La canzone tratta tutti gli aspetti della vita umana grazie alla sua espressività diretta, con musica e parole alla portata di tutti, che esprimono concetti e suscitano emozioni. Un’esperienza radicale come la relazione padre-figlio è quindi ampiamente presente nella produzione discografica, che qui ripercorriamo in forma non esaustiva, con una selezione caratterizzata dalla ripetitività dei titoli. Troverete infatti quasi ovunque tre parole che in qualche modo descrivono la natura di questo rapporto verticale tra due esseri umani: padre, figlio, sempre. I primi due termini sono ovvi, il terzo è quello che si abbina naturalmente al concetto di “vero amore”.
“Father and son” è una canzone famosa di Cat Stevens, che dopo la sua conversione all’Islam si chiama Yusuf Islam. Era il 1970, periodo di conflitti sociali che passavano anche attraverso lo scontro tra generazioni. Lui propone invece un sereno dialogo tra i due personaggi, costruito sulla dolcezza di una chitarra acustica: il canto del padre è più raccolto, pieno di prudenza e preoccupazione per il figlio, invitato ad essere paziente, a non avere fretta, a non aggrapparsi a troppi sogni. Nella risposta del figlio la voce di Cat Stevens sale di tono e di vitalità, descrivendo la sua decisione di intraprendere una propria strada, di andarsene e partire per le proprie avventure.
Ogni vita ha il suo percorso, e in quello di Eric Clapton non c’è mai stato un rapporto con il padre, perché non l’ha mai conosciuto. Saputo della sua morte nel 1985, Clapton ha riversato nella canzone “My father’s eyes” l’angoscia per quel vuoto che non ha mai avuto la possibilità di colmare. Nei primi versi esprime il desiderio di “ripristinare di nuovo la mia anima” immaginando gli occhi di suo padre. Una ricerca sviluppata attraverso il parallelo tra gli occhi di suo figlio e gli occhi del padre che non aveva mai conosciuto. La strada è quella della catena del loro sangue.
La mancanza del padre è cantata anche dai Coldplay nella struggente filastrocca “Daddy” che dà sfogo a un dolore profondo, descritto nel video con una bimba che vaga in alto mare con una barchetta. Le sue parole vengono da un cuore spalancato al desiderio più profondo: «Papà, perché non vieni a giocare? / ho bisogno di te, davvero / Papà, perché sei scappato? / Non vuoi venire e restare? Per favore, resta / Un giorno, solo un giorno».
Taylor Swift, attualmente il personaggio di maggiore successo in campo internazionale, ha entrambi i genitori. E si sente, nella sua rassicurante ballata country “The best day” che è una sorta di lettera scritta alla mamma immaginando di essere ancora una bambina piccola, felice di una vita trascorsa in un ambiente ideale, avvolta nell’affetto della mamma e nella figura solida del padre, che lei descrive «forte e intelligente». La famiglia è completata da un fratellino, su cui Taylor percepisce il sorriso di Dio. Che ci sia la famiglia alla base dell’enorme successo di questa cantante?
Un’altra famiglia, molto diversa e molto simile allo stesso tempo, è quella di Ligabue, che canta il suo vissuto con un padre che esercita l’autorità per proteggerlo, che lo sgrida se non finisce di mangiare e interviene a salvarlo in un episodio di bullismo. La madre invece prepara la cena cantando canzoni e al marito carezza la testa dicendo «vedrai che ce la faremo». Ciascuno di questi ricordi è per Ligabue «un istante che rimane lì piantato eternamente» e con una semplice canzone sfiora il grande mistero dell’amore umano, che nella sua proiezione all’amore divino riesce a cogliere la dimensione dell’eternità. “Per sempre” è il titolo della canzone.
Quasi allo stesso modo - “Sempre e per sempre” - si chiama un brano di Francesco De Gregori, autore più criptico e complesso, che lascia volentieri un alone di mistero sui suoi lavori. Qui ad esempio non c’è alcuna citazione esplicita al rapporto padre-figlio, ma i suoi versi poetici sembrano proprio convergere in quella direzione, probabilmente più dalla parte di un padre che si rivolge al figlio: «Ricordati dovunque sei, se mi cercherai. / Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai». De Gregori mette l’attenzione su qualcosa di solido, di eterno, a cui rivolgersi in una esistenza piena di cambiamenti: gente che viene e che va, strade diverse da percorrere, pioggia e sole che si alternano. In questa confusione «il vero amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai».
Lasciamo a Peter Gabriel la conclusione di questo piccolo percorso, con la sua “Father, son”, quasi una canzone-manifesto del rapporto tra padre e figlio. Gabriel va a scavare in questo rapporto verticale mettendo in mostra senza reticenze la sua anima, e facendocelo vedere (nel video ufficiale), questo suo papà. Oltre al titolo anche l’arrangiamento è scarno proprio per togliere qualunque orpello e sovrastruttura: la voce e il pianoforte sono più che sufficienti per farci sentire partecipi di un’esperienza universale. Le figure di padre e figlio si sovrappongono, sono un tutt’uno: colui che un giorno dipendeva totalmente dall’altro adesso lo sostiene nel cammino. E nell’intimità del rapporto cade ogni barriera: l’uomo ormai adulto si sente ancora quel bambino che era, pronto ad affrontare la vita «con papà al mio fianco». Nell’ascolto può venire spontaneo chiudere gli occhi e cantare con Peter Gabriel. Pensando a nostro padre. Pensando a nostro figlio.
In questa playlist puoi ascoltare tutte le canzoni:
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