Cambiare il mondo non con la forza delle armi, né con la tecnologia dei giganti del web o con l’Intelligenza Artificiale. Ma con la via silenziosa ed efficace della propria santificazione personale nel bel mezzo delle attività quotidiane. “Queste crisi mondiali sono crisi di santi” soleva ripetere san Josemaría, spalancando orizzonti nuovi sull’efficacia salvifica di ogni lavoro, anche il più umile, fatto con amore.
Le basi della Redenzione
Non a caso la Redenzione stessa poggia le basi sulla vita nascosta di Gesù, che fino ai trent’anni ha fatto il falegname.
E su quella di Maria, che si è unita alla redenzione del Figlio lungo tutta la sua vita, che si occupava del lavoro della casa, di faccende domestiche spesso ingrate e, specie a quei tempi, faticose.
E sulla vita ordinaria dei primi cristiani, che svolgevano le più diverse attività ma che, come la minoranza creativa che Benedetto XVI[1] ha invocato per il rinnovamento della Chiesa, hanno dato, dall’interno della società romana, un impulso vitale per il diffondersi del cristianesimo.
Le basi della santificazione del lavoro
La prima condizione per poter offrire a Dio il proprio lavoro, insegnava san Josemaría, è quella, indispensabile, di lavorare bene, come il migliore dei nostri colleghi e, se possibile, “meglio del migliore”. Con l’aiuto della grazia di Dio e con la lotta alla pigrizia e alla superficialità: santificare il lavoro impone il rispetto delle regole etiche e delle competenze tecniche necessarie per poter svolgere al meglio il servizio agli altri, qualunque esso sia.
E questo conduce al cuore dell’ideale che da sempre mi ha coinvolto, da quando ero giovane liceale, ad ora, professionista con molti anni e responsabilità sulle spalle: santificarsi e santificare gli altri con il lavoro. Un carisma dalla potenza dirompente, ancora in gran parte inesplorata.
Il lavoro come altare
Il lavoro di ogni giorno come un altare sul quale celebrare la propria Messa, in unione con Cristo, con un’efficacia redentiva che supera il tempo e lo spazio.
Sentiero da percorrere anzitutto all’interno del proprio cuore, là dove, come elencato dallo stesso Gesù nel Vangelo[2], nascono i semi della discordia che spesso inquinano i posti di lavoro: invidia, maldicenza, orgoglio, rivalità, ambizione di potere. È nel cuore che si radica il desiderio rinnovato quotidianamente, di servizio agli altri, purificandolo da moti vanitosi di successo egoistico o da quelli dell’inimicizia o, ancora, dell'inadeguatezza.
Impegno non di poco conto, da rinnovare ogni giorno attraverso un’intensa vita di preghiera – che san Josemaría chiamava “piano di vita” – che, lungi dall’impedire il migliore svolgimento dei nostri compiti, ne alleggeriscono il peso e lo impregnano di significato.
Preghiera che, con l’aiuto del Signore, si può tradurre in una disponibilità umana e professionale aperta e cordiale, che valorizza i talenti altrui e genera relazioni fondate sulla fiducia. Ma che può anche scontrarsi con ostilità ed emarginazione, come più di una volta è successo anche a me.
Il prezzo da pagare
Però il prezzo da pagare è meno gravoso rispetto alla gioia di vedere che, – mentre si percorre il sentiero che si apre a fatica “con il battere dei vostri passi” secondo l’espressione di san Josemaría –, altri si svegliano dal torpore spirituale e riscoprono, attraverso l’amicizia umana, quella soprannaturale con Dio nel bel mezzo delle proprie attività quotidiane. Iniziando a loro volta a percorrere i cammini della terra che “si sono fatti divini” e contribuendo a quella nuova evangelizzazione tanto auspicata dall’indimenticabile san Giovanni Paolo II:
“Occorrono araldi del vangelo, esperti in umanità, che conoscano a fondo il cuore dell’uomo di oggi, ne partecipino gioie e speranze, angosce e tristezze e nello stesso tempo siano dei contemplativi innamorati di Dio. Per questo occorrono nuovi santi. I grandi evangelizzatori dell’Europa sono stati i santi”[3].
Paola Maria Zerman
[1] Cfr. Intervista concessa dal Santo Padre ai giornalisti durante il volo verso la Repubblica Ceca, 2009.
[2] Cfr. Mc 7, 21.
[3] San Giovanni Paolo II, Discorso al Simposio del Consiglio della Conferenza Episcopale d’Europa, 11-X-1985.
