella Prelatura. Tuttavia, la diversità del vincolo giuridico (rispettivamente di giurisdizione o associativo) nulla toglie all’identità della chiamata a tendere alla santità con lo stesso spirito e con gli stessi mezzi specifici dell’Opus Dei.

Questa diversa posizione giuridica consente che la chiamata all’Opera non vi tolga dal vostro posto, poiché rimanete incardinati nelle vostre rispettive diocesi senza che cambi minimamente il rapporto con il vostro vescovo e con gli altri sacerdoti. La vostra vocazione rafforza e facilita, con i mezzi opportuni, il compimento fedele e generoso degli impegni sacerdotali e dei compiti ministeriali, rendendovi più amabile il cammino di santità.

Inoltre, vi spetta in modo particolare la promozione delle vocazioni sacerdotali e siete chiamati a essere fermento di unità con i Vescovi e di fraternità all’interno del presbiterio della vostra diocesi.

Come ci incoraggiava in questa direzione nostro Padre! «Cercate di tenervi compagnia, anche umanamente. Abbiate un cuore di carne, perché di carne è il cuore con il quale amiamo Gesù, il Padre e lo Spirito Santo. Se vedete qualcuno dei vostri fratelli in difficoltà, andate, andate da lui, non aspettate che vi chiami!»[52].

Che gioia considerare che la santificazione del lavoro, cardine della vita spirituale, per i soci della Società Sacerdotale della Santa Croce significa fondamentalmente santificare l’attività sacerdotale. Nei suoi aspetti principali è già oggettivamente un’attività sacra; ma, al tempo stesso, come ogni lavoro, è luogo e mezzo di santificazione personale e di apostolato.

* * *

27. Ci avviciniamo al centenario di quel 2 ottobre 1928 in cui Dio fece vedere l’Opera a san Josemaría. Da allora, nel mondo e nella Chiesa, e quindi anche nell’Opera, ci sono state e continuano a esserci tante gioie e tante pene.

Il 27 marzo 1975, facendo orazione mentre predicava, nostro Padre ricordava la storia relativamente breve dell’Opus Dei: «Un panorama immenso: tanti dolori, tante gioie. Ma adesso sono tutte gioie, tutte gioie… Perché abbiamo esperienza che il dolore è il martellare dell’artista che vuol fare di ciascuno, della massa informe che siamo, un crocifisso, un Cristo, l’alter Christus che dobbiamo essere. Signore, grazie di tutto. Molte grazie!»[53].

La bellezza della vocazione cristiana, così come il Signore l’ha concretizzata nell’Opera per ciascuna e ciascuno di noi, ci deve riempire di gioia: da un lato, di una sana felicità umana dinanzi a tante persone e a tante cose buone; dall’altro, in modo molto speciale, della gioia soprannaturale che, come assicurava nostro Padre, ha «radici a forma di Croce». Ci riempie di gioia sapere – consideriamolo di nuovo – che «la Santa Croce ci renderà durevoli, sempre con lo stesso spirito del Vangelo, che apporterà l’apostolato di azione come frutto saporito dell’orazione e del sacrificio»[54].

Chiediamo alla Madonna Santissima di benedirci e di ricordarci maternamente che abbiamo tutti l’Opera nelle nostre mani. In tal modo, assecondando il volere di Dio e corrispondendo alla sua grazia, la storia che cominciò il 2 ottobre 1928 continuerà, malgrado la nostra debolezza e i nostri errori, fino alla fine dei tempi: continueremo a lavorare con gioia, cercando di mettere Cristo al vertice tutte le attività umane, a gloria di Dio.

Con grandissimo affetto vi benedice

vostro Padre

Fernando

Roma, 28 ottobre 2020


[1] Lettera 9-I-1932, n. 9.

[2] Lettera 12-XII-1952, n. 35.

[3] Lettera 31-V-1954, n. 17.

[4] Lettera 19-III-1967, n. 93.

[5] Amici di Dio, n. 146.

[6] Cfr. S. Tommaso d’Aquino, Commento alla Lettera ai Romani, cap. 8, lec. 3.

[7] Francesco, Enc. Fratelli tutti, n. 277.

[8] Concilio Vaticano II, Cost. Lumen gentium, n. 3.

[9] Forgia, n. 69.

[10] Ibid., n. 835.

[11] Francesco, Es. ap. Evangelii gaudium, n. 121.

[12] Colloqui, n. 19.

[13] Lettera 31-V-1954, n. 34.

[14] È Gesù che passa, n. 74.

[15] Forgia, n. 156.

[16] Lettera 24-XII-1951, n. 137.

[17] Lettera 25-I-1961, n. 11.

[18] Beato Álvaro del Portillo, nota 135 all’Istruzione per l’opera di San Michele.

[19] Cfr. Messaggio, 20-VII-2020

[20] Lettera 29-IX-1957, n. 8.

[21] Ibid., n. 76.

[22] Javier Echevarría, Lettera pastorale, 28-XI-1995, n. 16.

[23] Istruzione per l'opera di San Gabriele, n. 113.

[24] Istruzione sullo spirito soprannaturale dell’Opera, n. 28.

[25] Meditazione, 28-IV-1963.

[26] San Giovanni Paolo II, Lettera ap. Mulieris dignitatem, n. 30.

[27] Colloqui, n. 88.

[28] Lettera 29-VII-1965, n. 11.

[29] Note di una riunione familiare, 15-IX-1962.

[30] Lettera 28-IX-1957, n. 13.

[31] Lettera 8-VIII-1956, n. 7.

[32] Ibid., n. 1.

[33] Ibid., n. 5.

[34] È Gesù che passa, n. 163.

[35] Istruzione per l’opera di San Michele, n. 84.

[36] Benedetto XVI, Discorso, 22-XII-2006.

[37] Cammino, n. 380.

[38] Colloqui, n. 92.

[39] Lettera al Consiglio Generale dell’Opus Dei, 18-XII-1947.

[40]Istruzione per l’opera di San Gabriele, n. 9.

[41] Lettera 9-I-1959. n. 7.

[42] Ibid., n. 10.

[43] Ibid., n. 53.

[44] È Gesù che passa, n. 30.

[45] Lettera 9-I-1959, n. 53.

[46] Ibid., n. 17.

[47] Ibid., n. 33.

[48] Istruzione per l’opera di San Gabriele, n. 23.

[49] Ibid., n. 15.

[50] Lettera 24-X-1942, n. 46.

[51] Lettera 9-I-1959, n. 13.

[52] Note di una riunione familiare con sacerdoti, 26-X-1972, in Archivio generale della Prelatura, sezione P04 1972, II, p. 767.

[53] Parole tratte dalla sua predicazione, in Archivio generale della Prelatura, sezione P01 1975, p. 809.

[54] Istruzione sullo spirito soprannaturale dell’Opera, n. 28.