La mia Opera

Riportiamo un articolo dell’on. Paola Binetti, pubblicato su “Liberal” del 29 maggio, in cui si approfondisce come laicità e santità non siano concetti opposti.

Il 2 ottobre di ottanta anni fa San Josemaría Escrivá del Balaguer fondava a Madrid l’Opus Dei, una realtà del tutto nuova nella Chiesa, e anche lui, come tutti coloro che hanno il coraggio di fare proposte dal forte impatto innovativo incontrò non poche difficoltà per spiegarne la peculiarità. Ricordare a tutti gli uomini che c’è un modello di santità accessibile a ciascuno di noi perchè l’invito che il Signore rivolge ai suoi discepoli: «Siate perfetti come il Padre mio che è nei cieli», riguarda tutti i cristiani, senza distinzioni di sorta. E quindi riguarda in modo speciale i laici, impegnati in un lavoro professionale spesso esigente e faticoso, con una vita di famiglia tanto ricca di gioie e di soddisfazioni quanto esposta a delusioni e sofferenze. Riguarda ciascuno di noi quando è più giovane e quando lo è meno, quando sta bene in salute e quando è malato, quando dispone di sufficienti risorse economiche e quando sperimenta una condizione di indigenza. Ma soprattutto impegna ciascuno di noi in un rapporto generoso e disinteressato di amicizia leale verso gli altri, con una apertura costante verso le loro necessità e una disponibilità ad ascoltare, a comprendere, a rispettare ognuno con le sue caratteristiche.

La ricerca della santità è proposta dall’Opera ai laici di tutte le condizioni sociali e culturali, di tutti i paesi, di tutte le razze, senza distinzioni di sorta e riguarda in modo speciale l’esercizio del lavoro professionale in cui ognuno è impegnato per scelta personale oppure perché le circostante lo hanno condotto a fare quel lavoro piuttosto che un altro. Non a caso nell’Opera si trovano persone che svolgono le più diverse attività professionali, che cercano di realizzare nel miglior modo possibile, mettendo in gioco tutte le proprie capacità, sia attraverso un processo di formazione continua che attraverso un esercizio costante delle qualità proprie di quel tipo di lavoro. Nulla di più semplice nell’invito che il Fondatore dell’Opus Dei faceva ai primi ragazzi con cui entrava in contatto, spesso universitari, ma anche operai, impiegati, ecc... sollecitandoli a coinvolgere in questo stesso impegno anche i loro amici, i colleghi, i familiari.

Santità della vita ordinaria, vissuta restando nel proprio ambiente, continuando il proprio lavoro, mantenendo vivi tutti i rapporti umani che ognuno ha intessuto, per ragioni familiari, di amicizia, di comuni interessi. Un messaggio che si è diffuso con facilità nel mondo intero: oggi l’Opera è presente almeno in 100 paesi di tutti i continenti, ma che ha assunto un ritmo sempre più intenso proprio durante gli anni del Concilio Vaticano II, che si è caratterizzato proprio per la sua chiamata universale alla santità. 

Affiancare oggi i due termini: laicità e santità, con le realtà che rappresentano, appare ad alcuni contraddittorio, come se la laicità dovesse rappresentare prevalentemente un mondo distinto, se non contraddittorio, rispetto a ciò che caratterizza nell’immaginario collettivo la santità. Non a caso si contrappongono spesso i termini: laico e cattolico e si sottintende un appiattimento dei laici-cattolici in atteggiamenti di tipo clericale, che sono quanto di più distante dal senso profondo di una laicità cristiana correttamente intesa. In modo parzialmente semplificato si può dire che l’Opus Dei nei suoi primi 40 anni ha dovuto impegnarsi in una battaglia culturale, tutt’altro che facile, per far comprendere in cosa consistesse la santità laicale, rispetto ad altri modelli di santità molto più noti, come ad esempio quelli propri degli ordini religiosi. Mentre negli ultimi 40 anni è fortemente impegnato a difendere tutta la dignità del laicato, denunciando il rischio di una deriva interpretativa di tipo laicista, spesso anticlericale e aggressiva nei confronti dei valori propri della nostra Fede. 

Nel dibattito culturale, che ha attraversato gran parte del novecento e che sta fortemente caratterizzando questo inizio del terzo millennio, il tema della santità del laicato rappresenta una delle sfide più importanti per mettere bene a fuoco i termini della questione e individuare le soluzioni opportune. Chi sono i laici, quali sono le loro responsabilità specifiche in rapporto alla costruzione del bene comune; come possono partecipare da cattolici a rendere più umana e vivibile questa nostra società con tutti gli altri uomini. Ma soprattutto la domanda che sembra preoccupare almeno una parte della opinione pubblica riguarda il loro rapporto con la gerarchia della Chiesa, con i loro Pastori: come possono e debbono vivere quell’Unità raccomandata dal Vangelo: Ut omnes unum sint... senza perdere il senso profondo della loro responsabilità e della loro autonomia nelle scelte e nelle decisioni che sono chiamati a prendere di volta in volta. A tutto ciò l’Opera ha dato da tempo una sua risposta di ampio respiro che ha nella formazione personale di tutti e di ognuno in particolare la sua chiave di volta e che non esime nessuno dell’impegno a tradurre la formazione ricevuta in scelte coerenti di cui assumersi in totale libertà la piena responsabilità. 

Ognuno è libero di comportarsi come crede nella propria vita di famiglia, nel proprio lavoro professionale, nella assunzione degli incarichi tipici della sua vita sociale, nelle scelte culturali, politico-economiche, ecc. Esiste, come per ogni cristiano l’obbligo di una retta formazione della propria coscienza, che dura tutta la vita. Occorre muoversi con quella consapevolezza che induce ad attualizzare continuamente la propria formazione e rende prudenti davanti alle situazioni nuove che la scienza e la tecnica, ma anche la vita quotidiana possono presentarci e che percepiamo come situazioni ad alta complessità. In questo senso la ricerca della santità nel lavoro quotidiano propone una tensione positiva verso un miglioramento continuo della qualità del lavoro stesso, che richiede a tutti ì professionisti un processo di perfezionamento costante. Un gusto reale verso la realizzazione e l’attualizzazione dei propri talenti che invita allo studio e alla ricerca delle migliori soluzioni possibili, senza cadere nel rischio di una routine che appiattisce ogni prospettiva di cambiamento. Questa passione verso il lavoro ben fatto si manifesta non solo sul piano tecnico, ma anche nell’ambito dei rapporti umani. 

Un lavoro è sempre un servizio offerto agli altri. In questo caso è necessaria una ricerca concreta di ciò che è percepito come più utile e più efficace, secondo una dialettica che parte dalla concretezza delle domande poste da chi sperimenta a vario titolo una condizione di indigenza. Ma chi offre questo servizio immediato conserva anche uno sguardo lungo sulle effettive necessità degli altri, per cui cerca di individuare soluzioni a più alta densità innovativa, sfida la routine che presto o tardi rivela la sua incapacità di rispondere efficacemente ai bisogni emergenti. E infine la ricerca della perfezione nel lavoro non può ignorare gli aspetti di tipo etico: il rispetto di una serie di criteri e di valori richiede un esercizio costante delle virtù morali, che vanno dalla ricerca del bene comune, da anteporre al bene strettamente individuale, alla lealtà verso gli altri e alla onestà personale, alla sobrietà, e all’ottimismo aperto alla speranza, ecc.. Ed è per questo che tutte le attività che si ispirano allo spirito dell’Opus Dei hanno sempre un forte carattere formativo. 

Dagli asili nido alle scuole di tutti gli ordini e gradi, includendo le scuole professionali e le Università; dai centri culturali frequentati da professionisti con diverso profilo, ai club per gli adolescenti; dai Collegi universitari ai centri in cui si svolgono corsi in full immersion o ritiri spirituali...

Da facoltà universitarie come quella di Medicina e Chirurgia, particolarmente sensibile a tutte le sfide che la ricerca oggi pone sotto iI profilo bio-etico, a quella di Ingegneria bio-medica, in cui si integrano le competenze tecniche con quelle della info-etica e della tecno-etica. Dalla facoltà di teologia a quella di Diritto Canonico, da quella di Filosofia a quella della Comunicazione. Una particolare attenzione viene posta nella formazione dei giovani, sia che si tratti di scuole professionali di alto profilo, come il Centro Elis di Roma che di formazione universitaria, come il Campus Bio Medico sempre di Roma. I giovani sono considerati davvero la speranza della nostra società civile e della Chiesa stessa, per cui a loro viene dedicata una particolare attenzione formativa, in modo che comprendano tutta la responsabilità di acquisire e di esercitare una leadership a tutto ed esclusivo vantaggio della società in cui dovranno vivere. 

Da laici che non intendono rinunciare per nessun motivo alla responsabilità di prendersi cura del mondo e dell’ambiente concreto in cui vivono, non per fare una scalata al potere, ma per ricordare che lo spirito di servizio è la cifra della propria santità ordinaria. Ma cattivo spirito di servizio sarebbe quello di chi presta con indifferenza, sgarbatamente, un servizio per di più mal fatto. La formazione è quindi il vero e proprio crocevia di tutte le attività promosse da chi si ispira agli insegnamenti di San Josemaría Escrivá: una formazione forte ed esigente sul piano professionale, ma altrettanto forte ed esigente anche sul piano dottrinale. Ecco perché nei diversi centri è possibile riprendere in mano il catechismo per una formazione di base che voglia andare alla radice delle questioni essenziali della nostra fede, oppure si possono seguire dei corsi più approfonditi su tematiche specifiche, che intercettano la dottrina sociale della Chiesa, i documenti più recenti del Magistero, le attualissime questioni di carattere bioetico e biogiuridico. Lo stile formativo è sempre intensamente dialogico, con quell’approccio maieutico che garantisce la costante centralità dell’allievo e delle sue domande: dai più giovani ai più grandi, dai meno colti ai più competenti.

E facile immaginare come in questo modo si vadano creando delle reti in cui ognuno porta un amico, un collega, qualcuno che si ponga domande a cui lui non sa rispondere. Tutte persone in qualche modo già legate da quel filo sottile e prezioso della amicizia personale o della collaborazione professionale ed è proprio questo stile familiare, spontaneo, diretto, che caratterizza l’atmosfera in cui si svolgono le diverse attività formative. Un clima di accoglienza che valorizza tutte le esperienze e che sollecita le persone ad intervenire positivamente in questa comune ricerca delle risposte agli interrogativi complessi che la nostra società ci pone. C’è spesso la presenza di un esperto dei temi in questione, di un testimone diretto dei fatti di cui si parla, ma gli incontri non hanno nulla di cattedratico, hanno spesso il sapore e l’ambientazione del salotto di famiglia. Quello in cui ci si riunisce con gli amici per un caffè e per affrontare una questione spinosa, o per soddisfare una curiosità e poi si torna a casa con i desiderio di condividere con altre persone le idee che sono emerse, contagiando entusiasmo e confrontandosi ulteriormente sui dubbi irrisolti o sulle nuove domande emerse.

È questa naturalezza che rende le persone che frequentano centri ed attività promosse dall’Opera totalmente uguali agli altri, non ci sono distintivi, né segni identificatori di alcun tipo, neppure quelli tipici dei tifosi di una squadra di calcio o degli appartenenti ad un club culturale.

Lo stile è totalmente personale, affidato al buon gusto di ognuno e al rispetto di quelle norme elementari che caratterizzano l’eleganza umana, senza affettazione né ostentazione, ma anche senza esibizionismi di nessun genere. Molte persone entrando per la prima volta in uno dei cosiddetti centri dell’Opera restano colpite dall’aria familiare che vi si respira e che anche l’arredamento suggerisce. Si trovano spesso gli stessi mobili presenti a casa propria, con quella articolazioni degli spazi che suggerisce più la possibilità di incontri personali o di piccolo gruppo che non riunioni a grande dimensione. Nelle residenze universitarie accanto alla immancabile biblioteca e alle sale di studio, trovi sempre un soggiorno caldo ed accogliente, simbolo di quella vita di famiglia in cui si condividono speranze e timori, discussioni appassionate e risate senza perché. 

E nel soggiorno trovi pure più o meno l’unico apparecchio tv del collegio universitario, come a significare che quel poco di televisione che vale la pena vedere diventa più piacevole se la si guarda insieme e si commentano insieme i programmi, evitando quella tendenza ad isolarsi dal gruppo e a rinchiudersi da soli nella propria stanza con una televisione accesa per alleviare la noia o la solitudine. È tipica delle residenze universitarie la voglia di incontrare professionisti affermati nei loro ambiti specifici, il desiderio di conoscere chi ha realizzato, sia pure parzialmente i propri sogni di futuro, soprattutto quando riguardano forme concrete di impegno verso gli altri.

Nascono così progetti di volontariato, possibilità di esperienze generose in cui si mette in gioco il proprio tempo e si dà forma ai propri interessi declinandoli nell’ottica della responsabilità sociale. Un modo di crescere insieme prendendosi più cura degli altri che non aspettando che qualcuno si prenda cura di noi. In altri termini sono giovani in cerca di ideali che provano a guardare al futuro senza la rassegnata malinconia di molti coetanei e senza bisogno di bruciare il loro amore per l’avventura e per il rischio in soluzioni in cui possono pagare un prezzo fin troppo caro per il loro futuro. Meglio il mal d’Africa che la febbre del sabato sera, commentava un po’ di tempo fa una studentessa alla sua terza esperienza estiva con l’Icu, l’istituto per la cooperazione universitaria che da oltre 40 anni, dal mitico 1968 propone ai giovani universitari di tutto il mondo esperienze caratterizzate da un alto profilo di solidarietà internazionale. E con un approccio totalmente laico chiede agli universitari non solo di pagarsi viaggio e soggiorno, ma di contribuire anche con generosità alle esigenze delle persone con cui si incontreranno a breve termine. Basta un po’ di fantasia per cominciare a confrontarsi fin da giovani con quella attività di ricerca fondi che è alla base di ogni iniziativa di solidarietà, ma anche di ricerca scientifica, posto che come tutti sanno la ricerca universitaria comincia con la possibilità di trovare i fondi necessari per farla. Come si vede un apprendistato a tutto campo....

Ma in questo clima di amicizia condivisa, di libertà allegra e costruttiva, di interrogativi culturali spesso complessi e ancora in cerca di soluzioni, di impegno serio nello studio e nel lavoro, un ruolo essenziale è svolto dalla formazione dottrinale. Diventa sempre più necessario tornare ai "fondamentali" della nostra fede, che d’altra parte non si risolve nella pur essenziale trasmissione di valori e di principi, ma punta a sviluppare in ognuno un profondo amore per la Chiesa, per il Papa, e per tutti i suoi pastori. Taluni confondono laicità, intesa come responsabilità personale, ed autonomia, intesa come capacità di assumersi le conseguenze delle proprie azioni e decisioni, con l’atteggiamento sistematicamente contestatore di chi si ritiene in diritto di fare con la propria intelligenza critica una sorta di aggressione sistematica all’insegnamento della Chiesa. Il Fondatore dell’Opera parlava spesso dei suoi tre grandi amori: Cristo, Maria e il Papa e ha cercato di trasmettere a tutti i suoi figli l’amore per la chiesa, come una passione dominante. In una delle sue omelie più famose: Amare il mondo appassionatamente, diceva di voler servire la Chiesa senza servirsi della Chiesa, senza andare alla ricerca di privilegi o di scorciatoie per ottenere vantaggi di tipo personale. L’amore alla Chiesa e al Papa è un tratto dominante dello spirito dell’Opera e si manifesta in modo esplicito nella fedeltà con cui ognuno, svolgendo il proprio lavoro, vivendo la propria vita di famiglia, dando valore a tutti i rapporti sociali, testimonia la propria vocazione cristiana.

Non stupisce quindi che la chiamata universale alla santità, punto cruciale del carisma fondazionale di S. Josemaría, pienamente recepito dal Concilio Vaticano II e in particolare dalla Gaudium et Spes, abbia attratto e continui ad attrarre giorno per giorno migliaia di persone di tutto il mondo senza distinzioni di sorta. Si sono aperti i cammini divini della terra, amava ripetere il Fondatore dell’Opera; ma tutto ciò riempie ogni persona che scopre la bellezza di questo messaggio fino a calarlo davvero nella quotidianità della sua vita. Svolgere con la maggiore perfezione possibile il proprio lavoro è tutt’altro che facile. Scienza e tecnica ci pongono continuamente nuove sfide, anche sotto il profilo etico: ogni giorno assistiamo agli attacchi più o meno sofisticati con cui si cerca di mettere sotto scacco la vita e la famiglia. Ma anche i problemi legati alle nuove povertà, sia nelle grandi città che nei paesi costantemente umiliati dall’arroganza di nuove forme di imperialismo economico, impongono di uscire dalla quiete accomodata del proprio benessere per cercare di essere all’altezza delle richieste che vengono poste ai cattolici che non si sottraggono alle grandi sfide di una umanità dolente. 

Moltissime iniziative promosse da persone dell’Opera trovano la loro collocazione ideale nelle periferie delle metropoli: in Europa, ma anche negli Stati Uniti e più recentemente nelle grandi città orientali. Accanto al servizio diretto alle persone, realizzato soprattutto attraverso iniziative di formazione umana e professionale, nascono scuole di alta economia che godono di enorme prestigio a livello internazionale: a cominciare dallo lESE di Barcellona. La concretezza e la tempestività con cui vengono affrontati i problemi, unita alla competenza specifica di chi lavora sul campo secondo lo stile proprio delle persone del paese: dalla Bolivia, alla Costarica, dal Congo alla Nigeria, dalla Russia alla Lituania, dalla Cina all`Indocina: sono tutte iniziative analoghe, ma non hanno nulla di quelle copie sbiadite che si creano quando si tenta di riprodurre passivamente modelli considerati vincenti in altri ambiti. Anche questa originalità caratterizzata da una continua creatività, è una manifestazione di laicità, che testimonia nello stesso tempo amore reale per le persone a cui ci si dirige, amore per una attività professionale che rifugge da ogni possibile forma di dilettantismo e infine, a modo suo è anche segno di quella filiazione divina, che porta ognuno a fidarsi della Provvidenza e dell’Amore di Dio.