Una vita in dialogo con gli altri

Saper ascoltare ed essere pronti ad accogliere le opinioni degli altri sono condizioni indispensabili per praticare la carità. Soltanto così il reciproco dialogo sarà l’occasione normale di avvicinarsi alla Verità.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Una vita in dialogo con gli altri

“La fornace prova gli oggetti del vasaio, la prova dell’uomo si ha nella sua conversazione. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo” 1. Un segno essenziale della maturità personale è la capacità di dialogare, la disposizione di apertura verso gli altri, che si mette in evidenza nella cordialità della relazione e in un sincero desiderio di imparare da ogni persona.

"E qual è l’atteggiamento più profondo che dobbiamo avere per dialogare e non litigare? La mitezza" (papa Francesco)

“Conoscere altre persone, altre culture, sempre ci fa tanto bene, ci fa crescere [...]. Il dialogo è molto importante per la propria maturità, perché nel confronto con l’altra persona, nel confronto con le altre culture, anche nel confronto sano con le altre religioni, uno cresce: cresce, matura. Certo, c’è un pericolo: se nel dialogo uno si chiude e si arrabbia, può litigare; è il pericolo di litigare, e questo non va bene perché noi dialoghiamo per trovarci, non per litigare. E qual è l’atteggiamento più profondo che dobbiamo avere per dialogare e non litigare? La mitezza, la capacità di trovare le persone, di trovare le culture, con pace; la capacità di fare domande intelligenti: ‘Ma perché tu pensi così? Perché questa cultura fa così?’. Sentire gli altri e poi parlare. Prima sentire, poi parlare” 2.

Foto: Ismael Martínez

Saper ascoltare

La Sacra Scrittura copre di elogi coloro che sanno ascoltare, e disdegna invece l’atteggiamento di quanti non prestano attenzione agli altri. “L’orecchio che ascolta un rimprovero salutare avrà la dimora in mezzo ai saggi” 3, dice il libro dei Proverbi; e l’apostolo Giacomo consiglia: “Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira” 4. Certe volte gli autori sacri ricorrono anche a una sottile ironia: “Incolla cocci chi ammaestra uno stolto, sveglia un dormiglione dal sonno profondo” 5.

Un problema frequente nell’ascoltare è che, mentre l’altro parla, noi ricordiamo qualcos’altro che ha da vedere con ciò che egli ci sta raccontando, e siamo tutti presi dal dire “la nostra” alla prima pausa. Avvengono allora certe conversazioni magari animate, nelle quali gli uni tolgono la parola agli altri, ma nelle quali si ascolta poco.

Un segno essenziale della maturità personale è la capacità di dialogare

Altre volte il problema è che la conversazione non nasce in modo spontaneo e bisogna impegnarsi a cercarla, con intelligenza. In questi casi, bisogna evitare la presunzione, ovvero la tendenza a mostrare continuamente il nostro acume o le nostre conoscenze; al contrario, conviene mostrarsi disponibili e ricettivi, desiderosi di imparare dagli altri, così da ampliare ogni giorno il nostro ventaglio di interessi. In tal modo ascolteremo con attenzione cose che forse in un primo tempo non ci interessano troppo, senza che questo sia mostra di ipocrisia da parte nostra: spesso è uno sforzo sincero per andare oltre il proprio criterio, per gradire e imparare.

Per saper conversare occorre coniugare l’audacia con la prudenza, l’interesse con la discrezione, il rischio con l’opportunità

Per saper conversare occorre coniugare l’audacia con la prudenza, l’interesse con la discrezione, il rischio con l’opportunità. È necessario non cadere nella leggerezza, essere disposti a correggere alcune parole precipitose o importune che forse ci sono sfuggite, o un’affermazione piuttosto recisa che avremmo dovuto ponderare meglio. In ogni caso, le buone conversazioni lasciano sempre una traccia: poi vengono nuovamente alla memoria le idee, gli argomenti sostenuti dagli uni e dagli altri, sorgono nuove intuizioni e nasce il desiderio di continuare questo scambio.

Apertura verso gli altri

È sorprendente verificare come lo spirito di alcune persone invecchia prematuramente e invece altre rimangono giovani e vivaci sino alla fine dei loro giorni. Dobbiamo pensare che tutti noi abbiamo dentro molte risorse non ancora usate: talenti che non abbiamo utilizzato, forze che non abbiamo mai messo alla prova. Pur essendo molto occupati e stanchi, non possiamo evitare di fare passi avanti, di apprendere e di essere in grado di ricevere le idee degli altri.

Tutti noi abbiamo dentro risorse non ancora usate: talenti mai utilizzati, forze che non abbiamo mai messo alla prova

Conviene che usciamo da noi stessi; che ci apriamo a Dio e, grazie a Lui, agli altri. Allora supereremo quell’egocentrismo che certe volte ci porta ad adattare la realtà alla ristrettezza dei nostri interessi o alla nostra particolare visione delle cose, e staremo più in guardia davanti a certi difetti che creano distanze con le altre persone e che, quindi, sono segno di immaturità: esprimerci in un modo categorico che non corrisponde alla nostra conoscenza delle cose; dichiarare le nostre opinioni con un tono che suona a censura verso gli altri; servirci di soluzioni prefabbricate o di consigli ripetitivi e logori; irritarci quando qualcuno non è del nostro stesso parere, anche se poi ci dichiariamo a favore della diversità e della tolleranza; riempirci di invidia quando qualcuno eccelle attorno a noi; esigere da altri un livello di perfezione che non è alla loro portata e che forse noi stessi non siamo in grado di raggiungere; richiedere sincerità e franchezza, quando invece siamo noi a non tollerare le correzioni.

Maturità e senso critico

Quando guardiamo agli altri con affetto, spesso sentiamo di poterli aiutare con un consiglio da amico; gli diremo con fiducia ciò che altri forse avranno notato ma non hanno avuto la lealtà di dire. Soltanto questo fondamento, la carità, fa sì che la correzione o la critica sia veramente utile e costruttiva: “Se devi correggere, fallo con carità, nel momento opportuno, senza umiliare... e con la disposizione di imparare e di migliorare tu stesso in ciò che correggi” 6.

La chiave della nostra capacità di far cambiare gli altri dipende in qualche modo dalla nostra capacità di cambiare noi stessi. Quando si è consapevoli di quanto costa migliorare, di quanto sia difficile, e nello stesso tempo quanto sia importante e liberatorio, allora è più facile osservare gli altri con una certa obiettività e aiutarli davvero. Chi sa dire con chiarezza le cose a se stesso, sa come e quando dirle agli altri, ed è anche capace di ascoltarli con una disposizione positiva.

“Se devi correggere, fallo con carità, nel momento opportuno, senza umiliare" (san Josemaría)

Saper ricevere e accettare la critica è prova di grandezza spirituale e di profonda saggezza: “Chi ama la disciplina ama la scienza, chi odia la correzione è stolto” 7. Tuttavia, accettare quello che gli altri ci dicono non significa vivere sempre tenendo presenti le critiche sulla nostra vita professionale o sociale, preoccupandoci di quello che si dice o non si dice su ciò che facciamo o siamo, perché questa preoccupazione finirebbe per diventare patologica. Certe volte colui che fa bene le cose può essere molto criticato: lo censurano spesso quelli che non fanno nulla, perché considerano la vita di costui e il suo lavoro una sorta di accusa nei loro confronti 8; oppure quelli che agiscono in modo contrario, perché lo considerano un nemico; oppure a volte anche quelli che fanno le stesse cose o cose simili, perché s’ingelosiscono. Non mancano casi del genere, nei quali bisogna farsi “perdonare” da quelli che non fanno quasi nulla e da quelli che pensano che non si possa fare qualcosa di buono senza di loro. In questi casi, come ci consigliava nostro Padre, “dobbiamo saper tacere, pregare, lavorare, sorridere... e aspettare. Non date importanza a queste sciocchezze: amate veramente tutte le anime. Caritas mea cum omnibus vobis in Christo Iesu! 9.

La responsabilità di dare l’esempio

La maturità accumuna l’apertura verso gli altri con la fedeltà al proprio cammino e ai propri principi, anche quando si è accettati a malapena nel proprio ambiente o nessuno si accorge di noi. È anche vero che l’indifferenza che percepiamo attorno a noi può indicarci di dover cambiare qualche cosa anche noi, o almeno di doverci spiegare o presentare meglio; però alcune cose non debbono cambiare mai in noi, qualunque cosa succeda, ci ascoltino o no, ci lodino o ci insultino, lo gradiscano o lo rifiutino, lo approvino o lo disapprovino: “Questo contrasto, che conferma con le opere la tua fede, è appunto la naturalezza che ti chiedo” 10.

Dobbiamo fare in modo che le nostre parole siano confermate dalle nostre opere, dalla testimonianza della nostra vita

Accade spesso che una persona si senta sola e senza appoggio in alcuni momenti più impegnativi. La tentazione di desistere può essere molto forte. Le potrà sembrare allora che il suo esempio o la sua testimonianza non servano a molto, ma non è così: un fiammifero non illumina tutta la stanza, ma tutti nella stanza possono vederlo. Può darsi che molte persone si sentano incapaci di imitare un esempio, però sanno che, se potessero, sarebbero felici di farlo, e questa testimonianza le aiuta.

Tutti noi ricordiamo come ci ha aiutato a migliorare il buon esempio di tante persone. Eppure è probabile che molti di loro sappiano ben poco dell’influenza che hanno avuto su di noi. Grande è la responsabilità che abbiamo di influire positivamente sugli altri. “Non puoi rovinare, con la tua negligenza o con il tuo cattivo esempio, le anime degli uomini, tuoi fratelli” 11. Dobbiamo parlare, consigliare, esortare, incoraggiare, ma soprattutto fare in modo che le nostre parole siano confermate dalle nostre opere, dalla testimonianza della nostra vita. È impossibile ottenerlo sempre, e neppure la maggioranza delle volte, ma dobbiamo essere un aiuto per tutti e saper chiedere perdono di cuore se abbiamo dato cattivo esempio.

Foto: Álvaro García Fuentes

Una lotta di tutta la vita

L’apertura verso gli altri è collegata ai nostri progressi in un obiettivo che ci occuperà tutta la vita: riconoscere il volto della superbia e lottare per essere più umili. La superbia si nasconde nelle fessure più impensabili dei nostri rapporti con gli altri. Se ci si mostrasse apertamente, il suo aspetto ci apparirebbe ripugnante, e perciò una delle sue strategie più abituali è quella di nascondere il volto, di mascherarsi. Di solito la superbia suole nascondersi in un’altra attività apparentemente positiva, che contamina in modo sottile. Dopo, quando diventa forte, crescono le sue manifestazioni più semplici e primarie, proprie di una personalità immatura: la suscettibilità malaticcia, il continuo parlare di se stesso, la vanità e la ricercatezza nei gesti e nel modo di parlare, gli atteggiamenti prepotenti o boriosi, insieme alla completa scomparsa della capacità di accorgersi della propria debolezza.

Certe volte la superbia si maschera da sapienza, da ciò che potremmo chiamare una superbia intellettuale che prende le apparenze del rigore. Altre volte si nasconde dietro un appassionante desiderio di fare giustizia o di difendere la verità, quando nel fondo esiste soprattutto un sentimento di rivalsa o una travolgente ortodossia altezzosa: una voglia di precisare tutto, di giudicare tutto. Sono atteggiamenti che, invece di essere a servizio della verità, si servono di essa – di una parvenza di essa – per alimentare la smania di stare al di sopra degli altri.

Occorre essere umili per accettare l’aiuto degli altri, ma anche per aiutare gli altri senza umiliarli

Come non esiste la salute assoluta e perfetta, neppure possiamo enumerare completamente tutte le astuzie della superbia; però possiamo individuarla meglio, e non permettere che guadagni terreno. Alcune volte ci ingannerà, perché tende a farci stare sulla difensiva: ci rende tali che gli altri hanno difficoltà a farci notare i nostri difetti. Ma se noi non vediamo il suo volto, nascosto in modi diversi, forse gli altri avranno potuto accorgersene. Se siamo capaci di ascoltare gli avvertimenti fraterni, le critiche costruttive, ci sarà molto più facile smascherarla. Occorre essere umili per accettare l’aiuto degli altri. E occorre anche essere umili per aiutare gli altri senza umiliarli.

La maturità si valuta, infine, dal “ sano preconcetto psicologico di pensare abitualmente agli altri”12. La personalità che Dio vuole per noi – e alla quale tutti noi aspiriamo, anche se a volte cerchiamo altrove – è quella di chi è riuscito ad avere “un cuore che ama, un cuore che soffre, un cuore che gioisce con gli altri” 13.

Alfonso Aguiló

1 Sir 27, 5-6.

2 Papa Francesco, Discorso, 21-VIII-2013.

3 Pro 15, 31.

4 Gc 1, 19.

5 Sir, 22, 7.

6 Forgia, n. 455.

7 Pro 12, 1.

8 Cfr. Sap 2, 10-20.

9 San Josemaría, Lettera ai suoi figli in Olanda, 20-III-1964 (cfr. A. Vázquez de Prada, Il Fondatore dell’Opus Dei (III), Milano 2004, p. 496).

10 Cammino, n. 380.

11 Forgia, n. 955.

12 Forgia, n. 861.

13 Papa Francesco, Discorso, 17-VI-2013.