«Portare il calore di Cristo a molti amici, familiari, colleghi, vicini, conoscenti»

Riportiamo l'intervista a mons. Ocáriz pubblicata di recente su Vatican Insider in occasione dei 90 anni dell'Opus Dei.

Opus Dei - «Portare il calore di Cristo a molti amici, familiari, colleghi, vicini, conoscenti»

«Perdono per le nostre mancanze e i nostri peccati». Una richiesta inusuale in un momento di celebrazione. In questo 90° anniversario della fondazione dell’Opus Dei, il prelato Fernando Ocáriz ha voluto riconoscere le carenze dei membri dell’Opera, soprattutto con quelle persone che non hanno ricevuto la «generosità e l’affetto di cui avevano bisogno». Ma, allo stesso tempo, ha manifestato la sua gratitudine per le migliaia di persone che, nei cinque continenti e grazie al percorso proposto dalla Prelatura, «desiderano innamorarsi di Cristo ed essere delle anime di preghiera in mezzo al mondo».

Terzo successore di san Josemaría Escrivá, originario della Francia (è nato in una famiglia spagnola esiliata durante la guerra civile), guida l’Opus Dei dal 23 gennaio 2017. In quest’intervista con Vatican Insider e nell’anniversario della fondazione, parla delle sfide della Prelatura, di alcune vicende dell’attualità ecclesiale e, commentando l’invito di papa Francesco a tutti i fedeli del mondo di pregare per l’unità della Chiesa e contro gli attacchi del diavolo, afferma chiaramente: «Tutto ciò che è contrario all’unità non proviene da Dio, ma dal nemico».

Quale è lo stato di salute dell’Opus Dei in questo 90° compleanno?

«Ringrazio Dio per tutti i cattolici che, con la grazia di Dio, rispondono liberamente, ogni giorno, alla vocazione cristiana. Tra di loro, uomini e donne dell’Opus Dei, o che partecipano agli apostolati dell’Opera. I viaggi pastorali che ho fatto quest’estate in Nigeria, Argentina, Bolivia, Paraguay, mi hanno portato anche a questa considerazione, vedendo così tanti giovani e adulti desiderosi di innamorarsi di Cristo e di essere anime di preghiera in mezzo al mondo; contemplando tante realtà di servizio che hanno portato frutto grazie al messaggio di san Josemaría: scuole, ambulatori medici, università, ecc.

Un anniversario è un bel momento per ringraziare Dio e, allo stesso tempo, chiedere perdono per le nostre mancanze e i nostri peccati.

A tutto ciò bisogna anche aggiungere le limitazioni di ognuno; gli ostacoli oggettivi o soggettivi che troviamo; la difficoltà, per esempio, di sviluppare un lavoro di evangelizzazione in alcuni ambienti complessi, a volte di vera persecuzione contro i cristiani. Un anniversario è un bel momento per ringraziare Dio e, allo stesso tempo, chiedere perdono per le nostre mancanze e i nostri peccati.

Penso, per esempio, a quelle persone che sono state in contatto con il lavoro dell’Opus Dei e alle quali forse non siamo stati in grado di rispondere con la generosità e l’affetto di cui avevano bisogno. Il 90° anniversario ci invita a dire a Dio, come soleva fare il beato Álvaro del Portillo, “Grazie, perdono, aiutami di più”».

Che cosa vuole dire guidare l’Opus Dei nei tempi di papa Francesco?

«San Josemaría amava ripetere in latino: “Omnes cum Petro ad Iesum per Mariam”. Cioè, “tutti, con Pietro, da Gesù tramite Maria”. L’unione con Pietro, in ogni tempo, è un cammino necessario per i cattolici. Ora il Papa ci invita tutti a metterci in uscita, evitando il conformismo che frena la dinamica evangelizzatrice in quella periferia che attualmente sono le classi medie della società, in quegli ambienti nei quali, a volte, Dio non ha più spazio e cresce la povertà di valori e ideali.

L’unione con Pietro, in ogni tempo, è un cammino necessario per i cattolici.

In questo senso, è urgente che portiamo la gioia del Vangelo alla famiglia e alla gioventù; spazi di evangelizzazione che l’ultimo congresso generale dell’Opus Dei ha indicato come priorità. Seguendo il desiderio del Papa per la Chiesa, anche dalla Prelatura ci impegniamo ad aiutare i fidanzati e i coniugi a manifestare la bellezza dell’autentico amore, e accompagniamo anche i giovani nella scoperta della propria missione nel mondo.

Sono passati cinque anni dall’elezione di papa Francesco. Cosa le sembra particolarmente speciale di questo periodo?

«Per esempio, il suo invito ad annunciare il Vangelo attraverso quello che ha chiamato la «santità della porta accanto»; fare il proprio dovere (pregare, lavorare, portare avanti la casa, prendersi cura della famiglia, riposare) con la speranza che questi compiti, anche in mezzo a difficoltà e sofferenze, siano mezzo di incontro con Dio e di servizio agli altri. La Chiesa è l’insieme di tutti i battezzati, ognuno è protagonista dell’evangelizzazione.

Sottolineerei anche la sua insistenza sul perdono e la misericordia di Dio, che ha avuto un momento culminante durante il Giubileo della Misericordia. Implica avere presente costantemente l’amore di Dio per tutti gli uomini, percepito in special modo nel sacramento della riconciliazione.

Non c’è uomo o donna che non possa sperare nel perdono di Dio, per molte che siano state le proprie miserie.

Non c’è uomo o donna che non possa sperare nel perdono di Dio, per molte che siano state le proprie miserie: c’è sempre un sentiero per tornare da Lui. D’altra parte, la vicinanza di papa Francesco alle persone più vulnerabili chiama tutti i cristiani a promuovere la “cultura dell’incontro” così evangelica».

Qualche giorno fa, il Papa ha invitato i fedeli del mondo a pregare contro gli attacchi del diavolo, che cerca sempre di distruggere l’unità della Chiesa. Lei come ha ricevuto quest’invito?

«La prima reazione che ho avuto è stata di gioia, perché l’invito del Papa a pregare per una sua intenzione così importante ci dà animo e speranza per la fede che il Papa stesso ha nella preghiera. Dall’altra parte, ci rattrista, perché risponde a una situazione difficile. È coerente con il tema dell’unità. Tutto ciò che è contrario all’unità non proviene da Dio ma dal nemico. Chiede anche di pregare san Michele. L’unità è condizione di vita, anche perché nella Chiesa, non solo per la teologia ma anche per la fede, il Papa è principio visibile di unità; sul Papa ricade il peso dell’unità e per questo motivo ci chiede di aiutarlo con la preghiera, non solo ora, ma da sempre.

Bisogna sempre pregare per il Papa; e più sono difficili le situazioni e più pericoli ci sono contro l’unità, più bisogna stare con il Papa e con l’unità della Chiesa.

Ogni volta che finisce una lettera chiede: “Prega per me”. È evidente che non si tratta soltanto di una frase carina, pia, ma che crede veramente nella preghiera e chiede preghiera, soprattutto in questo difficile momento. Bisogna sempre pregare per il Papa; e più sono difficili le situazioni e più pericoli ci sono contro l’unità, più bisogna stare con il Papa e con l’unità della Chiesa».

Con questo gesto il Papa chiede che prima di giustificarsi o arrabbiarsi per i problemi è necessario ritornare all’essenza?

«Vincolare la figura del Papa con l’unità non è soltanto buono, ma essenziale. Il Papa è principio visibile di unità, di fede e di comunione. Insisto, è motivo di gioia, ma anche di pena, per le attuali difficoltà».

Da molti anni l’Opus Dei è presente in paesi come la Cina e la Russia, gli stessi che il Papa ha incluso nelle sue priorità. Sono ancora dei paesi «tabù» per la Chiesa?

«Nel caso della Russia, la presenza della Chiesa cattolica è conosciuta e apprezzata dalla gerarchia ortodossa, e c’è un desiderio di collaborazione fraterna, che è cresciuto dopo l’incontro tra il Papa e il patriarca di Mosca nel 2016. Ci sono molte sfide spirituali e culturali in comune tra i cattolici e gli ortodossi, che i fedeli dell’Opus Dei che vivono in Russia affrontano insieme agli altri cristiani: la promozione della famiglia, il rispetto della vita, l’aiuto ai bisognosi, la spinta a non avere paura di andare controcorrente per i giovani, il supporto ai cristiani perseguitati in diverse parti del mondo, ecc.».

E nel caso della Cina, su quali sentieri possono transitare i cristiani?

«Per quanto riguarda la Cina, i nuovi accordi implicano necessariamente nuove sfide, come ha spiegato il Papa. La Chiesa in Cina desidera vivere la sua fede e proseguire nell’opera di evangelizzazione, e i pochi fedeli dell’Opus che lavorano in questo grande paese desiderano contribuire come uno in più, imparando dagli altri cattolici e portando il messaggio della santificazione della vita ordinaria».

Dopo le crisi mediatiche che ha dovuto affrontare l’Opus Dei in passato, come quella del «Codice Da Vinci», sente che sia già stata spiegata abbastanza la natura della prelatura?

«Mi sembra che, in gran parte, si tratti di percezioni del passato, abbastanza comuni quando sorge una nuova realtà nella Chiesa. Nel caso dell’Opus Dei, per esempio, è costato spiegare l’autonomia dei suoi membri che, essendo laici come la maggior parte dei fedeli della Chiesa, godono della stessa libertà nelle loro scelte di vita, professionali, intellettuali, politiche, senza che i loro punti di vista o azioni rappresentino la Prelatura, come succede con i fedeli di qualsiasi altra circoscrizione ecclesiale: diocesi, ordinariati, ecc. Mentre si avvicina il centenario, c’è moltissima gente che ha conosciuto l’Opus Dei direttamente, non solo per sentito dire, ed è riuscita a farsi un giudizio vero sulla realtà».

Esistono ancora delle persone che la considerino un gruppo chiuso e settario?

«Non c’è da stupirsi, d’altronde, se di tanto in tanto sorgono dei fenomeni pseudo-letterari o di finzione come quello che lei ha menzionato. Penso che a volte non c’è altro rimedio che rispondere a questi eventi con un sorriso e lavorando pazientemente per far emergere la verità. La caricatura dell’Opus Dei era così lontana dalla verità da essere quasi comica. Avendo presente tutto ciò con la prospettiva degli anni, posso dire che, forse, è servito per accumulare esperienza su come farsi conoscere meglio, da un pubblico molto più ampio del solito.

la critica e l’opposizione hanno sempre spinto i cristiani a un maggiore spirito di preghiera, di umiltà, e al desiderio di condividere con gli altri la gioia di una vita secondo il Vangelo.

E, in questo senso, ringrazio Dio per le migliaia di persone che si sono avvicinate alla Chiesa mediante questa apparente contrarietà. Dalla prospettiva della fede, la critica e l’opposizione hanno sempre spinto i cristiani a un maggiore spirito di preghiera, di umiltà, e al desiderio di condividere con gli altri la gioia di una vita secondo il Vangelo».

Il futuro dell’Opus Dei?

«Il mio desiderio per il futuro è che, fedeli al carisma di san Josemaría, tutti nell’Opus Dei possiamo lasciarci guidare dallo Spirito Santo verso una rinnovata spinta evangelizzatrice. Si tratta di portare il calore di Cristo a molti amici, familiari, colleghi, vicini, conoscenti. L’essenziale di questa spinta evangelizzatrice non è mettere in moto nuove attività o istituzioni come quelle già esistenti, e che, di per sé, sono già qualcosa di molto positivo, ma accrescere l’amicizia personale, l’apertura a tutti e lo spirito di servizio: atteggiamenti profondamente evangelici che sono fondamentali per l’apostolato cristiano e che, allo stesso tempo, sono compatibili con i difetti e le debolezze che noi tutti abbiamo».

Si tratta di portare il calore di Cristo a molti amici, familiari, colleghi, vicini, conoscenti.

Quali sono le sfide che avverte?

«Le sfide sono molto diverse. Nei paesi in cui i cristiani sono una minoranza, come l’Indonesia o lo Sri Lanka (per nominare due nei quali la prelatura ha cominciato un lavoro stabile negli ultimi anni), è molto importante mantenere la fiducia nel Signore e avere molta fede: l’impegno cristiano dei fedeli dell’Opus Dei, e dei cattolici in generale, è un piccolo seme, i cui frutti crescono poco a poco, con la grazia di Dio.

In altri paesi di tradizione cristiana, forse la sfida principale è vivere il Vangelo con gioia e autenticità, senza mimetizzarsi con una società che sovente mette al primo posto i fattori materiali o economici. Un’altra sfida evidente, comune a tutta la Chiesa, è il ricambio generazionale. Ogni anno muoiono circa mille fedeli della prelatura, persone che, in un certo senso, sono arrivate al culmine del loro percorso: nonostante il dolore che si prova di fronte a ognuna di queste perdite umane, sono una grande forza spirituale e un supporto per il lavoro di evangelizzazione della Chiesa nel mondo».