Meditazioni: Venerdì della 19ª settimana del Tempo Ordinario

Riflessioni per meditare nel venerdì della diciannovesima settimana del Tempo Ordinario. I temi proposti sono: Il matrimonio, immagine dell’amore divino; Il celibato, chiamata a trasmettere la vita soprannaturale; Amare senza ricerca del possesso.

- Il matrimonio, immagine dell’amore divino

- Il celibato, chiamata a trasmettere la vita soprannaturale

- Amare senza ricerca del possesso


ALCUNI fra i farisei, volendo mettere alla prova Gesù, si avvicinarono a lui e gli domandarono: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» (Mt 19, 3). Di rimando Cristo ricordò che Dio stesso è l’autore del matrimonio e dichiarò la sua indissolubilità: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mt 19, 4-6).

Il matrimonio non è semplicemente un evento sociale o una formalità. L’amore reciproco tra l’uomo e la donna è immagine dell’amore assoluto con cui Dio ci ama. «E questo amore che Dio benedice è destinato ad essere fecondo e a realizzarsi nell’opera comune della custodia della creazione»[1]. Per questo il matrimonio è «un bene di straordinario valore per tutti: per gli stessi coniugi, per i loro figli, per tutte le famiglie con cui entrano in relazione, per l’intera Chiesa, per tutta l’umanità. È un bene che è diffusivo, che attira i giovani a rispondere con gioia alla vocazione matrimoniale, che conforta e ravviva continuamente gli sposi, che porta tanti e diversi frutti nella comunione ecclesiale e nella società civile»[2]. Uno di questi frutti è proprio la formazione della chiesa domestica: la famiglia è la prima scuola della vita cristiana, dove «si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita»[3].

L’uomo e la donna trovano nel matrimonio, con la grazia divina, tutto ciò di cui hanno bisogno per essere santi, per identificarsi con Cristo e avvicinare a Dio le persone che li circondano. Pertanto si tratta di un cammino che, se è percorso con fedeltà, permette di anticipare la gloria del cielo e di trovare la felicità che il Signore concede già su questa terra. Una gioia compatibile con momenti di sacrificio che possono rafforzare l’amore tra gli sposi e che normalmente si assapora nelle cose piccole di ogni giorno. Come insegnava san Josemaría: «Il segreto della felicità coniugale è racchiuso nelle cose quotidiane, e non in fantasticherie. Consiste nello scoprire la gioia intima del ritorno al focolare, nell’incontro affettuoso coi figli; nel lavoro di ogni giorno a cui collabora tutta la famiglia; nel buon umore dinanzi alle difficoltà, che vanno affrontate con spirito sportivo»[4]. In questo momento di orazione possiamo pregare per la fedeltà di tutti gli sposi e ringraziare Dio per i doni che ci sono giunti attraverso l’amore dei nostri genitori.


DOPO aver sottolineato la grandezza del matrimonio, Gesù esprime il valore del celibato. L’esempio attraente della vita stessa del Signore manifesta che non si tratta di un atteggiamento scettico o addirittura comodo, come qualche volta avevano insinuato alcuni che lo ascoltavano (cfr Mt 19, 10), ma di un dono divino (cfr Mt 19, 11): una chiamata a ricevere e a trasmettere agli altri la vita soprannaturale, senza la mediazione di un amore terreno. Chi riceve questa vocazione assomiglia a Cristo, che indubbiamente non rinunciò all’amore. La persona celibe riceve una grazia specifica che trasforma a poco a poco la sua sensibilità, per mettere al servizio di Dio e delle persone che gli stanno vicine tutto ciò che richiede una vita da innamorato: affetti, progetti, creatività e passione. Accogliere questo dono «non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi, grazie ad un più profondo stare con Lui, a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli uomini»[5].

Una caratteristica della vocazione al celibato è la disponibilità del cuore per vivere completamente per Dio e, attraverso di Lui, per gli altri. Il celibe sperimenta così quella grandezza del cuore di cui parlava san Josemaría: «Per quanto tu ami, non amerai mai abbastanza. Il cuore umano ha un enorme coefficiente di dilatazione. Quando ama si allarga in un crescendo di affetto che supera tutti gli ostacoli. Se tu ami il Signore, non ci sarà creatura che non trovi spazio nel tuo cuore»[6]. Proprio per questo la persona celibe può amare tutti, anche quando l’altro non gli corrisponde. Gli basta veder crescere spiritualmente una persona per incoraggiarsi a continuare ad aiutare gli altri: imita così il modo di amare di Gesù che, durante il suo passaggio sulla terra, non ha posto nessuna barriera al suo affetto, ma ha offerto la sua vicinanza a tutti, in particolare a coloro che erano rifiutati dalla società. Per questo chi riceve il dono del celibato è anche chiamato ad amare e a servire tutte le persone, soprattutto quelle che, intorno a lui, ne hanno più bisogno. Questo non significa che, a volte, alla persona celibe non costi rinunciare a formare una famiglia propria o ricevere una risposta affettiva alla sua dedicazione. Tuttavia, in questa sensazione di vuoto, accettata con serenità e con realismo, può trovare un’opportunità e una chiamata per continuare ad alimentare l’amore che dà senso alla sua abnegazione. Alla fine, anche in questa solitudine si può imparare a percepire la vicinanza di Dio.


TUTTI gli uomini sono chiamati a vivere la castità. Questa virtù si concreta in modi diversi secondo la vocazione che ognuno ha ricevuto e in ogni caso, per gli sposati, i celibi o i vedovi, la castità «non è un “no” ai piaceri e alla gioia della vita, ma il grande “sí” all’amore come comunicazione profonda tra le persone, che richiede il tempo e il rispetto, come cammino insieme verso la pienezza e come amore che diventa capace di generare vita e di accogliere generosamente la vita nuova che nasce»[7]. Questa nuova vita, per chi ha vocazione al matrimonio, sono i figli che sono il frutto dell’amore degli sposi; per il celibe sono le persone che egli aiuta a crescere nella loro relazione con Dio e verso le quali esercita una paternità o una maternità spirituale.

La castità ci permette di amare senza desiderio di possesso. Infatti, si dice che il contrario di amare non sia odiare, bensì possedere, cioè pretendere di usare un’altra persona per soddisfare le proprie necessità e riempire il proprio vuoto. Questo è ciò che pretende la lussuria, il vizio che «giudica una noia ogni corteggiamento, non cerca quella sintesi tra ragione, pulsione e sentimento che ci aiuterebbe a condurre l’esistenza con saggezza. Il lussurioso cerca solo scorciatoie: non capisce che la strada dell’amore va percorsa con lentezza, e questa pazienza, lungi dall’essere sinonimo di noia, permette di rendere felici i nostri rapporti amorosi»[8].

L'amore che ci porta a Dio è libero: ci dà anche la possibilità di sbagliare e di respingerlo, perché Egli non vuole schiavi, ma figli che accolgono il suo amore “perché ne hanno voglia”. La castità ci permette di conoscere veramente gli altri, di rispettarli e di cercare la loro felicità; in una parola genera una relazione di comunione nella quale si è felici nel cercare il bene dell’altra persona. E anche se amare in questo modo a volte può risultare costoso, chi si sforza di vivere questa virtù «capisce che il sacrificio è solo apparente: vivendo in questo modo — accettando il sacrificio —, si libera di molte servitù e può assaporare per intero l’amore di Dio nell’intimo del cuore»[9]. Possiamo invocare la Vergine Maria, come raccomandava il fondatore dell’Opus Dei, quando notiamo il peso della tentazione: «Madre! —Chiamala forte, forte. —Ti ascolta, ti vede forse in pericolo e ti offre, Santa Maria tua Madre, con la grazia di suo Figlio, la consolazione del suo grembo, la tenerezza delle sue carezze: e ti sentirai rinfrancato per la nuova lotta»[10].


[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1604.

[2] Francesco, Discorso, 27-I-2023.

[3] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1657.

[4] San Josemaría, Colloqui, n. 91.

[5] Benedetto XVI, Discorso, 22-XII-2006.

[6] San Josemaría, Via Crucis, VIII stazione, n. 5.

[7] Benedetto XVI, Discorso, 13-V-2011.

[8] Francesco, Udienza, 17-I-2024.

[9] San Josemaría, Amici di Dio, n. 84.

[10] San Josemaría, Cammino, n. 516.