L’Università e il Policlinico Campus Bio-Medico di Roma sono una risposta all’invito del beato Álvaro del Portillo a “non essere mai indifferenti al dolore altrui”. In occasione del Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità che si celebra il 5 e 6 aprile, abbiamo chiesto ad alcune persone che lavorano al Campus Bio-Medico che cosa significa “prendersi cura di”, partendo da queste parole di papa Francesco:
“Ogni giorno, a contatto con gli ammalati, sperimentate il trauma che la sofferenza provoca nella vita di una persona. Siete uomini e donne che avete scelto di rispondere 'sì' a una vocazione particolare: quella di essere buoni samaritani che si fanno carico della vita e delle ferite del prossimo” (Messaggio in occasione della Giornata internazionale dell’infermiere, 12/05/2020).
Il paziente deve sentirsi riconosciuto

Sara: «Nell’oncologia non sempre si può eradicare il male, ma in ogni caso siamo chiamati a restare accanto al paziente e a prendercene cura. Anche solo la spiegazione della diagnosi e del percorso terapeutico è un’azione di cura molto delicata. Continuare a esserci e supportare il paziente anche quando il quadro clinico si complica è molto difficile ma è ciò a cui siamo chiamati come medici.
Quando conosco una persona o quando una persona entra nel mio ambulatorio, mi alzo, gli do la mano e mi presento, anche se la persona è venuta da me e sa chi sono: in quel momento ci si guarda negli occhi e cerco di trasmettere un senso di accoglienza, perché la persona si sente riconosciuta.
Ogni tanto esco in sala d'attesa, dove le persone in genere sono silenziose e anche intimorite: chiedo loro da quanto stanno aspettando e, se serve, verifico se c’è la possibilità di snellire l’attesa. Questo cerco di insegnarlo ai miei studenti: si può essere in ritardo, come struttura, anche mettendocela tutta, ma è bene condividere con i pazienti se ci sono intoppi o criticità in modo che si sentano davvero al centro».
Sara, Prorettrice all'Integrazione e Impatto sociale, Ordinario di Diagnostica per Immagini, Radioterapia e Neuroradiologia dell'Università Campus Bio-Medico.
Personalizzare l’attenzione

Erjodita: «Ascoltare con attenzione e con il cuore è il gesto più semplice ma potente per far sentire una persona accolta e meno sola, anche quando la richiesta si ripete e la risposta è sempre la stessa, come può capitare con chi ha l’Alzheimer. Ascoltando posso adeguare il mio supporto alle sue esigenze specifiche: ogni paziente ha bisogno di attenzione, ma ogni attenzione va personalizzata.
Nel mio lavoro sono chiamata ad aiutare, rispettando l’autonomia dei pazienti in cura, per cui è importante dialogare con familiari e pazienti per avere chiara la situazione di ciascuno».
Erjodita, Operatrice socio sanitaria, Centro Diurno Fondazione Alberto Sordi per persone con Alzheimer.
Aiutare le pazienti a prendere una nuova consapevolezza del proprio corpo

Annalisa: «Mi occupo della chirurgia plastica ricostruttiva, quindi con particolare riferimento alle pazienti sottoposte a tumore alla mammella, a ricostruzione mammaria post tumore alla mammella, ma mi occupo anche degli altri campi della chirurgia plastica che si fanno a livello del volto per il ripristino a seguito di malformazioni o di eventi traumatici.
Prendersi cura per me significa tenere conto dell'unità della persona: nell’ambito della chirurgia plastica c’è una ricaduta quasi immediata sull’aspetto corporeo.
Le pazienti che si sottopongono a una ricostruzione mammaria sono molto fragili perché l’intervento che le ha provate mette in discussione un aspetto molto caratteristico della donna, anche se la mammella non è un organo essenziale come può esserlo lo stomaco.
L'effetto della demolizione lede profondamente la percezione di sé: il nostro scopo è anche aiutare le pazienti a prendere una nuova consapevolezza del proprio corpo, aiutando nelle medicazioni, nella scelta di nuovi indumenti intimi e nell’aiutarle a indossarli. Investiamo del tempo per aiutare la donna a vedersi nuovamente allo specchio, invitandola a valorizzarsi. Non si tratta di ricostruire un organo ma di puntare al benessere generale della persona».
Annalisa, Medico chirurgo plastico da ventisei anni, Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico.
Accompagnare personalmente

Cinzia: «Mi impegno a fare in modo che chi entra qui trovi un ambiente confortevole e pulito, e che tutto sia al proprio posto. Questo impegno mi dà modo di prendermi cura di tutte le persone che entrano nel Policlinico: pazienti, visitatori, colleghi, eccetera. Mi arrivano tante richieste, dalla grossa operazione di pulizia a quella più piccola. Sono felice di riuscire ad accontentare tutti.
Ci tengo al fatto che le persone quando entrano qui capiscano subito che cos’è il Campus Bio-Medico: si deve vedere già solo a prima vista che qui ci prendiamo cura bene delle persone.
Io giro tanto per il Policlinico e sono molto sensibile alle persone anziane che rimangono da sole, forse perché mia mamma è molto in avanti con gli anni. Quando un anziano non accompagnato mi chiede un’informazione, io lo accompagno personalmente nel luogo dell’ospedale nel quale è diretto, cercando di chiacchierare per mettere a proprio agio la persona».
Cinzia, Servizio di pulizia e di ristorazione da diciotto anni, Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico.
Piccoli atti di gentilezza

Giacomo: «Prendersi cura sono tutti quegli atti di premura, di gentilezza, che vanno anche al di là del lato scientifico della medicina. La formazione prettamente scientifica ci porta a studiare le malattie e i farmaci, con il rischio di dimenticare che davanti a noi abbiamo sempre delle persone. Tra una lezione e l’altra abbiamo la possibilità di fare compagnia ai pazienti come forma di volontariato, dedicando loro un po’ di tempo e ascolto, senza indossare il camice che ci qualificherebbe come medici o studenti. Non è obbligatorio e nessuno segna le presenze, ma fa molto bene, forse più a me che ai pazienti. Il motto della nostra università è proprio “la scienza per l'uomo”, si tratta di un aspetto che ci sforziamo di tenere nel cuore e nella mente. Mettere sempre la persona al centro, anche al di là della professione, penso e spero che sia un qualcosa che noi che studiamo medicina abbiamo dentro. Proprio come una vocazione».
Giacomo, studente dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, terzo anno di Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia.
Aprire un dialogo

Milena: «Mi piace presentarmi ai pazienti dicendo: piacere, sono Milena, e oggi mi prenderò cura di te. Lavorando nel reparto di diabetologia mi relaziono con pazienti che si sentono giudicati dai valori alti della glicata, il test che misura l’intensità di diabete e che può essere correlato a una deviazione dalla dieta opportuna per chi vive in questa condizione. Solo aprendo un dialogo si creano i presupposti per un percorso condiviso: per prima cosa invito il paziente a guardare insieme cosa può aver portato a questi valori. Poi propongo di ripartire insieme per trovare la terapia più adeguata: nel nostro reparto il paziente deve sentirsi parte della stessa squadra, perché è davvero così».
Milena, infermiera da 36 anni presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico.
Mettersi nei panni di chi chiede supporto

Ornella: «Cerco di mettermi nei panni degli altri: ogni giorno centinaia di persone cercano chiarimenti, informazioni e aiuto. La mia sfida personale è dedicare un po’ più del tempo necessario per ciascuna persona, assicurandomi che la comprensione sia piena.
Cerco di prendermi cura di chi si relaziona con me facendo attenzione a ciò che non viene chiesto ad alta voce, per timore di non essere compresi o per paura di fare una domanda di troppo: nel mio lavoro bisogna fare attenzione ai gesti e agli atteggiamenti, oltre che alle parole».
Ornella, accettazione della Fondazione Policlinico Campus Bio-Medico da nove anni.
Mettere a disposizione i propri talenti

Paolo: «Per me prendermi cura delle persone anziane è ascoltarle, rendermi conto dei loro bisogni e far sentire che sono vicino e mi occupo di loro. Un gesto semplice ma molto importante per le persone anziane è essere presenti, far loro compagnia e farli sentire attivi e impegnati in attività di gruppo, anche divertenti, come il laboratorio teatrale che coordino presso il Centro Diurno Alberto Sordi per Anziani Fragili. Sono volontario dell’Associazione Alberto Sordi da circa 3 anni, attualmente svolgo la mia attività di volontariato presso il Centro Diurno Alberto Sordi per Anziani Fragili e da poco anche presso il nuovo Centro Diurno Alberto Sordi per persone con Alzheimer. Sono in pensione da 5 anni, ho lavorato per 42 anni con la qualifica di Educatore Professionale Coordinatore presso la ASL Roma1 e sono contento di poter mettere ancora a disposizione la mia esperienza e i miei talenti in favore di chi è più fragile».
Paolo, volontario dell’Associazione Alberto Sordi da 3 anni, presso il Centro diurno anziani fragili e il Centro Diurno per persone con Alzheimer.
Abbiamo sempre bisogno di qualcuno

Rosaria: «Sono sposata e ho due figli grandi. Sono sempre stata casalinga. Quando i nostri figli avevano quattro e sette anni mi è stata diagnosticata la sclerosi multipla. Sono andata avanti con le cure, ma soprattutto con tanta tanta fede e sono trent’anni che ancora riesco a camminare sulle mie gambe.
Come volontaria al Campus mi occupo dell’education box: durante gli eventi con i professori che spiegano le malattie ai pazienti, noi accompagniamo la gente che si iscrive, distribuiamo le brochure informative sulle terapie e gli interventi, collaboriamo con i medici aiutandoli nella divulgazione scientifica direttamente ai pazienti.
Amo molto prendermi cura degli altri, perché penso che amare chi è vicino è la cosa più importante. E dimostrare quanto la vita sia bella amandoci tutti insieme, essendo l'uno per l'altro, perché nella vita soli non siamo nessuno. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno, perché è questa la realtà».
Rosaria, volontaria della Fondazione Policlinico Campus Bio-Medico da sei anni.