Il motivo più soprannaturale

La legge “amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stesso” non è un precetto qualsiasi. L’amore non si può pretendere, e Dio ci invita a partecipare di Lui soltanto dopo aver mostrato all’uomo il suo infinito affetto e le sue cure.

Opus Dei - Il motivo più soprannaturale

Il motivo più soprannaturale

La legge “amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stesso” non è un precetto qualsiasi. L’amore non si può pretendere, e Dio ci invita a partecipare di Lui soltanto dopo aver mostrato all’uomo il suo infinito affetto e le sue cure.

All’inizio della sua predicazione nella sinagoga di Nazaret, il Signore legge ai presenti un passo di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4, 18-19; Is61, 1-2). Dopo aver arrotolato il libro dichiara: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi» (Lc 4, 21).

In questo modo Gesù si presenta come liberatore. Anzitutto da tutto ciò che reprime la libertà interiore: la cecità dell’ignoranza, la schiavitù del peccato, l’oppressione del diavolo. Per la verità non sono rare nella sua predicazione le allusioni alla libertà e alla liberazione per coloro che lo seguono: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 31).

I primi cristiani avevano una profonda e gioiosa consapevolezza della libertà. Gesù era per loro il Salvatore. Non li aveva liberati da un giogo per imporne un altro diverso, ma aveva spezzato tutti i legami che impedivano loro di condurre una vita piena. Una pienezza che ora appariva possibile si rivela nella gioia che sprizzava dalle loro vite. «State sempre lieti – esorta Paolo –, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1 Ts 5, 16-18).

In principio Dio crea l’uomo come signore del creato: «il sommo Artefice fabbricò la nostra natura come una sorta di strumento atto all’esercizio della regalità; e perché l’uomo fosse completamente idoneo a ciò, lo dotò non solo di eccellenze in quanto all’anima, ma nella stessa figura del corpo. Ed è così che l’anima mette in evidenza la sua eccelsa dignità regale [...] con il fatto di non riconoscere nessuno per signore e fare tutto per proprio arbitrio. Ella, per sua propria volontà, come padrona di sé, governa se stessa. E di chi altro, se non del re, è proprio simile attributo?»[1].

Col peccato l’uomo si vede ridotto alla schiavitù, ma Dio lo risolleva con la speranza di una salvezza futura (cf. Gn 3, 15). Questo desiderio di redimerci si manifesta, per esempio, quando libera il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto e gli promette una terra, che dovrà conquistare, ma che sarà anzitutto la terra promessa: un dono di Dio dove potrà rendergli culto con libertà. «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù» (Es 20, 2). Poi aggiunge: «Non avrai altri dei di fronte a me» (Es 20, 3). È proprio così che Dio presenta al suo popolo i comandamenti del decalogo, come le condizioni per essere veramente libero e non ricadere nuovamente nella schiavitù. Dio non cerca di imporsi come un tiranno, ma mette il suo popolo in condizione di accettarlo liberamente come Signore.

Questa scommessa di Dio per la libertà si comprende se il primo comandamento, dal quale, secondo Gesù, dipendono la legge e profeti (cf. Mt 22, 40), non è altro che l’amore: amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stesso (cf. Mt 22, 37-39). Questo, infatti, non è un precetto qualsiasi. Altre cose si possono comandare e imporre mediante la forza e la violenza; ma l’amore non si può semplicemente pretendere. Dio lo chiede, come un amante, soltanto dopo aver manifestato l’amore che nutre verso il suo popolo, soltanto dopo aver mostrato in diversi modi il suo affetto e la sua cura. Il fatto è che l’amore autentico si può certamente desiderare, ma bisogna guadagnarselo, perché può essere frutto soltanto della libertà. E per scoprire e lasciarsi conquistare da questo Amore, è imprescindibile «stimolare la libertà interiore, che porta a fare le cose per amore»[2].

Il senso della libertà

Proprio perché possiamo amarlo veramente, Dio ci ha creati liberi. È così che egli ci guarda e si compiace in noi. Facciamo fatica a capirlo perché noi esseri umani non sappiamo creare esseri liberi. Al massimo produciamo robot, che fanno quello per cui li abbiamo progettati, o cerchiamo di imitare la libertà creando dispositivi che funzionano a caso; comunque siamo incapaci di suscitare alcunché in grado di decidere da sé. Tuttavia, questo è ciò che fa Dio con noi nel crearci e nel redimerci dal peccato che limitava la nostra libertà.

Essere libero non è, prima di tutto, non essere costretto o condizionato da qualcosa di esterno, ma essere capace di supportare le nostre azioni e le nostre risposte. Perciò la libertà richiede la responsabilità. Essere libero significa essere capace di rispondere e, pertanto, stabilire un dialogo pieno e reale con altre persone, e anzitutto con il nostro creatore.

La libertà, dunque, non è qualcosa di aggiunto, una caratteristica della quale potremmo fare a meno continuando a essere noi stessi. La libertà che Dio vuole per noi è autentica e altrettanto profonda come il nostro essere. Riconoscerlo è un gran passo avanti dell’essere umano: «La passione per la libertà, cui aspirano persone e popoli, è un segno positivo del nostro tempo. Riconoscere la libertà di ogni donna e di ogni uomo significa riconoscere che sono persone: padroni e responsabili dei propri atti, in grado di orientare la propria esistenza»[3].

Dio, che ci ama come siamo perché ci ha creati, ci vuole liberi perché ci ama per noi stessi e si accontenta soltanto se apriamo liberamente e amorevolmente la nostra intimità: «Fa’ bene attenzione a me, figlio mio, e tieni fisso lo sguardo ai miei consigli» (Pro 23, 26). Si comprende così che il «perché ci va di farlo»[4] sia, per san Josemaría, il motivo più soprannaturale per fare il bene, poiché vi vengono a coincidere il mistero dell’amore creatore e redentore di Dio con la risposta autentica della sua creatura amata, che ha tra le mani la possibilità di riconoscerlo come Padre e di accettare con fiducia la volontà di chi non può far altro che volere il bene del figlio.

Dio ha messo il nostro destino nelle nostre mani. Non, certamente, nel senso che possiamo ottenere con le nostre forze ciò che ha preparato per noi, ma perché sta a noi convertirci a Lui, che è lui che ci può rendere felici[5]. Riconoscere la capacità di amare Dio liberamente può, in un primo momento, intimorirci. Però, se ci va di farlo, se ci va di dirgli di sì, la stessa convinzione di essere liberi ci riempirà di gioia e di speranza. Come figli di Dio, ci sentiamo sicuri nella misura in cui vogliamo appoggiarci a Lui. Si capisce così perché san Josemaría, pensando alla sua vocazione personale, esclami: «Non vi riempie di gioia constatare che la fedeltà dipende in buona parte da noi stessi? Io mi entusiasmo pensando che Dio mi ama e che ha voluto che la sua Opera dipendesse anche dalla mia risposta. E sono felice di potergli dire liberamente: Signore, anch’io ti amo, conta pure sulla mia pochezza»[6].

La considerazione della nostra libertà ci aiuta a edificare la nostra vita sulla realtà di essere figli di Dio. Non siamo un esemplare intercambiabile: la nostra risposta è insostituibile perché siamo creature amate da Dio con un amore di predilezione. Però possiamo perdere la consapevolezza della nostra libertà nella misura in cui non la esercitiamo. In questo caso è logico che ci sentiamo sempre più limitati, condizionati e anche costretti dai nostri stati d’animo o dall’ambiente circostante. È così che può presentarsi il dubbio se siamo liberi o anche se essere liberi vale la pena o ha un senso.

Ogni cristiano, tuttavia, sa che la libertà ha un senso. Non soltanto siamo liberi da ogni legame, in potere della nostra decisione personale. Serve a poco liberare qualcuno e dirgli che può andare dove vuole, se non esiste una destinazione verso la quale possa dirigersi o, se esiste, se non sa assolutamente come raggiungerla. Dio, invece, non soltanto ci dà la capacità di disfarci di ciò che ci limita e ci immobilizza, ma apre davanti a noi prospettive illimitate, al livello dei nostri aneliti più profondi. Infatti, chi ha creato la nostra libertà non si costituisce in alcun modo come un suo limite: ci offre la possibilità di crescere senza misura, perché questo è il modo in cui noi creature libere imitiamo Dio, e, se uniti con il suo Figlio unigenito, ci dà la possibilità di dimostrare pienamente la nostra personalità.

Una libertà autentica

San Josemaría concepiva il suo lavoro «come un compito volto a porre ciascuno di fronte a tutte le esigenze della sua vita, aiutandolo a scoprire ciò che in concreto Dio gli chiede, senza porre alcun limite a quella santa indipendenza e a quella benedetta responsabilità personale che sono le caratteristiche proprie della coscienza cristiana. Questo spirito e questo modo di agire si basano sul rispetto per la trascendenza della verità rivelata e sull’amore per la libertà della creatura umana. Potrei aggiungere che si basano anche sulla certezza della indeterminazione della storia, aperta a molteplici possibilità che Dio non ha voluto precludere»[7].

Così si capisce che, per chi non conosce Cristo, prendere sul serio la propria libertà è una delle vie per trovare Dio, perché avvia una ricerca che mette in evidenza le possibilità della nostra condizione insieme con le sue evidenti limitazioni. Però anche chi già ama Dio, se approfondisce il senso della libertà, si mette nelle condizioni di intavolare con Lui una relazione più profonda e autentica.

Concorda con la dignità dei figli la circostanza che si sentano «liberi come gli uccelli»[8], che facciano quello che veramente vogliono, anche quando, come Cristo, ciò che si vuole consiste nell’umiliarsi e nel sottomettersi per amore. Non dobbiamo dunque, agire come se fossimo liberi: se vogliamo veramente seguire Gesù, dobbiamo cercare in noi quella sorgente di libertà autentica che è la nostra filiazione divina e comportarci d’accordo con essa in modo da raggiungere quella libertà di spirito che è «[...] la capacità e la disposizione abituale di agire per amore, soprattutto nell’impegno di attenersi a ciò che, in ogni circostanza, Dio chiede a ciascuno»[9].

Tenerne conto si tradurrà nella spontaneità e nell’iniziativa con le quali ci comportiamo e non ci lasciamo attanagliare dalla paura. Il fatto è che spesso la mancanza di libertà si rivela nella nostra tendenza a muoverci per paura. I teologi chiamano timore servile quello di chi si allontana dal peccato per timore del castigo. Questo timore può segnare l’inizio di un ritorno a Dio, ma la vita cristiana non può considerarlo un punto di appoggio, perché «chi teme non è perfetto nell’amore» (1 Gv 4, 18) e dobbiamo agire «come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà» (Gc 2, 12).

La paura si può manifestare in molti ambiti della nostra vita. Colui che teme, anche se vuole il bene, tiene presente soprattutto il male che vuole sfuggire. Perciò, quando la paura è il motore del nostro comportamento, facilmente ci perdiamo d’animo e ci complichiamo la vita fino al punto che si appannano i veri motivi dei nostri atti e i beni che perseguiamo. Ma se amiamo Dio, se vogliamo amarlo, Egli ci libera dalla paura, perché per coloro che amano Dio tutto concorre al bene (cf. Rm 8, 28). Questa convinzione scaccia i nostri timori infondati e ci permette di gustare in pieno la libertà dei figli di Dio e di comportarci con gioia e responsabilità.

È vero che non diciamo sì a Dio una volta per tutte. Siamo esseri umani e dobbiamo rinnovare e far crescere nel tempo la nostra risposta. Inoltre, dato che siamo chiamati a rispondere liberamente, il Signore si aspetta da noi una risposta sempre più autentica. A volte sembra anche nascondersi, affinché la nostra adesione diventi più libera e più piena, per purificarla da motivi esterni e circostanziali, in modo tale che non sia mossa dal timore ma dall’amore. Questa circostanza non deve inquietarci. È un invito alla fedeltà, che non consiste nel conservare qualcosa di già fatto, ma nel rinnovamento gioioso, nelle più diverse circostanze, di una donazione a Dio che vuol essere liberale e disinteressata. La fedeltà ci porta a ritornare spesso sul nostro sì, per renderlo più pieno e per edificare da essa la nostra vita interiore, da quel punto in cui s’incontrano la grazia di Dio e la nostra più profonda intimità.

Ricordare spesso che non siamo dei robot né degli animali sottomessi all’istinto, ma creature libere, con un futuro aperto che dipende dalla nostra iniziativa, ci aiuterà a uscire dall’anonimato e a vivere la nostra vita davanti a Dio e davanti agli uomini in prima persona, senza delegare a nessuno la responsabilità che l’accompagna. Così saremo capaci di intavolare con Dio un dialogo autentico, una relazione personale nella quale poter forgiare un’amicizia vera e profonda. Come frutto di tale amicizia con Dio, la nostra anima traboccherà in una inarrestabile sete di portare questo Amore di Dio e questo senso di libertà che lo accompagna, a tutte le persone. Anche attraverso l’amicizia, perché «l’amicizia stessa è apostolato; l’amicizia stessa è un dialogo, nel quale diamo e riceviamo luce; nel quale nascono progetti, in una reciproca trasmissione di nuove prospettive; nel quale ci rallegriamo di ciò che è buono e ci sosteniamo nelle difficoltà; nel quale ce la godiamo, perché Dio ci vuole contenti»[10].

José Ignacio Murillo


[1] Gregorio di Nissa, La creazione dell’uomo, 4.

[2] F. Ocáriz, Lettera pastorale, 14-II-2017, n. 8.

[3] F. Ocáriz, Lettera pastorale, 9-I-2018, n. 1.

[4] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 17.

[5] «[...] Però gli ha dato il libero arbitrio, con il quali si può rivolgere a Dio, affinché lo faccia beato. Infatti ciò che possiamo fare per i nostri amici, in qualche modo lo possiamo fare per noi stessi», San Tommaso d’Aquino, Somma Teologica, I-II, q. 5 a. 5 ad 1.

[6] San Josemaría, A tu per tu con Dio, n. 324.

[7]San Josemaría, È Gesù che passa, n. 99.

[8] San Josemaría, Lettera, 14-IX-1951, n. 38.

[9] F. Ocáriz, Lettera pastorale, 9-I-2018, n. 5.

[10]Ibidem, n. 14.