- Un cammino verso la speranza
- Porre in Dio le nostre aspettative
IL COMMIATO così repentino del giovane ricco ha colto di sorpresa gli apostoli. Magari hanno pensato ai momenti in cui essi stessi erano stati chiamati e, vedendo quel giovane, forse qualcuno di loro ha pensato che il giovane aveva delle qualità umane migliori delle sue. Probabilmente era di buona famiglia, aveva soldi e – cosa ancora più importante – sembrava che praticasse tutti i comandamenti e che sentisse nel cuore il desiderio sincero di vivere più vicino a Dio. Perciò si era avvicinato a Gesù di propria iniziativa. Eppure, di fronte all’invito del Signore di vendere tutto quello che possedeva per poterlo seguire liberamente, aveva deciso di intraprendere una strada diversa. Appena se ne fu andato, gli apostoli si sono probabilmente guardati fra loro increduli, in preda a una certa vergogna per le loro limitazioni, senza riuscire a penetrare il mistero per cui loro avevano detto di sì a Gesù e, invece, uno umanamente tanto eccellente lo aveva rifiutato.
«Allora, chi può essere salvato?» (Mt 19, 25). Forse ogni tanto in fondo al cuore ci facciamo questa domanda, come gli apostoli, quando videro che anche uno del calibro umano del giovane ricco si allontanava da Gesù. A volte ci può togliere la pace il fatto che, malgrado cerchiamo di condurre una vita cristiana e malgrado lottiamo per seguire Cristo e abbiamo ricevuto una vocazione divina, siamo deboli e ogni tanto ci allontaniamo da Lui. Se a me costa tanto, se io, pur sapendo bene quanto amore Dio ha per me, mi sento tanto debole, che sarà della gente che neppure conosce Dio? Che senso ha sforzarsi di seguire il Signore in mezzo alle vicissitudini di questo mondo?
La risposta del Maestro contiene un insegnamento fondamentale per la nostra vita: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19, 26). Questa frase sintetizza i motivi di molti nostri scoraggiamenti e, nello stesso tempo, ci propone un cammino verso la speranza. Può darsi che spesso perdiamo la gioia di vivere, perché vogliamo ottenere esclusivamente con il nostro impegno personale ciò che supera le nostre forze: la nostra salvezza. Invece, la frustrazione si trasforma in un sano abbandono, quando ci rendiamo conto che è Dio colui che può andare al di là delle nostre forze. «Ricordi e lealmente riconosci che fai tutto male: questo, Gesù mio – aggiungi – non può sorprenderti: è impossibile che io ne combini una giusta. Aiutami Tu, fa’ Tu per me e vedrai come tutto riesce bene»[1].
«ALLORA, chi può essere salvato?» (Mt 19, 25). Questa domanda se la fecero gli apostoli non solo quando constatarono come un giovane di talento preferiva rimanere con le sue ricchezze anziché seguire Gesù, ma proprio di fronte alle esigenti parole del loro Maestro dopo aver vissuto questa scena: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel Regno dei Cieli» (Mt 19, 23). Anche se il Signore vuole far loro comprendere che la salvezza personale è sempre un’opera di Dio e della sua misericordia, non nasconde loro l’esigenza del cammino. Seguirlo da vicino – come un altro apostolo – implica una radicalità che impregna tutta la nostra vita e che deve essere pronta ad accogliere qualunque richiesta del Signore a ciascuno di noi.
Il cammino di povertà interiore per arrivare al cielo è allo stesso tempo un dono divino e una libera decisione. Dio ci regala immeritatamente il suo amore: questa è la verità principale della nostra vita. Non è un amore che «derivi essenzialmente dalla nostra osservanza, dalla nostra bravura, dalla nostra religiosità», ma è un regalo dello Spirito Santo: «Lui ci insegna ad amare, e dobbiamo chiedere questo dono. È lo Spirito d’amore che mette in noi l’amore, è Lui che ci fa sentire amati e ci insegna ad amare. È Lui il “motore” – per così dire – della nostra vita spirituale. È Lui che muove tutto dentro di noi»[2].
Attraverso le azioni concrete della nostra quotidianità possiamo accogliere o rifiutare questo amore che il Signore ha per noi. La lotta interiore ha senso, in realtà, quando la s’intende da questo punto di vista. Non tanto come una maniera di guadagnarci la salvezza, ma come il modo di mostrare l’amore che abbiamo per Dio e che vogliamo che ispiri tutte le nostre azioni. In definitiva è Lui che ci sostiene, specialmente nei momenti nei quali il cammino verso la santità diventa più difficile. «Alcuni si comportano, durante la loro vita, come se il Signore avesse parlato di donazione e di rettitudine soltanto a coloro ai quali queste cose non costano – non ce ne sono! – o a quelli che non hanno bisogno di lottare. Dimenticano che, a tutti, Gesù ha detto: il Regno dei Cieli si conquista con violenza, con la lotta santa di ogni istante»[3].
PUÒ DARSI che, in alcuni momenti della nostra vita, seguire Gesù ci riesca particolarmente difficile. Forse abbiamo una croce che non comprendiamo del tutto, subiamo un certo tipo di incomprensione a causa della nostra fede o semplicemente ci sentiamo freddi nel nostro rapporto con Dio. Allora abbiamo l’impressione che non valga la pena lottare. Tutti noi possiamo essere invasi dalla stanchezza del tran-tran quotidiano nel seguire Cristo. In situazioni come questa ci può servire di esempio la sincerità di san Pietro dopo aver visto come il giovane ricco aveva rifiutato la chiamata di Gesù. Come lui, possiamo ardire di domandare al Signore nella nostra orazione: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?» (Mt 19, 27). Non si tratta di subordinare il nostro impegno a una ricompensa, ma piuttosto di porre tutte le nostre aspettative interiori nell’amore di Dio, ben sapendo che Egli vuole sempre il meglio per ciascuno di noi e che, come un buon Padre, vuole colmarci di beni.
Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi sui dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eternità la vita eterna» (Mt 19, 28-29). Il «cento volte tanto» consiste in questo amore incondizionato di Dio, nella sua vicina presenza, che ci accompagna nei giorni buoni e in quelli cattivi, e rende tollerabile la nostra lotta; però si riferisce anche alla felicità eterna che ci aspetta nel cielo. Perciò san Josemaría raccomandava, specialmente quando siamo circondati dalle difficoltà, di pensare al momento in cui contempleremo Dio faccia a faccia: «Al momento della tentazione, pensa all’Amore che ti attende in cielo: ravviva la virtù della speranza, che non è mancanza di generosità»[4]. Non è egoismo mettere il cuore e le nostre speranze nel cielo, dove ci aspetta la Santissima Trinità per darci l’abbraccio definitivo. Al contrario, significa che il nostro amore per Dio è realmente tale da diventare il motore di tutte le nostre decisioni, siano esse grandi o piccole: è Lui che cerchiamo, l’unico che possa soddisfare la nostra sete di felicità. Nel paradiso incontreremo anche nostra Madre, la Vergine Maria, della quale potremo godere la tenerezza materna per tutta l’eternità.
[1] San Josemaría, Forgia, n. 353.
[2] Papa Francesco, Omelia, 5-VI-2022.
[3] San Josemaría, Solco, n. 130.
[4] San Josemaría, Cammino, n. 139.