«Manda, Signore, la sapienza dal tuo trono glorioso, perché mi assista nella mia fatica, e io conoscerò ciò che a te è gradito»[1]. Nei primi giorni del Tempo ordinario, la Chiesa prega ogni anno con queste parole, ispirate al libro della Sapienza (cfr. Sap 9,10). La sapienza, che è «il gusto del bene»[2]: la capacità di cogliere ciò che è veramente importante, l’unica cosa necessaria, la parte migliore (cfr. Lc 10,42). Ogni giorno sempre più persone apprezzano questo tesoro intangibile: deluse dagli imperativi del successo e della sicurezza che le hanno lasciate vuote, si mettono a cercare oltre. A volte questa ricerca le conduce alla fede cristiana; altre volte, invece, le porta a esplorare le antiche tradizioni religiose e filosofiche dell’Estremo Oriente, scuole greche come lo stoicismo, o persino le spiritualità del New Age.
«Manda la sapienza dal tuo trono glorioso»: pregando così, la Chiesa si leva in mezzo a questi aneliti e proclama Dio come l’unica fonte della vera sapienza. In questo, la preghiera non ha nulla di insolito per un credente; ma che cosa può voler dire, invece, che questa sapienza dall’alto «mi assista nella mia fatica», che mi accompagni nel mio lavoro quotidiano? In diverse tradizioni appena menzionate, il lavoro quotidiano tende a essere visto proprio come un ostacolo nella ricerca della sapienza, della pienezza della vita. Nella Bibbia, invece, la sapienza — il piano di salvezza di Dio per il suo popolo, rivelato a poco a poco nella Legge e nei profeti — si fa strada attraverso la vita e il lavoro degli uomini. Plasmata anzitutto nell’opera della creazione del mondo, giungerà al suo culmine con l’incarnazione del Verbo, con le parole, i gesti e il lavoro di Gesù di Nazaret.
«Un motivo soprannaturale»
Nella sua predicazione, san Josemaría tornava spesso sul fatto che la salvezza portata da Gesù, rivelazione definitiva della sapienza, non comprende soltanto i suoi insegnamenti, i miracoli e il sacrificio sulla croce, ma anche il suo lavoro quotidiano a Nazaret. «E inoltre il lavoro, essendo stato assunto da Cristo, diventa attività redenta e redentrice: non solo è l'ambito nel quale l'uomo vive, ma mezzo e strada di santità, realtà santificabile e santificatrice»[3]. Con il lavoro di Gesù a Nazaret, tutte le attività orientate a rispondere alle diverse necessità della vita umana sono state incorporate nel progetto di Dio.
«Non si può dire che ci siano realtà nobili che siano esclusivamente profane, dal momento che il Verbo si è degnato di assumere integralmente la natura umana e di consacrare la terra con la sua presenza e con il lavoro delle sue mani»[4]. Tutto ciò che facciamo acquista così un significato nuovo: la sapienza che «è con me» e «mi assiste» è Gesù stesso, che associa il mio lavoro al suo. Il mio lavoro può allora diventare un’espressione di questa sapienza divina, ed è questo che significa «santificarlo»: trasformarlo in qualcosa che appartiene a Dio, in un’estensione della benedizione permanente di Dio sul mondo (cfr. Gn 1).
Quest’orizzonte, indubbiamente bello, può offuscarsi o stentare ad apparire alla vista. Non sono poche le persone che si sentono semplicemente esauste o schiacciate sotto il peso della propria professione, o «bruciate» dopo aver lavorato con grande intensità per anni. Altre soffrono per una ricerca infruttuosa di lavoro o si rialzano dopo un importante fallimento professionale. E alcuni vivono con fatica la «forzata inattività»[5] dovuta alla vecchiaia o alla malattia. Per tutti, nello stato in cui si trovano, vale quanto san Josemaría ha scritto in Cammino: «Da' un motivo soprannaturale alla tua ordinaria occupazione professionale, e avrai santificato il lavoro»[6]. Questa frase sembra semplice, ma racchiude una visione del mondo che continua a essere nuova e sorprendente. Il mio lavoro, o i miei sforzi per trovare un impiego o per essere utile agli altri nonostante i miei limiti fisici… tutto questo rientra — anzi, aspira a rientrare! — nel piano della sapienza di Dio. Ciò che diventa santo, misteriosamente fecondo, è il mio «lavoro ordinario», lo stesso che potrei svolgere per i fatti miei. In realtà, il mio lavoro appartiene già a Dio in anticipo, come qualcosa che può essere santo, ma richiede la disposizione adeguata del cuore.
Il «motivo soprannaturale» si rende visibile nella qualità e nella “temperatura” del lavoro: «Parte essenziale di quest’opera – la santificazione del lavoro ordinario – che Dio ci ha affidato è la buona realizzazione del lavoro stesso, la perfezione anche umana, il corretto adempimento di tutti gli obblighi professionali e sociali»[7]. Soffermiamoci su queste parole: la «perfezione» del lavoro, ci dice san Josemaría, si misura in termini di «doveri professionali e sociali». Questo ci conduce al cuore della santità del lavoro, al suo modo peculiare di appartenere a Dio.
Quando il lavoro acquista un volto
Qualsiasi lavoro ha senso a partire da un contesto di relazioni: si tratta di un servizio che dobbiamo a una persona o a una comunità specifica, a qualcuno che ha una necessità che il professionista si è impegnato a soddisfare. Da qui la parola “professione”, dal latino professio: dichiarazione pubblica di un impegno. La rete di scambio di servizi che si genera così è ciò che rende il lavoro un compito genuinamente umano. Nonostante l’apparente spersonalizzazione di molti lavori del XXI secolo, queste relazioni continuano a esistere silenziosamente: l’addetto alle pulizie che si impegna a offrire uno spazio gradevole al resto del personale, l’ingegnere aeronautico che avverte la responsabilità per la vita dei passeggeri, l’architetta che progetta spazi pensando alla convivenza di chi li abiterà, il magazziniere che cerca di garantire la consegna puntuale e senza danni delle merci, la restauratrice che preserva i beni culturali per le generazioni future…
Per chi si propone di santificare il proprio lavoro — cioè inserirlo nei piani di Dio — queste relazioni passano in primo piano: il lavoro si personalizza, acquista un volto. Ed è proprio in questa rete di relazioni umane che si colloca il «motivo soprannaturale» che santifica il lavoro: «Non bisogna pertanto dimenticare che tutta la dignità del lavoro è fondata sull'Amore. Il grande privilegio dell'uomo è di poter amare, trascendendo così l'effimero e il transitorio. L'uomo può amare le altre creature, può dire un tu e un io pieni di significato. E può amare Dio, che ci apre le porte del Cielo, ci costituisce membri della sua famiglia, ci autorizza a dar del tu anche a Lui, a parlargli faccia a faccia. L'uomo, pertanto, non deve limitarsi a fare delle cose, a costruire oggetti. Il lavoro nasce dall'amore, manifesta l'amore, è ordinato all'amore»[8].
In altre parole, il «motivo soprannaturale» non è altro che l’amore per Dio e per gli uomini. In queste righe, come altre volte, san Josemaría lo scrive con la maiuscola, perché l’Amore, fonte di ogni altro amore, è Dio. È l’amore che mi abita quando mi lascio amare da Dio, quando apro gli occhi alla sua presenza personale accanto a me, quando imparo a parlargli come a un amico, faccia a faccia. Questo è l’amore che «apre le porte del cielo», che va trasformando la nostra stessa realtà in un cielo, poiché stiamo con Chi ci ama infinitamente, riceviamo questo amore e lo restituiamo con gioia riconoscente. Così trascendiamo «ciò che è effimero e transitorio», raggiungendo la meta desiderata da tutti i cercatori di sapienza: amare, benedire, come Dio. Questo amore consiste nel dire tu e io nel senso più pieno di questi pronomi: uscire dalla prigione del nostro egoismo e scoprire, come fosse la prima volta, l’altro.
Per questo, come spiega san Josemaría, «il lavoro di un cristiano non può essere semplicemente una questione di fare cose, costruire oggetti». È una tentazione che tutti affrontiamo nel lavoro, specialmente nella cultura attuale: limitarci a svolgere una serie di compiti o obiettivi; oppure misurare il nostro successo o fallimento in termini di efficienza materiale, dai risultati che possiamo indicare e misurare. In quasi tutti gli ambienti lavorativi accade con frequenza che i diversi tipi di pressione — urgenza, competizione, imprevisti — rendano difficile guardare oltre gli «oggetti» della preoccupazione immediata per vedere la persona che si trova dietro di essi. Il personale dell’azienda, i passeggeri dell’aereo, i clienti in attesa dei loro acquisti… tutte queste persone possono finire in secondo piano, sopraffatte da altre esigenze.
Di fronte a questa complessità, san Josemaría insiste sul fatto che il vero valore del lavoro si misura dall’amore. È l’amore a conferire al lavoro la sua forza trasformante, come riassume alla fine del paragrafo: se è di Dio, «nasce dall’amore», perché solo un cuore che si sa amato può concepire il proprio lavoro come un modo di amare; «manifesta l’amore», perché rende trasparente il modo di essere di Dio; è «ordinato all’amore», perché si propone davvero di servire, di offrire aiuto, di prendersi cura delle persone e del mondo.
È questo amore che spiega perché si desideri migliorare sempre la qualità del proprio lavoro. Non si tratta di un’ossessione per l’efficienza, né di perfezionismo o di paura del fallimento: è il desiderio di servire meglio coloro che si amano. Si fa bene, con cura, perché si pensa alle persone. E se è l’amore a muovermi, anche ciò che umanamente appare un fallimento potrà essere, agli occhi di Dio, una vittoria. Perché, in definitiva, «Dio non mi ha chiamato ad avere successo. Dio mi ha chiamato a essere fedele»[9].
In un messaggio recente, il Padre spiegava in che senso il «motivo» che permette di santificare il lavoro è veramente soprannaturale: «Non è solo un lavoro svolto per Dio e offerto a Dio, ma anche e necessariamente lavoro di Dio. È Lui che ci ama per primo e mediante lo Spirito Santo ci rende capaci di amare»[10].Quando lasciamo che la sapienza di Dio rimanga e lavori con noi, i nostri sforzi non restano semplicemente dedicati a Lui e ispirati da Lui: diventano il lavoro stesso di Dio. E allora possiamo davvero fare nostre le parole di Gesù: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco (…) il Figlio da sé stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre» (Gv 5,17-19). Quando questo accade, il nostro lavoro diventa punto di accensione dell’amore di Dio nella storia: un piccolo ma vitale elemento del suo grande progetto di salvezza. E questo dona al nostro lavoro normale e quotidiano una forza trasformante, un potenziale evangelizzatore che solo Dio può calcolare o prevedere: contribuiamo realmente alla salvezza del mondo.
Robert Marsland
[1] Liturgia delle Ore, giovedì della III settimana del Tempo ordinario, Ufficio delle letture. Il testo latino recita così: «Emitte, Domine, sapientiam de sede magnitudinis tuae, ut mecum sit et mecum laboret. Ut sciam quid acceptum sit apud te».
[2] San Bernardo, Sermone 85, 5.
[3] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 47.
[4] Ibid., n. 120.
[5] San Josemaría, Cammino, n. 294.
[6] Ibid., n. 359.
[7] San Josemaría, Lettera 24, n. 18.
[8] È Gesù che passa, n. 48.
[9] Cfr. L. Maasburg, Madre Teresa di Calcutta. Un ritratto personale, Madrid, Palabra, 2012, p. 208.
[10] F. Ocáriz, Messaggio, 10-X-2024.
