L’Opus Dei, San Josemaría Escrivá, Franco e il franchismo

Offriamo una serie di documenti che aiutano a fare chiarezza sulle origini e sull’infondatezza delle accuse a Escrivà o all’Opus Dei di aver appoggiato il regime di Franco.

Premessa: l’Opus Dei per sua stessa natura non si occupa in nessun modo di questioni politiche. L’unico campo di azione della prelatura è la formazione spirituale. Ogni attribuzione di posizioni politiche all’Opus Dei è sempre frutto di un fraintendimento.

San Josemaría, fondatore dell’Opus Dei, in un intervista rilasciata a “Le Figaro” il 16 maggio 1966, ribadì questo concetto rispondendo a una domanda sulle implicazioni dell’Opus Dei nella vita pubblica spagnola del periodo (cfr. Colloqui con mons. Escrivá, Ares, 2002):

“ciascuno dei membri dell'Opus Dei agisce con piena libertà e con piena responsabilità personale, senza coinvolgere né la Chiesa né l'Opera, perché i membri non fanno leva né sulla Chiesa né sull'Opera per svolgere le loro attività personali. Persone formate a una concezione militaristica dell'apostolato e della vita spirituale, saranno portate a interpretare il lavoro libero e personale dei cristiani come un'azione di gruppo. Ma io le dico, e non mi stanco di ripeterlo dal 1928 a questa parte, che la diversità delle opinioni e delle scelte pratiche, nelle questioni temporali e nel campo teologico lasciato alla libera discussione, non costituisce affatto un problema per l'Opera: anzi, il pluralismo che esiste ed esisterà sempre fra i membri dell'Opus Dei è una manifestazione di buono spirito, di onestà di vita, di rispetto delle legittime opzioni di ciascuno”.

Lo stesso concetto è ripreso nel testo del vaticanista Andrea Tornielli “Escrivá fondatore dell’Opus Dei” (Piemme, 2002). Il libro è stato scritto prendendo in esame le testimonianze e gli atti del processo di canonizzazione di San Josemaría. Il giornalista si sofferma sul criterio di libertà che permea lo spirito dell’Opus Dei:

“Conseguenza di questo spirito di libertà e del fine ‘eminentemente apostolico’ dell’Opus Dei è la pluralità delle opzioni temporali. ‘Un pluralismo – si legge nella Positio (documento del processo di canonizzazione, ndr) – che risponde all’ampia varietà di estrazione culturale e sociale dei suoi membri e che impedisce in modo assoluto che l’Opus Dei possa svolgere un’azione di gruppo in qualsiasi campo, sia esso professionale, economico, sociale, politico, ecc. E pertanto appoggiare specifici interessi di parte’. (...) Queste citazioni sono indispensabili per inquadrare le incomprensioni di cui l’Opera fu fatta oggetto negli anni Cinquanta e Sessanta, in merito ad alcuni avvenimenti politici spagnoli”.

Nel suo libro Opus Dei, la vera storia (Newton Compton editori, 2006) John Allen affronta il tema dei rapporti tra Opus Dei e il regime di Franco, analizzando i fatti che contribuirono al formarsi del pregiudizio che l’Opera fosse filofranchista:

“L'ipotesi di una posizione franchista da parte di Escrivá e dell'Opus Dei si basa normalmente sul fatto che nel 1957 tre membri dell'Opus Dei divennero ministri del governo di Franco. Alberto Ullastres Calvo, professore di storia economica presso l'Università di Madrid, divenne ministro del Commercio; lo scienziato Laureano López Rodó divenne segretario tecnico del Ministero degli esteri (poi fu ministro senza portafoglio e commissario per il piano di sviluppo economico); Mariano Navarro Rubio, amministratore delegato del Banco Popular, andò al Ministero del tesoro. Nel 1962 un altro membro dell'Opus Dei, Gregorio López Bravo Castro, divenne ministro dell'Industria. In La Spagna da Franco a oggi (Bari, Laterza, 1981), Raymond Carr e Juan Pablo Fusi hanno descritto questi ministri dell'Opus Dei come «sostenitori di una crescita rapida - capitalistica - e della "neutralizzazione" della politica per mezzo della prosperità»”.

Di fronte a questo Allen fa notare che all’epoca numerosi cattolici appartenenti a diverse organizzazioni avevano ricoperto cariche istituzionali:

“L'Opus Dei non è stata l'unica organizzazione in Spagna i cui membri hanno servito il regime di Franco. Il presidente dell'Azione Cattolica spagnola, Alberto Martino Artajo, fu nominato ministro degli Affari Esteri nel luglio 1945 e, prima di accettare l'incarico, ricevette la benedizione ufficiale dei vescovi spagnoli. Ma di 116 ministri nominati da Franco in undici governi tra il 1939 e il 1975, solo otto erano membri dell'Opus Dei. Uno degli otto morì tre mesi dopo la nomina e altri quattro detennero l'incarico solo in un governo. I ministri dell'Opus Dei erano considerati parte dell'ala "tecnocratica" del regime di Franco e alcuni storici attribuiscono loro il merito di aver introdotto le riforme economiche che hanno portato l'economia spagnola nel mondo moderno”.

Nello stesso periodo Allen registra la presenza di diversi membri dell’Opus Dei tra le fila degli oppositori del caudillo a riprova della libertà politica dei membri dell’Opus Dei:

“Vi furono anche numerosi membri dell'Opus Dei attivi nell'opposizione antifranchista. Il numerario Rafael Calvo Serer fu un monarchico liberale e una importante figura del mondo della cultura. Nel 1953 venne espulso dal Consejo Superior de Investigaciones Cientificas, il consiglio superiore per la ricerca scientifica, per aver pubblicato a Parigi un saggio che criticava il governo di Franco. Dal 1966 fu proprietario del giornale «Madrid», finché questo non venne chiuso dalla censura governativa. Dovendo affrontare una serie di processi giudiziari nei tribunali di Franco, andò in esilio a Parigi. Al suo ritorno unì le forze con il segretario del Partito comunista spagnolo per fondare la Junta Democrática, creata per preparare la strada a una transizione democratica dopo Franco. Antonio Fontán, un altro membro dell'Opus Dei, collaborò con Calvo Serer al «Madrid». Alla fine la sede del giornale fu fatta saltare in aria dalle forze franchiste. Manuel Fernández Areal, numerario dell'Opus Dei, venne incarcerato sotto Franco per alcuni articoli critici da lui pubblicati nel «Diario Regional de Valladolid».

Padre Pere Pascual, sacerdote dell'Opus Dei, era un aggregato laico quando, negli anni '60, fondò un'associazione clandestina di giornalisti che tentavano di spingere il regime di Franco verso le riforme. Pascual fu coinvolto in una delle prime serie proteste contro il regime a Barcellona, ricordata come la caputxinada. Essa ebbe luogo in un convento di frati cappuccini a Sarrià, un quartiere di Barcellona, tra il 9 e l'11 marzo 1966. Ebbe inizio come incontro clandestino di una nuova unione studentesca, creata in opposizione all'ufficiale associazione studentesca legata alla Falange. Essa riuniva persone di svariate opinioni politiche, compresi il centro-sinistra e il Partito comunista clandestino. Il 9 marzo, un'ora dopo l'inizio dell'incontro, arrivò la polizia franchista chiedendo a tutti di abbandonare il convento e mostrare i documenti. Circa duecento partecipanti decisero di restare e proseguire con conferenze, tavole rotonde e dibattiti. Per più di quarantott'ore furono ospiti dei cappuccini. Quando infine l'incontro ebbe termine, Pascual, che era uno degli organizzatori, fu processato ed ebbe il divieto di pubblicare. Oltre a Pascual, presero parte alla caputxinada altri membri laici dell'Opus Dei: per es. Robert Espì e Francesco Brosa. L'avvenimento assunse un forte valore simbolico in tutta la Spagna, in parte perché esso rappresentò una forma di protesta culturale e non violenta.

In nota agli eventi appena descritti, aggiungiamo che l'unico cardinale, arcivescovo, o vescovo spagnolo mai incarcerato sotto Franco fu Herranz, dell'Opus Dei, al tempo giovane studente universitario. Egli aveva preso parte a una piccola azione di protesta scrivendo su un muro di Madrid lo slogan: «Vogliamo una rivoluzione agraria in Andalusia» (il padre di Herranz aveva fatto il medico in Andalusia e Herranz disse di essere particolarmente sensibile alle questioni della riforma e della giustizia agraria di quella regione). La polizia franchista arrestò i giovani pensando fossero comunisti. Passarono la notte in prigione, ma furono rilasciati dopo che dalle tasche di Herranz venne fuori un rosario. Questa, secondo la logica della polizia, era una prova certa che non fosse comunista. Disse Herranz riguardo all'episodio: «Mi piaceva questo [genere di protesta], soprattutto nei confronti di una società che era un po' troppo uniforme, troppo a destra»”.

Inoltre Allen descrive anche quale fosse l’atteggiamento di Josemaría Escrivá di fronte agli eventi dell’epoca:

“Escrivá era a conoscenza di tutte queste attività, ma, secondo i protagonisti, non intervenne mai, né presso i membri che lavoravano nel governo di Franco, né presso quelli che protestavano contro di esso. Escrivá era convinto che, fintantoché rispettavano gli insegnamenti della Chiesa cattolica, i membri dell'Opus Dei dovessero essere liberi di seguire le loro inclinazioni politiche. (…) L'impressione generale è che Escrivá facesse di tutto per restare neutrale rispetto al regime di Franco, anche se personalmente provava della simpatia per un leader che faceva il possibile per essere un cristiano retto. Non si può sostenere un'accusa di "franchismo", se non nel senso generico che molti cattolici spagnoli furono inizialmente sostenitori di Franco. Infatti, come abbiamo visto, vi fu una diffusa partecipazione di membri dell'Opus Dei ad attività antifranchiste. Il massimo che si può dire è che Escrivà non era nemmeno "antifranchista". Sua principale preoccupazione sembrerebbe la stabilità della società spagnola, allo scopo di tenere a bada i movimenti radicali che avrebbero potuto ripetere gli orrori della guerra civile. Escrivá non cercò di dettare particolari soluzioni politiche, né ai suoi membri né alle autorità spagnole”.

Sull’atteggiamento del fondatore in quegli anni c’è anche la testimonianza di Mons. Alvaro del Portillo, il suo più stretto collaboratore e successore alla guida dell’Opus Dei fino al 1994. Con queste parole descrive il clima di quell’epoca:

“Nel caso del franchismo, bisogna ricordare che la conclusione della Guerra civile segnò il rifiorire della vita della Chiesa, delle associazioni, delle scuole cattoliche, con una netta presa di posizione della Gerarchia a favore del generale Franco, che ovunque era considerato provvidenziale. Basti pensare che, al termine della Guerra civile, sulla facciata delle cattedrali di tutte le città spagnole che erano sede episcopale, era stato apposto lo scudo della Falange con la scritta: “caduti per Dio e per la Spagna. Presenti!”. Il fondatore dell’Opus Dei protestò più volte per questo abuso. In questa situazione, il Padre, pur riconoscendo a Franco il merito della pacificazione, dovette opporre resistenza a due pericoli: da una parte la strumentalizzazione della fede, con la pretesa di monopolizzare la rappresentanza dei cattolici nella vita pubblica da parte di determinati gruppi; dall’altra la tendenza di alcuni ambienti cattolici a servirsi del potere pubblico come di un braccio secolare: due facce del clericalismo, insomma.” (…)

“Quando, negli anni cinquanta, alcuni membri dell’Opera diventarono ministri di Franco, il Padre non approvò né disapprovò: essi agivano nella loro libertà di cittadini cattolici, rispettosi della Gerarchia, anche se non mancò chi ritenne di attribuire all’Opera come tale pressioni o ingerenze in campo politico. Le difficoltà e incomprensioni non mancarono”.

(Alvaro del Portillo, Intervista sul fondatore dell’Opus Dei, Ares, 1992)

Ciò che stava a cuore al fondatore era la libertà dei membri dell’Opera nelle questioni temporali. Tanto è vero che la difese anche da attacchi che venivano da istituzioni del Regime. È eloquente in proposito una lettera che il fondatore dell’Opus Dei scrisse il 28 ottobre 1966 al ministro José Solis, capo della Falange:

«Stimatissimo amico,

mi giunge fin qui il chiasso della campagna che la stampa della Falange, che dipende da V. E., sta facendo così ingiustamente contro I'Opus Dei.

«Le ripeto una volta ancora che i membri dell'Opera - tutti e ciascuno - hanno una assoluta libertà personale, come se non appartenessero all'Opus Dei, in tutte le questioni temporali e in quelle teologiche che non sono di fede e che la Chiesa lascia alla libera disputa degli uomini. Non ha perciò alcun senso mettere in evidenza l'appartenenza all'Opera di una determinata persona, quando si tratti di questioni politiche, professionali, sociali, ecc.; così come non sarebbe giusto, parlando delle attività pubbliche di V E., tirar in ballo la moglie o i figli o la sua famiglia.

«Con lo stesso modo errato di procedere si comportano le pubblicazioni che vengono ispirate dal suo Ministero: in questo modo non ottengono altro risultato che quello di offendere Dio, facendo confusione fra ciò che è spirituale e ciò che è terreno, mentre è evidente che i dirigenti dell'Opus Dei non possono fare nulla per coartare la legittima e completa libertà personale dei membri, che, d'altra parte, non nascondono mai che ognuno di loro si rende pienamente responsabile dei suoi propri atti e di conseguenza che la pluralità delle opinioni esistenti fra i membri dell'Opera è e sarà sempre un'altra manifestazione della loro libertà e una prova in più del loro buono Spirito, che li porta a rispettare le opinioni degli altri.

«Nell'attaccare o nel difendere il pensiero o il pubblico operato di un altro cittadino, abbiano l'onestà - che è un dovere di giustizia - di non far riferimento, sotto alcun punto di vista, all'Opus Dei: questa famiglia spirituale non interviene né può intervenire mai in nessun campo in scelte politiche o terrene, perché i suoi fini sono esclusivamente spirituali.

«Spero che Ella abbia capito la mia sorpresa sia all'annuncio di questa campagnia diffamatoria come davanti alla sua realizzazione; sono sicuro che si renderà conto del grosso errore che commettono e delle responsabilità che in coscienza si assumono davanti ai giudizio di Dio per lo sproposito che suppone il denigrare una istituzione che non influisce - né può influire - sull'uso che come cittadini i membri che la compongono, sparsi nei cinque continenti, fanno della loro libertà personale senza rifuggire dalla personale responsabilità.

«Le chiedo di por fine a questa campagna contro l’Opus Dei, dato che l'Opus Dei non è responsabile di nulla. Altrimenti dovrò pensare che non mi ha capito e resterà chiaro allora che V. E. non è in grado di comprendere né di rispettare la libertà, qua libertate Christus nos liberavit, la libertà cristiana degli altri cittadini.

«Litighino pure fra di loro, anche se io non sono amico dei litigi, ma non immischino ingiustamente in queste lotte quello che sta al di sopra delle passioni umane.

«Colgo questa occasione per inviarLe i miei saluti e per benedirLa con i suoi.

In Domino».

Infine c’è un aspetto non secondario da tenere presente: l’Opus Dei è ed è sempre stata – fin dal suo inizio - un’istituzione a carattere universale. Le vicende che la riguardano nel periodo pre e dopo Franco in territorio iberico non sono altro che un aspetto locale e non generale. Sottolinea bene questo punto Vittorio Messori nel suo Opus Dei, un’indagine (Oscar Mondadori):

“I rapporti di alcuni membri con Franco e il franchismo sono considerati dall'Opus Dei come «un caso particolare spagnolo». Non, dunque, qualcosa di centrale, come talvolta sono stati rappresentati dai critici dell'Istituzione. In effetti, a conferma ulteriore di avere «visto» qualcosa che doveva estendersi a tutto il mondo e che non era di certo limitato al bisogno di un Paese e di un tempo determinati, don Escrivá progettò subito di spostarsi a Roma. La guerra civile prima e la guerra mondiale poi glielo impedirono. Ma già nel 1946 si imbarcava su una specie di cargo malandato nel porto di Barcellona, sbarcava a Genova e da lì raggiungeva, con mezzi di fortuna, quella città da cui non si sarebbe più spostato, fissandovi la sede di un'Opera che si voleva universale e che solo nella città «cattolica» per eccellenza poteva realizzare la sua missione di estendersi a tutto il mondo. «Romana e mariana»: così voleva l'Opus Dei. Inoltre, ormai da decenni la maggioranza dei membri non è più spagnola. Oggi, più che mai, gli iberici non sono che una minoranza, …”.

Messori riporta le parole dello stesso fondatore in un intervista degli anni Sessanta a un giornale americano: “Oggi, comunque, la Spagna non, è che uno dei 65 paesi in cui ci sono persone dell’Opus Dei. Il quale ha avuto là la sua origine geografica, ma fin dall'inizio il suo scopo è universale». E così prosegue Messori: “Dunque, sarà doveroso esaminare con attenzione il «caso Franco», consapevoli però che non si tratta, oggettivamente, di un fatto centrale bensì, in qualche modo, marginale. O, almeno, locale e legato a un tempo preciso e ormai definitivamente trascorso”.