Tracciare il cammino (5): Uguali, diversi, in relazione. Uomini e donne

In questa serie di articoli, a partire da parole di san Josemaría, alcuni esperti di comunicazione, antropologia, filosofia, formazione e teologia ci aiuteranno a scoprire come il messaggio di san Josemaría, attraverso i suoi scritti, sia un faro attraente per la santificazione delle realtà umane nel nostro secolo.

«Vorrei però aggiungere che, a mio avviso, l’uguaglianza essenziale fra l’uomo e la donna richiede anche una chiara coscienza del ruolo complementare che l’uno e l’altra sono chiamati a svolgere nell’edificazione della Chiesa e nel progresso della società civile: perché non senza motivo Dio li ha creati uomo e donna. Questa diversità non va intesa in senso “patriarcale”, ma in tutta la sua profondità, così ricca di sfumature e di conseguenze, che libera l’uomo dalla tentazione di “mascolinizzare” la Chiesa e la società; e la donna dalla tentazione di intendere la sua missione nel Popolo di Dio e nel mondo come mera rivendicazione del diritto di accedere ad attività che fino ad ora ha svolto solo l’uomo, ma che la donna è in grado di svolgere altrettanto bene. Sono convinto, perciò, che sia l’uomo che la donna devono giustamente sentirsi protagonisti della storia della salvezza, ma in modo reciprocamente complementare». (Colloqui con monsignor Escrivá, punto 14)

I due opposti: tradizionalismo rigido vs egualitarismo radicale

Il dibattito contemporaneo sul genere e sulle relazioni interpersonali è spesso causa di confronti accesi e palcoscenico di posizioni ideologiche contrapposte. Ciò provoca una chiusura da parte di chi vorrebbe interrogarsi apertamente sul tema, per non imbattersi in feroci critiche o facili etichettature. Un contesto di questo tipo ha come facile conseguenza l’urgenza di prendere posizioni e difendere tesi più che proporre domande per aprire il confronto e la ricerca della verità. Spesso ci si trova davanti a due opposti: da un lato, un tradizionalismo rigido che fatica a riconoscere i cambiamenti della società, continuando a sostenere una differenza di compiti e ruoli del maschile e del femminile nei quali oggi è difficile riconoscersi; dall’altro, un egualitarismo uomo-donna radicale che rischia di annullare le specificità di ciascun genere. La riflessione di san Josemaría scavalca queste polarizzazioni offrendo una prospettiva profonda e di grande attualità, un’uguaglianza essenziale.

Questo significa che uomo e donna godono della stessa dignità radicale in quanto figli di Dio. Tuttavia, questa uguaglianza non si traduce in uniformità; il testo è breve ma ci invita a riscoprire il valore della diversità non come gerarchia o sottomissione – rifiutando ogni deriva “patriarcale” – ma come complementarità.

Nel contesto odierno, segnato da una forte crisi relazionale e da un diffuso individualismo, questo approccio trasforma la differenza da potenziale conflitto a risorsa. Non si tratta di occupare spazi di potere a scapito dell’altro, ma di edificare insieme la realtà e il mondo nel quale viviamo. Di costruire insieme una relazione.

Il “raddoppiamento” del maschile

San Josemaría identifica con precisione due tentazioni che interpellano direttamente l’uomo e la donna di oggi. La prima è quella di “mascolinizzare” le istituzioni, la Chiesa e la società civile. Questo accade quando i modelli di leadership, gestione del lavoro e relazione rimangono agganciati a logiche di prestazione, competizione o esercizio del potere gerarchico. In questo caso il genio femminile è indispensabile per umanizzare le strutture sociali e per ricordare che al centro di ogni attività deve esserci la persona.

La seconda è la tentazione, soprattutto per la donna, di ridurre la propria missione a una “mera rivendicazione”. Pur riconoscendo la piena capacità della donna di svolgere qualsiasi attività professionale al pari dell’uomo – un dato oggi dimostrato, ma all’epoca in cui san Josemaria scriveva 1968 senz’altro profetico –, il fondatore dell’Opus Dei mette in guardia dal rischio di imitazione. Il progresso sociale non si misura sul raddoppiare dei modelli maschili da parte delle donne, bensì sulla capacità dell’uomo e della donna di portare la propria specifica identità e ricchezza in famiglia, sul lavoro e nella società civile.

Complementari per natura

Oggi, a differenza di secoli passati, viene richiesto all’uomo di essere capace di accogliere il contributo femminile nel contesto lavorativo, sociale e politico e questo richiede capacità di accogliere il cambiamento, apertura mentale e comprensione di un punto di vista diverso; d’altra parte alla donna viene richiesto di portare la sua specificità eliminando l’approccio di sfida e di rivendicazione derivante da anni di esclusione.
Convinti della ricchezza che possono dare insieme, l’uomo e la donna, possono comprendere come accogliere le specificità e valorizzarle, realizzando una realtà nuova e nuove soluzioni per il vivere comune. Siamo per natura, per vocazione, esseri in relazione, reciprocamente complementari. È proprio in questa dinamica che si nasconde la chiave per trasformare il lavoro, la famiglia e la cultura in spazi di autentica comunione umana.

Il mio essere moglie mi fa vivere una relazione che ha come vocazione quella dell’unità della differenza; questo richiede un costante dialogo, uno sguardo attento a comprendere, accogliere e sostenere per far sì che in questa relazione io possa diventare pienamente donna e mio marito pienamente uomo. L’unione, infatti, non deve appiattire o uniformare i due ma al contrario esaltarli nelle loro peculiarità.

La complementarietà non è uguaglianza

Entrambi lavoriamo, entrambi siamo genitori di 4 figli (dai 16 ai 3 anni) e cerchiamo di vivere quella complementarietà di cui parlava san Josemaría, scoprendola ogni giorno.

Non siamo complementari perché cambiamo entrambi il pannolino o perché cuciniamo per la nostra famiglia, ma lo siamo per come lo facciamo e per il perché lo facciamo. La vera complementarietà tra uomo e donna non si misura sulla base dell’uguaglianza dei compiti pratici. La differenza emerge nel modo unico (il come) in cui ciascuno esprime la propria sensibilità nell’eseguire quelle azioni e nelle motivazioni interiori (il perché) che ci spingono a farlo. Io e mio marito ci sentiamo entrambi in una relazione reciproca che comporta una donazione totale, ma il modo con cui lo facciamo rispecchia le nostre unicità e le modalità di immaginare quel grande progetto che è la nostra famiglia.

Riprendendo l’esempio del cucinare, per mio marito spesso è un modo di aiutare, di stare con i figli, di manifestare un senso di responsabilità verso il nostro progetto comune; per me invece è più frequentemente un modo per accogliere le richieste, per manifestare tenerezza e attenzione. Ritrovo in noi alcuni tratti nel nostro agire, in mio marito forza, responsabilità, progettualità; in me morbidezza, tenerezza, accoglienza, consolazione. Ciò non vuol dire che io non sia forte, responsabile e capace di progettualità o che mio marito non sia tenero e accogliente ma che lo siamo in modo differente e per motivi diversi.

Io e mio marito abbiamo bisogno l’uno dell’altro per essere pienamente ciò che siamo, per comprendere i tanti modi dell’essere umani. Questo è quello che ci consente di affrontare l’avventura genitoriale, portando ai nostri figli la ricchezza dell’essere maschile e femminile.

Poste in gioco differenti

Il dibattito Anche nel contesto lavorativo la sfida oggi è quella di saper trovare nuove strade per far crescere i talenti e i diversi contributi che l’uomo e la donna possono portare al mondo del lavoro.

Mi preme però sottolineare un punto cruciale: per la donna la posta in gioco è diversa. Il suo momento di massimo sforzo per crescere professionalmente coincide con la finestra biologica per generare figli. Questo è vero anche per l’uomo ma la generazione è uno degli aspetti in cui le differenze tra uomo e donna emergono in modo emblematico. Il concepimento, la gravidanza, il parto e l’accudimento dei primi mesi di una nuova vita vede coinvolti il padre e la madre in modo differente.
Le soluzioni per accogliere queste differenze nella loro bellezza vanno cercate insieme, senza imporre condizioni di lavoro che portano alla necessaria esclusione della donna, di nuovo, a una sua rincorsa a imitare modelli maschili, accorciando la maternità fino a non volerla o desiderarla. Se non si affronta questa sfida insieme perderemo tutti, continuando a constatare un inverno demografico e una povertà sociale sempre più insostenibile. Per trovare nuove soluzioni alla costruzione di una comunità profondamente umana è importante che l’uomo e la donna possano comprendere ad esempio come condividere il carico della vita familiare, come costruire reti di aiuti esterni (familiari, babysitter) per gestire lo stress quotidiano. Anche il mondo del lavoro e la società in senso ampio devono essere coinvolti nel sostenere il compito familiare con decisioni e politiche mirate a permettere e valorizzare la presenza del maschile e del femminile.

Oggi sono chiamata a vivere questo tempo continuando a studiare, sperimentare e comprendere come vivere la bellezza di questa complementarietà e il messaggio di san Josemaría mi aiuta a comprendere l’importanza del contributo che posso dare in ambito pubblico, politico e culturale: ”La donna è chiamata ad apportare alla famiglia, alla società civile, alla Chiesa, qualche cosa di caratteristico che le è proprio e che soltanto lei può dare: la sua tenerezza delicata, la sua generosità instancabile, il suo amore per la concretezza, il suo estro arguto, la sua capacità di intuizione, la sua pietà profonda e semplice, la sua tenacia». (Colloqui con monsignor Escrivá, punto 87). La donna per san Josemaría ha una missione propria, importante come quella dell’uomo: deve essere il fondamento della famiglia, la guida spirituale, e portare i valori cristiani nel mondo del lavoro e della società.

A me a te che stai leggendo è affidata l’avventura di provarci, sostenuti dalla grazia di nostro Padre Dio.

Benedetta Albertazzi

Benedetta Albertazzi