Le parole del Papa durante il Sinodo dei Vescovi

In questo articolo raccogliamo tutti gli interventi di papa Francesco durante la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

https://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2024/documents/20241001-omelia-veglia-penitenziale.html

Martedì, 1 ottobre 2024. Celebrazione penitenziale

Cari fratelli e sorelle,

come ci ricorda il Siracide, «la preghiera del povero attraversa le nubi» (35,17). Noi siamo qui mendicanti della misericordia del Padre, chiedendo perdono.

La Chiesa è sempre Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca di perdono, e non solo la Chiesa dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi che si riconoscono poveri e peccatori.

Ho voluto scrivere le richieste di perdono che sono state lette da alcuni cardinali, perché era necessario chiamare per nome e cognome i nostri principali peccati. E noi li nascondiamo o li diciamo con parole troppo educate.

Il peccato è sempre una ferita nelle relazioni: la relazione con Dio e la relazione con i fratelli e le sorelle. Sorelle, fratelli, nessuno si salva da solo, ma è vero ugualmente che il peccato di uno rilascia effetti su tanti: come tutto è connesso nel bene, lo è anche connesso nel male.

La Chiesa è nella sua essenza una Chiesa di fede e di annuncio sempre relazionale, e solo curando le relazioni malate, possiamo diventare Chiesa sinodale. Come potremmo essere credibili nella missione se non riconosciamo i nostri errori e non ci chiniamo a curare le ferite che abbiamo provocato con i nostri peccati?

E la cura della ferita comincia confessando il peccato che abbiamo compiuto.

La parabola del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato ci presenta due uomini, un fariseo e un pubblicano, che vanno entrambi al tempio a pregare. Uno sta in piedi, con la fronte alta, l’altro resta indietro, con gli occhi bassi.

Il fariseo riempie la scena con la sua statura che attira gli sguardi, imponendosi come modello. In questo modo presume di pregare, ma in realtà sta celebrando se stesso, mascherando nella sua effimera sicurezza le sue fragilità. Cosa si aspetta da Dio? Si attende un premio per i suoi meriti, e in questo modo si priva della sorpresa della gratuità della salvezza, fabbricandosi un dio che non potrebbe fare altro che sottoscrivere un certificato di perfezione presunta. Un uomo chiuso alla sorpresa, chiuso a tutte le sorprese. È tutto chiuso in sé stesso, chiuso alla grande sorpresa della misericordia. Il suo io non dà spazio a niente a nessuno, nemmeno a Dio.

Quante volte nella Chiesa ci comportiamo in questo modo? Quante volte abbiamo occupato tutto lo spazio anche noi, con le nostre parole, i nostri giudizi, i nostri titoli, la convinzione di avere soltanto meriti? E in questo modo si perpetua quanto era avvenuto quando Giuseppe e Maria, e il Figlio di Dio nel suo ventre, bussavano alle porte dell’ospitalità. Gesù nascerà in una mangiatoia perché, come ci dice il Vangelo, «non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,7).

E noi oggi siamo tutti come il pubblicano, abbiamo o vogliamo avere gli occhi bassi e proviamo, vogliamo provare vergogna per i nostri peccati. Come lui, rimaniamo indietro, liberando lo spazio occupato dalla presunzione, dall’ipocrisia e dall’orgoglio. Diciamolo anche noi vescovi, preti, consacrate, consacrati: liberando lo spazio occupato dalla presunzione, dall’ipocrisia e dall’orgoglio.

Non potremmo invocare il nome di Dio senza chiedere perdono ai fratelli e alle sorelle, alla Terra e a tutte le creature.

Cominciamo questa tappa del Sinodo. E come potremmo essere Chiesa sinodale senza riconciliazione? Come potremmo affermare di voler camminare insieme senza ricevere e donare il perdono che ristabilisce la comunione in Cristo?

Il perdono, chiesto e donato, genera una nuova concordia in cui le diversità non si oppongono, e il lupo e l’agnello riescono a vivere insieme (cfr Is 11,6). Coraggioso l’esempio di Isaia!

Di fronte al male e alla sofferenza innocente domandiamo: dove sei Signore? Ma la domanda dobbiamo rivolgerla a noi, e interrogarci sulle responsabilità che abbiamo quando non riusciamo a fermare il male con il bene. Non possiamo pretendere di risolvere i conflitti alimentando violenza che diventa sempre più efferata, riscattarci provocando dolore, salvarci con la morte dell’altro. Come possiamo inseguire una felicità pagata con il prezzo dell’infelicità dei fratelli e delle sorelle?

E questo è per tutti, per tutti: laiche, laici, consacrate, consacrati, per tutti! Alla vigilia dell’inizio dell’Assemblea del Sinodo, la confessione è un’occasione per ristabilire fiducia nella Chiesa e nei suoi confronti, fiducia infranta dai nostri errori e peccati, e per cominciare a risanare le ferite che non smettono di sanguinare, spezzando «le catene della malvagità» (Is 58,6).

Lo diciamo nella preghiera dell’Adsumus con cui domani introdurremo la celebrazione del Sinodo: «Siamo qui oppressi dall’enormità del nostro peccato». E questo peso non vorremmo che rallentasse il cammino del Regno di Dio nella storia.

Noi abbiamo fatto la nostra parte, anche di errori. Continuiamo nella missione per quello che possiamo; ma ora ci rivolgiamo a voi giovani, che aspettate da noi il passaggio di testimonianza, chiedendo perdono anche a voi se non siamo stati testimoni credibili.

E oggi nella memoria liturgica di santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni, domandiamo la sua intercessione.

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O Padre, siamo qui riuniti consapevoli di avere bisogno del tuo sguardo di amore. Abbiamo le mani vuote, possiamo ricevere solo quanto tu puoi donarci. Ti chiediamo perdono per tutti i nostri peccati, aiutaci a restaurare il tuo volto che abbiamo sfigurato con la nostra infedeltà. Chiediamo perdono, provando vergogna, a chi è stato ferito dai nostri peccati.

Donaci il coraggio di un sincero pentimento per la conversione.

Lo chiediamo invocando il Santo Spirito perché possa riempire della sua Grazia i cuori che hai creato, in Cristo Gesù Signore nostro.

Tutti chiediamo perdono, tutti siamo peccatori, ma tutti abbiamo la speranza nel tuo amore, Signore. Amen.

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Parole del Santo Padre dopo la consegna del Vangelo

A voi dico: Il Santo Vangelo è la nostra via, la nostra verità, la nostra vita. Lo affido a voi che siete le sentinelle del nuovo giorno nella Chiesa, che vuole essere sinodale per la missione.

Da che il Verbo si è fatto carne, la parola di Gesù cerca la nostra carne, per quanto debole e infedele. Siamo tutti peccatori, siamo tutti mendicanti della misericordia del Padre, per questo abbiamo confessato i nostri peccati. Riceveremo ora la benedizione di Dio che è il soffio di vita, la carezza di speranza che permette a chi è caduto di rialzarsi sempre. E a tutti noi, fratelli e sorelle, ricordiamo che soltanto una volta, una volta, è lecito guardare una persona dall’alto in basso: soltanto per aiutarla a sollevarsi; altrimenti non si può. È lecito guardare una persona dall’alto in basso per aiutarla a sollevarsi.

Ricordate che il Vangelo deve essere custodito e proclamato con mani innocenti e cuore puro, e se qualcuno di noi non ha le mani innocenti, non ha il cuore puro, almeno con cuore pentito.


Domenica, 27 ottobre 2024. Conclusione dell'Assemblea Generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi

Il Vangelo ci presenta Bartimeo, un cieco che è costretto a mendicare ai bordi della strada, uno scartato senza speranza che, però, quando sente passare Gesù, inizia a gridare verso di Lui. Tutto ciò che gli è rimasto è questo: gridare il proprio dolore e portare a Gesù il suo desiderio di riacquistare la vista. E mentre tutti lo rimproverano perché sono disturbati dalla sua voce, Gesù si ferma. Perché Dio ascolta sempre il grido dei poveri e nessun grido di dolore rimane inascoltato davanti a Lui.

Oggi, a conclusione dell’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, portando nel cuore tanta gratitudine per quanto abbiamo potuto condividere, soffermiamoci su ciò che succede a quest’uomo: all’inizio, «sedeva lungo la strada a mendicare» (Mc 10,46), mentre alla fine, dopo essere stato chiamato da Gesù e aver riacquistato la vista, «lo seguiva lungo la strada» (v. 52).

La prima cosa che il Vangelo ci dice su Bartimeo è questa: è seduto a mendicare. La sua posizione è tipica di una persona ormai chiusa nel proprio dolore, seduta sul ciglio della strada come se non ci fosse nient’altro da fare se non ricevere qualcosa dai tanti pellegrini di passaggio nella città di Gerico in occasione della Pasqua. Ma, come sappiamo, per vivere davvero non si può restare seduti: vivere è sempre mettersi in movimento, mettersi in cammino, sognare, progettare, aprirsi al futuro. Il cieco Bartimeo, allora, rappresenta anche quella cecità interiore che ci blocca, ci fa restare seduti, ci rende immobili ai bordi della vita, senza più speranza.

E questo può farci pensare, oltre che alla nostra vita personale, anche al nostro essere Chiesa del Signore. Tante cose, lungo il cammino, possono renderci ciechi, incapaci di riconoscere la presenza del Signore, impreparati ad affrontare le sfide della realtà, a volte inadeguati nel saper rispondere alle tante questioni che gridano verso di noi come fa Bartimeo con Gesù. Tuttavia, dinanzi alle domande delle donne e degli uomini di oggi, alle sfide del nostro tempo, alle urgenze dell’evangelizzazione e alle tante ferite che affliggono l’umanità, sorelle e fratelli, non possiamo restare seduti. Una Chiesa seduta, che quasi senza accorgersi si ritira dalla vita e confina sé stessa ai margini della realtà, è una Chiesa che rischia di restare nella cecità e di accomodarsi nel proprio malessere. E se restiamo seduti nella nostra cecità, continueremo a non vedere le nostre urgenze pastorali e i tanti problemi del mondo in cui viviamo. Per favore, chiediamo al Signore che ci dia lo Spirito Santo per non restare seduti nella nostra cecità, cecità che si può chiamare mondanità, che si può chiamare comodità, che si può chiamare cuore chiuso. Non restare seduti nelle nostre cecità.

Ricordiamoci questo, invece: il Signore passa, il Signore passa tutti i giorni, il Signore passa sempre e si ferma per prendersi cura della nostra cecità. E io, lo sento passare? Ho la capacità di sentire i passi del Signore? Ho la capacità di discernere quando il Signore passa? Ed è bello se il Sinodo ci spinge a essere Chiesa come Bartimeo: la comunità dei discepoli che, sentendo il Signore che passa, avverte il brivido della salvezza, si lascia svegliare dalla potenza del Vangelo e inizia a gridare verso di Lui. Lo fa raccogliendo il grido di tutte le donne e di tutti gli uomini della terra: il grido di coloro che desiderano scoprire la gioia del Vangelo e di quelli che invece si sono allontanati; il grido silenzioso di chi è indifferente; il grido di chi soffre, dei poveri, degli emarginati, dei bambini schiavi di lavoro, schiavizzati in tante parti del mondo per il lavoro; la voce spezzata, sentire quella voce spezzata di chi non ha più neanche la forza di gridare a Dio, perché non ha voce o perché si è rassegnato. Non abbiamo bisogno di una Chiesa seduta e rinunciataria, ma di una Chiesa che raccoglie il grido del mondo e – voglio dirlo, forse qualcuno si scandalizza – una Chiesa che si sporca le mani per servire il Signore.

E veniamo così al secondo aspetto: se all’inizio Bartimeo era seduto, vediamo che alla fine, invece, lo segue lungo la strada. Questa è una tipica espressione del Vangelo che significa: divenne suo discepolo, si è messo alla sua sequela. Dopo aver gridato verso di Lui, infatti, Gesù si è fermato e lo ha fatto chiamare. Bartimeo, da seduto che era, è balzato in piedi e, subito dopo, ha recuperato la vista. Ora, egli può vedere il Signore, può riconoscere l’opera di Dio nella propria vita e può finalmente incamminarsi dietro di Lui. Così, anche noi, fratelli e sorelle: quando siamo seduti e accomodati, quando anche come Chiesa non troviamo le forze, il coraggio e l’audacia, la parresia necessaria per rialzarci e riprendere il cammino, per favore, ricordiamoci di ritornare sempre al Signore, ritornare al Vangelo. Ritornare al Signore, ritornare al Vangelo. Sempre e di nuovo, mentre Egli passa, dobbiamo metterci in ascolto della sua chiamata, che ci rimette in piedi e ci fa uscire dalla cecità. E poi riprendere nuovamente a seguirlo, camminare con Lui lungo la strada.

Vorrei ripeterlo: di Bartimeo il Vangelo dice che «lo seguiva lungo la strada». Questa è un’immagine della Chiesa sinodale: il Signore ci chiama, ci rialza quando siamo seduti o caduti, ci fa riacquistare una vista nuova, affinché alla luce del Vangelo possiamo vedere le inquietudini e le sofferenze del mondo; e così, rimessi in piedi dal Signore, sperimentiamo la gioia di seguirlo lungo la strada. Il Signore lo si segue lungo la strada, non lo si segue chiusi nelle nostre comodità, non lo si segue nei labirinti delle nostre idee: lo si segue lungo la strada. E ricordiamolo sempre: non camminare per conto nostro o secondo i criteri del mondo, ma camminare lungo la strada, insieme, dietro a Lui e camminare con Lui.

Fratelli, sorelle: non una Chiesa seduta, una Chiesa in piedi. Non una Chiesa muta, una Chiesa che raccoglie il grido dell’umanità. Non una Chiesa cieca, ma una Chiesa illuminata da Cristo che porta la luce del Vangelo agli altri. Non una Chiesa statica, una Chiesa missionaria, che cammina con il Signore lungo le strade del mondo.

E oggi, mentre rendiamo grazie al Signore per il cammino percorso insieme, potremo vedere e venerare la reliquia dell’antica Cattedra di San Pietro, accuratamente restaurata. Contemplandola con stupore di fede, ricordiamoci che questa è la cattedra dell’amore, è la cattedra dell’unità, è la cattedra della misericordia, secondo quel comando che Gesù diede all’Apostolo Pietro non di dominare sugli altri, ma di servirli nella carità. E ammirando il maestoso baldacchino berniniano più splendente che mai, riscopriamo che esso inquadra il vero punto focale di tutta la Basilica, cioè la gloria dello Spirito Santo. Questa è la Chiesa sinodale: una comunità il cui primato è nel dono dello Spirito, che ci rende tutti fratelli in Cristo e ci eleva verso di Lui.

Sorelle e fratelli, proseguiamo allora con fiducia il nostro cammino insieme. Anche a noi oggi la Parola di Dio ripete, come a Bartimeo: «Coraggio, alzati, ti chiama». Io mi sento chiamato? Questa è la domanda da farci. Io mi sento chiamato? Mi sento debole e non posso alzarmi? Chiedo aiuto? Per favore, deponiamo il mantello della rassegnazione e affidiamo al Signore le nostre cecità. Mettiamoci in piedi e portiamo la gioia del Vangelo, portiamola per le strade del mondo.


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