80 anni di san Josemaría in Italia: José Orlandis racconta il viaggio (I)

Il 23 giugno 1946 il fondatore dell’Opus Dei giunse a Roma dopo un avventuroso viaggio: prima in nave, sulla J. J. Sisters, da Barcellona a Genova, poi in macchina verso la Capitale, sulla vecchia via Aurelia dell’immediato dopoguerra. In questa serie di articoli, José Orlandis, che arrivò in Italia con san Josemaría, racconta quel viaggio.

Venerdì 21 giugno[1] era il giorno in cui il san Josemaría doveva intraprendere il viaggio per mare con destinazione Italia. Celebrò la Santa Messa nel piccolo oratorio del Centro di Muntaner, che era presieduto da un bel quadro dell’Immacolata. Sul frontale risaltano, incise a fuoco, le figure di due cervi e le parole del Salmo XLI: Sicut cervus desiderat fontes aquarum (Ps XLI, 2). Prima della Messa il Padre rivolse una meditazione ai suoi figli che in quel momento lo accompagnavano: una preghiera ad alta voce che, nonostante gli anni trascorsi, nessuno di coloro che erano presenti ha potuto dimenticare.

Che cosa dunque sarà di noi?

Il Fondatore dell’Opera iniziò la sua orazione con una citazione del Vangelo di san Matteo, dove sono riportate le parole di san Pietro, dopo che il giovane ricco si allontanò triste per non aver avuto la generosità di corrispondere alla chiamata di Cristo: ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus te; quid ergo erit nobis? —«ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque sarà di noi?». Partendo da queste parole evangeliche, il Padre aprì il suo cuore come in una supplica filiale, a un tempo pressante e fiduciosa. Diceva al Signore che per sé gli era indifferente, ma che guardasse a quei suoi figli che lo avevano seguito: «Signore - gridava - Tu hai potuto permettere che io, in buona fede, abbia ingannato tante anime? Se ho fatto tutto per la tua gloria e sapendo che è la tua Volontà! È possibile che la Santa Sede dica che arriviamo con un secolo di anticipo…? Ecce nos reliquimus omnia, et secuti sumus te (Matth XIX, 27)».

Le parole di san Pietro ci sembravano, a noi che ascoltavamo, il riflesso esatto dei sentimenti del Padre: si mescolava l’ansia di trovarsi davanti a un orizzonte umanamente oscuro con la ferma fiducia che il Signore, per il quale egli e i suoi figli avevano lasciato ogni cosa, non poteva abbandonarli. Quella preghiera del di san Josemaría era impregnata di una fede vivissima e si concludeva esprimendo la ferma speranza che Dio, che aveva voluto l’Opera, avrebbe rimosso anche gli ostacoli straordinari (formidabili) che in quell’ora sembravano chiudere tutte le strade. «Venni a Roma —scriverà più tardi san Josemaría in una lettera del 25 gennaio 1961- con l’anima posta in mia Madre la Vergine Santissima e con una fede accesa in Dio nostro Signore, che invocavo con fiducia, dicendogli: ecce nos reliquimus omnia, et secuti sumus te: quid ergo erit nobis? (Matth XIX, 27). Che ne sarà di noi, Padre mio?:Avevamo lasciato tutto: l’onore —ricoperto di calunnie—, la vita intera, ognuno al proprio posto, compiendo ciò che il Signore chiedeva. Dio ci ascoltò e scrisse, in quegli anni romani, un’altra pagina meravigliosa della storia dell’Opera».

Il Padre disse ancora qualcosa in quella indimenticabile preghiera di congedo: chiese ai suoi figli di intensificare la cura della fraternità, dell’affetto tra loro. E lasciò loro un incarico: chiese che il retablo[2] che si stava preparando per quell’oratorio fosse presieduto dall’immagine della Madonna della Mercè, Patrona della città di Barcellona. Nelle mani della Santissima Vergine, sotto questa bella invocazione - la Madre che elargisce grazie - san Josemaría pose, con fiducia filiale, il trascendentale affare di anime che lo conduceva verso Roma.

Verso la «J. J. Sister»

Venerdì 21 giugno il cielo a Barcellona era coperto, pioggia intensa e forti raffiche di vento. Era un fatto poco frequente nella seconda metà di giugno, e l’incaricato di scrivere il «diario» del «Palau» non smette di esprimere la sua sorpresa: «Il tempo continua a fare di testa sua, poiché albeggia diluviando e con parecchio freddo (di nuovo l’inverno!)».

Di prima mattina san Josemaría si recò con alcuni di noi alla basilica della Mercé e lì, ai piedi della Madonna, si affidò filialmente a Lei, e pose specialmente nelle sue mani la grande questione che lo aspettava a Roma. Il Padre tornò alla «Clinica», mentre Francisco Ponz e io andammo agli uffici della «Transmediterranea» per ritirare i biglietti con destinazione Genova. Li aveva in suo possesso l’Ispettore della Compagnia, don Antonio Dezcallar, il quale ci disse che con grande dispiacere da parte sua non aveva potuto riservarci che una cabina interna, poiché la «J. J. Sister», allora l’unico mezzo di trasporto regolare per uscire dalla Spagna verso l’Europa, era completamente pieno. Ringraziammo di cuore Dezcallar, perché aveva fatto quanto era in suo potere per trovarci un posto, benché glielo avessimo chiesto con pochissimo preavviso. Tornammo a Muntaner per poi, alle dieci e mezza, dirigerci al porto con il Padre, poiché la partenza della nave era prevista per mezzogiorno. Ma arrivati al molo subimmo una piccola delusione: a causa del maltempo che aveva impedito il carico, la nave ritardava la partenza e l’imbarco dei passeggeri sarebbe stato alle quattro del pomeriggio.

La mia condizione di isolano e la ripetuta esperienza di viaggi nel Mediterraneo mi facevano osservare con preoccupazione i segni atmosferici che sembravano presagire un cattivo viaggio per mare. Ricordo che le palme e gli altri alberi del Paseo de Colón, vicino al porto, si piegavano per la forza del vento. Quando alle quattro tornammo per imbarcarci non pioveva più, ma il vento soffiava con altrettanta o maggiore forza che al mattino. Il Padre non aveva mai viaggiato per mare e, com’è logico, non poteva accorgersi —o almeno non collegava - il cattivo tempo sulla terra con la tempesta che, senza dubbio, ci aspettava in mare. Salimmo per la passerella e andammo in cerca della cabina che avevamo riservato. Era - come già si è detto - una cabina interna, senza oblò o finestra da cui potessero entrare aria o luce del giorno, e di dimensioni ridottissime. Subito a destra entrando c’erano due cuccette sovrapposte, un divano a sinistra - che poteva trasformarsi in una terza cuccetta - e in fondo un lavabo. L’unica illuminazione era la tenue luce di alcune lampadine elettriche, che sembravano antiche quanto la nave. Dopo aver lasciato i bagagli, il Padre salì sul ponte: verso le sei la «J. J. Sister» salpò finalmente. Sul molo, Francisco Ponz e l’autista Miguel Chorniqué salutavano agitando il braccio in segno di addio, e continuarono a farlo finché li perdemmo di vista.


[1] Il testo di questo articolo è preso dal libro “Mis recuerdos. Primeros tiempos del Opus Dei en Roma”, di José Orlandis. La traduzione è nostra.

[2] Grande pala d’altare elemento decorativo utilizzato abitualmente in Spagna e in America Latina, composta da vari scomparti dipinti alternati a scomparti in rilievo, inquadrati entro una incorniciatura architettonica particolarmente ricca e elaborata.