Si aprirono loro gli occhi (I): Nelle cose più materiali della terra

Iniziamo questa serie sulle diverse arti come luoghi di vita spirituale. In questo primo articolo considereremo come l’Incarnazione — il fatto che Dio abbia voluto farsi materia — ci riveli il vero valore delle realtà materiali e pertanto la potenzialità delle arti.

«Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell'arte»[1]. Sono parole di san Giovanni Paolo II. In un primo momento potremmo pensare che si riferiscano soltanto all’arte sacra, alla necessità di trovare vie artistiche — pittura, architettura, scultura, poesia, musica, ecc. — che permettano di trasmettere i contenuti della fede. Tuttavia, il Papa polacco, che si era mosso tra i sipari dei teatri, intravedeva un orizzonte più ampio. La Chiesa ha bisogno dell’arte, perché l’evangelizzazione non significa soltanto l’annuncio del credo, ma anche una profonda ricerca della verità, divina e umana.

Il tesoro del messaggio cristiano non si limita soltanto alle questioni dogmatiche, e neppure ai testi biblici, ma ha la forza di farci scoprire il riflesso divino in tutti gli aspetti dell’esistenza umana: la vita, l’amore, la sofferenza, la ricerca di senso… Possiamo dire, con Benedetto XVI, che quando l’arte «si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità»[2].

Una porta sul mistero

Arrivare a questa comprensione delle potenzialità dell’arte, specialmente di alcune discipline delle arti plastiche, non è stato né facile né rapido. Basterebbe ricordare quel chiaro divieto del Levitico: «Non vi farete idoli, né vi erigerete immagini scolpite o stele, né permetterete che nella vostra terra vi sia pietra ornata di figure, e prostrarvi davanti ad essa; poiché io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 26,1). In realtà, quel comando contiene una verità profonda che risuona ancora oggi: esiste il pericolo di credere che non ci sia altro oltre ciò che vediamo, comprendiamo e controlliamo; il rischio che il materiale smetta di essere un «simbolo» per trasformarsi in un «idolo», in uno specchio nel quale vediamo soltanto noi stessi.

Fin dalle origini, l’essere umano si è servito di elementi materiali per esprimere e accedere all’ambito del mistero, di ciò che lo supera, del sacro. Per questo è importante comprendere il carattere simbolico dell’arte. Dal greco symbolon, simbolizzare significa «unire» o «mettere insieme»: vale a dire che l’arte non si limita a rappresentare, ma rimanda alla realtà che evoca, si unisce a essa e permette anche a noi di unirci, di accedervi. Attraverso il simbolo, l’arte diventa una porta che apre il mondo al trascendente, un ponte che unisce il tangibile al sacro.

Al cristianesimo primitivo, erede diretto del giudaismo, non fu facile trovare il modo di rappresentare un Dio che si era incarnato. Per evitare di ridurre Cristo ai modelli di rappresentazione dell’epoca, tentò diverse strade che finirono per sviluppare il linguaggio dell’icona. Tuttavia, le reticenze e le opposizioni, anche attorno alle icone, furono progressivamente superate grazie alla riflessione sulla figura di Cristo. Nel secondo Concilio di Nicea, celebrato nell’anno 787, la Chiesa riconobbe il ruolo prezioso delle immagini nella tradizione cristiana, affermandone il posto legittimo nel culto e nella catechesi[3]. San Giovanni Damasceno lo espresse in modo netto: «Un tempo Dio, che non aveva né corpo né figura, non poteva in alcun modo essere rappresentato con un'immagine. Ma ora che si è reso visibile nella carne e ha vissuto tra gli uomini, posso fare un'immagine di ciò che ho visto di Dio»[4].

Sebbene la controversia sull'uso delle immagini sia riemersa periodicamente nel corso della storia, già allora era diventato chiaro che l'incarnazione di Cristo aveva inaugurato una valutazione positiva della realtà materiale e che questo nuovo sguardo non avrebbe più ceduto alle antiche resistenze. Quando «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il mondo materiale acquistò una dignità unica e fino ad allora impensabile. L'umanità di Cristo, nella sua concreta materialità, esprime al tempo stesso la sua divinità: in essa ci affacciamo misteriosamente al suo amore infinito e insondabile. Per questo, l'incarnazione trasforma l'intera comprensione della realtà materiale, di ciò che significa essere umani e questo riguarda anche le immagini e l'arte.

La rivoluzione di un Dio che assume la materia

In Cristo, Dio incarnato, comprendiamo che la materia non è un ostacolo, ma, al contrario, il luogo in cui il divino si manifesta. Le immagini, e l'arte figurativa in generale, non sono qualcosa di superfluo o semplicemente decorativo, bensì una delle espressioni più potenti del fatto che il cristianesimo è la fede in una persona di carne e ossa, e non in una teoria astratta. Cristo accoglie la condizione corporea e materiale: viene concepito nel grembo di una donna, nasce e cresce come ogni essere umano, sperimenta la fame e la sete, il sonno, il dolore... Questa realtà, che avrebbe potuto essere lasciata alle spalle con la risurrezione, viene invece confermata e persino glorificata nel mattino di Pasqua: quando Gesù appare risorto, mostra le sue ferite perché i discepoli possano toccarle; e nella sua ascensione porta con sé il suo corpo glorificato, lo stesso che continua a donarsi a noi nell'Eucaristia.

L'incarnazione del Verbo ci pone davanti agli occhi la nostra stessa corporeità. Non siamo angeli, ma spiriti incarnati o corpi spiritualizzati; in noi la carne è importante quanto lo spirito: «lo spirito e la materia, nell'uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un'unica natura»[5]. Tuttavia, soprattutto in Occidente, la cultura e il pensiero sono stati spesso segnati da tendenze filosofiche dualistiche, che tendono a separare la dimensione materiale da quella spirituale. A partire da queste visioni antropologiche frammentarie, si è giunti talvolta a guardare con disprezzo o sospetto la dimensione corporea della nostra esistenza, come se il male provenisse dalla materia o dal corpo. Così si può non solo provare disagio di fronte alla fragilità e alla vulnerabilità della propria realtà materiale, ma anche perdere di vista la dimensione spirituale del proprio corpo «tempio dello Spirito Santo» (1Cor 6,19). In un mondo che apparentemente glorifica la dimensione materiale, seppure in modo superficiale, possiamo ritrovarci scollegati da noi stessi, frammentati, mentre ignoriamo il valore autentico della corporeità: essere il luogo «rappresentatività iconica divina, nella creatura umana»[6].

Nelle sue catechesi sulla teologia del corpo, san Giovanni Paolo II spiega che la corporeità umana non solo non è un ostacolo, ma costituisce il mezzo privilegiato per la comunione con Dio e con gli altri; la materialità del corpo è un simbolo vivente, un'espressione visibile dell'invisibile, che ci permette di entrare in comunione con il trascendente. Così come la dimensione materiale dei sacramenti è indispensabile perché essi ci comunichino la vita divina[7], la nostra stessa materialità è luogo di comunione con gli altri e con Dio, e lo sarà per tutta l'eternità nel cielo.

Il valore dell'incarnazione nel mondo dell'arte

Le opere d'arte riflettono questa stessa dinamica dell'incarnazione. Non sono idee astratte confinate nel piano concettuale: l'idea artistica si realizza incarnandosi, prendendo forma nella materia. L'artista non si limita a riflettere su ciò che desidera comunicare, ma esplora i mezzi materiali attraverso i quali trasformerà quelle idee in un'esperienza sensibile. Un dipinto, una scultura, una composizione musicale o un film non esistono finché non prendono vita attraverso pigmenti, suoni o immagini. È proprio questo processo che permette all'arte di esprimersi e di svelare qualcosa del mistero del reale, come ha affermato l'artista contemporaneo statunitense Bruce Nauman nel titolo di una delle sue opere al neon: «Il vero artista aiuta il mondo rivelando verità mistiche»[8].

Per questo la materialità dell'arte non è un aspetto secondario. Una tela non è semplicemente un supporto fisico per ciò che si vuole realmente comunicare, ma è essa stessa, nella sua materialità, parte integrante di ciò che si vuole esprimere. Ogni opera d'arte riproduce, in modo analogo ma reale, la stessa dinamica dell'incarnazione: rende visibile, nel tempo e nello spazio, ciò che fino ad allora era invisibile. Per questo l'arte non è semplicemente una scala che si può gettare via una volta raggiunto il tetto, una volta cioè colto un «contenuto» che sarebbe indipendente dal suo supporto materiale. L'opera d'arte, nella sua presenza davanti al nostro sguardo, è un luogo concreto di manifestazione della verità; e tale manifestazione è inscindibile dall'opera stessa.

Questo carattere incarnato dell'arte risuona con il nucleo del messaggio di san Josemaría: non si tratta soltanto del fatto che possiamo incontrare Dio senza uscire dal mondo, ma proprio nel mondo e nelle realtà del mondo. Anzi, se non troviamo Dio «nelle cose più materiali della terra» — nella concretezza del nostro lavoro, nel calore dei nostri affetti, nelle forme delle nostre opere d'arte — non lo troveremo mai. «C'è qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, e spetta a ciascuno di voi scoprirlo». Ed è proprio questo che l'arte in generale, e l'arte figurativa in particolare, ci aiuta a esercitare: la capacità di riconoscere l'invisibile nel visibile.

Per questo una vera educazione estetica non consiste soltanto nell'essere capaci di apprezzare le opere d'arte, ma soprattutto nel saper cogliere sempre più la straordinaria ricchezza e bellezza di ciò che la vita ci offre ogni giorno. A sua volta, la dimensione sensibile dell'arte ci permette di comprendere ed esprimere realtà che difficilmente possono essere raggiunte per altre vie: ci aiuta a esercitare l'intuizione, l'immaginazione, la sensibilità e l'affettività. Vi sono infatti dimensioni dell'esistenza che la riflessione concettuale non può esaurire e che l'arte riesce invece a illuminare in modo intuitivo e potente: l'amore, la libertà, il dolore, l'angoscia, la gloria…

L'arte ci spinge a camminare insieme

Le arti figurative possono talvolta risultare difficili da comprendere, forse a causa dell'immensa varietà di linguaggi e di stili attraverso cui si esprimono. Le forme sono cambiate e si sono moltiplicate a tal punto che, a volte, non sappiamo più come valutarne la qualità o come riconoscerne la bellezza. Per questo, uno degli errori più comuni in questo ambito consiste nell'identificare il bello esclusivamente con determinate forme di rappresentazione, proprie di un'epoca, di una cultura o di una tradizione. Una simile riduzione, tuttavia, rischia di impoverire la nostra comprensione dell'arte. A questo si riferiva san Paolo VI quando chiedeva scusa agli artisti per i condizionamenti che talvolta la Chiesa aveva imposto loro:

«Vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo l’ imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità. Noi - vi si diceva - abbiamo questo stile, bisogna adeguarsi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v’è via di uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci»[9]. L'arte cristiana è certamente chiamata ad affrontare la sfida di coniugare tradizione e innovazione, identità e trasformazione, senza restringere la bellezza artistica a determinati stili o forme, come se dovesse essere esclusa l'immensa ricchezza di linguaggi e di modalità espressive che l'essere umano è capace di immaginare[10].

Questa esigenza può essere espressa in modo ancora più radicale: Cristo ha introdotto nella storia dell'umanità «una nuova dimensione della bellezza»[11] una novità che non è possibile racchiudere entro criteri prestabiliti. E questo fa parte del mistero stesso di un Dio che ha voluto assumere la condizione umana fino alle sue estreme conseguenze. Per questo Joseph Ratzinger metteva in luce quanto sia paradossale chiamare «il più bello tra i figli dell'uomo» un uomo crocifisso e maltrattato, con il volto sfigurato dal dolore: «Sant'Agostino, che nella sua giovinezza scrisse un libro sul bello (...), colse con grande forza questo paradosso e si rese conto che, in questo passo, la grande filosofia greca della bellezza non solo veniva rifusa, ma anche radicalmente messa in discussione: occorreva interrogarsi nuovamente e fare esperienza di ciò che la bellezza è, e del suo significato»[12].

Per questo la bellezza, in senso cristiano, non consiste semplicemente nell'esecuzione di una forma perfetta o di una simmetria formalmente gradevole. La bellezza cristiana è una realtà più ampia, che riguarda non solo l'oggetto, ma anche chi lo contempla: è quella qualità che rende ogni realtà degna di essere amata. La bellezza, in questo senso, ha a che fare con la capacità di riconoscere che ogni realtà è amabile; ogni realtà racchiude qualcosa del mistero di Dio, sia che ci appaia bella, sia che si presenti ai nostri occhi sfigurata. Per questo l'accostamento a un'opera d'arte dovrebbe avvenire come un dialogo personale, rispettando il modo in cui essa si rivolge a noi, senza lasciare che i pregiudizi ci frenino, ci chiudano ad essa o ci inducano a imporle il nostro significato. È un dialogo che ci chiede di uscire da noi stessi e di avvicinarci al punto di vista dell'altro, per quanto possa sembrarci lontano, incomprensibile o doloroso.

La filosofa Simone Weil, nella stessa linea di quanto osservato da Joseph Ratzinger, individuava proprio in questo il paradosso del cristianesimo: «È proprio nella sventura che risplende la misericordia di Dio, nel suo punto più profondo, nel cuore stesso della sua inconsolabile amarezza. Se (...) si rimane in quel punto senza cessare di amare, si finisce per toccare qualcosa che non è più la sventura, ma neppure la gioia: è l'essenza centrale, intrinseca, pura, non sensibile, comune tanto alla gioia quanto alla sofferenza, ed è l'amore stesso di Dio»[13].Per questo possiamo comprendere come la bellezza possa assumere anche forme dolorose, che tuttavia ci aprono alla realtà e ci rendono capaci di amarla. Accogliere questa prospettiva non è semplice, ma proprio l'arte è una grande alleata nell'educarci a questo sguardo. Le inquietudini che scopriamo in tante opere ci ricordano che tutti ci confrontiamo, con ammirazione e stupore, con le grandi domande e i grandi misteri della vita. L'arte ci permette di scoprire, in ogni persona e in ogni piccolo frammento dell'esistenza, un invito a riconoscere «L'Amor che move il sole e l'altre stelle»[14].

Raquel Cascales


[1] San Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 4 aprile 1999.

[2] Benedetto XVI, Discorso in occasione dell'Incontro con gli artisti nella Cappella Sistina, 21-IX-2009.

[3] Cfr. Concilio di Nicea II (787), Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p. 111; citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1160.

[4] San Giovanni Damasceno, Sulle immagini sacre, I, 16; citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1159.

[5] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 365.

[6] Gianfranco Ravasi, «E Dio vide che era bello. Fede, bellezza, arte», relazione inaugurale delle Giornate di Teologia del Centro di Studi Teologici di Siviglia, 3 marzo 2016. Disponibile sul sito del Dicastero per la Cultura e l'Educazione.

[7] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1084.

[8] Bruce Nauman, The True Artist Helps the World by Revealing Mystic Truths (Window or Wall Sign), scultura al neon, 1967.

[9] San Paolo VI, Omelia nella Santa Messa con gli artisti, 7 maggio 1964.

[10] L'approfondimento sul ruolo dell'arte nella liturgia (in particolare della musica e dell'architettura) esula dall'ambito del presente testo. Al riguardo si possono consultare, ad esempio, la costituzione Sacrosanctum Concilium (1963) e l'istruzione Musicam sacram (1967).

[11] San Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 4 aprile 1999.

[12] Joseph Ratzinger, «La contemplazione della bellezza», Messaggio al Meeting di Rimini, agosto 2002, in Humanitas, 29 (2003), pp. 9-14.

[13] Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano, 2008, pp. 55-56.

[14] Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII.

Raquel Cascales