Meditazioni: Sabato della 19ª settimana del Tempo Ordinario

Riflessioni per meditare nel sabato della diciannovesima settimana del Tempo Ordinario. I temi proposti sono: I bambini, “anime gradite a Dio”; Un fastidio per il Signore; Una tenerezza che libera.

- I bambini, “anime gradite a Dio”

- Un fastidio per il Signore

- Una tenerezza che libera


SAN MATTEO racconta che una volta presentarono a Gesù «dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse» (Mt 19, 13). È facile immaginare la scena di quei genitori che vogliono che i loro figli siano toccati dal Maestro e che Lui preghi per loro. I buoni genitori, infatti, desiderano sempre le cose migliori per i propri figli e la cosa migliore è che Cristo li possa prendere in braccio e li benedica. Per questo possiamo immaginare che quei genitori si saranno sentiti più sicuri del futuro dei loro figli, perché contavano sulla benedizione del Signore.

Da quel momento molti genitori hanno ripetuto questo gesto, fino al punto che si è potuto affermare che «l’usanza di battezzare i bambini è una tradizione della Chiesa da tempo immemorabile.»[1]. E il motivo è che quando si favorisce l’incontro dei bambini con Gesù si fa una scoperta meravigliosa, perché tra Gesù e i bambini c’è una sintonia molto particolare (cfr Mt 19, 14; 18, 3). Nel Vangelo vediamo come i piccoli si avvicinano al Maestro con fiducia e Lui li accoglie in mezzo ai suoi discepoli (cfr Mc 9, 36), ai quali chiede di non disprezzarli (cfr Mt 18, 10) e che non facciano loro del male (cfr Mc 9, 42).

Per san Josemaría, bambini «vuol dire anime gradite a Dio»[2]. Nel modo di agire di un bambino non c’è inganno: si mostra sempre così com’è, non nasconde seconde intenzioni; non ha paura di mostrarsi bisognoso e al minimo problema si rivolge con fiducia ai suoi genitori. In questo modo dà gloria a Dio e manifesta agli adulti che la relazione con il Signore è molto più semplice di quello che a volte possiamo pensare. Perciò il fondatore dell’Opus Dei insegnava che è necessario «credere come credono i bambini, amare come amano i bambini, abbandonarsi come sanno abbandonarsi i bambini, pregare come pregano i bambini»[3].


I DISCEPOLI non vedevano con lo stesso entusiasmo di Gesù i bambini che venivano presentati per una benedizione. Probabilmente ritenevano che fossero un disturbo per il Signore e tra sé avranno pensato: «Gesù ha già da fare abbastanza con gli adulti, che possono capire la sua predicazione, e con i malati, che davvero hanno bisogno di lui. Perché fargli perdere tempo con questi bambini che non hanno l’uso di ragione?». I discepoli erano così convinti di questo che si presero la libertà di rimproverare i bambini e i loro genitori (cfr Mt 19, 13). Gesù invece reagisce con una frase che continua a riecheggiare lungo i secoli nella vita della Chiesa: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli» (Mt 19, 14).

E lungo i secoli molte persone hanno accolto questa chiamata del Signore: in primo luogo i genitori e i nonni che hanno avuto la gioia di trasmettere la fede ai loro piccoli in famiglia, insegnando loro a pronunciare con affetto i nomi di Gesù e di Maria. Insieme ad essi, molti cristiani si sono preoccupati di far conoscere Dio ai bambini e ai giovani: catechisti, educatori, sacerdoti, religiose e religiosi… Tutti hanno respinto la tentazione di pensare che il tempo dedicato ai bambini fosse tempo perso. Anche se molte volte il frutto di questi piccoli semi si può percepire solamente con il passare degli anni - e forse loro non lo vedranno mai - hanno provato una gioia profonda nella loro missione, perché hanno condiviso con i più piccoli ciò che per loro valeva di più: la fede.

Educare un bambino comporta sacrificio. Ogni padre, madre o insegnante può descrivere perfettamente tutto ciò che questo comporta: rinunciare ad alcuni programmi personali, avere molta pazienza, dimenticarsi della propria stanchezza… Quando proviamo tutto questo, ci rendiamo conto di quello che i nostri genitori e i nostri educatori hanno vissuto con noi. Sicuramente, quando eravamo bambini, non ci rendevamo conto di tutto quello che richiedeva farci crescere, e in buona misura questo si deve al fatto che i nostri genitori non vivevano i sacrifici come rinunce, ma come modi di manifestarci il loro amore. «Perché quando c’è Amore, il sacrificio è gradito — anche se costa — e la croce è la santa Croce.— L’anima che sa amare e darsi così, si riempie di gioia e di pace»[4].


SAN MATTEO conclude la narrazione dell’incontro del Signore con i bambini dicendo che Gesù «dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.» (Mt 19, 15). La sua preoccupazione, la cura per i bambini non comporta un’iperprotezione, né alcun tipo di controllo: dà loro il meglio che ha e lascia che facciano crescere quel dono. Così «è l’amore del Signore, amore quotidiano, discreto e rispettoso, amore di libertà e per la libertà, amore che guarisce ed eleva.»[5].

Attraverso la sua condotta, Gesù ci offre l’esempio del buon educatore, che conduce avanti la persona, nel pieno esercizio della propria libertà. Si può dire che il contrario di educare sia sedurre: non condurre verso l’esterno, ma attrarre verso di sé, prendere dall’altro qualcosa che si brama. Il Signore non cerca di togliere nulla a coloro che si avvicinano a Lui: «Egli non toglie nulla, e dona tutto»[6]. Ecco perché vediamo i bambini e le altre persone fragili così a loro agio con Lui, perché percepiscono il suo affetto autentico: li ama e basta, senza chiedere nulla in cambio. In un certo senso, anche noi possiamo sperimentare la vulnerabilità dei bambini, per questo desideriamo un amore che ci ami per quello che siamo, e non tanto per quello che possiamo dare.

Un amore che cerca semplicemente di possedere è destinato all’infelicità, poiché non rispetta il principio fondamentale dell’amore: desiderare il bene dell’altro. «La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio di possesso egoistico. Ci porta a emozionarci davanti a una persona, con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà. L’amore per l’altro implica tale gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, che esiste al di là dei miei bisogni. Questo mi permette di ricercare il suo bene anche quando so che non può essere mio»[7]. La Vergine Maria e san Giuseppe sono due esempi di quell’amore casto e tenero. Spesso i bambini imparano a trattare Gesù vedendolo bambino come loro, in braccio ai genitori, e poi lo trattano con le stesse carezze che gli darebbero Maria e Giuseppe, le stesse carezze che ricevono anche loro dai loro genitori. Non è strano, quindi, che il primo contatto con Gesù porti con sé il profumo dell’infanzia, della tenerezza ricevuta in casa.


[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1252.

[2] San Josemaría, In dialogo con il Signore, n. 115.

[3] San Josemaría, Santo Rosario, Al lettore.

[4] San Josemaría, Surco, n. 249.

[5] Francesco, Esortazione apostolica Christus vivit, n. 116.

[6] Benedetto XVI, Omelia, 24-IV-2005.

[7] Francesco, Esortazione apostolica Amoris laetitia, n. 127.