Il viaggio del prelato dell’Opus Dei in America Centrale: Guatemala, Honduras ed El Salvador (4-16 agosto)

Pubblichiamo il resoconto del viaggio che mons. Fernando Ocáriz ha compiuto in Centro America: dal 4 al 16 agosto il prelato ha incontrato giovani, famiglie, sacerdoti e membri dell’Opus Dei, nell’ambito del cammino verso il centenario.

Con il suo arrivo a Città del Guatemala ha avuto inizio il viaggio pastorale che, fino al 16 agosto, lo ha portato in quattro città dell’America Centrale: Città del Guatemala, San Pedro Sula e Tegucigalpa, in Honduras, e San Salvador, in El Salvador.

Nei prossimi giorni, il prelato rimarrà nella casa di ritiri Altavista, in Guatemala, per preparare il suo viaggio in Uruguay, in programma dal 22 al 27 agosto.


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Sabato 15 agosto. Secondo incontro con i giovani

L’ultimo incontro con il prelato dell’Opus Dei in El Salvador si è svolto al Colegio Lamatepec. All’inizio, mons. Fernando Ocáriz ha ricordato con semplicità il cuore della vita cristiana: «Non si tratta soltanto di idee, si tratta di qualcuno, di Gesù, che ci conosce uno per uno e ci ama personalmente».

Neto, dandogli il benvenuto, ha ricordato con gratitudine l’invito ricevuto tempo prima a un convegno nella casa di ritiri La Lomita e come quei giorni gli avessero cambiato la vita. Riprendendo questo sentimento, il Padre ha parlato dell’importanza di essere riconoscenti: «La gratitudine è qualcosa che va oltre, è qualcosa di soprannaturale: ringraziare le persone e ringraziare Dio».

Jesús, studente della prima promozione del Colegio Citalá e oggi aggregato dell’Opera, ha ricordato come aveva scoperto la propria strada facendo elenchi di pro e contro: i motivi per dire di sì erano innumerevoli, mentre non era riuscito a trovare un solo “no” convincente. Alla sua domanda su come trasformare la società dall’interno senza lasciarsi trascinare da ciò che c’è di negativo, il Padre ha dato un’indicazione molto chiara: l’apostolato in mezzo al mondo è amicizia. Quando l’ambiente è contrario, dobbiamo pensare ai primi cristiani: avvicinarci alle persone attraverso rapporti personali, con pazienza e molta preghiera.

Wenceslao, del Centro Cultural El Molino, a Santa Ana, ha ricevuto quest’anno i sacramenti dell’iniziazione cristiana durante la Veglia Pasquale. «Da quel giorno posso dire di essere figlio di Dio», ha affermato, chiedendo poi come mantenere viva ogni giorno quella gioia. Il Padre gli ha risposto: «Sapere di essere figli di Dio dà gioia. Non siamo soli». E, per custodire questo dono, gli ha consigliato di ripetere con fiducia: «Signore, credo che tu mi ami, ma aumenta la mia fede».

Mateo ha poi condiviso un ricordo dell’infanzia, quando era vittima di bullismo. Anche se allora non sentiva Dio vicino, in seguito ha compreso che il Signore non lo aveva mai lasciato solo. Il Padre lo ha incoraggiato a impegnarsi positivamente a perdonare, perché farlo o meno condiziona la nostra capacità di perdono. «La cosa più divina della nostra vita è perdonare chi ci ha fatto del male», ha aggiunto.

La generosità dei giovani è emersa anche dalla storia di Juan Pablo, che ha raccontato che il prossimo gennaio entrerà in seminario per discernere la propria vocazione, dopo aver scoperto quanto sia grande il bisogno di sacerdoti visitando alcune comunità che ne hanno particolare necessità. Ha chiesto preghiere per la propria fedeltà e per quanti hanno paura di fare questo passo.

Tra canti e risate, Jonathan ha divertito tutti raccontando che quella mattina aveva provato a usare un’intelligenza artificiale gratuita per cercare qualche consiglio sulle pupusas [tipico piatto del Salvador, ndt] da proporre al Padre, ma alla fine si era ritrovato a “parlare da solo” perché avrebbe dovuto pagare. Prendendo spunto dall’aneddoto, ha chiesto come continuare a essere umani in un’epoca così tecnologica. Mons. Ocáriz, sorridendo, gli ha dato una risposta profonda e semplice: «Quello che la tecnologia non ti può dare è l’amore». Per questo ha consigliato ai giovani di «dare molto valore alle relazioni personali»: è lì che la tecnologia non può arrivare.

Cecilio, aggregato dell’Opera, ha regalato al prelato un torogoz di origami — l’uccello nazionale di El Salvador — spiegandone il significato: così come la carta si trasforma in qualcosa di bello quando viene piegata con tempo, pazienza e mani esperte, nessuno di noi è «soltanto carta» nelle mani di Dio. Un’immagine che riassumeva bene l’atteggiamento dei giovani salvadoregni: piega dopo piega, vogliono lasciarsi trasformare da Dio fino a scoprire ciò che Egli vuole fare della vita di ciascuno.

Alla fine dell’incontro, Justin ha parlato a nome di tutti i presenti: «Padre, se potesse lasciarci un solo incarico, a noi giovani di El Salvador, quale sarebbe?». La risposta è stata immediata e affettuosa: «Che preghiate molto per la Chiesa e per il Papa». Con questa importante richiesta e dopo aver ricevuto la sua affettuosa benedizione, si è concluso il viaggio pastorale in America Centrale.

Nei prossimi giorni, il prelato rimarrà nella casa di ritiri Altavista, in Guatemala, per preparare il suo viaggio in Uruguay, in programma dal 22 al 27 agosto.

Venerdì 14 agosto. Visita alla Fondazione Siramá e incontro con le giovani

Nel secondo giorno del viaggio del prelato dell’Opus Dei in El Salvador, mons. Fernando Ocáriz ha visitato la Fondazione Siramá, un’organizzazione che promuove la dignità della donna attraverso programmi di formazione professionale e umana, con una visione integrale della persona. Nel pomeriggio ha incontrato un altro gruppo di giovani salvadoregne.

A Siramá ha partecipato a un incontro scandito da alcune testimonianze di vita. Durante la visita ha potuto conoscere i lavori realizzati dalle allieve e trascorrere qualche momento con i bambini del Centro di Assistenza alla Prima Infanzia (CAPI), che lo hanno accolto cantando una canzone dedicata a san Josemaría.

Uno dei primi momenti dell’incontro è stata la proiezione di un video sulla visita di mons. Javier Echevarría a Siramá nel 2014. In quell’occasione aveva espresso il desiderio che, con la preghiera e l’impegno di tutti, il progetto potesse crescere. Di fronte alla realtà di oggi, mons. Ocáriz ha sottolineato l’importanza che la formazione e l’educazione ricevute presso questa fondazione trovino accoglienza anche in famiglia.

La famiglia Alas ha raccontato una difficile esperienza legata alla salute del figlio, che frequenta il CAPI, e come a Siramá abbia trovato un sostegno umano e spirituale. Il Padre ha ricordato loro che la preghiera è sempre efficace e che, anche se non sempre riceviamo ciò che chiediamo, «Dio è sempre con noi».

Durante la visita c’è stato spazio anche per conoscere alcuni progetti di formazione. Merlyn ha presentato un dolce preparato dalle allieve in collaborazione con un ristorante e ha raccontato la propria storia. Ha spiegato che, sebbene la formazione tecnica sia importante, ciò che apprezza maggiormente di Siramá è la formazione umana che ricevono, perché proprio lì si trova la chiave per favorire un cambiamento nelle loro vite.

Mariely ha raccontato di aver conosciuto l’Opus Dei in Cile e che, dopo essere arrivata in El Salvador, ha cercato il modo di riprendere i contatti. Infine, grazie alle attività sociali della sua università, ha conosciuto la Fondazione Siramá e, in seguito, ha scoperto la propria vocazione all’Opera. «Mi riempie di gioia poterla chiamare Padre», ha commentato.

Un’ex allieva ha raccontato che anni prima aveva vissuto lontana da Dio, immersa nella droga e nella prostituzione. Quando è arrivata a Siramá, la sua vita cambiò. Ha chiesto al Padre come fosse possibile che Dio continuasse ad amarla dopo quel passato. Mons. Ocáriz le ha parlato dell’amore infinito e misericordioso di Dio e ha ricordato la figura di santa Maria Maddalena, accanto alla Madonna ai piedi della Croce. L’ha incoraggiata ad andare avanti e a ricominciare, come insegnava san Josemaría.

Maria Rosa offre sostegno psicologico presso la Fondazione e ha spiegato che questo lavoro la rende felice, perché, aiutando gli altri, paradossalmente è lei stessa a ricevere molto. Ha chiesto come trovare sostegno nella preghiera durante il lavoro. Il Padre ha spiegato che la preghiera crea una profonda unità e ci permette di avere la certezza che Dio ci ascolta e ci accompagna, anche se non possiamo vederlo con gli occhi.

Altre due collaboratrici di Siramà hanno posto alcune domande su come trasmettere la fede e l’amore per Dio nelle circostanze della vita quotidiana. Mons. Ocáriz ha incoraggiato a promuovere una formazione cristiana che porti a scoprire Gesù. Ha ricordato inoltre che imparare a voler bene e ad aiutarsi reciprocamente è un compito quotidiano: costruire l’unità risponde a un grande desiderio del Signore, «perché tutti siano una sola cosa», come dice san Giovanni nel Vangelo.

Al termine, le studentesse hanno interpretato una canzone scritta da Mer insieme a suo padre e hanno consegnato un regalo al Padre a nome della Fondazione. Mons. Ocáriz si è congedato lasciando a tutti un augurio: «Che Dio sia presente in tutti i vostri desideri».

Un baule pieno di storie per il Padre

Qualche ora dopo, mons. Fernando Ocáriz ha incontrato un gruppo di giovani che partecipano alle attività formative e apostoliche dell’Opus Dei in El Salvador. La conversazione ha avuto un filo conduttore particolare: un baule pieno di oggetti. Un paio di occhiali da sole, una tavola da surf, una fotografia, un vecchio telefono, uno spartito, uno zaino, un telescopio, una piccola scala e persino la gamba di un tavolo. Ogni oggetto è servito a introdurre una storia, un ricordo o una domanda, accompagnando così questo momento trascorso insieme.

Una delle giovani ha raccontato di aver avuto l’opportunità di vivere per un periodo in un altro Paese, dove ha conosciuto persone con una formazione e un modo di essere molto diversi dai suoi. Nonostante queste differenze, ha stretto legami di profondo affetto e, attraverso di loro, ha potuto scoprire l’amore di Dio. Per questo ha chiesto al Padre come imparare a confidare sempre di più nell’amore che Dio ha per noi.

Mons. Ocáriz l’ha incoraggiata ad avvicinarsi sempre più a Gesù, soprattutto attraverso il Vangelo e l’Eucaristia. Le ha consigliato di leggere le scene del Vangelo come un personaggio tra gli altri e di cercare di prolungare questa raccoglimento interiore durante la giornata, ricominciando a raccogliersi ogni volta che lo vede necessario.

Cami ha spiegato che, così come le onde possono far cadere e trascinare una persona, una tavola da surf aiuta a restare a galla. Per lei, le sue buone amiche hanno avuto lo stesso ruolo nei momenti di difficoltà. Per questo ha chiesto al Padre come vincere la paura di parlare di ciò che la preoccupa.

Lui le ha consigliato di cercare persone di fiducia e di appoggiarsi su quanto riceve dai mezzi di formazione cristiana. Ha ricordato l’importanza della sincerità insegnata da san Josemaría: aprirsi agli altri, anche quando alcune cose possono suscitare vergogna, aiuta a ricevere un consiglio e anche a sentirsi compresi.

La protagonista dell’intervento successivo non era presente. Anto ha tirato fuori dal baule una fotografia di Auro, una numeraria che ha vissuto per molti anni nel club Alamar ed è morta recentemente. Anto ha ricordato l’amicizia che, nonostante la differenza di età, le ha unite per molti anni. Condividevano conversazioni piene di affetto e occasioni di formazione. Auro raccontava ad Anto come erano iniziati gli apostolati dell’Opera in El Salvador e le dava consigli su come diventare una persona buona e arrivare alla santità.

Anto ha poi chiesto come essere fedeli al progetto di Dio. Il Padre ha spiegato che la chiamata alla santità è rivolta a tutti, ma che Dio la rende concreta in modo personale per ciascuno. Ha incoraggiato a chiedere al Signore con coraggio: «Tu che cosa vuoi da me?». La risposta, ha aggiunto, si scopre poco alla volta, attraverso la preghiera, il consiglio e la ricerca sincera della volontà di Dio.

L’incontro si è concluso con una domanda su come non dimenticare, nella vita di ogni giorno, che siamo figli di Dio. Mons. Ocáriz ha ricordato che non siamo mai soli: Dio ci ama anche quando sbagliamo, ci perdona e ci incoraggia. «Possiamo essere sempre contenti, anche quando ci sono delle sofferenze; questo è compatibile con il fatto che, nonostante tutto, Dio ci ama, Dio è con noi», ha detto.

Giovedì 13 agosto. Incontro con le famiglie: «Nonostante la sofferenza possiamo essere felici»

«Gli anniversari sono occasioni preziose per ricordare e ringraziare». Con queste parole, mons. Fernando Ocáriz ha accolto l’affetto e dei mazzi di fiori da parte delle famiglie di El Salvador, che hanno voluto anticipare la celebrazione dei suoi 55 anni di sacerdozio, che avrebbe celebrato sabato 15 agosto.

È stato l’inizio di un incontro in cui domande e storie personali hanno guidato la conversazione da un argomento all’altro.

Prendendo spunto dal Vangelo del giorno, il Padre ha iniziato spiegando che il perdono è al centro del messaggio cristiano, perché «per che cosa è venuto Gesù nel mondo? Soprattutto per perdonarci». Sulla Croce, ha ricordato, Gesù stesso ha chiesto a Dio Padre: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno». Per questo, anche se un’offesa può suscitare sentimenti di rabbia o di rifiuto, «con la volontà possiamo sempre perdonare». Forse, ha spiegato, i sentimenti impiegheranno più tempo ad accompagnare questa decisione, ma la volontà può scegliere di perdonare davvero.

Stephanie e Sebas, sposati da poco, hanno condiviso il loro desiderio di costruire una famiglia mettendo Dio al centro di questo progetto e hanno chiesto come aiutare altri giovani a scoprire la bellezza di formare una famiglia.

Il Padre è partito da una questione fondamentale: che cosa intendiamo per amore? «A volte si ha un’idea molto limitata e, in alcuni casi, un po’ sbagliata di che cosa sia l’amore», ha spiegato. Si può cadere in un «amore provvisorio», che dura finché le circostanze sono favorevoli. Ma «l’amore, se è autentico, è per sempre». E non si tratta neppure di voler bene all’altro semplicemente per ciò che ci dà. «Vedere l’altro come qualcuno che dà soddisfazione a me», ha spiegato, «fa parte dell’amore, ma non è l’essenza dell’amore». L’essenza sta nel «desiderare il bene dell’altra persona».

C’è stato spazio anche per parlare del fidanzamento. Rodrigo, che sta preparando il matrimonio con Isabel, ha chiesto a mons. Ocáriz un consiglio su questo periodo di preparazione. Il Padre ha suggerito di viverlo senza fretta e di approfittarne per conoscersi davvero. Non si tratta soltanto di scoprire gusti o interessi comuni, ma di verificare che ci sia «una sintonia sulle idee fondamentali della vita».

Herberth, educatore e nonno, ha chiesto come fare perché la famiglia sia una vera scuola di virtù. Il Padre ha suggerito di «diventare amici dei propri figli». I genitori, ha spiegato, non sono soltanto coloro che educano o pongono dei limiti. Devono anche creare un rapporto di fiducia che permetta ai figli di rivolgersi a loro quando hanno dei problemi. «I figli devono poter ricorrere ai loro genitori», ha sottolineato. E questa amicizia permette di trasmettere molte cose senza bisogno di grandi discorsi, ma attraverso la vita stessa.

La risposta ha assunto una profondità particolare quando Evelyn ha raccontato la storia di suo marito, Edgardo. Nel 2020 gli fu diagnosticata una leucemia. Durante la malattia visse molto unito a Dio, accompagnato spiritualmente e preparandosi all’incontro definitivo con Lui. Morì due mesi dopo la diagnosi. Due giorni prima, Evelyn e la sua famiglia avevano ricevuto una lettera del Padre in risposta a quella che gli avevano inviato. Con la certezza che Edgardo sia in cielo, Evelyn ha voluto ringraziarlo per la sua preghiera e gli ha chiesto come trasmettere l’idea che la gioia cristiana passa anche attraverso l’accettazione della Croce. La risposta è stata una delle più profonde del pomeriggio: «Nonostante la sofferenza e anche nella sofferenza possiamo essere felici».

Mons. Ocáriz ha chiarito che questo non significa cercare il dolore. Significa, però, scoprire che la sofferenza può essere vissuta in modo diverso quando la si vive uniti a Gesù. Ha ricordato gli ultimi anni di san Josemaría, quando era fisicamente molto debole e quasi cieco, ma conservava una gioia profonda. «Com’è possibile? È possibile soltanto grazie all’unione con la Croce di Gesù, grazie alla fede».

Ha invitato inoltre i presenti ad allargare lo sguardo e a fare proprie le sofferenze degli altri. Di fronte alle notizie di guerre, terremoti o tragedie, non basta pensare «che pena». «Possiamo pregare un po’ per le persone che soffrono, anche solo per un momento», ha spiegato. È un atteggiamento cristiano molto importante: «sentire molto nostre le vicende degli altri», sia per pregare per chi soffre sia per rallegrarsi delle buone notizie.

In questo incontro pomeridiano, anche alcuni giovani e bambini hanno raccontato le loro esperienze. Mariana, una bambina, ha raccontato che a scuola cerca Gesù nell’oratorio, al mattino o durante la ricreazione, per raccontargli qualcosa o pregare per qualcuno.

Alla fine, una famiglia venezuelana che ha trovato in El Salvador la sua nuova casa ha consegnato al Padre un album con fotografie del Paese che li ha accolti e le intenzioni di diverse famiglie. Un regalo perché potesse portare con sé «un pezzetto del nostro Paese».

Prima di congedarsi, il Padre ha chiesto ancora una volta di pregare per il Papa: «Soprattutto, pregate molto per il Papa», ha insistito. Si è concluso così un incontro nel quale le famiglie non hanno soltanto parlato a mons. Ocáriz delle loro gioie e preoccupazioni, ma hanno ricevuto da lui anche un invito semplice ed esigente: imparare a voler bene davvero, perdonare, accompagnare gli altri e scoprire che, anche in mezzo alla sofferenza, l’unione con Gesù rende possibile la gioia.

Mercoledì 12 agosto. «Ho imparato molto da voi»: il Padre all’Istituto Tecnologico Taular di Tegucigalpa
Nel corso di una mattinata, studenti, dipendenti, docenti ed ex alunni dell’Istituto Tecnologico Taular hanno accolto il prelato dell’Opus Dei, con il quale hanno condiviso il loro lavoro, ma anche le loro gioie, difficoltà e storie personali, ringraziando per tutto ciò che viene fatto a Taular da quasi 30 anni.

Germán arrivò all’Istituto quando era giovane, da Guayabillas, una piccola comunità rurale situata a circa 42 chilometri da Tegucigalpa, con il sogno di costruirsi un futuro. Questo mercoledì, molti anni dopo, è tornato in quel luogo e ha raccontato al Padre che cosa abbia significato per la sua vita quell’opportunità.

Germán racconta la sua storia al Padre

Oggi è ingegnere industriale, ha conseguito un master presso un’università di Barcellona, lavora nell’amministrazione di uno dei principali grandi magazzini dell’Honduras e un anno fa ha sposato Valeria. Ma, nel raccontare la sua storia, Germán non ha iniziato dai suoi titoli di studio né dal suo lavoro. Ha parlato delle persone che ha incontrato a Taular e di una formazione che, come ha spiegato, lo ha aiutato a crescere umanamente e spiritualmente.

Alcuni studenti hanno accolto il prelato fuori dall’aula magna con delle bandierine con la scritta «Verso il centenario».

Ha poi preso la parola Christopher, un giovane studente che vive in una zona della città segnata dalla mancanza di sicurezza pubblica. Ha raccontato che spesso non può uscire tranquillamente di casa, giocare o fare amicizia vicino a dove vive. Per lui, Taular significa qualcosa di molto concreto: un luogo in cui si sente al sicuro, dove ha trovato amici e persone di cui fidarsi e dove riceve lo stimolo per studiare, migliorarsi e diventare una persona migliore.

Ci sono state anche storie familiari. Azael, padre di uno degli studenti, ha raccontato che per molto tempo si era considerato un «uomo di scienza» e aveva vissuto lontano dalla fede. La morte di suo padre e la malattia del figlio più piccolo gli hanno fatto sperimentare la grazia di Dio e la vicinanza della Vergine Maria, ha spiegato.

Dal 1997, Taular lavora per offrire ai giovani honduregni una formazione accademica, tecnica, umana e spirituale. Storie come quelle condivise con il Padre mostrano che dietro un’iniziativa educativa c’è molto più delle aule: ci sono famiglie, opportunità, impegno e persone che aiutano altre persone a scoprire le proprie capacità e a guardare al futuro con speranza.

Al termine dell’incontro, il Padre ha ringraziato coloro che avevano condiviso con lui le loro storie. «Grazie mille, ho imparato molto da voi», ha detto loro.

Con le famiglie a Tegucigalpa
Con la gioia e l’affetto ormai abituali in questi incontri, honduregni di tutte le età si sono ritrovati a Tegucigalpa per stare con il Padre. L’atmosfera aveva il sapore di un incontro familiare: la semplicità di chi accoglie in casa una persona molto cara.

Momenti prima dell’inizio dell’incontro con il prelato

All’inizio dell’incontro, il Padre ha ricordato il posto speciale che l’Honduras occupa nella storia dell’Opus Dei: fu la Legazione dell’Honduras a Madrid che, per cinque mesi e mezzo durante la Guerra civile spagnola, accolse san Josemaría e alcuni dei primi membri dell’Opera. A partire da questo ricordo, ha sottolineato che, anche nei momenti di sofferenza e di incertezza, Dio è sempre presente, «così com’è Lui, con amore», anche se molte volte non riusciamo a vederlo.

La conversazione è proseguita con Sofi, studentessa di Medicina, che ha raccontato come ci siano momenti della sua vita in cui ha la testa piena di pensieri e il cuore in agitazione e, per questo, la sua preghiera rischia di trasformarsi in un monologo di preoccupazioni e affanni, invece che in un autentico incontro con il Signore. Il Padre ha spiegato che quelle stesse preoccupazioni, lungi dall’allontanarci da Dio, possono diventare materia di preghiera e occasione di dialogo con Lui. Per riuscirci, ha sottolineato, è importante partire dalla filiazione divina: sentirsi figlia amatissima di Dio.

Una fotografia di san Josemaría durante i mesi trascorsi nella Legazione dell’Honduras e l’immagine di Nostra Signora di Suyapa, patrona dell’Honduras, hanno accompagnato questo momento in famiglia.

Ha poi preso la parola Tony, uno dei primi soprannumerari dell’Opus Dei in Honduras, per porre una domanda: come fare perché le generazioni più giovani vivano la propria vocazione con la stessa urgenza, passione e audacia che caratterizzarono san Josemaría. Il Padre ha precisato che questa necessità di generosità non riguarda soltanto i più giovani, ma tutti, sempre. La chiave sta, anzitutto, nella preghiera e nel trasmettere questo spirito con uno sguardo ottimista e con l’esempio di una vita donata. Ha insistito sul fatto che non è una questione di età, ma di maturità nell’esperienza. «Qui nessuno va in pensione», ha ricordato con affetto, citando san Josemaría.

Il pomeriggio ha avuto anche un momento di festa anticipata: il 15 agosto sarebbe stato un nuovo anniversario dell’ordinazione sacerdotale del Padre. Per l’occasione, Gracia e Mauricio gli hanno regalato un portasigarette — un piccolo astuccio per conservare le sigarette — accompagnato da una custodia con i colori della bandiera dell’Honduras. Il dono non alludeva al tabacco, poiché il Padre non fuma, ma a un ricordo eucaristico: durante la Guerra civile, in pericolo di vita, san Josemaría utilizzò un portasigarette simile per trasportare e proteggere il Santissimo per le strade di Madrid e poter dare la Comunione a familiari e amici. Inoltre, nel corso dell’incontro, un gruppo di giovani ha animato l’atmosfera con esibizioni musicali che hanno messo in risalto la cultura dell’Honduras.

Più avanti Teté, madre di famiglia, ha condiviso una parte della sua storia. Sedici anni fa, suo figlio Toñito è nato con una rara patologia congenita che, all’epoca, era considerata incompatibile con la vita. Nel marzo del 2025 i medici li avevano avvertiti che ormai c’era poco da fare, perché il trattamento da cui dipendeva non stava più dando risultati. Quell’anno è arrivato sul mercato un nuovo farmaco — il primo in cinquant’anni — che avrebbe potuto cambiare il corso della vita di Toñito, ma il suo costo era fuori dalla portata economica della famiglia. Insieme a un gruppo di amiche e alla sua famiglia, ha iniziato la novena degli ammalati a san Josemaría.

Il nono giorno di preghiera hanno ricevuto una telefonata dall’azienda farmaceutica: avrebbero fornito gratuitamente a suo figlio il trattamento per il resto della vita. Al termine del racconto, il Padre si è unito al suo ringraziamento per questo dono e per l’intercessione di san Josemaría.

L’incontro si è concluso con la benedizione del Padre, che ha ringraziato tutti per l’affetto e ha chiesto preghiere per il Papa, per le persone e per le intenzioni che occupano il suo lavoro e il suo cuore.

Martedì 11 agosto. Un momento di tertulia a Ilama
Nella mattina di martedì 11 agosto, il Padre ha visitato la Basilica di Nostra Signora di Suyapa, a Tegucigalpa, accompagnato da alcune persone dell’Opera, per affidare alla Vergine le intenzioni di tutte le persone che sta incontrando in questi giorni in America Centrale.

Poco dopo, nel centro Ilama, dove il Padre ha incontrato un gruppo di giovani honduregne, la musica ha dato inizio al primo appuntamento della giornata, durante il quale risate, gesti di affetto e domande si sono susseguiti senza sosta Questo incontro ha dato l’occasione di ricordare i mesi in cui san Josemaría trovò rifugio nella Legazione dell’Honduras, a Madrid, durante la Guerra Civile spagnola. Quello stesso Honduras che allora aveva accolto lui e alcuni dei primi membri dell’Opera, in un piccolo spazio, accoglieva ora il Padre nella propria terra e in un clima di festa.

Da qualche tempo Sonia, insieme ad alcune amiche, ha iniziato a fare catechismo ogni sabato. Tuttavia, si è resa conto che a volte le sue intenzioni si mescolano: il desiderio di fare bella figura, ricevere riconoscimenti o semplicemente sentirsi soddisfatti di sé. Ha chiesto al Padre come custodire il cuore e orientare bene la direzione che a volte noi gli diamo.

Le motivazioni si modificano quando agiamo per amore di Dio: «Abbiamo la tendenza a voler fare bella figura e allora dobbiamo rettificare l’intenzione. Quando sperimentiamo questa tendenza non dobbiamo stupirci né scoraggiarci ». Ha invece incoraggiato a chiedere al Signore con semplicità: «Aiutami ad avere un’intenzione migliore, che tutto sia per la tua gloria».

Marcela ha chiesto come distinguere il vero amore cristiano dalle idee predominanti nella cultura attuale, in una società in cui la parola «amore» viene usata per descrivere quasi ogni tipo di relazione o sentimento. La risposta del Padre è stata semplice: «L’amore autentico cerca il bene delle persone che si amano. Questo è l’amore, non la propria soddisfazione. È questo che fa sì che l’amore si purifichi».

Poco dopo, Andrea ha espresso una preoccupazione personale: come perdere la paura di fronte alle richieste audaci di Dio — come la vocazione — ed essere fedeli a un impegno così grande. Il Padre l’ha incoraggiata, anzitutto, a non avere fretta, ricordando la frase dello stemma della famiglia Escrivá de Balaguer: «Alma calma». «Prima bisogna riflettere con calma, chiedere consiglio e luce nella preghiera. E poi chiedere aiuto a una persona che possa accompagnarci mossa dalla prudenza».

In questo clima di gioia, un gruppo di giovani ha voluto cantare al Padre una canzone. Ascoltandola, ha commentato: «Questo mi porta a pensare che si muore d’amore. La croce di Gesù Cristo è la manifestazione dell’amore. Lui è morto d’amore. E, come diceva Benedetto XVI, la croce è il più grande atto di libertà umana compiuto per amore».

Bianca ha condiviso una preoccupazione molto concreta: come perdonare e amare il prossimo quando ci ha fatto del male, soprattutto quando, nonostante si cerchi di perdonare, rimangono sentimenti di rabbia o tristezza.
Il Padre ha ricordato allora alcune parole di san Josemaría: «La cosa più divina dell’amore di Dio è perdonare coloro che ci hanno fatto del male». E un’altra frase che ripeteva: «Io non ho bisogno di imparare a perdonare, perché Dio mi ha insegnato ad amare molto». La chiave, ha sottolineato il Padre, sta nel chiedere al Signore che ci insegni ad amare, «e così sarà molto più facile perdonare».

Karina, che da un anno e mezzo lavora nell’amministrazione di Espave, ha raccontato come, attraverso questo lavoro, abbia imparato ad avvicinarsi di più a Dio, a valorizzare la cura di ogni persona e a conoscere meglio l’Opus Dei. «Attraverso le cose più materiali si crea un ambiente che aiuta ed educa. Per questo questo lavoro è molto importante», ha commentato il Padre.
Paulina, che frequenta il secondo anno di Biologia, ha raccontato che spesso si trova a confrontarsi con persone che hanno idee molto diverse. Il Padre l’ha incoraggiata a non avere paura di essere in minoranza nell’ambiente universitario. Ha ricordato che, fin dagli inizi, il cristianesimo è andato avanti nonostante le difficoltà: «Gli apostoli furono i primi martiri; eppure, la Chiesa va avanti».

La conversazione si è poi spostata su un tema molto attuale: l’intelligenza artificiale. Gaby ha chiesto al Padre come, a partire dalla fede e dal cristianesimo, possiamo evitare di perdere l’empatia e continuare a entrare davvero in relazione con il prossimo. «Non perdere l’empatia significa voler bene alle persone» ha risposto il Padre. Allo stesso tempo, ha sottolineato che i progressi tecnologici possono e devono essere utilizzati per fare il bene: «Possiamo sfruttare la realtà e i processi tecnologici per il bene, educarci al loro utilizzo e a un uso adeguato di questi strumenti».

Katherine viene da Terra Sur, una zona di produzione del caffè in Costa Rica, e ha regalato al Padre un assaggio di quel caffè da parte della sua famiglia. Attualmente studia nel centro Surí e lavora nell’amministrazione della casa per ritiri Pedregales. Partendo da questa esperienza, voleva sapere come vivere l’amore per i dettagli e offrire a Dio, nella vita quotidiana, un caffè di prima qualità.

Il Padre ne ha colto l’occasione da questo intervento per ricordare che «la vita è piena di piccole cose: curare il rapporto con gli altri, salutare, sorridere, tenere in ordine la propria stanza. Le cose grandi si realizzano nelle piccole cose e nella vita ordinaria».

Alla fine, il Padre ha chiesto loro di pregare per il Papa e le ha invitate a essere sempre allegre.

«Prendere il largo», un invito ai giovani honduregni
Nel pomeriggio dello stesso giorno, il Padre ha incontrato un altro gruppo di giovani. Moisés, Ángel e Jorge hanno animato l’inizio dell’incontro cantando «En mi país». Il Padre ha commentato che anche la buona musica ci dà forza e può diventare un canto a Dio quando le parole lo favoriscono.

Franzuá, studente di Fisica, voleva sapere come avvicinare a Dio i suoi compagni di università. Il Padre gli ha consigliato di coltivare un’amicizia vera, imparando dagli altri, accompagnando queste relazioni con la preghiera e condividendo con naturalezza ciò in cui crede: «Si tratta di creare un clima di comunicazione sincera».

Pablo e Nelson hanno regalato al Padre una maglietta da calcio dopo avergli raccontato alcuni dei loro successi sportivi. Gli hanno chiesto che apporto può dare lo sport alla vita cristiana. Mons. Ocáriz ha sottolineato il valore della disciplina, dell’impegno e della perseveranza. Così come uno sportivo ha un programma di allenamento e cerca di seguirlo anche quando non ne ha voglia, nella vita spirituale è bene avere un piano di vita e impegnarsi per viverlo.

«Non possiamo fare le cose soltanto quando ne abbiamo voglia», ha spiegato. La preghiera, la Messa e le altre pratiche di pietà cristiana hanno un valore soprannaturale, ma aiutano anche a formare persone capaci di affrontare i propri doveri e proseguire nel proprio cammino.

César, di 17 anni, ha posto una domanda sulla coerenza di vita. Tra la scuola, la famiglia, gli amici, lo sport e le attività di formazione, riconosce che a volte sente di non avere abbastanza forze per tutto. Il Padre ha spiegato che tutti gli aspetti della vita, per quanto diversi, possono trovare nell’amore il loro principio di unità.

«Si può amare in tutto», ha affermato. Quando Dio entra nella nostra vita, ha spiegato, possiamo essere veramente la stessa persona mentre studiamo, lavoriamo, riposiamo o affrontiamo una difficoltà. «Ciò che può unire tutte queste realtà è l’amore di Dio». La coerenza di vita non si raggiunge tutta d’un colpo: «Bisogna lottare ogni giorno. E quando si sbaglia, ricominciare».

Ricordando l’invito di Cristo a san Pietro — «prendi il largo» —, Sergio ha condiviso una preoccupazione: come non restare sulla riva, come evitare di adagiarsi e mantenere viva la risposta a Dio. Il Padre lo ha invitato a prendere il largo attraverso il Vangelo, fonte essenziale per conoscere e frequentare Gesù Cristo. E ha ricordato che questo prendere il largo può cominciare con una preghiera molto semplice: «Signore, forse non so che cosa dirti, ma voglio stare qui con te».

Johan, studente di Informatica, ha voluto sapere come trasformare lo studio in preghiera. Il Padre ha risposto partendo dalla propria esperienza universitaria nelle Scienze fisiche, spiegando che lo studio e le scienze possono portare ad ammirare la creazione. Ha ricordato che molti grandi scienziati sono stati credenti e che questo è possibile quando ci si accosta alla scienza con stupore, e non in modo puramente pragmatico. E ha suggerito un modo per iniziare il lavoro con un piccolo atto interiore: «Signore, ti offro questo lavoro. Aiutami a farlo bene e, attraverso di esso, ad aiutare anche gli altri».

David, con il desiderio di aiutare gli altri attraverso l’odontoiatria, ha chiesto al Padre come mantenere la presenza di Dio durante la giornata. «Tutti abbiamo bisogno della sua forza e della sua grazia», ha risposto il Padre. «Non è sufficiente proporselo: servono mezzi concreti come la Messa, la preghiera, il Vangelo». Quei momenti «ci danno la forza perché tutta la vita, poco a poco, si orienti verso di Lui», ha spiegato.

Santiago ha fatto una domanda sulla libertà, che a volte può essere condizionata dal sentimentalismo. Il Padre ha spiegato che essere liberi non significa semplicemente fare ciò che si vuole. «La libertà è, soprattutto, la capacità di amare».

Alla fine, Juan Antonio ha chiesto al Padre alcune parole per i giovani dell’Honduras. La risposta è stata semplice e diretta: «Vale la pena cercare Gesù Cristo». Non soltanto in alcune cose concrete, per quanto importanti, ma in una Persona: Gesù Cristo. Il Padre li ha incoraggiati anche a non avere paura di fronte a un ambiente che possa sembrare poco cristiano: «Il Signore vuole contare su di voi perché aiutiate gli altri e Gli diate testimonianza».
E di fronte alle difficoltà, alle tentazioni o persino alle cadute, ha ricordato loro: «L’importante è rialzarsi e lottare senza scoraggiarsi».

L’incontro si è concluso con la benedizione del Padre, una foto e un invito chiaro: aiutare gli altri a scoprire la bellezza della vita cristiana.

Lunedì 10 agosto, incontro con le famiglie a San Pedro Sula (Honduras)

Il prelato ha ringraziato per l’affetto con cui è stato accolto in città e si è rivolto a tutti con particolare vicinanza, parlando della santità del “giorno per giorno” o, come diceva san Josemaría, di un «martirio ordinario»: accanto alle imprese straordinarie che Dio chiede ad alcuni, alla maggior parte di noi chiede semplicemente di vivere bene il lavoro svolto con amore, la pazienza davanti ai piccoli contrattempi, la cura quotidiana della famiglia.

«Questa vita ordinaria non ha poco valore, è di grande valore, per l’amore che ci mettiamo», ha detto, aggiungendo che chi pensa più agli altri che a se stesso finisce per essere non solo più efficace, ma anche più felice.

Le volontarie hanno dato il benvenuto a tutti e hanno contribuito a rendere l’incontro un momento molto familiare e caloroso.

Daisy è medico e madre di tre figli e, come suo marito, è dell’Opus Dei. Ha raccontato di aver vissuto recentemente la perdita prima della nascita di una bambina , alla quale avevano dato il nome di Fátima. Avendo vissuto questa esperienza, si chiedeva come imparare ad avere con gli altri — e con se stessa — la stessa infinita pazienza che ha sperimentato da parte di Dio in quell’occasione. Il Padre l’ha invitata a cercare negli altri Cristo stesso e ha ricordato una frase di san Josemaría: «la carità, più che nel dare, consiste nel comprendere». «Ogni persona vale tutto il sangue di Cristo», ha sottolineato, anche se a volte può risultare antipatica o pensarla diversamente da noi.

Marco e sua moglie Lori promuovono iniziative con bambini delle zone più vulnerabili della città e hanno condiviso con il Padre una preoccupazione che molti, prima o poi, si pongono: come perseverare nel bene quando i frutti tardano ad arrivare? Mons. Ocáriz ha risposto che, di fronte alle difficoltà, voler perseverare non basta: occorre essere innamorati. «Innamòrati e non lo lascerai!», ha detto, ricordando il consiglio che san Josemaría dava a chi temeva di non perseverare nel proprio compito.

Il palco era decorato con un’illustrazione della città, oltre che con fiori e piante dell’Honduras.

Juan Pablo, accompagnato dalla moglie Camille, ha chiesto come affiancare i giovani che vivono in contesti complessi — tra social network, intelligenza artificiale e cambiamenti sociali e politici — che rendono più difficile trovare uno scopo nella vita. Mons. Ocáriz gli ha proposto di cercare la forza non in se stesso, ma in Dio, nella preghiera e nel proprio lavoro: quando viene offerto per amore e diventa preghiera. È qui, ha spiegato, la chiave dell’unità di vita: fare in modo che famiglia, lavoro e fede non seguano strade separate, perché Dio è sempre presente in ogni cosa.

Victoria ha raccontato, tra emozione e risate, che si sarebbe sposata dopo cinque giorni e ha chiesto al Padre un consiglio per mettere Dio al centro della sua casa e della vita familiare che sta per iniziare. Il Padre ha suggerito a lei e al suo futuro marito di «cercare la felicità dell’altro: tu per lui e lui per te».

Rocío del Pilar ha parlato di un anno segnato da decisioni difficili e momenti di solitudine e ha chiesto come riconoscere Dio quando sembra rimanere in silenzio. Il Padre ha ricordato il passo del Vangelo in cui Gesù rimane nel Tempio e i suoi genitori lo cercano angosciati per tre giorni senza trovarlo: neppure la Vergine Maria comprese fino in fondo ciò che stava accadendo, eppure custodì tutto nel suo cuore. Anche noi possiamo imparare a fidarci senza avere bisogno di capire tutto, certi che Dio non ci ha mai abbandonati, anche quando può sembrarlo.

Una giovane, Shekinah, ha raccontato la conversione della sua famiglia: tutto è iniziato da lei, quando a 13 anni ha cominciato a frequentare il club Jaribú. Grazie alla formazione ricevuta lì, un anno fa è arrivata a ricevere il Battesimo, la prima Comunione e la Confermazione. In forza di questa esperienza, anche i suoi genitori e i suoi fratelli si sono avvicinati alla fede e hanno ricevuto il Battesimo. Ora i suoi genitori si stanno preparando a sposarsi in chiesa il prossimo 15 agosto.

Shekinah ha raccontato che sta imparando a suonare il violino e ha eseguito un brano che il prelato ha apprezzato molto, perché era la melodia che stava ascoltando il giorno in cui chiese l’ammissione all’Opera

«Il luogo in cui nasciamo non determina fin dove possiamo arrivare», ha detto Shekinah prima di chiedere come mantenere vivo il desiderio di continuare a formarsi e di servire meglio gli altri. È sempre possibile crescere personalmente, ha risposto il prelato. Ogni lavoro raggiunge un limite materiale ma, anche allora, ciò che può continuare a crescere è la qualità umana con cui lo si svolge: l’intelligenza, la volontà e, in ultima analisi, l’amore che vi si mette.

Per concludere, alcune giovani del club Jaribú hanno rallegrato l’incontro con una danza tradizionale honduregna di origine garifuna, al ritmo della canzone Wéndeti Nagaira, che significa «quanto è bella la mia terra», indossando colorati abiti tradizionali.

Per concludere, un ballo tradizionale honduregno accompagnato dalla canzone “Wéndeti Nagaira”.

Martedì 11 agosto il prelato avrà due incontri a Tegucigalpa con i giovani della città.




Domenica 9, incontro con le famiglie


All’inizio dell’incontro, il Padre ha fatto riferimento al Vangelo del giorno, in cui san Pietro con uno slancio iniziale inizia a camminare sull’acqua ma poi, preso dalla paura, chiede aiuto al Signore. Ha invitato ciascuno, di fronte alle difficoltà e alle contrarietà, a chiedere aiuto al Signore come Pietro e a dire: «Signore, aumenta la mia fede!».

Ha incoraggiato a chiedere a Dio di accrescere la fede nel suo amore per noi, condividendo una giaculatoria che san Josemaría ripeteva a volte: «Signore, non ti capisco», per aggiungere subito dopo: «Non ho bisogno di capirti». Anche quando non comprendiamo questo amore, ha sottolineato, abbiamo la certezza di non essere soli.

Mynor, medico pediatra, ha raccontato di essere sposato da 30 anni e di avere tre figli. Ha ricordato l’ammirazione che diversi colleghi provano per il dottor Ernesto Cofiño, non solo per la sua preparazione professionale, ma anche per il modo in cui trattava i pazienti e per il suo impegno nell’aiutare gli studenti e nel promuovere diversi progetti. Ha chiesto come raggiungere quell’unità di vita che permette di portare Dio nella famiglia, nel lavoro e tra gli amici.

Momenti prima dell’inizio dell’incontro con il Padre.

Il Padre ha osservato che la vita presenta molti aspetti e, a volte, può essere complicata, con elementi persino contrastanti. «L’unica cosa che può dare unità a tutto è l’amore», perché possiamo amare sempre, in qualsiasi circostanza e qualunque persona. «L’unico amore capace di dare unità assolutamente a tutto è l’amore per Dio».

Ha ricordato le sofferenze degli ultimi anni di vita di san Josemaría, dovute alla sua debolezza fisica e alla situazione della Chiesa. Amava così tanto Dio e la Chiesa da soffrire moltissimo. «Eppure lo vedevamo felice».

I coniugi Guzmán, venezuelana e residente in Guatemala da dieci anni, ha condiviso la propria esperienza di genitori e ha chiesto un consiglio su come dare la giusta priorità, tra le molte responsabilità della vita quotidiana, all’amore tra marito e moglie.

Il Padre ha ricordato una frase che san Josemarían diceva in diverse occasioni: «Le cose urgenti possono aspettare e quelle molto urgenti devono aspettare». In questo campo aiuta avere una propria gerarchia di valori e cercare di essere flessibili, sapendo che c’è un elemento capace di dare ordine a tutto: l’amore.

Rodrigo, Mariana e i loro due figli.

Carlos ha raccontato che, cercando parole di speranza per sua suocera durante una malattia, aveva trovato alcuni testi di san Josemaría che per lui sono diventati un cammino di fede capace di cambiargli la vita. Ha chiesto come trasmettere la fede ai figli con naturalezza.

«Poco a poco, con pazienza», ha risposto il Padre. I figli osservano molto i genitori, perciò ciò che conta soprattutto è trasmettere la fede con l’esempio: «Che vedano che volete loro bene. Che vedano che volete bene a ciascuno di loro e che vedano che tutto ciò che fate ha a che fare con la preghiera, con la fede».

Karen ha raccontato che lei e suo marito, fin dal fidanzamento, sognavano una famiglia numerosa, ma che Dio aveva altri progetti: sono stati benedetti con il figlio Juan Pablo e con altri due figli che sono in cielo.

«Una famiglia numerosa è una cosa stupenda, ma anche un solo figlio è una cosa stupenda», quando questa è la volontà di Dio, ha spiegato il Padre. Li ha invitati ad avere fede nella volontà di Dio, che è sempre il meglio per noi.

In queste circostanze, «si apre un campo enorme di possibilità» per ampliare il proprio lavoro e il proprio influsso positivo nell’ambiente circostante. Anche non avere figli o averne pochi è una chiamata speciale di Dio. «Non è un fallimento, è una circostanza per dedicarvi a più persone e perché così anche il vostro matrimonio sia fecondo».

Karen e suo marito Augusto.

Fabiola e suo marito hanno atteso diversi anni prima di riuscire ad avere un figlio, un periodo in cui la preghiera ha avuto un ruolo importante per vivere quella impazienza, facendosi prendere per mano da Dio. Hanno raccontato con gioia che oggi quel figlio è numerario dell’Opus Dei. Il Padre ha osservato che la vocazione è un dono e che ciò che conta è favorire, senza porre ostacoli, che risponda affermativamente alla chiamata di Dio. Ha ricordato inoltre che un figlio e la sua vocazione sono un dono anche per i genitori.

Anche la musica ha avuto il suo spazio durante l’incontro. Eduardo, ex alunno di Kinal, ha raccontato come lì abbia conosciuto l’Opus Dei. Attualmente frequenta il corso di laurea in Musica presso l’Università Panamericana, in Messico; ha spiegato che, attraverso la musica, ha incontrato Gesù Cristo e ha scoperto che anche Lui desidera rendersi presente sui palcoscenici, comprendendo come questa sia la sua missione in quanto credente.

Poi ha cantato un bolero, accompagnato al pianoforte da Ricardo. Hanno eseguito «Solamente una vez», una canzone che piaceva a san Josemaría.

José, originario di Santa Apolonia Chimaltenango, ha raccontato di aver imparato fin da piccolo il valore della fede, del lavoro e della generosità. Arrivato a Città del Guatemala, ha conosciuto il messaggio dell’Opus Dei e ha scoperto la propria vocazione come aggregato. Ha chiesto come crescere in libertà interiore per rispondere con maggiore gioia e fedeltà alla volontà di Dio nella vita quotidiana.

Il Padre ha spiegato che crescere in libertà e crescere in amore «finiscono per coincidere». Anche se esistono veri e propri obblighi, soprattutto in famiglia, «la libertà non consiste nel non compierli». Ciò che conta è fare liberamente i doveri che ci spettano. «Quando le cose si fanno per amore, si fanno liberamente», ha osservato.

Karina, di Totonicapán, ha raccontato la sua esperienza come psicologa nell’accompagnare donne che non hanno avuto la possibilità di completare gli studi. Ha potuto vedere come, attraverso diversi percorsi di formazione, scoprano la dignità del lavoro e si sentano capaci di trasformare la propria realtà. A partire da alcune parole di san Josemaría, ha chiesto come vivere questa richiesta: «Che io veda con i tuoi occhi, Cristo mio, Gesù dell’anima mia».

Il Padre l’ha invitata a prestare attenzione a ciò che il Signore le suggerisce, soprattutto nella preghiera, e le ha consigliato di guardare le persone «con affetto, con un amore immenso», come le guarda Cristo.

«Che io veda con i tuoi occhi» significa, in definitiva, «che io guardi le persone con affetto, con amore». Le espressioni dell’amore possono essere diverse a seconda delle circostanze, ma la sostanza è la stessa: desiderare il bene dell’altra persona.

Marre mentre esegue la Serenata op. 41 di Beethoven al flauto traverso.

Joshua, del Nicaragua, vive attualmente in Guatemala. Dopo aver trascorso la Settimana Santa a Roma, chiese a diverse persone come avessero compreso la propria vocazione e rimase sorpreso nel sentire che nessuna di loro era stata sicura al cento per cento nel momento della decisione. In seguito, questo margine di incertezza ha fatto parte anche della sua esperienza personale. Per questo ha chiesto al Padre come aiutare gli amici in momenti simili.

Dio vuole che abbiamo un certo margine, non di insicurezza, ma di libertà. Se mostrasse la sua volontà con assoluta chiarezza, saremmo poco liberi, ha spiegato il Padre. In questo modo invece possiamo rispondere perché lo vogliamo, e non semplicemente perché abbiamo un’evidenza certa.

Il Padre ha concluso l’incontro chiedendo nuovamente di pregare per il Papa e per le autorità civili. Ha ricordato che pregare per le autorità è qualcosa di profondamente cristiano.

Infine, ha impartito la sua benedizione agli oltre 5.000 presenti.

Per concludere, dopo la benedizione, un selfie di famiglia come ricordo.




8 agosto, Messa nella Chiesa dedicata a Santa Maria Regina della Famiglia

In questa Chiesa riposano da alcune settimane i resti del Servo di Dio Ernesto Cofiño, pediatra guatemalteco e soprannumerario dell’Opus Dei, di cui è in corso la causa di beatificazione

Nella chiesa di Santa Maria Regina della Famiglia, a Città del Guatemala, sabato 8 agosto il prelato dell’Opus Dei ha presieduto la concelebrazione della Santa Messa, accompagnato dal vicario regionale dell’America Centrale, don Carlos Young, e da diversi sacerdoti della Prelatura.

L’omelia si è sviluppata intorno a tre temi: la coerenza cristiana, il centenario dell’Opus Dei e il della Vergine Maria.

«Cristo dà senso alla nostra esistenza e ci mostra la strada verso la vera felicità nella vita ordinaria (…), perché il Signore non ci chiede di isolarci dal mondo, ma di incontrarLo e seguirLo ogni giorno della nostra vita, sapendo che ciò comporta un modo di vivere che nasce dal Vangelo, dalla fiducia e dalla fede nell’amore di Dio per noi», ha affermato il Padre, sottolineando che spesso questo stile di vita può attirare attenzione: «L’onestà, la fedeltà, la purezza di cuore, la gioia nel sacrificio, la speranza di fronte alle difficoltà: tutto questo parla un linguaggio che molte persone apprezzano e che molte altre non comprendono».

Subito dopo ha ricordato ilvenerabile Ernesto Cofiño, pediatra guatemalteco e soprannumerario dell’Opus Dei, di cui è in corso la causa di beatificazione. Da alcune settimane i suoi resti riposano in questa chiesa: «fu un grande medico che cercò la santità in mezzo al lavoro professionale e alla vita familiare, prendendosi cura con competenza e affetto di migliaia di bambini e famiglie». E ha proseguito: «Quella di Dio è una chiamata alla gioia, una prova del fatto che si fida della nostra libertà affinchè portiamo il suo amore a molte altre persone».

Il Padre ha inoltre colto l’occasione per ricordare il Centenario dell’Opus Dei, che sarà celebrato dal 2 ottobre 2028 al 14 febbraio 2030: «queste date non sono un semplice anniversario, ma un’occasione per ringraziare per i tanti doni ricevuti dallo Spirito Santo e per rinnovare il desiderio di servire meglio la Chiesa». «San Josemaría sognava un mondo pieno di uomini e donne che cercassero la santità in mezzo alle realtà ordinarie; quel sogno è ancora attuale! La Chiesa ha bisogno di cristiani che, con semplicità, portino il Vangelo nelle città, nelle campagne, nelle aziende, tra i poveri, nel mondo della cultura, attraverso una vita coerente e piena della carità di Cristo».

Il Padre ha ricordato anche l’Annunciazione della Santissima Vergine Maria: «Il della Vergine continua a illuminare la vita della Chiesa e, quindi, la vita di ogni persona, perché Dio continua a chiamare ciascuno di noi per nome: questi sono i suoi progetti d’amore (...). All’inizio, quando rispose all’Angelo, lei non conosceva il cammino, ma le bastava sapere che Dio era con lei; così anche noi siamo chiamati ad imparare che Dio è con noi».

Ha concluso l’omelia affidando i fedeli alla Madre di Dio: «Santa Maria, Regina della Famiglia, ci insegni a dire ogni giorno con fiducia: “avvenga di me secondo la tua parola”».

La celebrazione si è conclusa al suono delle campane della chiesa e del canto della Salve Regina

Nel pomeriggio, il Padre si è recato a pregare al cospetto della patrona del Guatemala, la Vergine del Rosario, nella Basilica di Nostra Signora del Rosario, a Città del Guatemala. A lei ha affidato le attività apostoliche che le persone dell’Opus Dei svolgono nel Paese e nel resto dell’America Centrale. Ha pregato in modo particolare per coloro che fanno parte dell’Opera e per quanti si avvicinano ad essa in questi Paesi.


7 agosto. Il Padre ai giovani in Guatemala: che cosa posso offrire personalmente all’Opera?

Centinaia di giovani che ricevono formazione nei centri dell’Opus Dei hanno passato un’ora con mons. Fernando Ocáriz, conversando in un clima di fiducia, allegria e spontaneità.

Il Padre ha iniziato parlando di ciò che tutti cerchiamo: la felicità. Si è inizialmente soffermato sul punto 795 di Solco: «Quel che occorre per raggiungere la felicità non è una vita comoda, ma un cuore innamorato». Quando si ama davvero, ha spiegato, i sacrifici acquistano un altro significato: questo amore nasce dall’amore per Dio e porta a preoccuparsi degli altri, a servire e ad aiutare altre persone a incontrare il Signore, che è colui che ci rende veramente felici.

Aarón, del Club Gurkhas, è stato uno dei primi a prendere il microfono, con una domanda che molti condividono: come distinguere la voce di Dio tra tante altre voci — i social network, le opinioni e le distrazioni — che oggi riempiono la nostra vita e quella di tanti altri come noi.

La voce di Dio, ha riassunto il Padre, si ascolta soprattutto nel Vangelo, nella preghiera e nell’Eucaristia. E anche nell’accompagnamento spirituale, confidando nella forza di Dio più che nelle proprie forze.

Poco dopo, Nicolás, del Club Universitario Balanyá, che fin da piccolo frequenta i mezzi di formazione dell’Opera, ha chiesto come discernere la propria vocazione. La risposta è stata semplice: «Tutti abbiamo una vocazione; la questione non è se ce l’abbiamo, ma quale sia», gli ha detto mons. Ocáriz, aggiungendo che scoprire la propria vocazione non significa aspettare segni straordinari, perché Dio dà la luce necessaria affinché ciascuno possa decidere con la propria libertà. Per questo ha consigliato di vivere questo cammino con sincerità, aiutati da un buon accompagnamento spirituale e con un desiderio costante di migliorare.

In un altro momento Williams, del Club Jaguar, interessato alla storia personale del Padre, gli ha chiesto come avesse conosciuto l’Opus Dei. Il Padre ha raccontato di aver conosciuto l’Opera grazie ai suoi fratelli e che, poco a poco, si è avvicinato a Dio e ha scoperto la propria vocazione.

La conversazione è proseguita tra domande, risate e musica. Arber, del Club Nabajal, ha eseguito un brano di Bach e ha chiesto come trovare Dio attraverso la musica. Il Padre ha evidenziato come ogni bellezza rifletta Dio e che la musica possiede una capacità speciale di elevare l’anima.

Uno dei momenti più significativi del pomeriggio è arrivato con Carlos, 21 anni, di Jutiapa, nell’est del Guatemala. È cresciuto in una famiglia Evangelica e, dopo aver terminato la scuola, si è trasferito a Città del Guatemala per studiare Ingegneria civile. Lì ha iniziato a vivere nella Residenza Universitaria Ciudad Vieja, dove ha man mano conosciuto la fede cattolica grazie ad altri giovani e all’accompagnamento di membri dell’Opus Dei. Ha raccontato al Padre che all’inizio il suo rapporto con Dio era freddo e distante, ma che, poco a poco, quelle amicizie lo hanno avvicinato a Dio, fino a ricevere la catechesi e, un anno fa, il battesimo.

Gli ha chiesto di pregare per lui affinché, se Dio lo vorrà, un giorno possa chiamarlo «Padre» a pieno titolo ed essere un suo buon figlio.

Ma Carlos aveva preparato anche qualcos’altro. Voleva che il Padre portasse con sé un ricordo di Jutiapa e così gli ha regalato un cappello tipico della sua terra. Il gesto ha suscitato sorrisi e applausi e il Padre, di fronte all’insistenza di tutti, alla fine lo ha indossato.

Prima di concludere, Alessandro ha chiesto che cosa si aspettasse il Padre dai giovani di San Raffaele in vista del centenario dell’Opus Dei. Mons. Ocáriz li ha incoraggiati affinché ciascuno si chieda che cosa Dio voglia da lui e che cosa lui stesso possa offrire personalmente all’Opera. Prepararsi al Centenario, ha spiegato, significa crescere in santità, in amicizia, in apostolato, nel lavoro ben fatto e nella fedeltà nelle piccole cose.

Alla fine, i ragazzi hanno regalato al Padre una racchetta da tennis con i colori delle bandiere dei Paesi dell’America Centrale, perché ogni volta che giochi si ricordi di pregare per il lavoro di formazione di San Raffaele.

L’incontro si è concluso così come era iniziato: con applausi e sorrisi, frutto del sentirsi in famiglia e del constatare ancora una volta che, per essere felici, non serve una vita comoda, ma un cuore innamorato.



6 agosto, Università dell’Istmo (Fraijanes, Guatemala)

Durante un incontro accademico all’Università dell’Istmo (UNIS), il prelato ha riflettuto sulla missione di un’università di ispirazione cristiana e ha incoraggiato a rafforzare l’unità tra fede e ragione, mettendo sempre la persona al centro della vita dell’istituzione.

All’inizio del suo intervento, il prelato ha spiegato che l’identità cristiana di un’università non dipende unicamente dai suoi statuti o dai suoi principi fondativi, ma soprattutto dalla vita delle persone che ne fanno parte.

Ha invitato a mantenere sempre vivo «il legame tra fede e ragione», ricordando che «lo scopo dell’università è lo sviluppo della ragione, della scienza teorica e applicata, e la fede è una luce che può illuminare tutta la realtà umana».

Ha spiegato che questa identità non è un elemento aggiuntivo, ma deve riflettersi nel modo concreto di lavorare, fare ricerca, insegnare e vivere insieme. Per questo ha ricordato che «l’identità cristiana richiede un’eccellenza umana», aggiungendo che questa aspirazione trova il suo modello in Gesù Cristo, «perfetto Dio e perfetto uomo».

Uno dei temi sui quali si è soffermato maggiormente è stato il primato della persona.

Ha ricordato che una caratteristica essenziale del cristianesimo è riconoscere che «la persona è più importante dell’istituzione». Quest’ultima esiste per servire le persone e non il contrario. Ha invitato a domandarsi costantemente se il lavoro quotidiano aiuti davvero a mettere le persone prima delle strutture o dei risultati.

Il prelato ha dedicato un’altra parte del suo intervento alla libertà, sottolineando che ogni università ha bisogno di regole e, allo stesso tempo, di un autentico clima di libertà.

Ha incoraggiato a rispettare la libertà di ricerca e la libertà delle coscienze, richiamando un insegnamento ricorrente di san Josemaría.

Successivamente ha parlato dell’esercizio dell’autorità, invitando a intenderla sempre come un servizio. L’autorità, ha affermato, «serve a pensare al bene delle persone» e non ad aggrapparsi a un incarico o a imporre criteri là dove non spetta farlo.

Come applicazione pratica, ha proposto ai presenti una riflessione personale: «Come possiamo fare in modo che la nostra attività dia la precedenza alle persone rispetto alle cose?», «Oggi, che cosa significa per me che le persone sono più importanti?».

Ha riconosciuto che si tratta di domande ampie e impegnative, ma proprio per questo ha invitato a meditarle in profondità.

Il prelato ha ricordato che esercitare bene l’autorità significa anche saper trasmettere la propria esperienza, formare chi verrà dopo e saper lasciare spazio ad altri quando arriverà il momento.

In questo contesto ha parlato anche del governo collegiale, molto presente nello spirito dell’Opus Dei. Ha spiegato che ha un fondamento profondamente umano: «una persona vede meno; più persone possono vedere più cose». Il governo delle istituzioni richiede prudenza e l’esercizio costante delle virtù, anzitutto della carità, imparando a voler bene alle persone, a trattarle con rispetto e a cercare sempre il loro bene; e anche della giustizia: dare alle persone almeno ciò che è giusto, e anche di più, se possibile. «Se non c’è giustizia, non c’è pace».

Dopo l’intervento si è svolto un colloquio con alcuni dei presenti, durante il quale mons. Víctor Hugo Palma, arcivescovo di Los Altos, Quetzaltenango-Totonicapán, ha ringraziato per gli insegnamenti ricevuti e ha chiesto come mantenere viva ogni giorno l’identità cristiana. Il prelato ha risposto che questa identità nasce dal seguire personalmente Gesù Cristo e dal ricorrere costantemente alle fonti della grazia di Dio. Non si tratta semplicemente di cercare una perfezione umana, ma di vivere un’autentica identificazione con Cristo.

Infine, rispondendo a una domanda di Ana, docente della Facoltà di Scienze della Salute, il prelato ha consigliato di trasmettere la bellezza della sobrietà, anche attraverso l’esempio. Ha spiegato che tanto le persone quanto le istituzioni sono chiamate a mettere i propri beni al servizio degli altri.

«Sapere per servire»

Al termine dell’incontro, il prelato ha ricevuto due doni dall’Università: la nomina a presidente onorario dell’Università dell’Istmo — riconoscimento per il quale ha ringraziato, spiegando che sarebbe stato «un’occasione per averli ancora più presenti nella preghiera» — e una palla per celebrare la Santa Messa, ricamata.

A nome del Consiglio dei Fiduciari, il presidente Álvaro Castillo Monge ha espresso la gratitudine di tutta la comunità universitaria. Ha affermato che la visita «ci incoraggia e ci conferma, come università, nel cammino che abbiamo iniziato a percorrere 28 anni fa e ci ricorda profondamente la nostra missione: sapere per servire».

6 agosto, incontro con i giovani

In un clima familiare, il prelato ha dialogato su temi molto diversi, dalla libertà alla fedeltà e a come lavorare con gioia nei momenti difficili.

«Para aprender a quererte» del gruppo musicale colombiano Morat, è stata la canzone con cui è stato accolto il prelato. Nella sala, tra nastri , le partecipanti lo hanno accolto sorridendo al ritmo della musica.

Uno dei primi momenti dell’incontro è stato dedicato a insegnare a mons. Ocáriz, alcune espressioni guatemalteche. «Qué chilero que el Padre esté hoy con nosotras», ha detto con emozione Cris. Chilero è un’espressione usata per dire che qualcosa è bello, fantastico o divertente.

Dominique, studentessa di Architettura all’Università dell’Istmo (UNIS), ha aperto la conversazione chiedendo come vivere il servizio nella vita quotidiana. Il prelato ha spiegato che servire significa, in fondo, vivere come Gesù Cristo, che ha dato se stesso sulla croce e rimane nell’Eucaristia e che la formazione offerta nei centri dell’Opera aiuta a vivere in questo modo.

Emma, Xoxo e Fer, del centro Caranday, hanno raccontato la loro esperienza in diverse attività e gli hanno chiesto come amare la libertà durante l’adolescenza. Don Fernando ha ricordato che san Josemaría era innamorato della libertà e ha spiegato che la vera libertà non consiste soltanto nel scegliere, ma nell’amare Dio. «Sentitevi molto libere anche quando fate ciò che costa fatica! Vale la pena amare il bene».

Camila, salvadoregna e residente della Residenza Universitaria Verapaz, ha raccontato che, prima di arrivare in Guatemala, la sua felicità dipendeva dall’immagine di sé che mostrava, mentre ora la trova in Dio. Gli ha chiesto un consiglio su come rimanere sempre fedele a ciò che Dio ha fatto nella sua vita, senza smettere di voler bene e di stare vicino alle persone che vivono in modo diverso. Il prelato ha osservato che le sole forze umane non bastano e che è necessario imparare a comprendere gli altri. Ha ricordato alcune parole di san Josemaría: «la carità, più che nel dare, consiste nel comprendere». Ha inoltre invitato a voler bene a tutte le persone come figli di Dio, senza giudicarle, perché solo Dio conosce il cuore.

È intervenuta poi María Inés, che è stata numeraria dell’Opus Dei per sei anni e che da un anno e mezzo ha scelto un’altra strada. Ha raccontato che, pur avendo vissuto momenti di solitudine, la vicinanza di molte persone le aveva fatto sentire che l’Opera continuava a essere la sua famiglia. Ha aggiunto che, durante questo percorso, aveva scoperto il valore di sapere che Dio le voleva bene. Il prelato le ha ricordato che la preghiera è un grande aiuto e l’ha incoraggiata a sentirsi sempre molto vicina all’Opera.

Victoria, del Club Kayac, ha condiviso la gioia che prova lavorando con bambine della scuola primaria e con le loro famiglie. Il prelato l’ha incoraggiata a pensare che, in ciascuna di loro, sta incontrando Gesù stesso, bambino.

Mercoledì 5 agosto, incontro con i sacerdoti

Al Centro Universitario Balanyá di Città del Guatemala, il prelato dell’Opus Dei ha incontrato oltre cento sacerdoti, tra i quali mons. Tulio Pérez, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Santiago de Guatemala. Don Fernando Ocáriz ha parlato di come la vita cristiana ci porti ad affrontare ogni cosa con gioia, sapendo che non siamo mai soli: «San Josemaría ripeteva continuamente le parole di san Paolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”», ha spiegato il prelato, sottolineando che Cristo è presente nelle galassie, ma anche «vicino a noi, nei nostri cuori».

Ha inoltre ricordato l’importanza di essere sempre molto uniti al Papa e di offrire il proprio lavoro a Cristo. Ha sottolineato che «nessun lavoro è inutile» e che non bisogna scoraggiarsi quando i frutti dell’attività pastorale sembrano non arrivare o arrivare tardi. «Ne vale la pena!», li ha incoraggiati.

Uno dei momenti più significativi dell’incontro è stato il racconto di don Luis Felipe, sacerdote di una parrocchia situata in una zona in espansione della capitale, dove vivono molte giovani famiglie. Ha raccontato - suscitando le risate di tutto il pubblico - che a volte, vedendolo, i bambini più piccoli gli gridano: «Amen!». Sulla stessa linea, don Elio, parroco del comune di San Juan La Laguna, nel dipartimento di Sololá, nella parte occidentale del Guatemala, ha raccontato del suo lavoro apostolico con centinaia di bambini indigeni e ha invitato il prelato a «visitare il lago più bello del mondo, il lago Atitlán».

Don Edgar Iván, del dipartimento di Chimaltenango, ha chiesto a mons. Ocáriz un consiglio sulla fedeltà e sull’accompagnamento dei seminaristi. «La fedeltà è conseguenza dell’amore: è tutto qui», ha ricordato il prelato, sottolineando che Gesù desidera che «l’unità tra noi sacerdoti sia come l’unità della Trinità (...). Dobbiamo cercare questa unità, questa fraternità, pur avendo idee e caratteri diversi. Dobbiamo essere aperti a tutti, ma in primo luogo a chi è qui, più vicino a noi».

In occasione della festa della Madonna della Neve, il prelato li ha incoraggiati ad affidarsi a lei attraverso la recita quotidiana del Rosario. «È nostra Madre, è il nostro aiuto», ha spiegato.

Don Julio, 86 anni, ha ringraziato il prelato per la sua visita. «Grazie per questa meravigliosa tradizione, iniziata da san Josemaría», ha detto, chiedendogli poi di parlare del sacerdozio del fondatore. «Del sacerdozio di san Josemaría si potrebbero dire moltissime cose: l’affetto, l’amore per le persone, ma soprattutto la centralità dell’Eucaristia».

Dopo quasi un’ora, il prelato ha concluso ribadendo l’importanza di essere fedeli, obbedienti, docili e disponibili a collaborare. «Siamo liberi. Per questo, se volete essere fedeli, lo sarete, perché la grazia di Dio è sufficiente e non viene mai meno».

Giovedì visiterà l’Università dell’Istmo e nel pomeriggio incontrerà giovani studenti e professionisti.

Città del Guatemala, 4 agosto

Il prelato è arrivato questo pomeriggio a Città del Guatemala, dando inizio alla sua visita pastorale in quattro città dell’America Centrale.

All’aeroporto ha incontrato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, che lasciava il Guatemala al termine di una visita nel Paese, e lo ha salutato cordialmente.

In seguito si è recato al Centro Universitario Balanyá, dove è stato accolto con grande affetto da alcuni membri dell’Opera. Rodrigo e Tita, insieme alla loro famiglia, gli hanno dato un caloroso benvenuto a nome di molte famiglie guatemalteche.

Mercoledì pomeriggio incontrerà alcuni sacerdoti.