Sessione conclusiva del Congresso “La Religiosité Populaire en Méditerranée”
Sessione conclusiva del Congresso “La Religiosité Populaire en Méditerranée”
Signor Cardinale,
cari confratelli nell’episcopato,
cari sacerdoti, religiose e religiosi,
care sorelle e cari fratelli!
Sono lieto di incontrarvi qui ad Ajaccio alla conclusione del Congresso sulla pietà popolare nel Mediterraneo, che ha visto la partecipazione di numerosi studiosi e Vescovi provenienti dalla Francia e da altri Paesi.
Le terre bagnate dal mar Mediterraneo sono entrate nella storia e sono state la culla di molte civiltà che hanno raggiunto un notevole sviluppo. Ricordiamo, in particolare, quella greco-romana e quella giudeo-cristiana, che attestano la rilevanza culturale, religiosa, storica di questo grande “lago” in mezzo a tre continenti, di questo mare unico al mondo che è il Mediterraneo.
Non possiamo dimenticare che nella letteratura classica, quella greca e quella latina, spesso il Mediterraneo è stato lo scenario ideale per la nascita di miti, racconti e leggende. Come pure il fatto che il pensiero filosofico e le arti, insieme con le tecniche di navigazione, permisero alle civiltà del Mare nostrum di sviluppare una cultura elevata, di aprire vie di comunicazione, di costruire infrastrutture e acquedotti e, ancor più, sistemi giuridici e istituzioni di notevole complessità, i cui principi di base sono ancora oggi validi e attuali.
Tra il Mediterraneo e il vicino Oriente, ha avuto origine una esperienza religiosa del tutto particolare, legata al Dio di Israele, che si rivela all’umanità e inizia un incessante dialogo con il suo popolo, culminando nella presenza singolare di Gesù, il Figlio di Dio. È Lui che ha fatto conoscere in modo definitivo il volto del Padre, Padre suo e nostro, e che ha portato a compimento l’Alleanza tra Dio e l’umanità.
Sono passati più di duemila anni dall’Incarnazione del Figlio di Dio e tante sono state le epoche e le culture che si sono succedute. In alcuni momenti della storia la fede cristiana ha informato la vita dei popoli e le sue stesse istituzioni politiche, mentre oggi, specialmente nei Paesi europei, la domanda su Dio sembra affievolirsi e ci si scopre sempre più indifferenti nei confronti della presenza e della sua Parola. Tuttavia, bisogna essere cauti nell’analisi di questo scenario, per non lasciarsi andare in considerazioni frettolose e giudizi ideologici che, talvolta ancora oggi, contrappongono cultura cristiana e cultura laica. Questo è uno sbaglio!
Al contrario, è importante riconoscere una reciproca apertura tra questi due orizzonti: i credenti si aprono con sempre maggiore serenità alla possibilità di vivere la propria fede senza imporla, viverla come lievito nella pasta del mondo e degli ambienti in cui si trovano; e i non credenti o quanti si sono allontanati dalla pratica religiosa non sono estranei alla ricerca della verità, della giustizia e della solidarietà, e spesso, pur non appartenendo ad alcuna religione, portano nel cuore una sete più grande, una domanda di senso che li conduce a interrogare il mistero della vita e a cercare valori fondamentali per il bene comune.
È proprio in questa cornice che possiamo cogliere la bellezza e l’importanza della pietà popolare (cfr S. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 48). È stato San Paolo VI a “cambiare il nome”, nell’Evangelii nuntiandi cambia da “religiosità” a “pietà” popolare. Da una parte, essa ci rimanda all’Incarnazione come fondamento della fede cristiana, la quale si esprime sempre nella cultura, nella storia e nei linguaggi di un popolo e si trasmette attraverso i simboli, i costumi, i riti e le tradizioni di una comunità vivente. Dall’altra parte, la pratica della pietà popolare attira e coinvolge anche persone che sono sulla soglia della fede, che non praticano assiduamente e che, tuttavia, in essa ritrovano l’esperienza delle proprie radici e dei propri affetti, insieme a ideali e valori che ritengono utili per la propria vita e per la società.
La pietà popolare, esprimendo la fede con gesti semplici e linguaggi simbolici radicati nella cultura del popolo, rivela la presenza di Dio nella carne viva della storia, irrobustisce la relazione con la Chiesa e spesso diventa occasione di incontro, di scambio culturale e di festa – è curioso: una pietà che non sia festosa non ha “un buon odore”, non è una pietà che viene dal popolo, è troppo “distillata” –. In questo senso, le sue pratiche danno corpo alla relazione con il Signore e ai contenuti della fede. Mi piace ricordare, a questo proposito, una riflessione di Blaise Pascal, che in un dialogo con un interlocutore fittizio, per aiutarlo a capire come giungere alla fede, dice che non basta moltiplicare le prove dell’esistenza di Dio o fare sforzi intellettuali; piuttosto, bisogna guardare a coloro che sono già progrediti nel cammino, perché essi hanno iniziato a piccoli passi, «prendendo l’acqua benedetta, facendo dire delle messe» (Pensieri, in Opere complete, Milano, 2020, n. 681). I piccoli passi che ti portano avanti. La pietà popolare è una pietà che viene coinvolta con la cultura, ma non confusa con la cultura. E fa dei piccoli passi.
Ecco allora una cosa da non dimenticare: «Nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi», e quindi in essa «è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 123; 126), che lavora nel santo Popolo di Dio, lo porta avanti nei discernimenti quotidiani. Pensiamo al diacono Filippo, poveretto, che un giorno è stato portato [dallo Spirito] su una strada e ha sentito un pagano, un servo della regina Candace di Etiopia, leggere il profeta Isaia e non capiva nulla. Si è avvicinato: “Tu capisci?” – “No”. E gli ha annunciato il Vangelo. E quell’uomo, che aveva ricevuto la fede in quel momento, arrivando dove c’era acqua dice: “Mi dica Filippo, lei mi può battezzare, adesso, qui, che c’è l’acqua?”. E Filippo non ha detto: “No, deve fare il corso, deve portare i padrini, tutti e due sposati nella Chiesa; deve fare questo…”. No, lo ha battezzato. Il Battesimo è proprio il dono della fede che Gesù ci dà.
Dobbiamo stare attenti perché la pietà popolare non venga usata, strumentalizzata da aggregazioni che intendono rafforzare la propria identità in modo polemico, alimentando i particolarismi, le contrapposizioni, gli atteggiamenti escludenti. Tutto questo non risponde allo spirito cristiano della pietà popolare e chiama in causa tutti, in modo speciale i Pastori, a vigilare, discernere e promuovere una continua attenzione sulle forme popolari della vita religiosa.
Quando la pietà popolare riesce a comunicare la fede cristiana e i valori culturali di un popolo, unendo i cuori e amalgamando una comunità, allora ne nasce un frutto importante che ricade sull’intera società, e anche sulle relazioni tra le istituzioni politiche, sociali e civili e la Chiesa. La fede non rimane un fatto privato – dobbiamo stare attenti a questo sviluppo, direi, eretico della privatizzazione della fede; i cuori si amalgamano e vanno avanti... –, un fatto che si esaurisce nel sacrario della coscienza, ma – se intende essere pienamente fedele a sé stessa – comporta un impegno e una testimonianza verso tutti, per la crescita umana, il progresso sociale e la cura del creato, nel segno della carità. Proprio per questo, dalla professione della fede cristiana e dalla vita comunitaria animata dal Vangelo e dai Sacramenti, lungo i secoli sono nate innumerevoli opere di solidarietà e istituzioni come ospedali, scuole, centri di assistenza – in Francia sono molte! –, in cui i credenti si sono impegnati a favore dei bisognosi e hanno contribuito alla crescita del bene comune. La pietà popolare, le processioni e le rogazioni, le attività caritative delle confraternite, la preghiera comunitaria del santo Rosario e altre forme di devozione possono alimentare questa – mi permetto di qualificarla così – “cittadinanza costruttiva” dei cristiani. La pietà popolare ti dà una “cittadinanza costruttiva”!
A volte qualche intellettuale, qualche teologo non capisce questo. Ricordo una volta che sono andato una settimana nel nord dell’Argentina, a Salta, dove c’è la festività del Señor de los Milagros, il Signore dei Miracoli. Tutta la provincia, tutta, converge nel santuario, e si confessano tutti, dal sindaco a tutti, perché hanno questa pietà dentro. Io andavo sempre a confessare, ed era un lavoro forte, perché tutta la gente si confessa. E un giorno, all’uscita, ho trovato un sacerdote che conoscevo: “Oh tu stai qui, come stai?” – “Bene!”… E mentre uscivamo, in quel momento si è avvicinata una signora con dei santini in mano e dice al sacerdote, un bravo teologo: “Padre, li benedice?”. Il sacerdote, con una grande teologia, le dice: “Ma, signora, lei è stata a Messa?” – “Sì, padrecito” – “E lei sa che alla fine della Messa si benedice tutto?” – “Sì, padrecito” – “E lei sa che la benedizione di Dio viene da parte sua?” – “Sì, padrecito”. In quel momento un altro prete lo ha chiamato: “Oh, come stai?”. E la signora che aveva detto tante volte “sì, padrecito” si rivolge a quello: “Padre me li benedice?”. C’è una complicità, una sana complicità che cerca la benedizione del Signore e non accetta generalizzazioni.
Allo stesso tempo, sul terreno comune di questa audacia di fare il bene, di chiedere la benedizione, i credenti possono ritrovarsi in un cammino condiviso anche con le istituzioni laiche, civili e politiche, per lavorare insieme al servizio di ogni persona, a partire dagli ultimi, per una crescita umana integrale e la custodia di questa “Île de beauté”.
Ne deriva la necessità che si sviluppi un concetto di laicità non statico e ingessato, ma evolutivo, dinamico, capace di adattarsi a situazioni diverse o impreviste, e di promuovere una costante collaborazione tra autorità civili ed ecclesiastiche per il bene dell’intera collettività, rimanendo ciascuno nei limiti delle proprie competenze e del proprio spazio. Benedetto XVI ha affermato: sana laicità «significa liberare la religione dal peso della politica e arricchire quest’ultima con gli apporti della religione, mantenendo tra loro una necessaria distanza, una chiara distinzione e la necessaria collaborazione tra le due. […] Una tale laicità sana garantisce alla politica di operare senza strumentalizzare la religione, e alla religione di vivere liberamente senza appesantirsi con la politica dettata dall’interesse, e qualche volta poco conforme, o addirittura contraria, alle credenze religiose. Per questo la sana laicità (unità-distinzione) è necessaria, anzi indispensabile a entrambe» (Esort. ap. postsin. Ecclesia in Medio Oriente, 29). Così Benedetto XVI: una sana laicità, ma accanto una religiosità. Si rispettano i campi.
In questo modo si potranno liberare più energie e più sinergie, senza pregiudizi e senza opposizioni di principio, in un dialogo aperto, franco e fecondo.
Carissime sorelle e fratelli, la pietà popolare, che qui in Corsica è molto radicata – e non è superstizione –, fa emergere i valori della fede e, allo stesso tempo, esprime il volto, la storia e la cultura dei popoli. In questo intreccio, senza confusioni, trova forma il dialogo costante tra il mondo religioso e quello laico, tra la Chiesa e le istituzioni civili e politiche. Su questo tema, voi siete in cammino da molto tempo, è una tradizione vostra, e siete un esempio virtuoso in Europa. Andate avanti! E vorrei incoraggiare i giovani a impegnarsi ancora più attivamente nella vita socio-culturale e politica, con lo slancio degli ideali più sani e la passione per il bene comune. Come pure esorto i pastori e i fedeli, i politici e coloro che rivestono responsabilità pubbliche a restare sempre vicini al popolo, ascoltandone i bisogni, cogliendone le sofferenze, interpretandone le speranze, perché ogni autorità cresce solo nella prossimità. I pastori devono avere queste vicinanze: vicinanza a Dio, vicinanza con gli altri pastori, vicinanza ai sacerdoti, vicinanza ai popoli, che sono così vicini. Questi sono i veri pastori. Ma il pastore che non ha questa vicinanza, neppure alla storia e alla cultura, è semplicemente “Monsieur l’Abbé”. Non è un pastore. Dobbiamo distinguere questi due modi di svolgere la pastorale.
Auspico che questo Congresso sulla pietà popolare vi aiuti a riscoprire le radici della vostra fede e vi sproni a un rinnovato impegno nella Chiesa e nella società civile, al servizio del Vangelo e del bene comune di tutti i cittadini.
Maria, Madre della Chiesa, vi accompagni e vi assista nel vostro cammino. Grazie, tante!
Cari fratelli Vescovi,
care consacrate, cari sacerdoti, diaconi, consacrati e seminaristi!
Mi trovo in questa bella terra solo per un giorno, ma ho desiderato che ci fosse almeno un breve momento per incontrarvi e salutarvi. Questo mi dà l’opportunità prima di tutto di dirvi grazie: grazie perché ci siete, con la vostra vita donata; grazie per il vostro lavoro, per l’impegno quotidiano; grazie perché siete segno dell’amore misericordioso di Dio e testimoni del Vangelo. Sono rimasto contento quando ho potuto salutare uno di voi: ha 95 anni e 70 di sacerdozio! E questo è portare avanti quella vocazione bella. Grazie fratello per la tua testimonianza! Grazie tante!
E dal “grazie” passo subito alla grazia di Dio, che è il fondamento della fede cristiana e di ogni forma di consacrazione nella Chiesa. Nel contesto europeo in cui ci troviamo, non mancano problemi e sfide che riguardano la trasmissione della fede, e ogni giorno voi fate i conti con questo, scoprendovi piccoli e fragili: non siete molto numerosi, non avete mezzi potenti, non sempre gli ambienti in cui operate si mostrano favorevoli ad accogliere l’annuncio del Vangelo. E a volte mi viene in mente un film, perché alcuni sono disposti ad accogliere il Vangelo, ma non il “portavoce”. Quel film aveva questa frase: “La musica sì, ma il musicista no”. Pensate un po’, la fedeltà alla trasmissione del Vangelo. Questo ci aiuterà. Eppure questa povertà sacerdotale, vorrei a dire, è una benedizione! Perché? Ci spoglia della pretesa di farcela da soli, ci insegna a considerare la missione cristiana come qualcosa che non dipende dalle forze umane, ma soprattutto dall’opera del Signore, che sempre lavora e agisce con il poco che possiamo offrirgli.
Non dimentichiamo questo: al centro c’è il Signore. Non io al centro, ma Dio. Da noi, per qualche prete presuntuoso che si mette al centro, noi diciamo: questo è un prete yo, me, mí, conmigo, para mí. Io, me, con me, per me. No, il Signore è al centro. E questa è una cosa che forse ogni mattina, al sorgere del sole, ogni pastore, ogni consacrato dovrebbe ripetere nella preghiera: anche oggi, nel mio servizio, non io al centro, ma Dio, il Signore. E dico questo perché c’è un pericolo nella mondanità, un pericolo che è la vanità. Fare il “pavone”. Guardare troppo sé stessi. La vanità. E la vanità è un brutto vizio, con cattivo odore. Fare il pavone.
Il primato della grazia divina non significa, però, che possiamo dormire sonni tranquilli senza assumerci le nostre responsabilità. Al contrario, dobbiamo pensarci come “collaboratori della grazia di Dio” (cfr 1Cor 3,9). E così, camminando con il Signore, ogni giorno siamo riportati a una domanda essenziale: come sto vivendo il mio sacerdozio, la mia consacrazione, il mio discepolato? Sono vicino a Gesù?
Quando, nell’altra diocesi, facevo le visite pastorali, incontravo alcuni bravi preti che lavoravano tanto, tanto. “Dimmi, e tu come fai la sera?” – “Sono stanco, prendo un boccone e poi vado a letto a riposarmi un po’, a guardare la televisione” – “Ma tu non passi in cappella per salutare il tuo Capo?” – “Eh no…” – “E tu, prima di addormentarti fai così, preghi un’Ave Maria? Almeno sii educato: passa in cappella a dire: Ciao, grazie tante, a domani”. Non dimenticatevi del Signore! Il Signore all’inizio, in mezzo e alla fine della giornata. È il nostro Capo. Ed è un Capo che lavora più di noi! Non dimenticate questo.
E vi faccio questa domanda: come vivo io il discepolato? Fissatela nel vostro cuore, non sottovalutatela, e non sottovalutate la necessità di questo discernimento, di questo guardarsi dentro, perché non ci succeda di essere “macinati” nei ritmi e nelle attività esterne e di perdere la consistenza interiore. Da parte mia, vorrei lasciarvi un duplice invito: avere cura di voi e prendervi cura degli altri.
Il primo: avere cura di voi. Perché la vita sacerdotale o religiosa non è un “sì” che abbiamo pronunciato una volta per tutte. Non si vive di rendita con il Signore! Al contrario, ogni giorno va rinnovata la gioia dell’incontro con Lui, in ogni momento bisogna nuovamente ascoltare la sua voce e decidersi a seguirlo, anche nei momenti delle cadute. Alzati, uno sguardo al Signore: “Scusami, aiutami ad andare avanti”. Questa vicinanza fraterna e filiale.
Ricordiamoci questo: la nostra vita si esprime nell’offerta di noi stessi, ma più un sacerdote, una religiosa, un religioso si donano, si spendono, lavorano per il Regno di Dio, e più diventa necessario che si prendano cura anche di sé stessi. Un prete, una suora, un diacono che si trascura finirà anche per trascurare coloro che gli sono affidati. Per questo ci vuole una piccola “regola di vita” – i religiosi già ce l’hanno –, che comprenda l’appuntamento quotidiano con la preghiera e l’Eucaristia, il dialogo con il Signore, ciascuno secondo la spiritualità propria e il proprio stile. E vorrei anche aggiungere: conservare qualche momento di solitudine; avere un fratello o una sorella con cui condividere liberamente ciò che portiamo nel cuore – un tempo si chiamava il direttore spirituale, la direttrice spirituale –; coltivare qualcosa di cui siamo appassionati, e non per passare il tempo libero, ma per riposarci in modo sano dalle stanchezze del ministero. Il ministero stanca! C’è da aver paura di quelle persone che sono sempre attive, sempre al centro, che magari per troppo zelo non si riposano mai, non prendono mai una pausa per sé stessi. Fratelli, non va bene questo, c’è bisogno di spazi e momenti in cui ogni sacerdote e ogni persona consacrata si prende cura di sé. E non per fare un lifting per apparire più belli, no, per parlare con l’Amico, con il Signore, e soprattutto con la Mamma – non lasciate la Madonna, per favore – , per parlare della propria vita, come stanno andando le cose. E sempre abbiate per questo sia il confessore, sia qualche amico che vi conosca bene e con cui potete parlare e fare un bel discernimento. I “funghi presbiterali” non vanno bene!
E in questa cura rientra un’altra cosa: la fraternità tra di voi. Impariamo a condividere non soltanto le fatiche e le sfide, ma anche la gioia e l’amicizia tra di noi: il vostro Vescovo dice una cosa che mi piace molto, e cioè che è importante passare dal “Libro delle lamentazioni” al “Libro del Cantico dei Cantici”. Lo facciamo poco questo. Ci piacciono le lamentazioni! E se il povero Vescovo quella mattina si è dimenticato lo zucchetto: “Ma guarda il Vescovo…”. Si prende qualcosa per sparlare del Vescovo. È vero, il Vescovo è un peccatore come ognuno di noi. Siamo fratelli! Cambiare dal “Libro delle lamentazioni” al “Libro del Cantico dei Cantici”. Questo è importante, lo dice anche un Salmo: «Hai mutato il mio lamento in danza» (Sal 30,12). Condividiamo la gioia di essere apostoli e discepoli del Signore! Una gioia va condivisa. Altrimenti, il posto che deve prendere la gioia lo prende l’aceto. È una cosa brutta trovare un prete con il cuore amareggiato. È brutto. “Ma perché sei così?” – “Eh, perché il Vescovo non mi vuole bene… Perché hanno nominato Vescovo quell’altro e non me… Perché… Perché…”. Le lamentele. Per favore, fermatevi davanti alle lamentele, alle invidie. L’invidia è un vizio “giallo”. Chiediamo al Signore di mutare il nostro lamento in danza, di darci il senso dell’umorismo, la semplicità evangelica.
La seconda cosa: avere cura degli altri. La missione che ciascuno di voi ha ricevuto ha sempre un solo scopo: portare Gesù agli altri, donare ai cuori la consolazione del Vangelo. Mi piace ricordare il momento in cui l’apostolo Paolo sta per ritornare a Corinto e scrivendo alla comunità dice: «Per conto mio ben volentieri mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime» (2Cor 12,15). Consumarsi per le anime, consumarsi nell’offerta di sé per coloro che ci sono stati affidati. E mi viene in mente un santo prete giovane che poi è morto di cancro poco tempo fa. Lui abitava in una baraccopoli con la gente più povera. Diceva: “A volte ho voglia di chiudere la finestra con i mattoni, perché la gente viene a qualsiasi ora e se io non rispondo alla porta, bussano alla finestra”. Il prete con il cuore aperto a tutti, senza fare distinzioni.
L’ascolto, la vicinanza della gente, è anche questo un invito a trovare, nel contesto di oggi, le vie pastorali più efficaci per l’evangelizzazione. Non abbiate paura di cambiare, di rivedere i vecchi schemi, di rinnovare i linguaggi della fede, imparando che la missione non è questione di strategie umane: è anzitutto questione di fede. Avere cura degli altri: di chi attende la Parola di Gesù, di chi si è allontanato da Lui, di coloro che hanno bisogno di orientamento o di consolazione per le loro sofferenze. Prendersi cura di tutti, nella formazione e soprattutto nell’incontro. Incontrare le persone, là dove vivono e lavorano, questo è importante.
E poi, una cosa che ho tanto a cuore: per favore, perdonate sempre. E perdonate tutto. Perdonate tutto e sempre. Ai sacerdoti dico, nel sacramento della Riconciliazione, di non fare troppe domande. Ascoltare e perdonare. Diceva un Cardinale – che è un po’ conservatore, un po’ quadrato, ma è un grande prete – parlando in una conferenza ai sacerdoti: “Se qualcuno [nella Confessione] incomincia a balbettare perché ha vergogna, io gli dico: va bene, ho capito, passa a un’altra cosa. In realtà non ho capito nulla, ma Lui [il Signore] ha capito”. Per favore, non torturare la gente nel confessionale: dove, come, quando, con chi… Sempre perdonare, sempre perdonare! C’è un bravo frate cappuccino a Buenos Aires, che io ho fatto cardinale a 96 anni. Lui ha sempre una lunga fila di gente, perché è un bravo confessore, anch’io andavo da lui. Questo confessore una volta mi ha detto: “Senti, a volte mi viene lo scrupolo di perdonare troppo” – “E cosa fai?” – “Vado a pregare e dico: Signore, scusami, ho perdonato troppo. Ma subito mi viene da dirgli: Ma se stato Tu a darmi il cattivo esempio!”. Perdonare sempre. Perdonare tutto. E questo lo dico anche alle religiose e ai religiosi: perdonare, dimenticare, quando ci fanno qualche cosa brutta, le lotte ambiziose di comunità… Perdonare. Il Signore ci ha dato l’esempio: perdonare tutto e sempre! Tutti, tutti, tutti. E vi faccio una confidenza: io porto già 55 anni di sacerdozio, sì, l’altro ieri ne ho fatti 55, e mai ho negato un’assoluzione. E mi piace confessare, tanto. Ho sempre cercato il modo di perdonare. Non so se è bello, se il Signore mi darà... Ma questa è la mia testimonianza.
Care sorelle e cari fratelli e sorelle, vi ringrazio di cuore e vi auguro un ministero ricco di speranza e di gioia. Anche nei momenti di stanchezza e di scoraggiamento, non lasciatevi andare. Riportate il cuore al Signore. Non dimenticavi di piangere davanti al Signore! Egli si manifesta e si fa trovare se avrete cura di voi stessi e degli altri. In questo modo Lui offre la consolazione a coloro che ha chiamato e inviato. Andate avanti con coraggio: vi ricolmerà di gioia!
Ora ci rivolgiamo in preghiera alla Vergine Maria. In questa Cattedrale, intitolata a lei Assunta in Cielo, il popolo fedele la venera come Patrona quale Madre di Misericordia, la “Madunnuccia”. Da quest’Isola del Mediterraneo, eleviamo a lei la supplica per la pace: pace per tutte le terre che si affacciano su questo Mare, specialmente per la Terra Santa dove Maria ha dato alla luce Gesù. Pace per la Palestina, per Israele, per il Libano, per la Siria, per tutto il Medio Oriente! Pace nel Myanmar martoriato. E la Santa Madre di Dio ottenga la sospirata pace per il popolo ucraino e il popolo russo. Sono fratelli – “No, padre, sono cugini!” – Sono cugini, fratelli, non so, ma che si intendano! La pace! Fratelli, sorelle, la guerra sempre è una sconfitta. E la guerra nelle comunità religiose, la guerra nelle parrocchie sempre è una sconfitta, sempre! Che il Signore ci dia la pace a tutti.
E preghiamo per le vittime del ciclone che, nelle ore scorse, ha colpito l’Arcipelago di Mayotte. Sono spiritualmente vicino a quanti sono stati colpiti da questa tragedia.
E adesso tutti insieme, preghiamo l’Angelus
Angelus Domini…
La gente chiede a Giovanni il Battista: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10). Che cosa dobbiamo fare? È una domanda da ascoltare con attenzione, perché esprime il desiderio di rinnovare la vita, di cambiarla in meglio. Giovanni sta annunciando l’arrivo del Messia tanto atteso: chi ascolta la predicazione del Battista vuole prepararsi a questo incontro, all’incontro con il Messia, all’incontro con Gesù.
Il Vangelo secondo Luca testimonia che sono proprio i più lontani ad esprimere questa volontà di conversione: non quelli che socialmente sembravano essere più vicini, non i farisei e i dottori della legge, ma i lontani, i pubblicani, che erano considerati peccatori, e i soldati domandano: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,12). Questa è una bella domanda, che forse oggi, prima di andare a letto, ognuno di noi può dire come preghiera: “Signore, cosa devo fare per preparare il cuore al Natale?”. Chi si ritiene giusto non si rinnova. Coloro invece che venivano considerati pubblici peccatori vogliono passare da una condotta disonesta e violenta a una vita nuova. E i lontani diventano vicini quando il Cristo si fa vicino a noi. Giovanni, infatti, risponde così ai pubblicani e ai soldati: praticate la giustizia; siate retti e onesti (cfr Lc 3,13-14). Coinvolgendo specialmente gli ultimi e gli esclusi, l’annuncio del Signore ridesta le coscienze, perché Egli viene a salvare, non a condannare chi è perduto (cfr Lc 15,4-32). E il meglio che noi possiamo fare per essere salvati e cercati da Gesù, è dire la verità su noi stessi: “Signore, sono peccatore”. Tutti noi lo siamo, qui, tutti. “Signore, sono peccatore”. E così ci avviciniamo a Gesù con la verità, non con il maquillage di una giustizia non vera. Perché viene a salvare proprio i peccatori.
E per questo anche oggi facciamo nostra la domanda che le folle rivolgevano a Giovanni il Battista. Durante questo tempo di Avvento troviamo il coraggio di chiedere, senza paura: “che cosa devo fare?”, “che cosa dobbiamo fare?”. Domandiamolo con sincerità, per preparare un cuore umile, un cuore fiducioso al Signore che viene.
Le Scritture che abbiamo ascoltato ci consegnano due modi di aspettare il Messia: l’attesa sospettosa e l’attesa gioiosa. Si può aspettare la salvezza con questi due atteggiamenti: l’attesa sospettosa e l’attesa gioiosa. Riflettiamo su questi atteggiamenti spirituali.
Il primo modo di aspettare, quello sospettoso, è pieno di sfiducia e di ansietà. Chi ha la mente occupata in pensieri egocentrici smarrisce la letizia dell’animo: anziché vegliare con speranza, dubita del futuro. Tutto preso da progetti mondani, non attende l’opera della Provvidenza. Non sa aspettare con la speranza che ci dà lo Spirito Santo. E allora giunge salutare la parola di San Paolo, che riscuote da questo torpore: «Non angustiatevi per nulla» (Fil 4,6). Quando l’angoscia ci prende, ci rovina sempre. Una cosa è il dolore, il dolore fisico, il dolore morale per qualche calamità in famiglia…; un’altra cosa è l’angoscia. I cristiani non devono vivere con l’angoscia. Non siate angosciati, delusi, tristi. Quanto sono diffusi questi mali spirituali, oggi, specialmente dove dilaga il consumismo! Io vedevo in questi giorni a Roma, per le strade, tanta gente che va a fare le spese, le spese, con l’ansia del consumismo, che poi svanisce e lascia niente. Una società così che vive di consumismo, invecchia insoddisfatta, perché non sa donare: chi vive per sé stesso non sarà mai felice. Chi vive così [mano chiusa] e non fa così [mano aperta] non è felice. Chi ha le mani così [mano chiusa], per me, e non ha le mani per dare, per aiutare, per condividere, mai sarà felice. E questo è un male che tutti noi possiamo avere, tutti i cristiani, anche noi, i preti, i vescovi, i cardinali, tutti, anche il Papa.
L’Apostolo però ci offre una medicina efficace quando scrive: «In ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti» (Fil 4,6). La fede in Dio dà speranza! Proprio in questi giorni, nel Congresso che ha avuto luogo qui ad Ajaccio, è stato messo in luce quanto sia importante coltivare la fede, apprezzando il ruolo della pietà popolare. Pensiamo alla preghiera del Rosario: se riscoperta e praticata bene, essa insegna a tenere il cuore centrato su Gesù Cristo, con lo sguardo contemplativo di Maria. E pensiamo alle confraternite, che possono educare al servizio gratuito per il prossimo, sia spirituale sia corporale. Queste associazioni di fedeli, così ricche di storia, partecipano attivamente alla liturgia e alla preghiera della Chiesa, che abbelliscono con i canti e le devozioni del popolo. E ai membri delle confraternite raccomando di farsi sempre vicino con disponibilità, soprattutto ai più fragili, rendendo operosa la fede nella carità. E quella confraternita che ha una devozione speciale si faccia vicina a tutti, vicina ai prossimi per aiutarli.
E da qui veniamo al secondo atteggiamento: l’attesa gioiosa. Il primo atteggiamento era l’attesa sospettosa, quell’attesa che è “per me” con le mani che chiudono. Il secondo atteggiamento è l’attesa gioiosa. E non è facile avere gioia. La gioia cristiana non è affatto spensierata, superficiale, una gioia da carnevale. No. Non è così. È invece una gioia del cuore, basata su un fondamento saldissimo, che il profeta Sofonia, rivolgendosi al popolo, esprime così: gioisci, perché «il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un Salvatore potente» (Sof 3,17). Fiducia nel Signore che è in mezzo a noi, è in mezzo a noi. Tante volte non ricordiamo questo: è in mezzo a noi, quando facciamo un’opera buona, quando educhiamo i figli, quando ci prendiamo cura degli anziani. Invece non è in mezzo a noi quando facciamo il chiacchiericcio, sparlando sempre degli altri. Lì non c’è il Signore, ci siamo solo noi. La venuta del Signore ci porta la salvezza: perciò è motivo di gioia. Dio è “potente”, dice la Scrittura: Egli può redimere la nostra vita perché è capace di realizzare quello che dice! La nostra gioia non è dunque una consolazione illusoria, per farci dimenticare le tristezze della vita. No, non è una consolazione illusoria. La nostra gioia è frutto dello Spirito Santo per la fede in Cristo Salvatore, che bussa al nostro cuore, liberandolo dalla mestizia e dalla noia. Pertanto l’avvento del Signore diventa una festa piena di futuro per tutti i popoli: in compagnia di Gesù scopriamo la vera gioia di vivere e di donare i segni di speranza che il mondo attende.
E il primo di questi segni di speranza è la pace. Colui che viene è l’Emmanuele, il Dio con noi, che dona la pace agli uomini amati dal Signore (cfr Lc 2,14). E mentre ci prepariamo ad accoglierlo, in questo tempo di Avvento, le nostre comunità crescano nella capacità di accompagnare tutti, specialmente i giovani in cammino verso il Battesimo e i Sacramenti; e in un modo speciale anche i vecchietti, gli anziani. Gli anziani sono la saggezza di un popolo. Non lo dimentichiamo! E ognuno di noi può pensare: come io mi comporto davanti agli anziani? Vado a cercarli? Perdo il tempo con loro? Li ascolto? “Oh no, sono noiosi, con le loro storie!”. Li abbandono? Quanti figli abbandonano i genitori nelle case di riposo. Io ricordo una volta, nell’altra diocesi, sono andato in una casa di riposo a visitare la gente. E c’era una signora che aveva tre, quattro figli. Io domandai: “E i suoi figli come stanno?” – “Stanno benissimo! Ho tanti nipoti” – “E vengono a trovarla?” – “Sì, vengono sempre”. Quando sono uscito l’infermiera mi dice: “Vengono una volta l’anno”. Ma la mamma copriva i difetti dei figli. Tanti lasciano i vecchietti da soli. Fanno gli auguri per Natale o Pasqua al telefono! Prendete cura dei vecchi, che sono la saggezza di un popolo!
E pensiamo ai giovani in cammino verso il Battesimo e i Sacramenti. In Corsica, grazie a Dio, ce ne sono tanti! E complimenti! Mai ho visto tanti bambini come qui! È una grazia di Dio! E ho visto solo due cagnolini. Cari fratelli, fate figli, fate figli, che saranno la vostra gioia, la vostra consolazione nel futuro. Questa è la verità: mai ho visto tanti bambini. Soltanto a Timor-Leste erano tanti così, ma nelle altre città non tanti così. Questa è la vostra gioia e la vostra gloria. Fratelli e sorelle, purtroppo sappiamo bene che non mancano tra le nazioni grandi motivi di dolore: miseria, guerre, corruzione, violenze. Vi dico una cosa: a volte vengono nelle udienze bambini ucraini, che per la guerra sono stati portati qui. Sapete una cosa? Questi bambini non sorridono! Hanno dimenticato il sorriso. Per favore, pensiamo a questi bambini nelle terre di guerre, al dolore di tanti bambini.
La Parola di Dio, però, ci incoraggia sempre. E davanti alle devastazioni che opprimono i popoli, la Chiesa annuncia una speranza certa, che non delude, perché il Signore viene ad abitare in mezzo a noi. E allora il nostro impegno per la pace e la giustizia trova nella sua venuta una forza inesauribile.
Sorelle e fratelli, in ogni tempo e in qualsiasi tribolazione, Cristo è presente, Cristo è la fonte della nostra gioia. È con noi nella tribolazione per portarci avanti e darci la gioia. Teniamo sempre nel cuore questa gioia, questa sicurezza che Cristo è con noi, cammina con noi. Non dimentichiamolo! E così con questa gioia, con questa sicurezza che Gesù è con noi, saremo felici e faremo felici gli altri. Questa dev’essere la nostra testimonianza.
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