​Meditazioni: Giovedì dopo l’Epifania

Riflessioni per meditare il 7 gennaio. Ecco i temi proposti: Portati dallo Spirito Santo; Inviati ad annunciare la Buona Novella; Amore di Dio e per il prossimo.

Opus Dei - ​Meditazioni: Giovedì dopo l’Epifania

Portati dallo Spirito Santo ǀ Inviati ad annunciare la Buona Novella ǀ Amore di Dio e per il prossimo


Portati dallo Spirito Santo

Contempliamo in questi giorni l’inizio del ministero pubblico del Signore. Dopo aver superato le tentazioni nel deserto, Gesù ritornò nel luogo dove era cresciuto: «Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione» (Lc 4, 14). Il Vangelo sottolinea che lo fece portato dallo Spirito Santo giacché il Paraclito gioca un ruolo insostituibile nell’opera della nostra redenzione e santificazione. Questo insegna anche san Cirillo nella liturgia delle ore di oggi: «Quando Colui che aveva dato vita all’universo decise, con un’opera veramente mirabile, di ricapitolare in Cristo tutte le cose e volle ricondurre la natura dell’uomo alla sua condizione primitiva di dignità, rivelò che gli avrebbe concesso in seguito, tra gli altri doni, anche lo Spirito Santo; non era infatti possibile che l’uomo tornasse altrimenti a un possesso duraturo dei beni ricevuti. Stabilisce dunque Dio il tempo della discesa in noi dello Spirito ed è il tempo della venuta del Cristo, che egli ci annunzia dicendo: “In quei giorni - cioè nel tempo del Salvatore nostro - Io effonderò il mio Spirito su ogni creatura»[1].

Ci sorprende che la Scrittura dica esplicitamente che Gesù andò nel deserto portato dallo Spirito Santo (cfr. Lc 4, 1) e, al tempo stesso, che «ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito» (Lc 4, 14). Se seguiamo il suo esempio, la nostra fedeltà a Dio sarà più libera in quanto saremo più consapevoli che si muove al ritmo del Paraclito. «Il discepolo si lascia guidare dallo Spirito, per questo il discepolo è sempre un uomo della tradizione e della novità, è un uomo libero. Libero. Mai soggetto a ideologie, a dottrine dentro la vita cristiana, dottrine che possono discutersi… rimane nel Signore, è lo Spirito che ispira»[2].

Una profonda libertà è il frutto della pienezza dello Spirito Santo, che ci permette di continuare a muoverci su questa terra come fece Gesù. Per questo sentiamo «la necessità che Cristo stia al centro della nostra vita. Per scoprire il significato più profondo della libertà, dobbiamo contemplare Lui. Rimaniamo stupefatti davanti alla libertà di un Dio che, per puro amore, decide di annientare se stesso assumendo una carne come la nostra. Una libertà che si rivela ai nostri occhi nel suo passaggio sulla terra fino al sacrificio della Croce [...]. La nostra filiazione divina fa sì che la nostra libertà possa espandersi con tutta la forza che Dio le ha conferito. Non sarà allontanandoci dalla casa del Padre che diventiamo liberi, ma piuttosto abbracciando la nostra condizione di figli»[3].


Inviati ad annunciare la Buona Novella

San Luca ci dice che Gesù «insegnava nelle loro sinagoghe» (Lc 4, 15). Il Signore continua il suo magistero in linea con ciò che aveva rivelato l’Antico Testamento. Egli è, allo stesso tempo, «il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione»[4], come ha dichiarato il Concilio Vaticano II. Per questo motivo i suoi insegnamenti colmavano di speranza le persone che lo ascoltavano «e gli rendevano lode» (Lc 4, 15).

Con queste premesse, Gesù «venne a Nazaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere» (Lc 4, 16). Gesù compiva così il precetto sabatico e si disponeva a fare la lettura secondo il ritmo liturgico settimanale, che comprendeva la lettura di un testo della Torah o dei Profeti, seguita da un commento. «Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”» (Lc 4, 17-19).

Origene assicura che «non è un caso che Egli aprisse il rotolo e trovasse il capitolo della lettura che profetizza su di Lui, ma che anche questo fu opera della provvidenza di Dio»[5]. Gesù inizia la sua predicazione pubblica facendo sua la volontà del Padre espressa nell’Antico Testamento, portando avanti la missione di evangelizzare, di annunciare la buona novella del Regno. Nello stesso modo, anche noi vogliamo essere fedeli all’ispirazione che Dio ci regala nell’orazione, nella lettura del vangelo o in tanti momenti durante la nostra giornata.


Amore di Dio e per il prossimo

«Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4, 20-22). «È Gesù stesso “l’oggi” della salvezza nella storia, perché porta a compimento la pienezza della redenzione [...]. Questo brano interpella “oggi” anche noi [...]. Nel nostro tempo dispersivo e distratto, questo Vangelo ci invita ad interrogarci sulla nostra capacità di ascolto. Prima di poter parlare di Dio e con Dio, occorre ascoltarlo»[6].

Durante i nostri momenti di dialogo con il Signore vogliamo seguire il suo esempio di attenzione alla Parola divina rivelata nella Sacra Scrittura. Per esempio, possiamo fermare la nostra attenzione sul consiglio dell’apostolo san Giovanni che la liturgia di oggi ricorda: «Noi amiamo Dio perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello» (1 Gv 4, 19-21).

L’amore per il prossimo deve notarsi in alcune manifestazioni concrete, come lo stesso Gesù ha indicato nell’ultima cena. «Lavarsi i piedi l’un l’altro comporta tante cose concrete, perché quel lavare di cui si parla nasce dall’affetto; e l’amore scopre mille modi di servizio e di dedizione a chi si ama. Per noi cristiani, lavarsi i piedi significa senza dubbio pregare gli uni per gli altri, dare una mano con eleganza e discrezione, facilitare il lavoro, anticipare le necessità altrui, aiutarsi reciprocamente a comportarsi meglio, correggersi con affetto, trattarsi con una pazienza affettuosa e semplice»[7]. A Santa Maria chiediamo di aiutarci ad accogliere le ispirazioni divine come chiamate di un Padre che vuole unicamente la nostra felicità; chiediamole anche che ci ottenga dal Signore la grazia di amare i nostri fratelli come Gesù, mosso dallo Spirito Santo, ci ha amati.


[1] San Cirillo d’Alessandria, Commento al Vangelo di san Giovanni, 5, 2.

[2] Papa Francesco, Omelia, 1-IV-2020.

[3] Mons. Fernando Ocáriz, Lettera pastorale, 9-I-2018, nn. 3-4.

[4] Conc. Vaticano II, cost. dogm. Dei Verbum, n. 2.

[5] Origene, Omelie sul Vangelo di Luca, 32, 3.

[6] Benedetto XVI, Angelus, 27-I-2013

[7] Mons. Javier Echevarría, Eucaristia e vita cristiana, Ares, Milano, 2014, p. 65.