Meditazioni: Sabato della 15ª settimana del Tempo Ordinario

Riflessioni per meditare nel sabato della quindicesima settimana del Tempo Ordinario. I temi proposti sono: Miti nella vita quotidiana, Proporsi di essere graditi a Dio, Quando arriva la paura.

- Miti nella vita quotidiana

- Proporsi di essere graditi a Dio

- Quando arriva la paura


All’inizio della sua vita pubblica, Gesù ha lodato i miti come beati (cfr. Mt 5, 5). Più avanti, dirà di sé stesso: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). La mansuetudine è una caratteristica che ha segnato la vicenda terrena del Signore. E non solo per le parole che ha pronunciato, ma soprattutto per i gesti. A chi lo rifiutava e tramava contro di lui, Cristo non volle ribellarsi e neppurre imporre la propria autorità: ha saputo accettare pazientemente le incomprensioni e il disprezzo. Questo atteggiamento ha raggiunto il suo culmine sulla croce, perchè la mansuetudine si manifesta soprattutto «nei momenti di conflitto, si vede da come si reagisce a una situazione ostile. Chiunque potrebbe sembrare mite quando tutto è tranquillo, ma come reagisce “sotto pressione”, se viene attaccato, offeso, aggredito»[1]? San Pietro ricorda come Gesù ha risposto in una situazione ostile: «insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia» (1Pt 2, 23).

Nella vita di ogni giorno forse non vivremo situazioni tanto ostili come quelle del Signore, probabilmente si presenteranno prove normali ma pur sempre dolorose. Le relazioni in famiglia e quelle con i colleghi di lavoro sono forse il contesto nel quale abbiamo maggiormente bisogno di vivere la mitezza. E questo, a volte, vuol dire resistere a una prima reazione a caldo, mossa dall’ira o dall’indignazione, per poter rispondere con serenità e pazienza, come farebbe il Signore e come ci piacerebbe che gli altri facessero con noi. Il mansueto sa che è più importante rispettare cristianamente gli altri che non la questione concreta che tanto lo ha disturbare. Manifesta così una maniera di amare che può essere eroica, perché evita un danno peggiore per proteggere sé stesso. A tal proposito, san Josemaría consigliava alcuni atteggiamenti che possono aiutare a imitare la mitezza di Cristo: «Quella parola ben trovata, la battuta che non uscì dalla tua bocca; il sorriso amabile per colui che ti annoia; quel silenzio davanti a un’accusa ingiusta; la benevola conversazione con i seccatori e gli importuni; quel non dare importanza, quotidianamente, ai mille particolari fastidiosi e impertinenti delle persone che vivono con te… Tutto questo, con perseveranza, è davvero solida mortificazione interiore»[2].


Il modo, mite e umile, di agire del Signore era stato predetto da Isaia, come ricorda san Matteo: «Non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta» (Mt 12, 19-20). Il segreto del servo sofferente, che il profeta sta descrivendo, e che avrà compimento in Gesù Cristo, è che non vive in funzione di ciò che gli altri pensano o dicono di lui. Non è vincolato agli applausi o al riconoscimento umano, al rifiuto o all’accoglienza del suo messaggio, ma agisce pensando allo sguardo paterno: «Ecco il mio servo, che io ho scelto; il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento» (Mt 12, 18). Gesù vive per compiacere suo Padre. Per quanto alcuni suoi gesti possano essere passati inavvertiti ai suoi contemporanei, sa che suo Padre ha visto e se ne è compiaciuto.

La filiazione divina ci consente di sentirci contemplati da Dio nelle nostre piccole battaglie quotidiane, nascoste, spesso neppure percepite da occhi umani. Quando gli offriamo quello che stiamo iniziando a fare, egli «è già in ascolto, già infonde coraggio. Abbiamo raggiunto lo stile delle anime contemplative, in mezzo al lavoro quotidiano! Perché ci pervade la certezza che Egli ci vede, mentre ci richiede continui superamenti: quel piccolo sacrificio, quel sorriso a un importuno, il cominciare dall’occupazione meno piacevole ma più urgente, la cura dei dettagli di ordine, la perseveranza nel compimento del dovere quando sarebbe così facile interromperlo, il non rimandare a domani ciò che dobbiamo concludere oggi…, tutto per far piacere a Lui, a Dio nostro Padre!»[3].

Vista così, la vita del cristiano è la vita di un innamorato. L’amore per una persona, infatti, si manifesta in tanti piccoli dettagli che cercano di rendergli la vita più gradevole. Qualche volta l’altro li coglierà e ne sarà grato; altre volte non se ne accorgerà neppure. In ogni caso, e per quanto a volte possa essere naturale e logico aspettarsi una certa riconoscenza, ciò che spinge ad agire così è che la persona amata sia felice. Ugualmente, una sana relazione con Dio non può essere fondata sulla paura del castigo o sul mero desiderio di adempiere una serie di norme, quanto piuttosto sul desiderio di rallegrarlo in ogni momento. E, contemporaneamente, egli ci invita a scoprire la sua costante attenzione per ciascuno; è proprio questo che principalmente si attende da noi: che ci lasciamo amare da lui.


Il desiderio di piacere a Dio può essere accompagnato da un certo timore di rattristarlo. Per un certo verso, ha una qualche logica, dato che vuol dire che lo amiamo veramente: nessuno si preoccupa di dare dispiacere a chi non conosce. Tuttavia, questo sentimento non può essere il fondamento di una vita piena. Forse proprio per questo «nelle Sacre Scritture troviamo 365 volte l’espressione “non temere”, con tutte le sue varianti. Come dire che ogni giorno dell’anno il Signore ci vuole liberi dalla paura»[4]. Il prelato dell’Opus Dei, qualche anno fa, segnalava una delle forme che tale paura può assumere. Incoraggiava a «esporre l’ideale della vita cristiana senza confonderlo con il perfezionismo, insegnando a convivere con la debolezza personale e con quella degli altri; far proprio, con tutte le sue conseguenze, un atteggiamento quotidiano di abbandono pieno di speranza, basato sulla filiazione divina»[5]. Una persona santa teme di offendere Dio e di non corrispondere al suo amore. Il perfezionista, invece, teme di non fare le cose abbastanza bene e, per questo, teme che Dio si offenda. La santità non è la stessa cosa del perfezionismo, anche se a volte si possono confondere.

Il timore può presentarsi quando constatiamo che ci siamo, ancora una volta, lasciati portare dalle nostre passioni, che abbiamo nuovamente peccato, che siamo così deboli nel compiere anche i propositi più facili. Diventiamo tristi e arriviamo a pensare che Dio sia deluso da noi. Ci lasciamo invadere dalla tristezza. In tali occasioni bisogna ricordare che la tristezza è l’alleata del nemico: non ci avvicina al Signore, piuttosta da lui ci allontana. Confondiamo la nostra irritazione e la nostra stizza con una presunta delusione di Dio. Ma, l’origine di tutto ciò non è l’Amore che gli vogliamo, ma il nostro ego ferito, la nostra inaccettata fragilità. Di fronte alla paura di rattristare Gesù, possiamo chiederci: questa paura mi unisce a Dio? Mi fa pensare di più a Lui? O mi fa concentrare su me stesso: sulle mie aspettative, sulla mia lotta, sui miei successi? Mi spinge a chiedere perdono a Dio nella confessione? A riempirmi di gioia sapendo che mi perdona? Oppure mi porta a disperare?

Quando sentiamo una tale tristezza, rivolgiamoci alla Santa Vergine Maria per ricominciare sempre con gioia, sapendo che suo Figlio si commuove ogni volta che ci rialziamo dopo l’ennesima caduta.


[1] Francesco, Udienza, 19 febbraio 2020.

[2] San Josemaría, Cammino, n. 173.

[3] San Josemaría, Amici di Dio, n. 67.

[4] Francesco, Messaggio, 25 marzo 2018.

[5] Mons. Fernando Ocáriz, Lettera pastorale, 14 febbraio 2017, n. 8.