​Si può quantificare il bene che un prete può fare?

Pubblichiamo un contributo di Luis Cano da una raccolta di testimonianze di sacerdoti della Società Sacerdotale della Santa Croce, realtà composta da chierici fondata da san Josemaría nel 1943 e indissolubilmente unita all’Opus Dei. Le testimonianze si basano sugli archivi e sui colloqui con alcuni di questi sacerdoti, che chiesero l’ammissione in questa società sacerdotale dal 1950 in poi.

Opus Dei - ​Si può quantificare il bene che un prete può fare?

Don José de Pedro era uno dei figli del postino di Hinojosa de Jarque a Teruel. Sua madre morì quando lui aveva 9 anni.

Nel 1957, quando aveva 26 anni e da due anni era sacerdote, partì per il Perù per dare una mano nella prelatura territoriale di Yauyos, che la Santa Sede aveva affidato all’Opus Dei. Don José ogni quindici giorni scriveva alla sua famiglia raccontando tutto quello che gli capitava a Matucana, nella provincia peruviana di Huarochirí. Ed essi hanno conservato le oltre cento lettere che scrisse loro durante i sei anni in cui rimase in Perù.

Lì fece letteralmente tutto ciò che di buono ci si può aspettare da un prete. Non è stato un grande catechista, o uno straordinario liturgista, o un sapiente scrittore. Le sue lettere disegnano un uomo assai più completo.

Donò i sacramenti a moltissime persone: battesimi, comunioni, unzioni degli infermi e visite ai malati, matrimoni... Dava catechesi e lezioni in una scuola a bambini e bambine. Ha fatto lavori per migliorare alcune chiese e la casa rettorale, e ha rinnovato i paramenti e gli oggetti di culto. Distribuiva pacchi di alimenti e di indumenti a chi era stato danneggiato dagli “huaicos” (frane, cedimenti di terreni che spostano pietre e acqua e seppelliscono tutto ciò che trovano al passaggio). Fondò anche una cooperativa di credito per dare prestiti a basso interesse agli abitanti del luogo che in questi disastri naturali avevano perduto tutto.

Dopo il primo anno di permanenza riassumeva così parte del suo lavoro: “Finora – 18 settembre 1958 – ho battezzato 170 bambini, ho confessato 1.300 persone, ho distribuito 1.007 comunioni, ho fatto 30 matrimoni, 300 prediche, 160 ore di macchina, 70 ore a cavallo e 13 a piedi. Tutti i giorni annoto queste cose: voglio sapere il totale, quando ritornerò”.

La verità è che misurare il bene che un sacerdote può fare è impresa impossibile in questo mondo. Immagino che egli abbia fatto quanto ha potuto e che non gli sia mancato l’aiuto del suo vescovo, Ignacio de Orbegozo, e degli altri sacerdoti di Yauyos. Lo stesso sarà certamente accaduto dopo il suo ritorno a Teruel, sua diocesi di origine, dove ha servito fino alla sua morte - avvenuta nel maggio del 2020 - in dodici parrocchie, oltre a tante altre cose che io non ho il tempo di raccontare né voi di leggere.

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I sacerdoti diocesani che aderiscono alla Società Sacerdotale della Santa Croce continuano a essere incardinati nella loro diocesi e il loro vescovo continua a dar loro incarichi, li cambia di parrocchia e così via. L’Opus Dei fornisce loro stimoli spirituali perché riescano a essere buoni sacerdoti, preti santi. Si tratta dello stesso aiuto - circoli, ritiri, convivenze, direzione spirituale, ecc. - che ricevono i membri laici dell’Opera per cercare di vivere il messaggio di santificare la vita di ogni giorno.

Oggi questa società è formata da circa 4.000 sacerdoti di tutto il mondo. La metà appartenevano già all’Opus Dei come numerari prima di essere ordinati sacerdoti. Altri duemila, più o meno, appartengono a diocesi di molti paesi, come Filippine, Stati Uniti, Nigeria, Lettonia, Cile o Libano.