Qualcosa di grande e che sia amore (X): Camminare con Cristo verso la pienezza dell’amore

“Questo cammino si riassume in una sola parola: amare, [...] avere il cuore grande, sentire le preoccupazioni di quelli che ci circondano, saper perdonare e comprendere, sacrificarsi in unione a Gesù Cristo per tutte le anime» (San Josemaría).

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Qualcosa di grande e che sia amore (X): Camminare con Cristo verso la pienezza dell’amore

«Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1). Così san Giovanni nel suo Vangelo introduce il gesto inaudito compiuto da Gesù prima di iniziare la cena pasquale, quando tutti erano già seduti a mensa: «si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto» (Gv 13, 4-5).

Gesù lava i piedi agli apostoli. Uomini fragili, scelti per essere il fondamento della Chiesa. Tutti loro hanno avuto paura durante la tempesta sul lago, hanno dubitato che il Maestro fosse capace di dar da mangiare a una moltitudine immensa, hanno discusso animatamente su chi di loro sarebbe stato il più importante nel Regno. Hanno anche cominciato a provare la sofferenza che comporta seguirlo: non disertarono, come molti altri, dopo il discorso del Pane di Vita nella sinagoga di Cafarnao, lo hanno accompagnato nei suoi lunghi viaggi in terra d’Israele e sanno, perché lo avvertono nell’aria, che c’è chi vuole la sua morte.

Pietro osserva attonito quel che sta succedendo. Non riesce a comprenderlo e si ribella. «Signore, tu lavi i piedi a me?». E Gesù risponde: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Pietro insiste: «Non mi laverai mai i piedi!» (Gv 13, 5-8). Sorprende la radicalità della risposta di Simone. Non vuole essere un rifiuto: è l’amore al Signore che lo spinge al rifiuto. E tuttavia il Signore gli dimostra che sta sbagliando: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13, 8).

Lo capirai dopo

Sin dal suo primo incontro con il Maestro, san Pietro aveva cominciato a percorrere un cammino di crescita interiore, col quale aveva compreso un po’ per volta chi è Gesù, il Figlio di Dio vivo. Però si avvicina la passione del Signore ed è ancora molto il cammino che rimane davanti. Nel Cenacolo avviene una scena in due atti, la lavanda dei piedi e l’istituzione dell’Eucaristia, grazie alla quale Pietro comincerà a scoprire fino a che punto arriva l’Amore di Dio e fino a che punto questo Amore lo coinvolge personalmente. In quel momento, il comandamento dell’amore al prossimo come a se stesso è per lui ancora soltanto un enunciato, qualcosa che ancora non è scesa nel suo cuore con la profondità che Gesù desidera. E per questo si ribella. Non accetta che la volontà di Dio, per il suo Maestro e per lui, sia una vita di amore e di servizio umile a ogni uomo, a qualunque uomo.

Questa esperienza di Pietro può presentarsi spesso nella nostra vita. Anche a noi costa capire, abbiamo bisogno di tempo per comprendere le verità più elementari. Nel nostro cuore si mescolano grandi desideri d’amore con intenzioni meno nobili; spesso la paura ci paralizza e ci riempie la bocca di parole che non sono accompagnate da opere. Amiamo il Signore, ci rendiamo conto che la vocazione divina è il nostro gioiello più prezioso: tanto che abbiamo venduto tutto per comprarlo. Ma il trascorrere degli anni, le circostanze che cambiano, certe situazioni sgradevoli o la fatica del lavoro quotidiano possono appannare il nostro cammino.

Inoltre può accadere che uno non abbia raggiunto quel grado di maturità umana e spirituale che permette di vivere la vocazione come un cammino di amore. La nostra carità verso il prossimo si può appesantire a causa di una di queste deformazioni che riducono il nostro mistero personale: il sentimentalismo, per il quale uno risponde più alla propria percezione momentanea delle cose che a una relazione profonda con Dio e con gli altri; il volontarismo, a causa del quale si dimentica che la vita cristiana consiste, in buona misura, nel lasciare che Dio ci ami e che ami attraverso di noi; il perfezionismo, che tende a considerare le imperfezioni umane come qualcosa di estraneo al progetti di Dio.

Tuttavia, proprio perché Dio tiene conto dei nostri limiti, non si meraviglia e non si stanca di vederci complicare o alterare la nostra vocazione. Ci ha chiamati, come ha chiamato Pietro, mentre eravamo peccatori e insiste. «Se non ti laverò, non avrai parte con me», chiarisce Gesù. Allora Simon Pietro si arrende: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo» (Gv 13, 8-9). Gesù sa che è l’amore ciò che muove Pietro e per questo gli risponde con la stessa radicalità. Il cuore dell’apostolo risponde con l’impeto che lo caratterizza: «Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo». Sono parole pronunciate in gran fretta. Pietro era consapevole del loro significato? Quello che successe quella stessa sera sembra indicarci che non lo era. Lo capirà dopo, un po’ per volta: attraverso la sofferenza della Passione, la gioia della Risurrezione e sotto l’azione dello Spirito Santo. Il suo dialogo con Gesù ci insegna, in ogni caso, che per camminare verso la pienezza dell’Amore il primo passo è scoprire l’affetto e la tenerezza di Gesù per ciascuno di noi; e sapere che, attraverso le nostre miserie rettificate, andremo assomigliando sempre più a Lui.

Gli scalini della libertà

Seguire Gesù significa imparare ad amare come Lui. Si tratta di un cammino ascendente che costa, ma che allo stesso tempo è un cammino di libertà[1]. Quando era ancora un giovane sacerdote, san Josemaría descrisse così questo itinerario ascendente della libertà fedele: «Gradini: Rassegnarsi alla Volontà di Dio: Adattarsi alla Volontà di Dio: Volere la Volontà di Dio: Amare la Volontà di Dio»[2].

La rassegnazione è lo scalino più basso della libertà. Si tratta dell’atteggiamento meno generoso dei quattro, ed è facile che degeneri in tiepidezza spirituale. La si potrebbe descrivere come una sopportazione senza crescita: sopportare per sopportare, perché è «quello che mi è toccato». È vero che la fortezza, che è una virtù cardinale, aiuta a sopportare, a resistere; e in realtà fa crescere così la libertà, perché uno comprende e desidera il bene per cui sta resistendo. La rassegnazione, invece, non percepisce alcun bene o lo percepisce così vagamente da non riuscire a generare gioia. A volte, anche per un certo tempo, ci può costare superare un atteggiamento del genere; ma quando qualcuno si installa definitivamente nella rassegnazione lo si nota invaso a poco a poco dalla tristezza.

Adattarsi alla Volontà di Dio esprime uno stato superiore: ci si adatta alla forma, ci si uniforma alla realtà. Questa uniformità non va confusa con quella che è caratteristica della persona mediocre, che non ha sogni, progetti e aspirazioni per i quali vivere. Si tratta invece dell’atteggiamento realista di chi sa che ogni desiderio buono è gradito a Dio. Chi si uniforma in questo senso impara a entrare, gradatamente, nella logica divina, a convincersi che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio (cfr. Rm 8, 28). San Josemaría esprimeva a volte con una immagine biblica questa disposizione verso il disegno del Padre: «Signore, aiutami a esserti fedele e docile, [...] come la creta nelle mani del vasaio. – E così non sarò io a vivere, ma sarai Tu, Amore, a vivere e operare in me»[3].

Si intuisce così che questo processo di uniformazione alla volontà di Dio è chiamato a spiccare il volo nel momento in cui cominciamo a volere la volontà di Dio: «in me vivrai e opererai Tu, Amore». Le circostanze e le persone che non abbiamo scelto finiscono con l’essere amate in se stesse perché sono buone: decidiamo di «sceglierle». «Dio mio, ha scelto tutto lui»[4], diceva Santa Teresa de Lisieux. Si rendeva conto, con san Paolo, che «né la morte né la vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38-39). Scopriamo così, in mezzo all’imperfezione delle cose, quel «qualcosa di santo» che le situazioni nascondono[5]; l’immagine di Dio si fa a noi più visibile negli altri.

Inzuppati nel sangue di Cristo

In questa crescita personale l’ultimo passo ci pone davanti l’amore. Entriamo così, come ci insegna san Giovanni, nel nucleo della rivelazione cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» (1 Gv 4, 16). Dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli, il Signore spiega loro perché lo ha fatto: «Vi ho dato l’esempio» (Gv 13, 15). Sono già preparati ad ascoltare il Comandamento nuovo: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34). Si tratta di imparare ad amare con l’Amore più grande, fino a dare la propria vita, come Lui: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso» (Gv 10, 17-18). La caratteristica dell’amore cristiano è darsi, uscire da se stesso, donarsi con passione alla realtà che Dio Padre ha voluto per ciascuno di noi. Questo è amare la volontà di Dio: una affermazione gioiosa e creativa che ci spinge da dentro a uscire da noi stessi; una decisione che, paradossalmente, è l’unico cammino per trovare veramente noi stessi: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16, 25).

Questo amore, tuttavia, non consiste in «una specie di estremo sforzo morale [...], un nuovo livello di umanesimo»[6]. La novità del Comandamento nuovo «può derivare soltanto dal dono della comunione con Cristo, dal vivere con Lui»[7]. Ecco perché, mentre da una parte fa scoprire loro il Comandamento nuovo, il Signore dà ai suoi apostoli il Sacramento dell’Amore. Da quel momento l’Eucaristia sta al centro della vita cristiana: non ci troviamo davanti a una verità teorica ma davanti a una necessità vitale[8].

«La mano di Cristo ci raccoglie dal granaio: il Seminatore stringe nella sua mano piagata il pugno di frumento; il sangue di Cristo imbeve il seme, lo impregna. Poi il Signore lo getta nel solco, perché morendo sia vita e, affondando nella terra, sia capace di moltiplicarsi in spighe dorate»[9]. Siamo capaci di donarci perché viviamo impregnati del sangue di Cristo, che ci fa morire a noi stessi per dare frutti abbondanti di gioia e di pace attorno a noi. La nostra partecipazione al Sacrificio di Gesù e la nostra adorazione della sua presenza reale nell’Eucaristia portano, senza soluzione di continuità, all’amore al prossimo. Perciò, «chi non è fedele alla missione divina di servizio agli altri, aiutandoli a conoscere Cristo, difficilmente riuscirà a capire che cos’è il Pane eucaristico». E viceversa, «per stimare e amare la Sacra Eucaristia, è necessario percorrere lo stesso cammino di Gesù: essere grano di frumento, morire a noi stessi, risorgere pieni di vigore e dare frutto abbondante: il cento per uno!»[10].

La coerenza eucaristica

«Gesù cammina in mezzo a noi come faceva in Galilea. Passa per le nostre strade, si ferma e ci guarda negli occhi, senza fretta. La sua chiamata è attraente, è affascinante»[11]. Quando uno si decide a camminare al suo fianco, a vivere in comunione con Lui, la vita si illumina e acquista a poco a poco una autentica «coerenza eucaristica»[12]: l’amore e la vicinanza che riceviamo da Lui ci permettono di darci agli altri come Egli si diede a se stesso. Così uno va scoprendo e può espellere poco per volta gli ostacoli che intorpidiscono la crescita della carità di Cristo nel suo cuore: la tendenza al minimo sforzo nel compiere i propri doveri, la paura di esagerare nell’affetto e nel servizio agli altri, la mancanza di comprensione per i limiti che dimostrano alcune persone, la superbia che richiede il riconoscimento delle nostre buone azioni da parte degli altri intorbidando la rettitudine d’intenzione.

San Josemaría parlava con emozione della vita gioiosa di coloro che si donano a Cristo e perseverano fedelmente nel seguire la sua chiamata. «Questo cammino si riassume in una sola parola: amare. Amare vuol dire avere il cuore grande, sentire le preoccupazioni di quelli che ci circondano, saper perdonare e comprendere, sacrificarsi in unione a Gesù Cristo per tutte le anime»[13]. Sappiamo che questo supera le nostre capacità; perciò abbiamo bisogno di chiedere spesso al Signore di darci un cuore simile al suo. Così, «se impariamo ad amare con lo stesso cuore di Cristo, impareremo a servire, a difendere con generosità e chiarezza la verità [...]. Potremo trasmettere agli altri la Vita di Cristo, solo a condizione di riprodurla in noi stessi; potremo lavorare nelle viscere del mondo, trasformandolo dal di dentro, renderlo fecondo, solo a condizione di sperimentare in noi stessi la morte del chicco di frumento»[14]. Questo è il cammino della fedeltà che, essendo un cammino di Amore, è anche cammino di felicità.

Paul Muller


[1] F. Ocáriz, Lettera, 9-I-2018, n. 5.

[2] San Josemaría, Cammino, n. 774.

[3] San Josemaría, Forgia, n. 875. Cfr. Ger 18, 6: «Come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani».

[4] Santa Teresa de Lisieux, Storia di un’anima, cap. 1.

[5] Cfr. San Josemaría, Colloqui, n. 114.

[6] J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011, p. 76.

[7]Ibidem, p. 77.

[8] Cfr. San Josemaría, È Gesù che passa, n. 154.

[9]Ibidem, n. 3.

[10]Ibidem, n. 158.

[11] Papa Francesco, Es. ap. Christus vivit (25-III-2019), n. 277.

[12] Cfr. Benedetto XVI, Es. ap. Sacramentum caritatis (22-II-2007), n. 83.

[13] San Josemaría, È Gesù che passa, n. 158.

[14]Idem.