Cosa spinge più di 200 persone a ritrovarsi, alle 20.45 di un venerdì sera, nella Sala Bossi del Conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna? Forse un gruppo di relatori di tutto rispetto, come il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, lo storico Agostino Giovagnoli, il sacerdote José Luis González Gullón e la pediatra neonatologa Chiara Locatelli. Forse la curiosità per un libro che racconta quasi un secolo di storia dell'Opus Dei. O forse, più semplicemente, il desiderio di ritrovarsi tra amici, in un clima familiare.
Probabilmente tutte queste cose insieme. È quanto è accaduto venerdì 16 ottobre, durante la presentazione di Opus Dei. Una storia, il volume scritto da José Luis González Gullón e John F. Coverdale e pubblicato in Italia da Edizioni Ares.

Quasi un secolo di storia, documenti e vicende umane che, per una sera, sono usciti dalle pagine del libro per incontrare le voci di chi quella storia l'ha studiata e di chi, in modi diversi, ne vive oggi lo spirito.
Un carisma non è un pezzo da museo
«Il carisma si trasforma, perché resti lo stesso si deve trasformare». È una delle riflessioni più significative che il cardinale Matteo Maria Zuppi ha condiviso durante la serata, mettendo in guardia dalla tentazione di conservare la propria identità come un oggetto da museo.

«Papa Francesco avrebbe ben detto attenzione a non diventare il custode di un museo. E anche qui la tentazione c'è, eh? Per tutti, per tutti quanti, perché il museo è bellissimo. Se resta così com'è si perde. Perché si deve trasmettere [...] il problema è di essere fedeli, ma proprio perché fedele ti confronti con il presente», ha osservato l'arcivescovo di Bologna.
«Il carisma si trasforma, perché resti lo stesso si deve trasformare».
Del libro, Zuppi ha apprezzato la capacità di raccontare la complessità e la ricchezza dell'Opus Dei, senza nascondere le difficoltà e le incomprensioni che ne hanno accompagnato la crescita. Tra gli aspetti del libro che più hanno colpito il cardinale c'è anche la modernità di san Josemaría Escrivá. Il fondatore dell'Opus Dei, ha osservato l'arcivescovo di Bologna, aveva un «linguaggio moderno, colloquiale», una capacità di comunicare il Vangelo in modo diretto, raggiungendo le persone nelle loro circostanze quotidiane.
“Lo si vede anche nei video, che anche io ho visto, era uno che camminava tra la gente, che si muoveva molto, che faceva battute, che cambiava tono di voce, che abbracciava, che rideva. Non era per niente scontato ai suoi tempi che un sacerdote facesse così. In quel senso si vedeva proprio che non era italiano e che portava qualcosa di nuovo anche qui”.
E poi, con un aneddoto , il card. Zuppi ha raccontato di come, in qualche modo, anche lui è collegato personalmente con il fondatore dell'Opera. “Mio padre, nel 1968, era il direttore dell'Osservatore della domenica [la versione domenicale dell'Osservatore Romano] e in quell'anno intervistò san Josemaría che non trovava in Vaticano molti disposti ad ascoltare la sua voce”. Parte di quell'intervista finì poi in un libro chiamato “Colloqui” usato per anni per spiegare l'Opus Dei in modo semplice.
Il rapporto tra fedeltà e cambiamento è emerso anche nell'intervento di José Luis González Gullón, che ha raccontato un episodio decisivo delle origini dell'Opus Dei.
Il 14 febbraio 1930, a poco più di un anno dalla fondazione, san Josemaría comprese che anche le donne avrebbero fatto parte dell'Opera. Una possibilità che inizialmente non aveva previsto.
«Non ho visto nulla ma ho capito perfettamente che Dio mi chiamava ad avere donne nell'Opus Dei», ha ricordato González Gullón, riportando le parole del fondatore. E ha aggiunto: «Capire la dinamica di un fondatore è molto complessa e si può fare soltanto con i documenti».

Proprio la documentazione storica permette di ricostruire questi passaggi. San Josemaría, ha raccontato l'autore, «aveva un grande senso storico e dal primo momento ha fatto una raccolta di documenti». Un patrimonio che comprende non soltanto carte, ma anche fotografie e registrazioni.
González Gullón ha inoltre annunciato che, in occasione del centenario della fondazione, nel 2028, è prevista l'apertura al pubblico dell'Archivio Generale dell'Opus Dei, consentendo agli studiosi di accedere direttamente alle fonti.
La storia, quella vera, con le sue sorprese
«Ho letto questo libro e la prima cosa che ho apprezzato — l'ho scritto anche nella prefazione — è proprio che sia un libro di storia. Perdonate la deformazione professionale, ma la storia è uno sguardo molto particolare sull'uomo e anche sulla Chiesa».
Agostino Giovagnoli, professore di Storia contemporanea all'Università Cattolica del Sacro Cuore e autore della prefazione al volume, ha sottolineato il valore di un racconto che non si limita a distinguere successi ed errori.
«La storia permette di non dover dire continuamente chi ha ragione e chi ha torto, perché è un intreccio di eventi. Ciò che in un momento appare negativo o sbagliato può ritrovarsi poi in un'altra forma e in un'altra veste».
«La storia permette di non dover dire continuamente chi ha ragione e chi ha torto, perché è un intreccio di eventi.»
Tra gli aspetti che più lo hanno interessato c'è il lungo percorso compiuto da san Josemaría per trovare una configurazione giuridica adeguata all'Opus Dei. «Per il fondatore non si trattava di una mera questione di diritto, ma di trovare un involucro che corrispondesse all'identità di una realtà soprannaturale».
Giovagnoli ha condiviso anche un ricordo personale: «Voglio dire un piccolo segreto, che poi molti sanno: ho un fratello nell'Opera e naturalmente ho vissuto il rapporto con l'Opera anche attraverso il rapporto con mio fratello».
Un rapporto segnato, soprattutto in gioventù, anche da incomprensioni: «Non è facile capire le scelte degli altri, soprattutto quando sono così totalizzanti e quando arrivano in giovane età». La lettura del libro, ha spiegato, lo ha aiutato a ripercorrere anche quella parte della propria biografia, comprendendo meglio vicende che un tempo gli erano sembrate difficili da interpretare.
L'amicizia tra carismi diversi
«Mi piace essere qua. Ci sono tanti amici e per me è proprio come essere in famiglia». È iniziato così l'intervento di Chiara Locatelli, pediatra neonatologa del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, che vive l'esperienza cristiana di Comunione e Liberazione.
«Quello che vedo è la vicinanza fra carismi diversi e l'appartenenza al cristianesimo che porta a incontrare persone e scelte differenti, fino a esperienze di conversione».
«Quello che vedo è la vicinanza fra carismi diversi e l'appartenenza al cristianesimo che porta a incontrare persone e scelte differenti, fino a esperienze di conversione».
Locatelli ha raccontato il suo lavoro nel Percorso Giacomo, un servizio di cure palliative perinatali che accompagna le famiglie in attesa di bambini con gravi problemi di salute. Tra le esperienze condivise, quella di due genitori presenti in sala, che hanno dovuto affrontare una diagnosi particolarmente difficile. Cercavano, hanno raccontato, «la verità e il bene per nostro figlio», lungo «una strada senza sentiero», sulla quale avevano incontrato due grandi ostacoli: la paura e la solitudine.
«Siamo chiamati a essere custodi della vita dei nostri figli e non padroni. Il custode serve la vita, il padrone ne dispone», hanno scritto i genitori nella testimonianza riportata dalla dottoressa.
E ancora: «Abbiamo incontrato persone che hanno accolto quella fragilità e restituito al suo portatore la dignità di una persona. E hanno aiutato anche noi a diventare genitori».
«Penso che la vicinanza di quella che è l'Opera consista proprio nel poter accompagnare le persone dentro la realtà che vivono», ha concluso Locatelli.
Il tema della comunione tra carismi differenti è tornato anche nelle parole di Zuppi: «La comunione è essere la propria identità ma non come esclusivi». Un richiamo rivolto alle diverse realtà ecclesiali a non chiudersi nelle rispettive appartenenze, ma a riconoscere il valore dell'incontro e della collaborazione.
Quando le grandi idee diventano piccole storie
Durante la serata non sono mancate testimonianze capaci di strappare un sorriso e, allo stesso tempo, di raccontare come lo spirito dell'Opus Dei possa prendere forma nelle circostanze più ordinarie.
Come quella di un padre di famiglia che, insieme ad altri genitori, si è posto una domanda piuttosto impegnativa: «Ma perché non proviamo noi a fare una scuola per i nostri figli?».
Detto, fatto. O quasi. Nel 2011 è nata una scuola con dodici bambini, cresciuta negli anni successivi fino a raggiungere la capienza massima della struttura.
Per quella stessa famiglia, la nascita di un figlio con trisomia 21 ha aperto un nuovo capitolo, portando i genitori a impegnarsi nella sensibilizzazione sul valore e sulla dignità delle persone con disabilità.
La storia dell'Opus Dei è la storia delle persone
«Come posso ricostruire la storia di 200.000 persone? Perché quella è la vera storia dell'Opus Dei». È la domanda che González Gullón si è posto ripensando al lavoro compiuto per il volume.

«La storia dell'Opus Dei non è la storia dell'orgnizzazione, è la storia delle persone dell'Opus Dei, dei cooperatori, dei miei amici dell'Opus Dei. Questa è la vera storia che io avrei voluto scrivere». E per raccontare oggi il cuore del messaggio di san Josemaría, lo storico ha proposto parole più immediate della formula, forse ormai familiare, della «santità in mezzo al mondo».
«Oggi preferisco dire: essere unito a Gesù, quella è la santità, essere unito a Gesù, dove lavori, dove abiti, dove sei, dove ti trovi».
«Oggi preferisco dire: essere unito a Gesù, quella è la santità, essere unito a Gesù, dove lavori, dove abiti, dove sei, dove ti trovi».
A conclusione della serata, González Gullón ha ricordato di essere uno storico, non un profeta del futuro.
Ma dopo anni di ricerche ha detto di aver trovato conferma di una cosa: il messaggio ricevuto da san Josemaría quasi un secolo fa ha aiutato tante persone comuni a trovare una strada per vivere un rapporto personale con Gesù Cristo.
Forse, alla fine, è anche questa una risposta alla domanda iniziale. Più di duecento persone riunite un venerdì sera per parlare di un libro di storia. Ma soprattutto per scoprire come, dentro quella grande storia, ci sia posto per tante piccole storie. Anche per la propria.

