Il sacerdote e liturgista Juan Rego Bárcena sintetizza, in un’intervista, un suo studio dettagliato e approfondito, intitolato Le Preci dell’Opus Dei: commento storico-teologico e pubblicato sulla rivista Studia et Documenta. Qui è possibile leggere lo studio integrale, in spagnolo.
Lei ha realizzato una ricerca storica e teologica sulle Preci dell’Opus Dei. Potrebbe iniziare spiegando che cosa sono?
Le Preci dell’Opus Dei sono una preghiera che recitano tutti i fedeli dell’Opera. Il termine preces proviene dal latino ed è stato impiegato dai cristiani con una varietà di significati: richiesta ufficiale, preghiera d’intercessione, supplica. In senso ecclesiastico significa appunto supplica, preghiera, invocazione.
Forse ciò che rende speciali le Preci è il fatto che non si tratta di una preghiera individuale di san Josemaría o di un singolo membro, ma di una preghiera pensata per essere condivisa da tutta l’Opera, esprimendo un senso di universalità e di unità.
Esiste una spiegazione su come san Josemaría compose le Preci dell’Opus Dei? Qual era il contesto storico che accompagnò la loro nascita?
San Josemaría non ha lasciato una spiegazione scritta sul modo in cui redasse le Preci, chi lo aiutò o da quali testi trasse ispirazione concreta. Tuttavia, abbiamo un primo riferimento al riguardo in una nota personale di san Josemaría datata 10 dicembre 1930, in cui scrisse:
«In questi giorni stiamo facendo le copie delle Preces ab Operis Dei sociis recitandae. Le ha approvate il mio confessore. Si vede che il Signore, perché così deve essere essenzialmente la sua Opera, ha voluto che incominciassi dalla preghiera. Pregare sarà il primo atto dei membri dell’O. di D. Per ora, l’attività è personale: ci riuniamo solo per pregare insieme».
Per comprendere meglio questo scritto, è importante ricordare che il 2 ottobre 1928 san Josemaría ricevette da Dio una luce fondativa sull’Opera. Da quel momento iniziò a lavorare con la certezza che ciò che aveva visto doveva prendere forma.
Tra l’ottobre del 1928, momento della fondazione, e il dicembre del 1930, data in cui abbiamo il primo riferimento alle Preci, si verificarono tre eventi chiave che ci permettono di comprendere il processo di composizione e di pubblicazione delle Preci.
Il primo fatto risale al novembre del 1929: dopo un periodo di “silenzio” da parte di Dio, san Josemaría ricevette nuove ispirazioni riguardo alle caratteristiche del carisma dell’Opera. In diversi momenti dei primi anni dell’Opera, san Josemaría si era interessato a istituzioni e apostolati dentro e fuori la Spagna, alla ricerca di qualcosa di simile a ciò che Dio gli chiedeva di fondare.
Un secondo fatto importante avvenne il 14 febbraio 1930, quando comprese che nell’Opus Dei vi erano anche delle donne, il che consolidò la sua missione fondativa.
Infine, dopo il febbraio 1930, san Josemaría comprese la necessità di concentrarsi pienamente sulla nuova fondazione. Per questo decise di ridurre il suo lavoro pastorale presso il Patronato de Enfermos e di cercare l’aiuto di un nuovo confessore, padre Valentín María Sánchez Ruiz S.J. Dopo una conversazione con lui, alla fine di luglio 1930, Escrivá capì che l’istituzione si sarebbe chiamata Opera di Dio, la cui traduzione latina, Opus Dei, fu fissata pochi mesi dopo nel testo delle Preci.
Come descriverebbe allora l’evoluzione storica delle Preci dalla loro origine fino alla redazione definitiva?
Le Preci del 1930 erano piuttosto ridotte rispetto a quelle attuali. Come spesso accade nella Chiesa, molte preghiere e pratiche liturgiche nascono e si arricchiscono con il tempo. Lo stesso avvenne con le Preci dell’Opera, che nacquero alla fine del 1930 e si svilupparono man mano che l’Opus Dei cresceva. Per non entrare in troppi dettagli, offrirò alcuni esempi che illustrano questa idea.
Nella prima versione delle Preci, san Josemaría non incluse una preghiera per i fedeli defunti, semplicemente perché non era ancora morto nessun membro dell’Opera. Più tardi, nel 1933, vennero a mancare tre persone: María Ignacia García Escobar, una delle prime donne dell’Opus Dei; José María Somoano Berdasco e Luis Gordon Picazo. Fu allora che san Josemaría vide la necessità di aggiungere una preghiera per i membri defunti dell’Opus Dei.
Un altro cambiamento significativo fu l’inclusione della preghiera Oremus pro Patre, che originariamente non era presente. Questa invocazione fu inserita il 14 febbraio 1938, durante la Guerra Civile Spagnola. San Josemaría aveva scritto il 9 gennaio di quell’anno da Burgos: «Da tempo si avvertiva la necessità di includere una richiesta Pro Patre nella preghiera ufficiale dell’Opera». In quel momento, san Josemaría era consapevole del pericolo che correva e sapeva quanto fosse importante pregare affinché l’Opera non rimanesse senza il suo fondatore. Questa preghiera riflette inoltre il modo in cui san Josemaría maturava la propria paternità all’interno dell’Opera.
Allo stesso modo, nel 1930 le Preci non includevano una preghiera specifica per i vescovi delle diocesi. Questa fu aggiunta in seguito, in un contesto di crescita dell’Opera in diverse città, che fece emergere la necessità di mantenere un’unione affettiva e spirituale con i vescovi.
Infine, dopo la morte di san Josemaría nel 1975, il Congresso Generale elettorale di quell’anno discusse su come menzionarlo nelle Preci. Il suo successore, Álvaro del Portillo, propose di modificare l’intercessione Oremus et pro frátribus nostris Operis Dei nel modo seguente: Oremus pro Conditore nostro et pro fratribus nostris Operis Dei vivis atque defunctis. Comunque, don Álvaro prevedeva che in futuro si sarebbe inserito nelle Preci un riferimento esplicito al Fondatore.
Con l’annuncio della beatificazione di Escrivá, Álvaro del Portillo chiese a tutti i fedeli dell’Opus Dei di inviare suggerimenti per comporre la preghiera al beato Josemaría da includere nelle Preci. Nei mesi successivi arrivarono centinaia di proposte, e fu redatta una preghiera che invocava l’intercessione del Fondatore.
Con la sua canonizzazione, nell’ottobre del 2002, l’invocazione assunse la forma attuale. Da allora, la struttura delle Preci non ha subito ulteriori modifiche. Sebbene non siano mancate proposte per includere invocazioni al beato Álvaro o alla beata Guadalupe, è bene ricordare che nello stesso Congresso Generale del 1975 si stabilì che in futuro non si sarebbero aggiunti altri santi o beati, se non eventualmente quella del Fondatore. Per questo motivo possiamo considerare il testo attuale come definitivo.
Che significato ha la parola Serviam! nel contesto delle Preci?
La scelta di Serviam! (“Servirò!”) è profondamente simbolica. È l’unico verbo al singolare nelle Preci, mentre tutti gli altri verbi sono espressi al plurale, in sintonia con la tradizione della preghiera pubblica della Chiesa, che è comunitaria. Questo contrasto sottolinea la necessità di conoscere la propria identità e i propri limiti prima di unirsi al “noi” collettivo della preghiera. Non ci si può donare in una relazione se non si possiede una certa conoscenza di chi si è, del senso della propria vita e della responsabilità che si porta.
Nelle rubriche delle Preci del 1930, il Serviam! iniziale era descritto così: In terra se abjiciens, osculato pavimento, dicit: Serviam! (“Prostrandosi a terra, dopo aver baciato il pavimento, dice: Serviam!”). Nella pratica attuale, questo gesto è stato adattato a un’inclinazione profonda, spesso fino quasi a toccare il suolo con la testa, come segno esterno di umiltà e di totale dedizione al servizio di Dio.
Da un punto di vista biblico, Serviam! si contrappone al non serviam di Israele riportato in Geremia 2,20. Il contesto di questo versetto è il primo discorso del profeta, nel quale Dio denuncia l’infedeltà del suo popolo. L’accusa non è soltanto di ingratitudine, ma anche di irrazionalità, poiché il popolo ha abbandonato le sorgenti di acqua viva per scavarsi cisterne screpolate.
Ritroviamo questa immagine, che richiama l’esperienza di Israele nel deserto, anche nell’episodio delle tentazioni di Cristo, che costituiscono un compendio della storia delle tentazioni di Israele. Di fronte alla proposta «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai», Gesù risponde: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”» (Mt 4, 9-10).
San Josemaría riprese questa contrapposizione e riconobbe nel Serviam! e nel gesto simbolico del contatto con la “terra” l’essenza della vocazione dell’Opus Dei: un’affermazione di servizio che si concretizza nel lavoro quotidiano di ciascuno. Nel Serviam! delle Preci si manifestano il riconoscimento del legame originario con Dio, la promessa della vera libertà, l’accoglienza dell’alleanza e la possibilità di trasformare tutta la vita in un atto di culto filiale.
Che senso ha l’uso del latino nelle Preci di san Josemaría?
San Josemaría utilizzò il latino nelle Preci nel contesto ecclesiale spagnolo dei primi decenni del XX secolo, in cui il rito romano era considerato di fatto il rito ufficiale di tutta la Chiesa e il latino ne era la lingua unica. Sebbene oggi riconosciamo una maggiore varietà di riti e di lingue nella liturgia della Chiesa, non ridotta al solo rito romano, in quel periodo l’uso del latino possedeva un chiaro valore simbolico di universalità e di unità.
Adoperando il latino, san Josemaría intendeva svincolare le Preci da una cultura specifica, proiettandole verso una dimensione universale. Questo gesto permetteva a persone di culture diverse di trovare nelle Preci una forma comune di preghiera. Al di là della lingua in sé, il latino costituiva un mezzo per esprimere un segno di comunione e di coesione.
Che ruolo hanno le Preci nella vita quotidiana dei fedeli dell’Opera?
Anzitutto è importante ricordare l’intenzione originaria di san Josemaría: l’Opus Dei doveva nascere e sostenersi nella preghiera. Questo accento riflette come, nel cuore stesso dell’Opus Dei, la preghiera sia il fondamento del suo spirito e della sua missione.
Recitare le Preci ricorda a ciascun fedele la propria vocazione: trasformare tutta la vita in preghiera, vivere ogni momento in dialogo con Dio.
In secondo luogo, è significativo che san Josemaría, nel comporre le Preci, non abbia scelto testi di sua creazione, frutto della sua preghiera o meditazione personale, anche se avrebbe potuto farlo.
Al contrario, scelse di ispirarsi ai testi della preghiera pubblica della Chiesa. Ciò sottolinea che la preghiera dei fedeli dell’Opus Dei non si limita a una relazione immediata e personale con Dio, ma si vive sempre nel contesto della Chiesa come comunità, come Popolo di Dio. In questo modo, la preghiera dell’Opus Dei riflette la sua stessa identità: essere una famiglia all’interno della grande famiglia della Chiesa.
Infine, la struttura delle Preci, articolata in invocazioni e richieste, ricorda ai fedeli gli aspetti essenziali della loro vita spirituale. Attraverso queste preghiere, san Josemaría sviluppa i temi fondamentali della spiritualità dell’Opus Dei.
Potrebbe spiegarci qual è la struttura delle Preci?
Ogni parte delle Preci possiede una ricchezza di contenuto spirituale. Si può sottolineare che la prima parte è dedicata principalmente alle invocazioni, cioè a una serie di brevi preghiere rivolte a figure chiave della spiritualità dell’Opus Dei.
La prima invocazione, com’è logico, è rivolta alla Santissima Trinità. È interessante osservare che, a differenza delle altre formule, l’invocazione alla Trinità è un atto di gratitudine, senza alcuna richiesta. San Josemaría insisteva sull’importanza di cominciare con un riconoscimento della bontà di Dio e della nostra piccolezza. Questo ringraziamento, diceva, apre il cuore a ricevere i doni del Signore. Nel 1971 san Josemaría commentava:
«Vi consiglio di vivere una vita di ringraziamento. Guardate: tutto ciò che abbiamo – poco o tanto – lo dobbiamo al Signore. Non c’è nulla di buono che provenga da noi stessi. Se qualche volta vi riempite di orgoglio, alzate lo sguardo e vedrete che, se in voi c’è qualcosa di nobile e puro, lo dovete a Dio. […] Com’è bello ciò che diciamo ogni giorno nelle Preci! Potete usarlo come giaculatoria: gratias tibi, Deus, gratias tibi!» (Traduzione nostra)
La seconda invocazione è rivolta a Cristo, la più ampia nelle Preci, e ciò ne sottolinea la centralità nella spiritualità dell’Opus Dei.
Seguendo l’ordine tradizionale delle litanie, la Madonna occupa il primo posto tra i santi, con due titoli: Mediatrice e Madre di Dio.
Subito dopo si invoca l’intercessione di san Giuseppe, degli angeli custodi – nella cui festa nacque l’Opus Dei – e di san Josemaría. Quest’ultima, come accennato in precedenza, fu aggiunta nel 1992, con la sua beatificazione, e definita nella forma attuale dopo la sua canonizzazione.
La seconda parte delle Preci è dedicata alle intercessioni. In questa sezione smettiamo di pregare per noi stessi e iniziamo a pregare per gli altri. Questo passaggio riflette una dimensione fondamentale del sacerdozio comune, che consiste nell’attualizzare l’intercessione di Cristo per gli altri.
Come nella liturgia della Messa, in cui la Chiesa prega per il Papa, per la società e per varie intenzioni, le Preci ci insegnano a pregare per gli altri. In questo senso, san Josemaría ci ricorda che, sebbene possiamo fare molte cose per il prossimo, la cosa più essenziale che possiamo fare è pregare per lui.
Le intercessioni sono organizzate in modo tale che si prega anzitutto per la Chiesa: per il Papa, che è il fondamento visibile dell’unità di tutta la Chiesa; per i vescovi, come fondamenti visibili dell’unità nelle diocesi; e, infine, per l’unità stessa della Chiesa. Questa invocazione si basa sulla preghiera di Gesù nel capitolo 17 del Vangelo di san Giovanni: «perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te».
Dopo aver pregato per la Chiesa, le intercessioni si estendono ai benefattori. Non sappiamo se, aggiungendo questo testo alle Preci nel 1933, Escrivá pensasse esclusivamente al “noi” dei membri dell’Opus Dei o se invece lo avesse concepito come un prolungamento dell’intercessione precedente per la Chiesa, ipotesi che risulterebbe più logica dal punto di vista dell’uso storico di questa formula. Dal punto di vista testuale, l’ambiguità non può essere risolta. La cosa più ragionevole è dunque non escludere nessuna delle due possibilità.
Dopo aver pregato per la Chiesa in generale, le Preci proseguono con orazioni specifiche per l’unità all’interno dell’Opus Dei. Si prega per il Padre e per i membri dell’Opera, vivi e defunti.
Nelle preghiere finali si esprime fiducia nella misericordia divina e si chiede conversione e fedeltà. Il Gaudium cum pace, con cui inizia quest’ultima parte delle Preci, raccoglie e conferma le preghiere finali: la fiducia nella misericordia onnipotente di Dio Padre, la conversione e la penitenza, il dono dello Spirito Santo e la gioia e la pace di una vita che desidera essere fedele fino alla fine.
Infine, si ricorre all’intercessione dei patroni degli apostolati dell’Opera: gli arcangeli san Michele, san Gabriele e san Raffaele, e gli apostoli san Pietro, san Paolo e san Giovanni.
Se, al momento di recitare le Preci, è presente un sacerdote, egli impartisce la benedizione con le parole: «Il Signore sia nei vostri cuori e sulle vostre labbra». Le Preci si concludono con un saluto che richiama quello dei primi cristiani: Pax, in æternum. In questo caso, ha la funzione di formula di congedo, uno scambio di pace dopo la preghiera comune dei fedeli.
In definitiva, come ho cercato di spiegare, le Preci dell’Opus Dei, concepite dal suo Fondatore come il “primo atto ufficiale” dei membri dell’Opera, sono una preghiera comune che unisce il carisma dell’Opus Dei alle forme di preghiera ecclesiali. Così, attraverso le voci di chi le recita, fanno risuonare in un luogo e in un tempo determinato i desideri e gli aneliti più profondi di questa “piccola parte della Chiesa” che è l’Opus Dei.
L’autore Juan Rego Bárcena si è inizialmente laureato in Storia dell’Arte presso l’Università Complutense di Madrid e, in seguito, ha approfondito gli studi di teologia e liturgia in diverse università spagnole e italiane, conseguendo il dottorato in Sacra Liturgia. Attualmente dirige l’Istituto di Liturgia dell’Università della Santa Croce a Roma, dove insegna teologia ed estetica liturgica, e partecipa a iniziative che promuovono il dialogo tra artisti e teologi.
