La luce che passa dalle sbarre

In questo articolo condividiamo l'esperienza di Rita Zecchel con il corso Alpha, un percorso pensato per riscoprire la fede cristiana in modo semplice, libero e condiviso, in carcere.

Non avevo mai messo piede in un carcere. A dire il vero, non ci avevo neppure mai pensato seriamente. Eppure oggi, entrando a Bollate o a Busto Arsizio con la borsa piena di cibo e il cuore in ascolto, mi sembra la cosa più naturale del mondo.

Mi chiamo Rita, sono un’imprenditrice, madre di cinque figli e nonna di cinque nipoti. Abito ad Arese, vicino a Milano.

Da anni coltivo la passione per la formazione — umana, professionale e cristiana — in particolare sul tema della donna come lavoratrice, sposa e madre. Sono soprannumeraria dell’Opus Dei, e nella mia vita ho avuto tante occasioni per accompagnare le persone nei loro cammini. Ma il carcere era, per me, un mondo lontano. Un argomento che rimaneva ai margini.

Recentemente, due eventi hanno segnato una svolta: da una parte, l’inizio di una corrispondenza con un detenuto; dall’altra, la scoperta quasi casuale del corso Alpha, un percorso pensato per riscoprire la fede cristiana in modo semplice, libero e condiviso. Si guarda un video, si chiacchiera, si ascolta, si fanno domande. Senza giudizi. Alpha aveva già portato frutti in tanti contesti, anche nelle carceri di altri Paesi. Mi sono chiesta: perché non provare anche in Italia?

Dopo il Covid, sentivo dentro di me che “il tempo è breve”. E che forse era arrivato il momento di affrontare una sfida nuova.

Così ho chiamato alcuni amici, e nel salotto di casa è nato un piccolo gruppo di volontari. Eravamo in dieci. Abbiamo iniziato il lungo iter per ottenere i permessi. Alla fine, si sono aperte le porte di Bollate, poi Busto Arsizio. Ora siamo una ventina di volontari e si sono aggiunte le carceri di Pavia e prossimamente di Monza, tutte città nei dintorni di Milano.

Il lunedì, il venerdì e il sabato entriamo in un mondo segnato dal dolore, dalla solitudine, dalla fatica. E ci entriamo con semplicità: un sorriso, una merenda condivisa, un video, qualche domanda. Ma soprattutto, ascoltiamo. E ascoltiamo davvero.

Non chiediamo mai perché si trovano lì, conta solo accogliere, guardare negli occhi, restare presenti. All’inizio non è stato facile. Avevamo paura. Ci sentivamo fuori posto. Ma piano piano sono cadute le maschere — le nostre e le loro — e ha cominciato a nascere qualcosa di vero.

Ogni carcere ha una sua storia, una sua dinamica. Bollate e Busto sono state esperienze diverse, a volte piene di imprevisti. Ma il filo rosso che le unisce è lo stesso: un cambiamento silenzioso, che passa dal cuore.

Ricordo le parole di un detenuto: “Ho visto uno spiraglio di luce. Mi si è riacceso un barlume di fede che avevo perso da tempo”. Un altro mi ha detto: “Questo corso mi ha dato una seconda possibilità. Il perdono. La forza di rialzarmi dopo la caduta.”

Molti ci hanno ringraziato per averli trattati come persone. “Mi sono sentito un uomo, non solo un detenuto”: è una frase che mi porto nel cuore.

Un ex detenuto ci ha spiegato la vita dietro le sbarre con queste parole: “Quando si chiude la porta, dentro c’è solo angoscia. Ti senti immondizia. E allora ti attacchi con le unghie e con i denti alla misericordia, a chi riesce ad assorbirti un po’ del dolore, giorno dopo giorno.”

Il metodo Alpha è disarmante nella sua semplicità. Si mangia insieme, si guarda un video, si parla. In un clima informale, libero, dove ognuno può esprimersi. Uno dei partecipanti ha detto: “Più che un corso, sembrava un ritrovo di amici.”

Abbiamo avuto anche la grazia di poter contare sulla presenza di un sacerdote per le confessioni. Era un momento attesissimo. Lo volevano sempre con loro. Era come una finestra aperta sulla libertà.

Noi volontari non siamo usciti indenni da tutto questo. Una formatrice mi ha scritto: “All’inizio tornavo a casa tutta contratta per la sofferenza che avevo visto. Ma poi è cambiato tutto. Abbiamo riso insieme. Ci siamo voluti bene.”
Un’altra ha detto: “Ho capito che non si impara dal successo. Si impara dal fallimento, dall’errore. Il fallimento, se accolto, ti cambia e ti migliora.”

Alla fine del primo ciclo i detenuti di Bollate ci hanno implorati di non abbandonarli, così quest’anno oltre a iniziare un corso per nuovi detenuti abbiamo organizzato una catechesi sulle virtu’ umane per i vecchi detenuti. Tutte e due le attività procedono bene e pensiamo per il prossimo anno di coinvolgere i detenuti stessi nell’organizzazione e nella gestione dei nuovi corsi. Diversi si sono dimostrati vogliosi e in grado di fare questo. Una vera rivoluzione.

Facciamo scrivere frasi affinchè esprimano i loro sentimenti: vedo che c’è una profondità di pensiero e di crescita impressionanti. Deduco che la situazione di sofferenza fa maturare molto, tutti esprimono una gratitudine e un cambiamento che difficilmente ho riscontrato in situazioni “normali”.

Quando qualcuno mi chiede perché faccio tutto questo, rispondo con semplicità: perché mi sembra giusto. Perché lì, dove tutto sembra perduto, può accendersi una scintilla. Perché il Signore ha sete anche lì. Anzi, forse soprattutto lì. Credo che ciascuno di noi, nel proprio piccolo, possa portare un po’ di luce dove si trova: un gesto, un sì detto col cuore, può generare un’onda che arriva lontano.

Rita Zecchel