Si aprirono loro gli occhi (IV): Amare il mondo da una poltrona

Il cinema è «un crocevia di desideri, memorie e interrogazioni», ci ha detto Papa Leone XIV. Qui sotto troverai alcune idee per trasformare i momenti trascorsi davanti agli schermi in autentiche occasioni di contemplazione.

Il re Davide aveva peccato gravemente. Nonostante avesse «il fiume delle generazioni da Abramo fino a Gesù Cristo che gli scorreva impetuoso nel sangue come Dio», si lasciò ingannare dal male. Prese per sé la moglie di Uria, uno degli uomini più valorosi del suo esercito, e lo mandò a combattere in prima linea, affinchè fosse ucciso. Davide, che portava «i dieci comandamenti nel cuore», era cieco di fronte alla gravità del proprio errore.

Si reca, allora, al suo palazzo, il profeta Natan, inviato dal Signore. Curiosamente, il profeta non inizia a recitare la legge mosaica, né a ricordargli le sue responsabilità come guida del popolo eletto: trovandosi faccia a faccia con Davide, senza molti preamboli, gli racconta una storia: «C’erano due uomini in una città…» (cfr. 2 Sam 12,1-7).

Tu sei quell’uomo

Il profeta narra di un uomo ricco che, pur avendo molte pecore, non esita a prendere l’agnellina del suo vicino povero — che la accudiva come fosse sua figlia, poichè era il suo unico bene — per servirla ad un ospite durante un banchetto. Davide ascolta attentamente il racconto di Natan con crescente indignazione, finché si alza in piedi ed esclama: «Chiunque abbia fatto una cosa simile è degno di morte!». Davide inizia persino a calcolare il risarcimento economico necessario per riparare all’ingiustizia e a quel punto, considerando concluso il racconto e compiuta la propria missione, il profeta si limita ad aggiungere, come unica chiave di lettura: «Tu sei quell’uomo». Natan non ha bisogno di dire altro. E neppure Davide: più chiaro di così non si può. A testimonianza del suo pentimento ci rimarrà il salmo 51, supplica del re peccatore davanti a Dio[1].

Che cosa accadde in quei minuti nel cuore e nella mente di Davide? Perché un racconto di fantasia era riuscito a far vedere con chiarezza al re la menzogna nella quale stava vivendo? Può un racconto illuminare qualcosa che non comprendiamo bene del mondo o di noi stessi? Una storia che in realtà non è mai accaduta non è, in fin dei conti, qualcosa di insignificante? Domande di questo tipo sono quelle che, secoli dopo, si sarebbe posto Aristotele nello scrivere la sua Poetica. Il filosofo greco aveva bisogno di comprendere perché, osservando le azioni dei personaggi in un’opera teatrale, gli sembrasse di scoprire qualcosa di nuovo dentro di sé. Nacque così quel trattato, che sarebbe diventato un punto di riferimento non solo per sceneggiatori e autori, ma anche per gli spettatori — a quel tempo di teatro, oggi anche di cinema o serie TV — che volessero trarre il massimo insegnamento dai momenti passati davanti a una storia.

Il nostro mondo su uno schermo

Nella storia delle arti, l’invenzione della fotografia ha segnato una svolta epocale: per la prima volta, gli artisti potevano utilizzare come materiale di lavoro non l’argilla o i pigmenti, ma una riproduzione automatica della realtà, un frammento di mondo, un disegno realizzato con la luce stessa. Da qui nasce, per esempio, il nostro fascino per le fotografie antiche: anche se spesso non è facile distinguere ciò che accade in quelle immagini sfocate, o persino riconoscere bene chi sia chi, ciò che in realtà ci affascina di quei ritratti in bianco e nero è la loro origine, la realtà stessa. La fotografia, la scrittura della luce, «ci permette di ammirare, attraverso la sua riproduzione, l’originale che i nostri occhi non avrebbero saputo apprezzare»[2], come ha sottolineato uno dei grandi studiosi del mondo audiovisivo.

Con la fotografia nasceva, quindi, un’arte intimamente legata alla realtà, ancorata ad essa come una statua al proprio calco. Era solo questione di tempo perché si facesse strada lo step successivo, il cinema: quella proiezione della realtà nel suo continuo dinamismo, uno schermo che sembrava in grado di contenere il mondo e di muoversi assieme ad esso. Non sorprende che, nelle cronache delle prime proiezioni cinematografiche si percepisse un profondo stupore davanti a immagini che, misteriosamente, prendevano vita sullo schermo.

Ogni nuovo sviluppo delle tecniche di ripresa e di montaggio ha aperto ulteriore dibattito su che cosa sia propriamente il cinema. Ma, in linea generale, possiamo dire che il fascino dei film e delle serie nasce dal trovarsi di fronte alla proiezione del nostro mondo e, più specificamente, dal contemplare le decisioni che avvengono lì dentro. Un “dentro” che, paradossalmente, è allo stesso tempo qui fuori, persino nei film di fantasia o di animazione. Quando l’audiovisivo conquista la nostra attenzione, ci accade qualcosa di simile a ciò che successe al re Davide ascoltando Natan. Quello che fece il re seduto nella sala del suo palazzo, e più tardi il filosofo nell’agorà greca, lo facciamo anche noi oggi ogni volta che guardiamo una serie TV a casa, un film al cinema o in qualsiasi altro luogo attraverso i mille schermi che ci circondano: concentriamo i nostri sensi sulle storie.

La contemplazione nel mondo del cinema

Uno sguardo superficiale potrebbe far pensare che quei momenti di immersione in una narrazione audiovisiva siano una parentesi nel nostro rapporto con Dio. Tuttavia, per un’anima che cerca di percorrere cammini di preghiera, può accadere esattamente il contrario: se la contemplazione, più che nel fare molte cose, consiste nell’ascoltare Dio che ci parla attraverso ciò che ci circonda, anche le storie possono condurci verso di Lui. Il Signore è seduto sulla poltrona accanto a noi, desideroso che vediamo ciò che vede Lui, lasciandoci colpire da ciò che gli altri hanno da raccontare, anche se a volte può far soffrire, affinando la nostra sensibilità per riuscire ad ascoltare o a meravigliarci davanti a gesti e a piccole cose. Godere del bello purifica i nostri sensi, spesso saturi di sensazioni forti; ci rende più sensibili a ciò che ci circonda e pone così le basi umane per la contemplazione soprannaturale.

«Com’è difficile leggere!»[3], esclamava stupito un filosofo contemporaneo. Lo stesso si può dire del cinema: guardare un buon film non è sempre facile. Per godere di cose sempre migliori, per scoprire ciò che si nasconde dietro la prima apparenza, bisogna essere disposti a coltivare la propria cultura, a imparare: dovremmo diventare come i bambini, che scoprono pian piano sapori sempre più complessi o più delicati. Davide non sarebbe stato capace di commuoversi davanti al racconto di Natan, né di riconoscere il proprio errore, se non fosse stato uno spettatore attivo, aperto, capace di un’attenzione paziente. Non è un caso che il verbo latino spectare significhi «osservare con gli occhi»; e che, aggiungendo un prefisso, diventi expectare, che significa «attendere con attenzione». Questi processi interiori, anche se richiedono tempo per svilupparsi, ci aiutano a scegliere ciò che ha valore.

San Giovanni Paolo II era appassionato di teatro, sia come attore, sia come spettatore e autore. Per questo motivo, il boom di popolarità del cinema suscitò in lui un grande interesse, sebbene fosse in grado di distinguere chiaramente una tipologia di cinema nato unicamente per intrattenere da quello animato da aspirazioni più profonde. «Accanto a pellicole che hanno un più marcato carattere di intrattenimento, esiste un filone cinematografico più sensibile alle problematiche esistenziali. Il suo successo è forse meno clamoroso, ma in esso si riflette il lavoro di grandi maestri che hanno contribuito, con la loro opera, ad arricchire il patrimonio culturale ed artistico dell'umanità. Di fronte a questi film, lo spettatore è portato a riflettere su aspetti di una realtà a volte sconosciuta ed il suo cuore si interroga, si rivede nelle immagini trasmesse, si confronta con prospettive diverse e non può rimanere indifferente»[4].

Identificare il nostro modo di guardare

È possibile che i primi titoli di film o serie TV che ci vengono in mente non corrispondano a questa descrizione così ambiziosa: gran parte dei prodotti audiovisivi che consumiamo è realizzata per essere utilizzata come una forma di svago, al pari di uscire a fare una passeggiata, praticare un po’ di sport o semplicemente passare il tempo. A volte, addirittura, sono pensati unicamente per permetterci di “staccare la spina” per un po’, senza aspirare a molto più che a farci evadere dalla routine. Tuttavia, esiste anche un cinema che permette di riposarsi e, allo stesso tempo, di scoprire nuovi orizzonti e aprire la mente a nuove sfide intellettuali o esistenziali.

Non tutti stanno davanti allo schermo nello stesso modo, così come non tutta la musica che entra dalle nostre orecchie — dai ritmi frenetici della musica da discoteca alle grandi composizioni classiche — suscita nella persona la stessa reazione. Il più delle volte si avrà semplicemente un po’ di svago, ma in altri casi, insieme al divertimento, possono nascere anche profondi spunti di riflessione, di osservazione critica, di introspezione e persino di conversione[5]. Lo stesso vale per il cinema: può essere un modo per salire sulla bicicletta di un altro e addentrarci in meravigliosi territori inesplorati, anche dentro noi stessi. In questo caso, avremo bisogno di sviluppare pazienza e perseveranza, di imparare ad apprezzare le pause, i silenzi… perché anche ciò che è difficile da cogliere fa parte della narrazione. Tuttavia, il cinema può anche funzionare semplicemente come un piccolo motore che montiamo sulla nostra ruota per concludere la giornata con un po’ di relax. In entrambi i casi — è importante tenerlo presente — il paesaggio osservato rimarrà dentro di noi e darà forma alla nostra sensibilità.

Il modo in cui mi pongo davanti allo schermo, che può variare a seconda del momento, condiziona certamente quello che può succedere dentro di me: è proprio questo modo di guardare — ciò che io, come spettatore, mi aspetto — a determinare il tipo di storie che lascio filtrare attraverso i miei sensi, pur avendo in tasca l’accesso a qualsiasi opzione. «Tutto è connesso — diceva Papa Francesco — all’intenzionalità posta nella visione, che non è semplice esercizio oculare, ma qualcosa di più. È lo sguardo sulla realtà. Lo sguardo, infatti, rivela l’orientamento più diversificato dell’interiorità, perché capace di vedere le cose e di vedere dentro le cose»[6].

Come scegliere storie sempre migliori? Quanto tempo dedicare al cinema o alla televisione? Come farlo nel modo più arricchente possibile? C. S. Lewis diceva che la migliore difesa contro la cattiva letteratura sta nel coltivare molte esperienze di buona letteratura[7]: invece di guardare tutto con diffidenza, è molto meglio mettersi alla ricerca dell’eccellenza, anche se non sempre riusciamo a trovarla subito. E lo stesso vale per qualsiasi altra forma d’arte, come il cinema. La migliore difesa consiste nell’imparare a discernere ciò che è bello da ciò che è ideologico, manipolatorio o superfluo. La migliore difesa consiste nell’educare il nostro sguardo a riconoscere la bellezza, cioè la verità dal punto di vista narrativo, che non sempre ci condurrà alla proposta più piacevole o comoda, ma sicuramente a quella più feconda ed entusiasmante.

I desideri condivisi da tutti

Nella sua attenta osservazione di esperienze analoghe a quella del re Davide, Aristotele afferma che la differenza tra i racconti storici e i buoni racconti di fantasia — che egli chiama poetici, da poiesis, creazione — consiste nel fatto che questi ultimi non parlano di un personaggio concreto, vissuto in un determinato luogo, con nome e cognome, ma mostrano «ciò che solitamente accade a una persona»[8]. Per questo motivo, egli arriva addirittura a considerarli più «filosofici» ed «elevati». I racconti esplorano spesso qualche aspetto del desiderio umano di raggiungere la felicità; ci mostrano uno scorcio delle innumerevoli vie, talvolta confuse e persino contraddittorie, attraverso le quali possiamo avvicinarci o allontanarci dalla nostra vera meta. Guardare un buon film può essere come trovarsi di fronte ad uno specchio, davanti a ciò che potremmo essere. «Entrare in una sala cinematografica — diceva Papa Leone XIV — è come attraversare una soglia. Nel buio e nel silenzio, l’occhio torna attento, il cuore si lascia raggiungere, la mente si apre a ciò che non aveva ancora immaginato. In realtà, voi sapete che la vostra arte richiede concentrazione. (…). Il cinema è molto più di un semplice schermo: è un crocevia di desideri, memorie e interrogazioni. È una ricerca sensibile dove la luce perfora il buio e la parola incontra il silenzio»[9].

Un’altra delle capacità dei racconti, sia scritti che audiovisivi, è quella di fungere da grande sala nella quale convergono persone dalle provenienze più disparate, sia da un punto di vista geografico che culturale, sociale o spirituale. Se san Paolo si servì della poesia del I secolo per cercare un punto d’incontro con il mondo non cristiano che lo circondava (cfr. At 17,28), o san Giustino attinse allo sviluppo del pensiero pagano del II secolo, non sorprende che nelle storie raccontate ai nostri giorni, con i linguaggi dei nostri giorni, possiamo ritrovare il desiderio di felicità a cui tutti aspiriamo. Il cinema, osserva san Giovanni Paolo II, è «uno strumento estremamente sensibile, capace di cogliere nel tempo i segni che a volte possono sfuggire allo sguardo di un osservatore frettoloso»[10]. Non sono poche le occasioni in cui una stessa storia risuona in modo simile in persone che vivono in diversi paesi del mondo. Per questo oggi è importante, per l’apostolato, che ciascuno scopra storie e modi attraverso i quali la verità si rivela per mezzo della bellezza[11].

Scoprire: il verbo è importante. Perché nel campo delle storie e dell’arte in generale, la verità non si esprime sotto forma di un’affermazione chiara né di sillogismo inconfutabile; piuttosto interpella, invita al dialogo, cerca di porre le domande giuste. Se il cristianesimo può essere considerato come una risposta che Dio offre ai desideri più profondi dell’uomo, è nostro compito formulare bene questi interrogativi. Spesso potremo farlo sotto forma di racconto, come Gesù nel Vangelo, tenendo presente che una storia non è una sorta di travestimento per far passare inosservata la verità. A tal proposito, una scrittrice statunitense era solita dire, quando le chiedevano quale fosse il messaggio delle sue storie, che l’unica risposta possibile era leggerle dall’inizio alla fine, perché un racconto «è un’esperienza, e non un’astrazione»[12]. Se un grande racconto potesse essere sintetizzato in una breve morale di un paio di righe, forse non avrebbe senso avergli dedicato molto più tempo[13].

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Quando san Josemaría tenne l’omelia “Amare il mondo appassionatamente” nel campus dell’Università di Navarra — un luogo dove, con il tempo, si sarebbero formati molti professionisti del mondo audiovisivo — spiegò che il Dio invisibile, in realtà, «lo troviamo nelle cose più visibili»[14]. Lo troviamo negli strumenti di lavoro, nella stanchezza di chi ci sta accanto, nella tavola attorno alla quale condividiamo i pasti in famiglia... E, ai nostri giorni, tra le cose più visibili, e più viste, ci sono anche le storie che appaiono sui nostri schermi. Trascorriamo del tempo con loro e dialoghiamo con loro. Facciamo loro spazio nei nostri sensi e nel nostro intimo. Fanno parte delle lenti attraverso cui interpretiamo il mondo e noi stessi. Per questo è fondamentale integrarli nella nostra vita di continua relazione con Gesù, affinché diventino un luogo di contemplazione e di amore per il mondo.

Andrés Cárdenas Matute


[1] San Josemaría recitava questa preghiera ogni giorno al termine della giornata e volle che facessero altrettanto coloro che in seguito gli sarebbero succeduti alla guida dell’Opus Dei.

[2] A. Bazin, ¿Qué es el cine?, Rialp, Madrid, 1966, p. 20.

[3] A. Llano, Segunda navegación, Encuentro, Madrid, 2010, p. 300.

[4] San Giovanni Paolo II, Discorso, 1-XII-1997.

[5] Cfr. Benedetto XVI, Udienza generale, 31-VIII-2011, sulla «via della bellezza» come itinerario per giungere fino a Dio.

[6] Francesco, Discorso, 7-XII-2019.

[7] Cfr. C. S. Lewis, L’esperienza della lettura, Alba, Barcellona, 2000, p. 91.

[8] Aristotele, Poetica, 1451b.

[9] Leone XIV, Incontro con i rappresentanti del mondo del cinema, 15-XI-2025.

[10] San Giovanni Paolo II, Discorso, 1-XII-1997.

[11] Cfr. J. Ratzinger, Cammini di Gesù Cristo, Ediciones Cristiandad, Madrid, 2005, p. 37.

[12] Cfr. F. O’Connor, Mistero e maniere, Ediciones Encuentro, Madrid, 2007, pp. 87-88, 109 e altre.

[13] «Nella bellezza dell’arte, l’essenza è l’apparenza stessa; o, il che è lo stesso, in un’opera d’arte la profondità è la superficie e la superficie è la profondità (…). In termini convenzionali, il contenuto è la forma e la forma è il contenuto», osserva J. M. Ibáñez Langlois in La bellezza e l’arte, cap. 5 (Rialp, Madrid, 2023). Vale a dire: una cosa è un racconto con una pretesa artistica, nel quale ciò che conta è tutto lì, nel racconto stesso; un’altra cosa è invece un racconto usato come esempio di ciò che in realtà si vuole trasmettere.

[14] San Josemaría, Omelia Amare il mondo appassionatamente, 8-X-1967, in Colloqui, nn. 113-123.